La Regione Puglia estende il fermo pesca dei ricci di mare. L’Arpa: “Limiti estremi di sfruttamento, faticano a ripopolarsi”

Tre anni di fermo non sono sati sufficienti e forse non lo saranno neanche altrettanti. La popolazione del riccio di mare, un tempo del “re” del mare e delle tavole pugliesi, si sta riprendendo così lentamente che la Regione Puglia è stata costretta a estendere fino al 30 giugno 2029 il fermo biologico, introdotto per la prima volta nel 2023, nel tentativo di ripopolare il Basso Adriatico e lo Ionio. Il rafforzamento delle misure di salvaguardia della specie marina – che già prevedevano un monitoraggio scientifico costante e il divieto di pesca e commercio – è stato ritenuto inevitabile da diverse attività di ricerca condotte dall’Università del Salento, Arpa Puglia, Direzione Marittima e Guardia di Finanza.

“La ratio di questa norma – hanno spiegato a ilfattoquotidiano.it il direttore generale di Arpa Puglia Vito Bruno e il direttore del Centro Regionale Mare della stessa agenzia, Nicola Ungaro – è quella di consentire all’attuale risorsa di riprendersi. Credo che il termine più corretto sia proprio questo: il riccio ha raggiunto limiti estremi di sfruttamento e sappiamo che per tutte le risorse marine l’eccessivo sfruttamento può creare grandi problemi alla popolazione della specie tali da non consentirne la ripresa”.

In Puglia il riccio di mare è da sempre una delle specialità più ricercate della tradizione gastronomica costiera. L’elevata domanda ne ha incentivato per anni il prelievo e anche dopo l’introduzione del fermo biologico si sono registrati molti fenomeni di pesca abusiva. E anche la gestione dei sequestri, come spiegato da Arpa, ha inciso sulla sopravvivenza della specie: “Generalmente vengono rilasciati tutti nello stesso punto, ma studi scientifici dimostrano che con questa modalità, circa il 50% degli esemplari muore”.

Il primo vero allarme si era già avuto nel 2020 quando l’Agenzia regionale per la protezione ambientale aveva sollecitato la Regione a un monitoraggio che, accolto e messo in atto nel 2023, “come immaginavano ha evidenziato una condizione di grave rischio”. In alcune aree “avevamo trovato densità prossime allo zero, se non addirittura pari a zero”, spiegano da Arpa. La strategia del ripopolamento, come ha chiarito Ungaro, punta sul ruolo dei riproduttori perché “più sono numerosi, maggiore è la possibilità che producano uova e, allo stesso tempo, aumentano anche i tassi di sopravvivenza delle larve che derivano da quelle uova”.

Di fronte a questa condizione impietosa la domanda è cosa accadrebbe se i monitoraggi del 2029 dovessero certificare una piena ripresa della popolazione: la scienza raccomanderà il mantenimento del divieto di pesca oppure il ritorno al prelievo è già considerato un esito naturale di questo percorso? “Secondo noi si dovrebbe continuare a mantenere attivo il divieto”, hanno detto Ungaro e Bruno sottolineando come il riccio sia “una componente dell’ecosistema e noi non possiamo che spingere il più possibile per salvaguardare questo aspetto”. Più complesso è il punto di vista della politica che “naturalmente, deve tenere conto anche di altri interessi. Noi comprendiamo che esistano aspetti diversi da quelli ambientali, ma il nostro compito è pensare all’ambiente. Sarà poi la Regione a trovare un equilibrio tra tutti gli interessi”.

Ed è proprio la ricerca di un “equilibrio” a spostare la riflessione su un altro piano: se il riccio non avesse rappresentato una fonte di profitto per l’uomo – intere zone marine, come Savelletri, ne hanno fatto una fortuna economica – avrebbe avuto la stessa attenzione scientifica e istituzionale? Secondo Ungaro “sì, perché qualsiasi risorsa, in qualche maniera, va ad alterare l’equilibrio dell’ecosistema marino”. Tuttavia, richiamando i principi della gestione delle risorse biologiche, Ungaro ha osservato che “se una risorsa non ha rilevanza economica, tendenzialmente non viene prelevata. Pensiamo ad esempio alle oloturie, i cosiddetti cetrioli di mare. Da noi non sono particolarmente apprezzati, ma in altri Paesi come in Cina, vengono consumati e questo determina un prelievo molto significativo che genera danni ambientali altrettanto significativi”.

È proprio questo passaggio ad aprire un interrogativo ulteriore. Se come ha affermato Arpa, “il prelievo è quasi sempre collegato al fatto che quel bene abbia un mercato”, ci si chiede quanto il valore economico continui a orientare il modo in cui una specie viene raccontata e gestita: “È un richiamo alla teoria della pesca – ha aggiunto Ungaro – che parte da un presupposto: quando parliamo di risorsa biologica, quindi di una risorsa vivente, il principio è che non si debba prelevare il capitale, ma soltanto l’interesse che quel capitale produce. Il capitale è costituito proprio dagli individui che garantiscono la riproduzione e quindi l’ingresso dei nuovi nati nella popolazione”.

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