Nel caso Balogun c’è tutta l’arroganza del potere: il calcio trovi la forza di isolare il maggiordomo Infantino
La sospensione della squalifica del centravanti statunitense Folarin Balogun, espulso nella gara dei sedicesimi contro la Bosnia, da regolamento squalificato e reintegrato ventiquattro ore prima degli ottavi mondiali contro il Belgio su pressione diretta del presidente Donald Trump come documentato dal New York Times – tre fonti confermano questo scenario -, non è un semplice scandalo: è il punto più basso della storia del calcio. Una vergogna planetaria, nella quale leggiamo l’arroganza della prima potenza del globo terracqueo e della federazione più influente e ricca in assoluto. Noi siamo noi e voi non contate un ca….
Trump e Infantino hanno sbattuto in faccia al popolo del football una realtà amara: le connessioni miserabili tra potere e sport. Non è la prima volta che la politica entra a gamba testa nel calcio e non è neppure la prima volta che le autorità sportive si piegano ai diktat dei capi dello stato, ma qui si è andati oltre per quello che rappresentano i soggetti di questa commedia: Stati Uniti e Fifa. Trump si comporta come quel tale che porta il pallone e si sente non solo in diritto di giocare, ma anche di governare la partita. Infantino, record di viaggi aerei e di emissioni nocive prodotte dal suo movimentismo tra gli stadi, ha obbedito come un maggiordomo. L’avvocato svizzero di ascendenza italiana aveva il potere per opporsi al delirio di un presidente che ha trovato il tempo di pensare al calcio anche alla vigilia del delicatissimo vertice Nato di Ankara, ma non l’ha fatto. Figurarsi: era lo stesso Infantino che a dicembre ha consegnato a Trump un premio per la pace a un personaggio che ha portato la guerra e il disordine in diversi angoli del mondo.
In nome dell’articolo 27 del codice Fifa (“l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l’esecuzione di un provvedimento disciplinare”), una forma di condizionale usata in passato solo per Cristiano Ronaldo – a proposito di potenti – e consentire al portoghese di giocare al mondiale dopo un’espulsione diretta contro l’Irlanda del Nord, Infantino ha obbedito agli ordini di Trump. Come un maggiordomo, appunto.
La prima voce autorevole a mostrare la sua indignazione è stata quella di Jurgen Klopp, prossimo ct della Germania. Un altro tedesco, Thomas Tuchel, coach dell’Inghilterra, ha detto: “Ritengo innanzitutto, per essere chiari, che Balogun non meritasse il cartellino rosso, ma è intervenuto il VAR e l’arbitro ha scelto di espellere il giocatore. Chi ha ribaltato questa decisione, quando e per quali motivi? E fino a che punto ci si spinge ora?”. Il nuovo presidente federale Giovanni Malagò ha parlato di “decisione assurda e di precedente pericolosissimo”. Con un certo ritardo, si è finalmente fatta finalmente sentire l’Uefa, con un comunicato durissimo: “Questa decisione ha oltrepassato il limite. Una squalifica automatica minima di una partita a seguito di un cartellino rosso non è un’opzione discrezionale e non richiede la decisione di un organo competente per essere attuata. È un principio sancito dai regolamenti, che non può essere soggetto a eccezioni, tanto meno nel bel mezzo di un torneo in cui diversi altri giocatori si sono trovati nella stessa situazione e hanno regolarmente scontato la loro squalifica. Quando la certezza delle regole non è più garantita dai suoi custodi, l’integrità del gioco è a rischio e la credibilità della competizione viene compromessa. Una tale decisione crea un precedente nel torneo in corso, dove situazioni simili richiederanno ora un trattamento equo, a discapito della competizione stessa”.
Ricordato che tra Infantino e Ceferin c’è una guerra sotterranea e nella storia recente c’è solo un caso di rinuncia all’incarico in nome dell’etica – la vicepresidenza Uefa abbandonata nel gennaio 2024 da Zvonimir Boban proprio per alcune divergenze con Ceferin – e che quelli come l’ex centrocampista del Milan sono esemplari rari, qualcosa si potrebbe però fare di fronte a questa porcata. È impossibile infatti che l’appello d’urgenza del Belgio porti a una revisione di questo provvedimento. Una reazione, per esempio, potrebbe essere l’abbandono di massa da parte di tutti quei personaggi che popolano le tribune del mondiale. Wenger, Ronaldo e compagnia cantante, con il semplice gesto di chiamarsi fuori, potrebbero dare un segnale forte.
Trump, che non sa chi sia Wenger e forse confonde Ronaldo il Fenomeno con CR7, solleverà probabilmente le spalle, ma per Infantino, che si è circondato di queste persone all’inizio del suo primo mandato, potrebbe essere una botta pesante. Bisogna rinunciare a incarichi e privilegi, ma riesce difficile immaginare Wenger e Ronaldo costretti a dormire sotto i ponti. Il benessere del calcio non passa solo per il business, le innovazioni tecnologiche e la creazione di nuove strutture: il rispetto delle regole rimane la base di tutto. C’è, in ballo, quel che resta della credibilità del calcio.
A questo punto, intanto, forza Belgio.
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