Balenciaga, il debutto couture di Pierpaolo Piccioli: sotto il sole di Parigi nasce una nuova idea di alta moda
PARIGI – Trentaquattro gradi all’ombra, che non c’è. Nel cortile d’onore della Cité Internationale Universitaire di Parigi, a mezzogiorno, la prima sfilata di alta moda di Pierpaolo Piccioli per Balenciaga si trasforma subito in un esercizio di sopravvivenza meteorologica. La cornice mondana capitola davanti a una canicola implacabile, del tutto imprevedibile per queste latitudini. In prima fila, lo spettacolo diventa una resistenza silenziosa: Demi Moore sfida le leggi della fisica dentro un completo di pelle nera da svenimento immediato, mentre Isabelle Huppert si liquefà con eleganza in un abito a maniche lunghe in cotone taupe. Anche Anna Wintour palesa un raro momento di incertezza logistica, indecisa se usare il monumentale ventaglio per farsi aria o come scudo per riparare gli occhi dal riverbero accecante del sole. I ventagli e gli ombrellini parasole si impongono così come gli unici veri accessori della giornata, almeno finché la sicurezza non obbliga gli ospiti a chiuderli per non intraporsi tra l’obiettivo dei fotografi e la passerella. La scelta di questo campus all’estremità sud di Parigi risponde a una precisa dichiarazione d’intenti. Gli spazi della formazione e della giovinezza sono una costante nella traiettoria dello stilista romano, che già con Valentino aveva eletto a teatro dei suoi show la Statale di Milano e l’École des Beaux-Arts di Parigi. C’è il bisogno di sottrarre la couture alla sua torre d’avorio per immergerla nella luce cruda della vita reale.
L’impressionismo del colore e la maestria dei tagli
Sotto questa luce zenitale, la sfilata entra nel vivo e dimostra che Piccioli non cerca la citazione polverosa, ma il metodo rigoroso del fondatore. L’intento è chiaro: entrare nella casa di Cristóbal Balenciaga, il couturier dei couturier, senza limitarsi a citarlo e senza fingersi spagnolo, parigino o monumentale per procura. Non ha riprodotto Balenciaga: ha ripreso il suo modo di pensare il corpo. Il volume non come decorazione, ma come spazio. L’abito non come superficie, ma come costruzione. “Non volevo rendere omaggio a Cristóbal riproducendo semplicemente le sue silhouette o i suoi abiti”, ha spiegato Piccioli. “Mi interessava applicare il suo metodo”. Ed è qui che la collezione diventa davvero sua. C’è Balenciaga nei vuoti tra tessuto e corpo, nei cappotti che non aderiscono, nelle spalle che si aprono, nella silhouette che chiede di essere vista di lato, di schiena, in movimento. Ma c’è Piccioli nel colore, nella morbidezza, in quella capacità di togliere rigidità anche alle forme più costruite. Pierpaolo opera infatti come un colorista supremo, un impressionista della moda che sfrutta il sole per incendiare i tessuti. I neri sono assorti, i rossi trattenuti, ma a rompere la gravità intervengono colate pure di ultravioletto, aniseed e lavanda. I volumi imponenti a uovo e a palloncino, codici storici di Cristóbal Balenciaga, perdono peso e conquistano una fluidità che asseconda il movimento del corpo.
L’intera collezione autunno-inverno 2026-27 si sviluppa attraverso una straordinaria complessità artigianale che rifiuta le strutture rigide. Lo si nota nell’Abito Natura, una silhouette da sera lineare interamente ricoperta da 24.140 petali di satin tagliati a forma di piume, fissati a mano uno a uno con la precisione microscopica dell’alta gioielleria. Poco dopo sfila un top composto da un numero infinito di paillettes di cellulosa che evoca le lavorazioni degli anni Trenta, estendendosi in un ampio strascico profilato da un’importante fascia di frange di lana. Altrove compaiono petali ricamati, paillettes di cellulosa, frange di lana, crêpe di seta, piume trattate con glicerina per acquistare maggiore tenuta. Il neo-gazar, evoluzione contemporanea del tessuto inventato da Cristóbal Balenciaga, lavora come superficie esterna e come struttura interna. È leggero e architettonico insieme, cioè esattamente il tipo di contraddizione che la couture sa rendere plausibile.
Anche le piume smettono di essere semplice decorazione nella collaborazione con il modista Philip Treacy, trasformandosi in elementi scultorei che salgono fino a incorniciare il volto di Gigi Hadid, dissolvendo il confine tra abito e copricapo. Piccioli parla di leggerezza, ma non intende fragilità. Intende libertà di movimento. “Questa collezione è una successione di variazioni intorno a un’idea: la leggerezza, il dialogo con il corpo, la ricerca di un’immagine contemporanea”, ha detto. Il punto è permettere al corpo di vivere dentro l’abito, non di esserne immobilizzato. È una lettura molto precisa di Balenciaga, spesso ricordato per le forme monumentali e meno per l’aria che lasciava circolare intorno al corpo.
Lo stockman digitale: la rivoluzione invisibile
L’innovazione più profonda risiede nella riprogettazione del tradizionale manichino di sartoria, sostituito dalla digitalizzazione del corpo umano per superare la standardizzazione delle taglie. Il processo, applicato su cappotti e abiti in cashmere, segue una sequenza sartoriale e tecnologica inedita. Il corpo della modella viene scannerizzato in tre dimensioni per catturarne l’esatta postura e da questa mappa digitale si ricava un calco in resina tramite stampante 3D. Su questo modello viene stesa la pelle bagnata che, una volta asciugata, diventa un’intelaiatura interna rigida ma incredibilmente leggera. Sopra questa struttura viene infine adagiato il cashmere morbido. Il risultato è un cappotto lineare che mantiene intatto quel volume vuoto e rigonfio sulla schiena tipico dell’estetica di Balenciaga, ma senza l’utilizzo di imbottiture o armature pesanti.
Nell’atelier di Avenue George V, con il tradizionale camice bianco dei sarti parigini, Piccioli definisce la collezione “il risultato di un sentimento” e spiega la necessità di far convivere tecnologia e poesia: “Volevo trasformare l’immagine della donna in abito da sera in qualcosa di più… non amo molto questa parola… più ‘cool’. La haute couture è stata a lungo associata a qualcosa di molto distante dalla realtà. Ciò che oggi chiamiamo ‘cool’ è invece profondamente legato alla vita reale, alle persone, al loro modo di vivere. L’aspetto digitale deve rimanere nascosto. Non si deve sapere troppo della tecnica, deve essere invisibile per lasciare spazio solo alla magia di una donna in un vestito”.
Il legame con il fondatore è puramente metodologico, un’ossessione condivisa per il corpo: “Cristóbal ha inventato il modo in cui noi conosciamo la moda. Aveva chiarissimo il senso dell’uomo vitruviano, era ossessionato dal movimento degli abiti e dall’idea di rendere libero il corpo sotto i vestiti. Non volevo ripercorrere la storia della Maison o copiare un abito d’archivio, ma trovare un mio approccio. Questa collezione è una specie di manifesto della mia Balenciaga”. Una coincidenza temporale unisce i due designer: l’abito bianco d’archivio che Piccioli amava fin da ragazzo è del 1967, il suo anno di nascita. “Non credo al destino, ma ci sono delle coincidenze. Lui era uno di periferia come me”, conclude lo stilista.
Il gran finale: il manifesto umano di Piccioli
La conclusione del défilé sancisce il vero momento di svolta del nuovo corso. Piccioli esce a raccogliere gli applausi in camice bianco, ma non è solo. Dietro di lui sfila l’intero atelier: decine di sarte, sarti e modellisti, tutti con la stessa divisa da lavoro. Per il team couture di Balenciaga si tratta di una prima volta assoluta, un battesimo pubblico radicale. Storicamente confinati nell’anonimato sacrale dei laboratori dell’avenue George V, sia sotto il rigore geometrico del fondatore sia durante le recenti presentazioni a porte chiuse, gli artigiani parigini vengono portati all’aperto, sotto il sole di Parigi, a condividere la paternità dell’opera. Al contrario, per Piccioli questo gesto non è una novità, ma la riaffermazione della sua cifra stilistica più autentica ed emblematica: l’umanizzazione della moda attraverso la visibilità del lavoro collettivo. Nelle note della sfilata, infatti, ogni singola uscita porta impresso il nome dell’artigiano che l’ha materialmente cucita. Unendo l’avanguardia del software 3D all’autorità delle mani, Piccioli dimostra come la sartoria d’eccezione possa ancora abitare il presente, restituendo alla couture la sua verità più rara.
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