Giustizia tributaria, riforma promossa a pieni voti. Ma la relazione il Mef la scrive su di sé
Il Mef ha pubblicato la relazione annuale sullo stato del contenzioso tributario e sull’attività delle Corti fiscali. La firma un suo dipartimento interno e si legge come un bollettino di vittoria: tempi che calano, arretrato che si smaltisce, produttività dei giudici in crescita, fino alla conclusione secondo cui “le finalità perseguite dal legislatore” sarebbero “state raggiunte”. Un documento di pura statistica, di quelli che non arrivano in prima pagina. Conviene però leggerlo, perché dice molto su chi misura che cosa e su una garanzia che riguarda ciascuno di noi.
L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti concorrono alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. È insieme un dovere e una misura: si concorre, ma esattamente quanto la capacità impone, non oltre. E ciò che assicura quel “non oltre” — che il fisco prenda quanto la legge consente e non un euro di più — è poter contestare la pretesa davanti a un giudice terzo e imparziale. Il dovere di pagare vale quanto chi è chiamato a verificarlo. Ed è qui che la relazione diventa interessante: a misurare quel giudice è una delle parti.
La giustizia tributaria è amministrata dal Ministero dell’economia e delle finanze: pur esistendo un organo di autogoverno, è presso il Mef che opera il Dipartimento cui spettano organizzazione, risorse e monitoraggio delle Corti. Lo stesso Mef ha scritto la riforma che dal 2022 ridisegna quel giudice — processo digitale, giudice monocratico per le liti minori, professionalizzazione — e l’ha iscritta tra gli obiettivi del Pnrr. E ora, con questa relazione, ne misura i risultati e — va da sé — promuove se stesso.
La stessa mano organizza le Corti, ne scrive le regole e si firma la pagella. Per giunta, attraverso le agenzie fiscali, quel medesimo ministero è la parte che siede quasi sempre dall’altro lato del banco. Non è un’illazione sulle persone: i giudici tributari decidono secondo legge. È una questione di architettura e di apparenza — di quelle che gli articoli 108 e 111 della Costituzione vorrebbero escluse quando pretendono la giurisdizione indipendente e il giudice terzo.
Vale allora la pena guardare che cosa dicono davvero quei numeri. La capacità di smaltimento in primo grado, che la relazione dice “positiva”, passa da 90 a 111 in un anno: ma a farla salire non è un eroico recupero dell’arretrato, è il crollo delle nuove cause, i ricorsi scesi di quasi il 15%. Quando entrano molte meno liti, lo stesso numero di sentenze basta a svuotare le pendenze: l’indice migliora perché si assottiglia il denominatore. Ciò che si misura, qui, è la velocità e la si misura con indulgenza.
C’è poi il capitolo sugli esiti, e qui i numeri diventano due. Nel merito, per le Corti, l’ufficio vince per intero il 48,5% delle liti e il contribuente il 29,4%: l’amministrazione prevale, ma per metà delle volte. Poche pagine più avanti, però, sono le agenzie fiscali a riferire i propri “indici di vittoria”, con criteri scelti da loro: l’Agenzia delle entrate dichiara di vincerne l’81,9%, quella delle dogane il 79,2%, quattro liti su cinque. Non è un errore: quell’indice conta come vittoria anche le pronunce favorevoli “in parte” e guarda solo al passato in giudicato. Due fotografie della stessa materia: quella del giudice, in cui l’ufficio vince la metà, e quella della parte, in cui ne vince i quattro quinti. Misurarsi da sé, con il proprio metro, dà sempre risultati migliori.
Resta ciò che i numeri non raccontano. Il giudice che dovrebbe garantire quel “non oltre” dell’articolo 53 della Costituzione si sta svuotando: i nuovi limiti di età fanno cessare circa 400 giudici entro fine anno, la magistratura professionale che dovrebbe sostituirli è appena agli inizi, e l’età media di chi resta supera i 63 anni. Di questo, una relazione che misura tempi e produttività dice poco: non è ciò che ha scelto di misurare.
Si discute, e a ragione, se la giustizia tributaria vada portata fuori dal Mef, persino se vada iscritta in Costituzione. Ma una questione più semplice viene prima: un dovere costituzionale vale quanto chi è chiamato a verificarlo e un giudice che la parte pubblica amministra, riforma e promuove non è ancora, fino in fondo, imparziale. La riforma ha cambiato molto e la relazione certifica che quel molto funziona; ma sull’unico punto che conterebbe davvero — chi sia il giudice — non cambia nulla.
È la lezione del Gattopardo: tutto cambi affinché nulla cambi. Finché è così, la Costituzione chiede al contribuente di credere a indipendenza e terzietà dell’ordinamento giurisdizionale tributario sulla parola.
L’articolo Giustizia tributaria, riforma promossa a pieni voti. Ma la relazione il Mef la scrive su di sé proviene da Il Fatto Quotidiano.
