Il silenzio su Gaza non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
Per medici e giornalisti il rischio di morte nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli di fronte ai quali si rimane senza parole. Lo abbiamo dimostrato, dati alla mano, nel nostro studio pubblicato a inizio 2026 sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press (Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24). Medici e operatori sanitari, proprio come i giornalisti, non sono stati semplici vittime collaterali della guerra, ma categorie prese di mira anche se dovrebbero essere tra quelle più protette.
Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza, è diventato il simbolo di questa tragedia. E’ stato arrestato nel dicembre 2024 durante l’operazione militare che ha portato alla chiusura dell’ultimo ospedale ancora funzionante nell’area nord di Gaza. Era noto perché aveva denunciato la grave malnutrizione infantile causata dalla guerra. Organizzazioni per i diritti umani e associazioni mediche israeliane e internazionali si sono attivate per denunciare le sue condizioni di detenzione e chiederne la liberazione.
La vicenda di Abu Safiya non riguarda soltanto Gaza. Riguarda anche noi. Riguarda il silenzio delle istituzioni occidentali di fronte alla distruzione di ospedali, all’attacco contro personale sanitario e giornalisti e alla progressiva normalizzazione della guerra come strumento ordinario della politica internazionale.
È in questo contesto che diventa necessario interrogarsi sulle scelte che l’Europa e l’Italia stanno compiendo. Gaza non rappresenta infatti una tragedia lontana da noi, ma uno specchio dei nodi critici che stanno prendendo forma anche nel nostro continente: l’affermarsi della violenza organizzata come orizzonte permanente, la marginalizzazione del diritto internazionale e il progressivo spostamento di risorse dalla tutela della vita (sanità, istruzione, welfare) agli apparati militari. Il silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario palestinese non è separabile dal processo di riarmo che attraversa l’Europa.
Alla luce di tutto questo, si avvicina, con passi pesanti e carichi di angoscia, il 2027: anno di future elezioni in Italia. Invece di correre ai ripari e di tutelare i cittadini rilanciando sanità e servizi, rianimando Welfare e sostegni al reddito, i nostri governanti sono travolti dal mito della “difesa” e dalla relativa propaganda che ha già individuato il Nemico alle porte. Il pericolo di un conflitto diretto con la Russia aumenta, mentre nel frattempo l’economia si riconverte non in senso ecologico, ma bellico.
Di fronte a questo scenario, riteniamo necessario che dal basso giunga un segnale forte ai partiti e alle coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni.
Come già ribadito da altri, riteniamo importante chiarire che non voteremo nessuna forza o alleanza che non espliciti chiaramente nel proprio programma quattro punti fondamentali: no al riarmo; diplomazia per risolvere il conflitto in Ucraina e stop all’invio di armi; lotta alle diseguaglianze e ridistribuzione della ricchezza; rilancio della sanità pubblica, della medicina territoriale e tutela dei beni comuni.
La tragedia palestinese ci mostra in maniera estrema dove conduce la subordinazione della politica alle logiche militari e alla ragion di Stato. Per questo il nostro rifiuto del riarmo non nasce da un generico pacifismo, ma dall’osservazione concreta di ciò che accade quando il diritto umanitario viene sacrificato agli interessi geopolitici.
Sono aspetti dirimenti e non negoziabili, che toccano gli italiani e, con particolare riguardo, la classe lavoratrice, i ceti medi impoveriti e i ceti popolari. Sappiamo infatti che le emergenze del nostro tempo – sanitaria, ecoclimatica, geopolitica… – colpiscono soprattutto i soggetti sociali più fragili, poveri e privi di tutele. Ce ne siamo accorti con il fenomeno Covid-19, che in effetti sarebbe corretto denominare “sindemia”, per sottolineare la distribuzione asimmetrica in termini socio-economici dei danni dovuti alla circolazione del virus e della gestione della pandemia. Stesso discorso per il disastro ambientale e il surriscaldamento del pianeta (a cui contribuisce anche lo scriteriato uso di armi che sta incendiando il mondo da alcuni anni).
Qualsiasi realtà politica voglia guadagnare la nostra fiducia, dovrà abbandonare la criminalizzazione del dissenso che ha paralizzato il dibattito pubblico e promuovere un confronto aperto e informato sulle dinamiche profonde messe in movimento dalla crisi dell’ordine internazionale costruito dopo la caduta del Muro di Berlino.
Bisogna rispondere a questa china discendente, alzando la testa e dicendo basta. Lo dobbiamo anche a Hussam Abu Safiya, ai medici, agli infermieri e ai giornalisti di Gaza che continuano a testimoniare, spesso a costo della libertà o della vita, cosa significhi vivere sotto la devastazione della guerra. Se la loro sorte ci appare distante, allora avremo già accettato l’idea che alcune vite valgano meno di altre. È proprio questa gerarchia dell’umano che occorre rifiutare: in Palestina come in Europa, a Gaza come nelle nostre società sempre più orientate al riarmo e meno alla cura.
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