Ti ricordi… Carlos Alberto Torres e il gol capolavoro all’Italia nel Mondiale 1970: l’unico che parlava da pari a pari con Pelé

La danza di Clodoaldo tra Rivera e i compagni, l’avanzare palla al piede di Jairzinho, la gestualità di Tostao che suggerisce a Pelè un passaggio alla cieca sulla destra e poi la botta chirurgica d’esterno. Quello di Carlos Alberto nel 1970 all’Italia è considerato l’ottavo gol più bello della storia dei Mondiali: meriterebbe qualcosa in più forse. Un po’ come guardare un dipinto: non c’è solo il protagonista, ma tutta la scena che crea un vero e proprio capolavoro.

D’altronde l’ammissione è dello stesso protagonista, Carlos Alberto Torres, nato a Rio de Janeiro esattamente 82 anni fa: “Se dovessi scegliere un singolo momento della mia carriera scegliere quel gol”, aggiungendo che solo dopo quella finale si rese conto di non aver solo messo un destro all’angolino.

Oggi in Brasile quando si parla genericamente di “O’Capitao” tutti o quasi pensano a lui, che prima di prendere “i gradi” era un bimbo di Sao Cristovao, gemello di Carlos Roberto, che con la famiglia ben presto si trasferisce a Vila da Penha, zona a nord di Rio all’epoca poco urbanizzata, tant’è che Carlos Alberto scherzava: “Penso di essere stato uno dei primi abitanti di Vila da Penha”. Il papà Francisco Torres è un impiegato comunale, ma i soldi non bastano per mantenere la famiglia numerosa e allora di ritorno da lavoro impugna il volante per fare il tassista notturno. I sacrifici li fa anche la mamma : la famiglia vuole una buona istruzione per Carlos e lo iscrive al Colégio Esadual Souza Aguiar, ma è molto distante e l’unica possibilità è prendere l’unico autobus che passa da Vila da Penha per andarci. Unico autobus, troppi passeggeri, e allora la mamma si mette in fila dalle quattro del mattino alla fermata per tenere un posto al ragazzo.

Carlos ricambia con buoni risultati, ma ancor meglio sono quelli nelle partite al parco della Quinta da Boa Vista, che gli valgono il passaggio nelle giovanili della Fluminense. E la Fluminense non è che l’inizio, il primo grande palcoscenico dove quel ragazzo di Vila da Penha impara a governare la fascia destra con la grazia di un ballerino e l’autorità di un generale. Ma è nel 1966 che il destino incrocia i suoi passi con quelli del Santos e, soprattutto, di un uomo che cambierà per sempre la sua vita: Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé. Tra i due non scatta solo una formidabile intesa sul campo, ma un’amicizia d’altri tempi, viscerale e quotidiana. A Santos abitano nello stesso condominio, condividono i sogni, i viaggi in auto e le confidenze profonde prima delle grandi battaglie. Pelé è la luce del calcio mondiale, ma Carlos Alberto è l’unico che sa come parlargli da pari a pari, l’unico che sul campo, con un solo sguardo, riesce a dettargli i tempi.

Eppure, proprio in quel magico 1966, arriva la cicatrice più dolorosa. Convocato nella lista dei quaranta per i Mondiali in Inghilterra, Carlos Alberto viene tagliato a sorpresa all’ultimo momento dal CT Vicente Feola, che preferisce l’esperienza ormai calante del trentasettenne Djalma Santos. È un colpo durissimo. Carlos guarda da lontano il naufragio del Brasile in terra inglese, ma non si piange addosso. Lavora, cresce, affina quella leadership naturale che lo rende un capitano silenzioso ma carismatico. La storia, si sa, sa essere una meravigliosa sceneggiatrice. Quattro anni dopo, in Messico, la fascia di capitano della Seleção più forte di tutti i tempi è saldamente sul suo braccio. Ha solo ventisei anni, ma comanda un’orchestra di leggende – Pelé, Tostão, Gérson, Jairzinho, Rivelino – con una naturalezza regale. Fino a quel minuto ottantasei della finale contro l’Italia, fino a quel destro violentissimo che piega le mani di Albertosi e gonfia la rete, consegnandolo all’eternità sportiva.

E pensare che quel destro non nasce per cercare il gol della vita. “Quando Pelé mi servì il pallone – avrebbe raccontato anni dopo – il mio unico pensiero era colpirlo più forte possibile. Non cercavo l’angolo, volevo quasi rompere la rete”. Solo rivedendo infinite volte quelle immagini capì di essere diventato parte di un’opera d’arte. “Mi accorsi che non era stato soltanto un gol“. Più che altro un presepe, con Clodoaldo che immagina la via, Rivelino che la continua per Jairzinho, Tostao che “vede” al posto di Pelé. Rivelino, Tostao, Clodoaldo, Gerson, Jairzinho, O Rei Pelé: un’orchestra celestiale in cui nessuno, al netto del talento straordinario sogna lontanamente di mettere in discussione l’autorità di “O’capitao”.

Forse aveva ragione Eric Cantona quando disse che quel passaggio di Pelé assomigliava più a una poesia di Arthur Rimbaud che a un gesto sportivo. E forse aveva ragione anche Carlos Alberto quando confessò che, se avesse dovuto scegliere un solo istante della sua vita, avrebbe scelto proprio quello. Già, perché lui sarebbe scomparso nel 2016 a causa di un malore, quell’istante della sua vita però ne aveva già sancito l’immortalità.

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