“I miei amici scompaiono uno ad uno, mi stanno lasciando solo. Qui ci deve essere un cecchino. E i casi sono due: o lo troviamo, o cambiamo trincea”: così Paolo Rossi

Paolo Rossi si sente un reduce. Un soldato rimasto a presidiare un avamposto mentre intorno a lui i compagni di una vita cadono uno dopo l’altro. Alla vigilia del debutto a Bormio della sua Operaccia satirica – Onora i padri e paga la psicologa, nell’ambito della Milanesiana ideata da Elisabetta Sgarbi, l’attore e drammaturgo ha affidato al Corriere della Sera una riflessione amara, mascherata con la consueta ironia tagliente, sulla progressiva scomparsa dei suoi storici punti di riferimento intellettuali e artistici.

Cresciuto professionalmente “a bottega”, senza accademie ma formandosi direttamente sul campo con maestri del calibro di Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Strehler e Giorgio Gaber, Rossi avverte oggi il peso di una solitudine artistica quasi insostenibile. Una sensazione di isolamento legata alla perdita dei suoi più stretti sodali di viaggio, tra cui Stefano Benni e David Riondino: “Non ho fatto l’Accademia, e me ne vanto, però sono partito subito imparando a bottega, anzi in trincea. Poi ho avuto dei compagni di viaggio che ultimamente mi hanno lasciato solo, parlo di Stefano Benni, di David Riondino. Dopo l’ultima scomparsa, parlando tra di noi, mi son detto: ‘Qui ci deve essere un cecchino. E i casi sono due: o troviamo il cecchino, cosa quasi impossibile, oppure cambiamo trincea perché qui siamo troppo in vista’”.

Questa sensazione di essere esposti sul fronte di una battaglia culturale si traduce in un’immagine cinematografica e storica ben precisa, che descrive la fine di un’era per la satira e la comicità italiana: “Ricordo una delle sue ultime frasi di Riondino: ‘Noi abbiamo iniziato un lavoro, qualcuno adesso lo deve finire‘. Mi sembra di essere in un film della guerra del ’15-’18, pare che io sia il sopravvissuto”.

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