Politici che querelano i cittadini comuni: un gioco asimmetrico
Davide Piccardi del CAIM (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano) annuncia di essere stato querelato da Silvia Sardone, europarlamentare (in foto). A gennaio, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli annunciava una querela contro Andrea Scanzi. Poche settimane fa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio faceva lo stesso contro Sigfrido Ranucci. E non parliamo dei parlamentari controversi che fanno recupero crediti con gli haters: senza entrare nel merito dei singoli procedimenti, c’è un dato di fatto macroscopico: esponenti politici di primo piano, protetti da garanzie costituzionali ed europee, scelgono di agire in tribunale come comuni cittadini.
In un’epoca in cui i social hanno moltiplicato esponenzialmente le querele per diffamazione, questo comportamento sta diventando un problema democratico serio. L’Italia è da sempre un Paese in cui si abusa del ricorso alle vie legali (spesso più per difendere l’ego ferito che l’onore violato) ma l’ascesa dei “politici-influencer” ha generato un cortocircuito inedito. Le guarentigie — e l’insindacabilità in primis — non erano state dai costituenti e da chi ha scritto i Trattati UE per blindare la bulimia verbale da algoritmo di molti onorevoli, ma per tutelarne le opinioni politiche espresse nell’esercizio delle loro funzioni.
Prendiamo il caso di Silvia Sardone. Le sue “crociate” social contro l’Islam, i migranti o gli spazi occupati hanno ormai un’estetica e un linguaggio precisi. In ossequio alle regole d’oro dell’algoritmo, con il tempo i suoi contenuti sono diventati sempre più aggressivi e grafici, fino al video in cui ferma e incalza verbalmente una donna con il niqab. Cosa ci sia di strettamente “politico” nell’esporre al pubblico ludibrio una persona che veste un abito religioso (un diritto protetto dalla Costituzione tanto quanto la libertà di parola della stessa Sardone) è difficile da comprendere. Eppure, qui sta il punto: le azioni della Sardone o la minaccia di querela di Rampelli provengono da soggetti che, al contrario dei cittadini che colpiscono, difficilmente potranno essere chiamati a rispondere di ciò che dicono.
Un tempo, quando l’insindacabilità venne introdotta nel nostro ordinamento, i partiti erano strutture gerarchiche forti che esercitavano un controllo rigido sulle dichiarazioni dei propri eletti. Oggi, nell’era dei social, i partiti sono spesso ostaggio dei propri parlamentari-influencer. Personaggi che rincorrono le metriche del web a colpi di sparate aggressive, sapendo di poter contare su una protezione totale.
Insultare o filmare una passante non è l’esercizio di una prerogativa parlamentare ma chi lo fa sa benissimo che qualunque azione giudiziaria intrapresa da un cittadino o da un’associazione si scontrerà con il muro delle autorizzazioni a procedere. Autorizzazioni che — nel caso del Parlamento Europeo o di quello nazionale — sono storicamente condizionate dalle maggioranze politiche del momento. D’altronde, lo stesso dilemma investe giudici e pubblici ministeri: giudicare parole o espressioni di un parlamentare è camminare scalzi sui cocci. E rischia di aprire un conflitto tra poteri, che in una fase storica caotica come questa, magari sarebbe meglio evitare.
Il problema quindi rimane: è un gioco asimmetrico e inaccettabile: il cittadino comune deve difendersi a proprie spese, subendo la pressione economica, psicologica e temporale di una causa legale. Il politico protetto si muove da una posizione di assoluta forza. Può attaccare e querelare, sapendo che la controparte non ha le stesse “armi” per contrattaccare o difendersi a parità di condizioni.
Il messaggio, soprattutto per gli “influencer del degrado” è pessimo: fate numeri e puntate ad un posto in lista. E se verrete eletti potrete continuare protetti da uno scudo legale pagato dai contribuenti.
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