A Milano un caso dell’omicidio del ladro analogo a quello di Roggero. Ma la destra lo ignora: per i condannati nessuna campagna per la grazia
La reazione a un furto, la fuga del ladro, lui che perde per terra pure la refurtiva eppure non basta: i proprietari lo aggrediscono, lo prendono a coltellate, fino a togliergli la vita. Cambia l’arma – bianca anziché da fuoco – eppure c’è un caso recente che ricalca negli aspetti principali l’ossatura della storia che ha portato alla condanna definitiva del gioielliere Mario Roggero, diventato il simbolo di una campagna di tutto il centrodestra brandendo il tema della “legittima difesa”. Si tratta di un delitto avvenuto a Milano, in via Giovanni Da Cermenate, nella zona Sud della città, non lontano dalla Bocconi e dai Navigli. In quel caso la dinamica è partita non da una gioielleria ma da un bar, gestito da una famiglia cinese. Proprio il nipote e il marito della titolare – Shu Zou, 33 anni, e Liu Chongbing, 52 – sono stati condannati. La pena? Diciassette anni. La vittima si chiamava Eros Di Ronza, aveva 37 anni: aveva rubato alcuni gratta e vinci. I fatti sono del 17 ottobre 2024, la condanna è arrivata nel maggio scorso. Al momento però il centrodestra non ha organizzato per Shu e Liu nessuna campagna stampa in nome della “legittima difesa”.
Eppure il caso ha molti aspetti in comune con quello del gioielliere di Grinzane Cavour. Il processo si consumò per esempio sulla proporzione della reazione al reato. Shu e Liu colpirono Di Ronza con oltre 40 coltellate. La Corte d’assise di Milano ha inflitto agli imputati una pena superiore alla richiesta dei pm (17 anni contro 14), ma ha escluso l’aggravante della crudeltà (sostenuta dai pm) e ha riconosciuto l’attenuante della provocazione, legata al furto, come nel caso di Roggero. Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Di Ronza era già in fuga e aveva perso la refurtiva quando venne raggiunto e gettato a terra. A quel punto i colpi di forbice diretti al collo, al torace e all’addome. Una violenza concentrata in poco tempo che, per l’accusa, ha segnato il passaggio da una reazione a un’azione letale. È proprio in questo passaggio che la Corte ha escluso la legittima difesa, chiesta dal legale dei due Simone Ciro Giordano, ritenendo che non vi fosse più un pericolo attuale da cui difendersi. La risposta dei due imputati, pur originata da una provocazione riconosciuta, è stata così qualificata come punitiva e non necessaria a scongiurare un danno.
Anche in questo caso – come nel caso di Roggero – i giudici hanno disposto anche il risarcimento dei familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Mirko Perlino: provvisionali immediatamente esecutive tra 50mila e 200mila euro, oltre alle spese legali.
Nelle motivazioni i giudici hanno scritto che i due condannati nella loro “alterata scala dei valori” hanno anteposto “la tutela del proprio patrimonio a quella della vita” altrui. Non si sono mai fatti avanti con “un’offerta economica in favore dei figli della vittima” e, in particolare, uno dei due imputati in un “colloquio clinico” non ha mai espresso “un solo pensiero, una sola parola” anche soltanto di “pietà o dispiacere per l’ucciso”, ma ha addirittura continuato a ritenersi lui una “vittima”. La Corte ha escluso l’aggravante della crudeltà, ha riconosciuto l’attenuante della provocazione ma non quelle generiche, perché sarebbe servito “qualcosa in più, cioè una condotta che dimostri” una “qualche forma di ripensamento delle proprie condotte“. Invece, i due hanno dimostrato la loro “pericolosità sociale“. In sostanza, hanno pensato solo, scrivono i giudici, alla “unica aggressione davvero subita, quella al patrimonio di famiglia”. L’attenuante della provocazione è stata riconosciuta pure se “Di Ronza non ha mai reagito”, anche dopo essere stato colpito la prima volta e ha “scelto subito la fuga con l’abbandono della refurtiva”. Ma due furti subiti pochi mesi prima non consentono di “escludere il nesso causale tra il fatto ingiusto e l’ira” dei due imputati.
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