Lucia Borsellino: “Bagarella diceva che mio padre fosse ‘diabolico’… Detto da un carnefice significa che Paolo poteva contrastare anche il diavolo”
“Mio padre Paolo ci raccontava che Leoluca Bagarella diceva di lui che era diabolico… La scelta di questo aggettivo per qualificare nostro padre da parte di un uomo del male non è causale, se pensiamo che questo termine derivante dal tardo latino ‘diabolicus’ significa letteralmente appartenente al diavolo, o ispirato dal diavolo. Detto da un carnefice, questa qualificazione ha un significato diametralmente opposto, ovvero quello di avere un’intelligenza così fine tale da riuscire a contrastare anche il diavolo”. Parla così Lucia Borsellino, a nome della sua famiglia e mentre il fratello Manfredi è in fondo alla sala, in occasione dell’evento organizzato ieri alla Corte di Appello di Palermo – e ripreso integralmente da Radio Radicale – per ricordare la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, in cui persero la vita il magistrato e i cinque uomini della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
“Convivere con la dimensione pubblica della storia di mio padre, e quindi con la storia della mia famiglia, è stato per me sempre molto difficile – ha continuato Lucia Borsellino – . Ogni giorno tuttavia il dovere civico di testimonianza bussa alla mia coscienza, e si misura con la mia persona estremante riservata e discreta. Il valore di questa storia va oltre la nostra stessa esistenza, questa consapevolezza quindi mi spinge a cedere di fronte alla necessità preminente, soprattutto che le giovani generazioni abbiano la possibilità di conoscere da testimoni credibili la storia di uomini e di donne che hanno operato per contribuire alla crescita di una società migliore, fino all’estremo sacrificio delle proprie vite”.
La figlia del giudice ringrazia per l’invito il presidente della corte palermitana Antonio Balsamo, e la procuratrice generale di Palermo, Lia Sava; e nel corso del suo discorso ricorda il “rigore e i sacrifici” fatti dal padre durante la sua carriera, “vissuta per soli 52 anni”, e della sua “innata onestà e trasparenza” apprezzata da tutti, sia come uomo che come magistrato. “Più gli anni passano, più sentiamo la sua assenza, soprattutto quando, purtroppo lo devo sottolineare, ci sono stati momenti in cui anche la memoria non è stata un attimo di condivisione, ma di divisione” dice Lucia, che poi aggiunge: “Non vogliamo e non possiamo esimerci dal fare la nostra parte, anche quando la nostra voce può risultare insidiosa rispetto all’esigenza imprescrittibile non di conoscere una verità, ma l’effettivo corso di come si è svolta questa storia maturata sia prima che dopo le stragi che hanno messo in ginocchio il nostro paese”.
Un passaggio chiaro, legato alle recenti diatribe interne all’antimafia, spaccata tra i filoni d’indagine di Caltanissetta e quella della commissione parlamentare antimafia, su mafia e appalti, sulla sparizione dell’agenda rossa, sugli ex colleghi di Borsellino e il ‘covo di vipere’ della procura Palermo retta all’epoca da Pietro Giammanco, e sulla presunta partecipazione dell’eversione nera alla strage.
“I simboli hanno un significato e un valore indiscutibile, ma vorrei anche andassimo oltre i simboli. Sono stata una delle testimoni oculati della dell’agenda rossa appartenuta a mio padre, la sua sottrazione dal luogo della strage non può fermare la ricerca della verità, solo pensare che la sparizione di questo importantissimo reperto, possa rendere impossibile la ricerca della verità, rischia, e lo dico a me stessa prima che a tutti voi, di far cadere nella disperazione, intesa come mancata speranza, che questa storia possa essere ricomposta”, dice Lucia Borsellino. “Significa vanificare gli sforzi che le istituzioni sane di questo paese, hanno compito e stanno compiendo giorno dopo giorno – aggiunge la figlia del magistrato -, penso a questa Procura (quella di Palermo guidata dal Maurizio de Lucia, ndr.) che ci ospita, penso alla procura di Caltanissetta, vedo qui il procuratore De Luca, e penso alla commissione nazionale antimafia che ci ha spalancato le porte su nostra richiesta. Penso a tutti quei momenti in cui le istituzioni sane, lo sottolineo, hanno risposto alla sete di verità che non è solo nostra, dei familiari delle vittime, ma appartiene a tutta la collettività. A queste istituzioni noi riconosciamo lo sforzo di colmare quel vuoto di conoscenza lasciato anche dalla mancata possibilità di disporre del contenuto di quell’agenda. Come di altri elementi che avrebbero potuto aiutarci nella ricerca, mi riferisco anche alle telefonate in ingresso del cellulare di mio padre, mi riferisco alla memoria del suo computer”.
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