Non è solo folklore: perché Vannacci non va ignorato prima che sia troppo tardi
di Anna Giacon
Confesso che i tipi alla Vannacci mi hanno sempre creato molto malumore, e che tendenzialmente vorrei proprio ignorarli completamente. Ma ormai in Italia è diventato il “fenomeno politico del momento”. Tutti ne parlano e i giornali ne amplificano la portata. Tanto vale allora dire la mia opinione, che sarà sempre contraria alla vulgata che lo idolatra.
La galassia nera non avanza sempre sbraitando. A volte arriva in giacca o maglietta polo stirata, con l’aria di quello che “dice solo le cose come stanno”, con la battuta buttata lì apposta per scandalizzare, e poi con il solito giochetto di fingersi frainteso. È il trucco più vecchio del mondo: il lupo che prova a passare per uno del popolo. Non si presenta come un pericolo, ma come uno schietto, uno che non ha paura di parlare. E proprio per questo riesce ad entrare e a far attecchire più facilmente le sue idee, mescolando situazioni e problemi reali, ad argomentazioni che sono inverosimili o inaccettabili.
Roberto Vannacci mi dà questa impressione. Fa il personaggio arrabbiato, quello che vorrebbe spazzare via tutti, che si vende come diverso dagli altri. A tratti ricorda il primo Bossi, il Senatur dei primi tempi, in cui sembrava che volesse prendere a calci tutto il palazzo del potere. Colui che tanti ricordano con nostalgia, anche se poi, alla prova dei fatti, non cambiò quasi niente e si adeguò in fretta al solito andazzo. Però lui – secondo me – è un’altra cosa. È meno guitto e molto più rigido: una persona che non sorride mai, neanche per sbaglio; meno folkloristico e più cupo.
Sotto la faccia truce da provocatore, ci vedo una testa molto più autoritaria, militare, portata a mettere tutti in riga.
Il problema infatti non è solo quello che dice, ma il mondo che rappresenta. Quello autoritario dove chi comanda decide, gli altri si adeguano e chi è “diverso” deve stare al suo posto senza disturbare. Si vede benissimo da come parla dei disabili, come se la diversità fosse un fastidio da tenere in disparte, da non far vedere troppo, da sistemare in qualche angolo separato. E lì si capisce già tutto: non è libertà quella che propone, è una società a ranghi, dove c’è chi vale di più e chi vale di meno. La sua mentalità, poi, parla da sola: omofobia, negazionismo climatico, misoginia, nostalgia per il pugno duro, uscite contro il femminicidio come reato, attacchi all’omosessualità, chiusure feroci su Palestina, aborto, inclusione.
Non sono frasi sparse dette a caso. Sono pezzi di uno stesso disegno, dove i diritti diventano optional, la compassione e l’empatia spariscono, e le persone vengono messe in fila e giudicate come fossero pacchi: serie A, serie B, serie C. A seconda di come nascono, di chi amano, di che religione hanno, di che pelle portano addosso.
Eppure piace, ed è questo che dovrebbe farci drizzare le antenne. Piace ai nostalgici del fascismo, certo, a quelli che ancora non hanno mai davvero tagliato quel cordone ombelicale col passato nero. Ma piace anche a una certa destra moderata, o presunta tale, che non ne può più della Meloni, ma non si accorge che qui il gioco è simile: cambia il tono, cambia il personaggio, ma il fondo resta quello. Narcisismo, fame di consenso, bisogno di occupare la scena e di vendersi come “nuovo” salvatore.
Per me Vannacci non è una macchietta da prendere in giro e basta. Non è solo folklore. Non è solo rumore. È uno di quei personaggi che fanno passare idee pesanti, come fossero chiacchiere da bar. Ed è proprio così che certe cose attecchiscono: non sfondando la porta, ma entrando piano, mentre troppi dicono “ma sì, esagera, provoca, lascia perdere”. No. Non bisogna lasciar perdere niente, occorre avere il coraggio di contrastarlo per esercitare il proprio dissenso. Perché quando il razzismo si traveste da franchezza, quando la cattiveria si presenta come sincerità, quando l’autoritarismo mette la maschera del buonsenso, il veleno è già entrato in circolo.
E quando te ne accorgi, purtroppo, spesso è già troppo tardi.
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