Il caso Fakir ricorda George Floyd, ma l’Italia non vuole ammetterlo

Ragazza giovane e dal temperamento mite, sempre gentile, la conoscente giordana con cui avevo in programma una telefonata da Amman per ragioni di lavoro ha chiesto subito quanto distante io viva da Bologna. Il video della morte di Abderrahim Fakir sta circolando nel mondo e il dibattito pubblico italiano rischia di tenere il nostro paese confinato in una bolla dove per spiegare l’accaduto o prevenire morti future ciò che serve è discutere dell’addestramento tecnico delle forze dell’ordine. La ragazza di Amman ha invece fatto subito riferimento a ciò che si nota al primo istante guardando il video, e che i mezzi d’informazione italiani non riescono a mettere davvero a tema, spesso neanche a nominare: l’agghiacciante somiglianza con quello che ha ritratto gli ultimi minuti di vita di George Floyd.

Il giorno della morte di Fakir, il 19 luglio, la notizia ha circolato poco nonostante il suo spessore e il suo carattere dirompente, anzi probabilmente proprio per questo. Le redazioni hanno palesemente esitato, consapevoli della delicatezza dei fattori e del contesto. Questo timore, non nuovo, non è per nulla un buon segno. Non si trattava dei pochi elementi a disposizione: l’altrettanto tragico ritrovamento del cadavere di Luca Esposito a Eboli, su cui pure esistevano pochi elementi, ha generalmente beneficiato uno spazio maggiore. Ventiquattro ore dopo, il 20 luglio, la diffusione del video di Fakir ha imposto di tornare sull’argomento, ma non si è aperto alcun reale dibattito. La presunta ingiustizia subita da un gioielliere bianco condannato per duplice omicidio continuava a egemonizzare l’attenzione.

Soltanto con gli scontri dopo la manifestazione di Bologna il mondo dell’informazione è sembrato svegliarsi, ma è soltanto apparenza. Non ha infatti capito che la morte di un lavoratore colonizzato, nelle mani di due poliziotti, è qualcosa di rilevante in tutto il mondo, Italia compresa, ma ha creduto di capire che gli oggetti lanciati contro la polizia fossero finalmente una notizia degna di nota, e che quindi un flusso di parole più sostenuto su Fakir stesso stesse ormai nell’ordine delle cose. Non sembra facile convincere chi lancia le pietre ai poliziotti a non lanciarle se si certifica che soltanto simili gesti possono imporre un caso come quello di Fakir a una reale attenzione da parte dell’opinione pubblica. Il ricorso alla sommossa è non a caso utilizzato da mezzo secolo dalle organizzazioni di movimento come mezzo di pressione sul mondo dell’informazione e, per questa via, sull’agenda della comunicazione politica ufficiale.

La presidente del Consiglio, ben consapevole di queste dinamiche per via della sua biografia, è non a caso intervenuta soltanto a quel punto, tentando però di scongiurare l’emersione di un dibattito sulle cause contingenti e profonde della morte di Fakir, sostituendolo con l’appello alla condanna dei tafferugli di piazza (ne ha approfittato anzi per suggerire una concezione della piazza che permetterebbe di superare non soltanto le polemiche sul ritorno del fascismo, ma la sua stessa utilità repressiva in linea di massima: gli attacchi del governo a Lepore suggeriscono che le organizzazioni politiche dovrebbero, per senso civico e per scongiurare potenziali disordini, astenersi preventivamente dal convocare assembramenti nei casi in cui qualcuno muoia nelle mani della polizia. A che servirebbe il fascismo qualora si facesse strada un simile meccanismo socio-culturale?).

L’esitazione a dare spazio alla notizia e a mettere a tema l’analogia con il caso Floyd, accanto alla comunicazione delle compagini di governo, sono la manifestazione del razzismo sistemico di cui non si vuole ancora parlare in Italia. Il razzismo sistemico non appartiene soltanto ai partiti dell’estrema destra, ma ha a che fare con il funzionamento ordinario delle istituzioni e dei rapporti sociali. Non possiede i tratti espliciti del razzismo “classico” di fine Ottocento e primo Novecento, che teorizzava apertamente la classificazione in razze e le loro gerarchie, ma presuppone implicitamente e attraverso i fatti, pur negandola pubblicamente, una gerarchia sulla base del colore e quindi del contesto socio-culturale di origine percepito. Esso viene surrettiziamente connesso da persone interne o esterne alle istituzioni con caratteristiche cognitive e psichiche che sarebbero proprie di determinati gruppi sociali. Queste ultime giustificherebbero un maggiore grado di allarme e una legittimazione e intensificazione della violenza.

Per questo Fakir, pur presentando analogie con Aldrovandi e altre persone morte nelle mani della polizia, impone di aggiungere questa sgradevole e disturbante variabile alla possibile spiegazione dell’accaduto. Essa non ha a che fare soltanto con l’eventuale spietatezza o mancanza di empatia di agenti e sanitari, ma con il contesto generale che potrebbe averla provocata, o che potrebbe provocare sofferenze e morti in futuro e un’incapacità del mondo dell’informazione a svolgere un ruolo all’altezza della sua missione.

Se per alcune personalità politiche l’urgenza è fare scudo politico-narrativo, oltre che penale, alle persone che si trovavano sul dorso di Fakir quando è morto, questo scudo garantista non garantisce la sicurezza né la salvezza di questo tipo di “lavoratori”, che non guadagnano quanto i gioiellieri e non indossano una divisa, spesso non sono bianchi o non abbastanza “originari” della nostra penisola per essere guardati come lavoratori o persone altrettanto validi o importanti di noi bianchi, italiani e non. Anche se il privilegio del colore non è formalmente riconosciuto in Italia, esiste su un piano non formale.

Una parte sempre più consistente dei giovani ha infatti l’impressione che una sommossa urbana senza vittime sia considerata più grave della morte di una persona; che la morte di una persona bianca desti in Italia maggiore empatia e maggiore scandalo di quella di una persona non bianca; e che questo non faccia che replicare su scala circoscritta lo stesso principio, apparentemente valido a livello internazionale, per cui una vita statunitense o israeliana vale e pesa politicamente cento o mille volte di più di quella di un palestinese, di un iraniano, di un siriano, di un libanese, di un cubano o di un venezuelano (e rilevare questo razzismo globale nulla ha a che fare con considerazioni specifiche sul regime di questo o quel paese).

Ciò che è urgente non è allora schierarsi unilateralmente, o preventivamente e acriticamente dalla parte della polizia, ma analizzare lucidamente non soltanto l’operato delle forze dell’ordine e di tutte le altre istituzioni, ma l’intero ordine del discorso che induce gran parte delle redazioni giornalistiche e della classe politica a seminare dubbi nella società e negli individui – in modo implicito, sovente subdolo, non di rado involontario ma non per questo meno irresponsabile – su se questo sia (considerato) un uomo, pienamente e fino in fondo, quanto, come e a quali condizioni, e non su un piano formale o di cortesia, ma sul piano dei fatti. In assenza di un percorso critico di questo tipo, agito liberamente, alla luce del sole e in collaborazione con * professionist* del mondo dell’informazione, continueremo ad accontentarci di inviti ad abbassare i toni che contribuiscono soltanto ad alzarli ed anche peggio in prospettiva, persistendo a oscurare problematiche non più procrastinabili, e domande che è sempre più pericoloso non porre alla società italiana.

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