“Ero rinchiusa in una gabbia dorata, mi sentivo schiacciata. ‘Daydream’ è stata la mia liberazione contro mio marito, la discografia e il pregiudizio”: così Mariah Carey dopo 30 anni
Il 3 ottobre 1995 è stato un giorno di grande svolta artistica e personale per Mariah Carey. Conosciuta in tutto il mondo per la voce potente adagiata su ballad da classifica, incorniciata in video patinati e outfit studiati fin nei minimi dettagli, l’artista si è lanciata in un triplo salto carpiato a 26 anni per coronare il sogno beat hip-hop con collaborazioni inediti e un suono più libero.
Dunque quando ha iniziato a lavorare a “Daydream”, di cui ricorre il 30esimo anniversario, Mariah Carey era già una delle popstar più vendute del pianeta, ma agli occhi dell’industria restava incasellata nel ruolo di cantante dalle ballatone da classifica, un’immagine costruita con cura sotto la supervisione del marito e allora numero uno della Sony Music, Tommy Mottola. Carey, però, coltivava da tempo una passione per l’hip-hop e per un suono più urban, e vedeva in “Daydream” l’occasione per far convivere questi due mondi.
Il caso più emblematico è quello di “Fantasy”. Il brano, che campiona la linea di basso di “Genius of Love” dei Tom Tom Club, era già un successo enorme quando Carey ha deciso di spingersi oltre: voleva un remix con la partecipazione di un membro del Wu-Tang Clan, e ha puntato dritto su uno degli MC più imprevedibili della scena, Ol’ Dirty Bastard. L’etichetta, e in particolare Mottola, non era d’accordo. Secondo quanto ricostruito da Paper Magazine, Carey ha tenuto testa alle perplessità di chi intorno a lei metteva in dubbio la scelta, chiedendo fiducia totale, assicurando che l’idea avrebbe funzionato.
Ed è andata esattamente così. Il remix di “Fantasy” con O.D.B. non solo è stato un successo da classifica, ma è oggi ricordato come uno dei momenti più importanti dell’incontro tra pop e hip-hop, capace di aprire la strada a generazioni di collaborazioni cross-genere. Anni dopo, ripensando alle resistenze che ha incontrato proprio per quel tipo di scelte artistiche, Carey ha ricordato in un’intervista a Variety come all’epoca le sue collaborazioni con artisti hip-hop, da O.D.B. a Jay-Z su “Heartbreaker”, non venissero comprese dalle case discografiche, mentre oggi chiunque ambirebbe a un featuring simile.
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