Neanche con la scena fascista abbiamo fatto i conti. Sul teatro di regia i dati più interessanti

Come sappiamo, a differenza della Germania con il Nazismo, l’Italia non è mai riuscita a fare pienamente i conti con il fascismo. Non che manchi una vasta storiografia al riguardo. Ma ad un livello politico e culturale più diffuso è prevalso un atteggiamento reticente che spesso ha sfiorato la rimozione.

Le ragioni sono numerose. Su tutte l’imbarazzo per il vasto consenso di cui il regime fascista aveva goduto e per i troppi elementi di continuità tra il Ventennio e la stagione successiva della Repubblica. Più comodo allora considerarlo una sciagurata parentesi, se non proprio un errore della storia, invece di indagare le ragioni profonde che permisero al fascismo di affermarsi e di diventare una dittatura feroce con l’appoggio crescente degli italiani. Le stesse ragioni che, in un contesto profondamente diverso, vedono oggi riemergere tentazioni autoritarie, la cui matrice lontana affonda proprio nel Ventennio.

Anche il teatro ha fatto le spese di questa incapacità di elaborare il “lutto” che spesso ha sfiorato, appunto, la rimozione. Piuttosto che studiare seriamente cosa accadde al teatro italiano fra gli anni Venti e gli anni Quaranta, si è preferito a lungo accontentarsi di tesi precostituite, visioni di comodo, non di rado caricaturali, riassumibili nel binomio propaganda+censura. Scelta non casuale, funzionale a raccontare la vicenda teatrale del Dopoguerra come qualcosa di completamente staccato dal periodo precedente, una rinascita che il nostro Paese si era guadagnato con la Resistenza e che individuava nei Teatri Stabili, e nei registi che ne erano alla guida (a cominciare ovviamente da Strehler e Grassi al Piccolo Teatro di Milano, fondato nel 1947), gli apostoli di una nuova éra.

Che tuttavia le cose non stessero in termini così semplici e comodi è cominciato a emergere con i primi studi seri, di Emanuela Scarpellini (1989) e Gianfranco Pedullà (1994).

La “favola” di un teatro repubblicano che nasce in rottura con la precedente, stagnante stagione culturale, non ha retto alle prime verifiche rigorose. E sono emersi, numerosi, gli elementi di continuità fra il teatro del Ventennio e la fase successiva della “regia critica”. Ad esempio, per quanto riguarda il sistema del sovvenzionamento pubblico del teatro, che è il fascismo a consolidare e sviluppare anche come forma di controllo e selezione ideologicamente orientati. Ma è soprattutto sulla questione del teatro di regia che emergono i dati più interessanti.

La regia italiana, certo influenzata dalle proposte già apparse in Europa, fu una novità che il fascismo accolse con grande favore e aiutò in tutti i modi a soppiantare il teatro capocomicale, quello che Sergio Tofano chiamerà poi il “teatro all’antica italiana”. In questa scelta, gli argomenti culturali (il rinnovamento della drammaturgia e della scena) si intrecciarono a motivazioni di ordine più strettamente politico: dare vita a un sistema centralizzato e quindi più facilmente controllabile, messo nelle mani di funzionari di nomina pubblica, e che vedeva nei registi delle “figure d’ordine” certamente più affidabili dei capocomici e dei grandi attori. Con la non secondaria conseguenza della emarginazione delle donne, primattrici e capocomiche, da sempre detentrici di un certo potere nel vecchio sistema e costrette (magari con l’allettante prospettiva di minori rischi economici in proprio ed entrate sicure) ad accettare di declassarsi a semplici “scritturate”.

Tutto questo il fascismo lo attuò con interventi diretti e indiretti (i più insidiosi), che furono capaci nel giro di una decina d’anni di erodere alla base la cultura delle compagnie in cui era nata l’”anomalia femminile” del teatro italiano.

Si va dal già ricordato e diffuso appoggio ai registi alla nascita nel 1930 della Corporazione dello spettacolo, “che comporta – scrive Mirella Schino – una pressione sui capocomici specie per il repertorio, e un deciso aumento della burocrazia”. Dalla centralizzazione della censura, nel 1931, alla politica dei grandi eventi, soprattutto spettacoli all’aperto (il Maggio fiorentino viene fondato nel 1933), “che mina la centralità della normale stagione di prosa”.

Dall’idea mussoliniana di un “teatro di massa” alle iniziative di decentramento come i “Carri di Tespi”, promossi dall’OND (Opera Nazionale Dopolavoro) dal 1929, al “Sabato teatrale”, istituito nel 1936, alle attività dei GUF (Gruppi Universitari Fascisti), nei quali si formano molti dei futuri registi. Nel 1935 nasce a Roma l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, vera fucina della nuova cultura della regia.

Fondamentale, per le novità storiografiche qui sommariamente riportate, è l’ultimo numero della rivista Teatro e Storia (46, 2025), con l’ampio Dossier Donne, teatro, fascismo a cura di Mirella Schino, da cui provengono le citazioni. Utile, anche se con una prospettiva “dall’alto”, la documentatissima ricerca di Patricia Gaborik: Il teatro di Mussolini. Fascismo, arte, politica, Garzanti, 2026.

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