L’American Civil Liberties Union conferisce il premio Ralph Ellison a Bruce Springsteen e Colin Kaepernick. Smacco a Trump?

Per una curiosa coincidenza, nello stesso fine settimana in cui il presidente americano Donald Trump annuncia la decisione di correre per la Casa Bianca anche nel 2028 sovvertendo le regole, due personaggi pubblici con un folto seguito, a lui invisi, hanno ricevuto a Washington un riconoscimento per il loro impegno sociale. Si tratta di Colin Kaepernick, ex campione di football della NFL e di Bruce Springsteen: entrambi sono stati designati dall’American Civil Liberties Union come meritevoli del premio Ralph Ellison (Ralph Ellison Award) – autore del romanzo Uomo invisibile, vincitore nel 1953 di un National Book Award – dedicato a chi difende “i diritti e le libertà civili nelle arti, nel mondo degli affari, nella scienza e nello sport”.

La popolarità di Kaepernick – fuori dai campi sportivi – risale all’agosto 2016, quando il quarterback dei San Francisco 49ers, nel corso di una cerimonia prima che iniziasse la partita, si inginocchiò durante l’inno degli Stati Uniti, come segno di solidarietà verso il movimento Black Lives Matter. L’atleta disse che non avrebbe mostrato alcun rispetto per un Paese dove continuavano a morire persone di colore per la violenza della polizia: nel mese precedente c’erano stati i casi di Alton Sterling e Philando Castile, e in agosto le proteste a Milwaukee in seguito al decesso di Sylville Smith. The Donald reagì invocando il licenziamento di quei giocatori che si inginocchiavano durante l’inno – l’esempio di Kaepernick aveva fatto proseliti – e criticò la Nike che nel 2018 aveva scelto l’atleta come suo testimonal.

Come spesso accade, Trump ridimensionò le sue critiche nel 2020, affermando che Kaepernick aveva diritto ad un’altra possibilità per il valore mostrato in uno sport così duro. Certo è che i due non si amano, così come Trump non è un fan di Springsteen; quest’ultimo non ha avuto peli sulla lingua nelle critiche alla Casa Bianca sotto la gestione del magnate, tanto che nella scorsa primavera, al debutto del suo tour Land of Hope and Dreams, Springsteen ha esordito così: “Voglio iniziare la serata con una preghiera per i nostri uomini e le nostre donne all’estero. Preghiamo affinché possano tornare sani e salvi. La possente E Street Band è qui stasera per invocare la forza virtuosa dell’arte, della musica, del rock’n’roll in questi tempi pericolosi. Siamo qui per celebrare e difendere gli ideali americani, la democrazia, la nostra Costituzione e la sacra promessa americana. L’America che amo, l’America di cui scrivo da 50 anni, che è stata un faro di speranza e di libertà nel mondo è attualmente nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente, razzista, sconsiderata e traditrice”.

A Washington, in questo fine settimana, durante la cerimonia della premiazione, Springsteen ha eseguito Street of Minneapolis, il brano scritto in solidarietà con i cittadini e le vittime della città che è stata teatro di violenze da parte di agenti dell’Ice – definiti dall’artista “esercito privato di Trump” – durante il contrasto all’immigrazione illegale. In una di queste operazioni su strada, gli agenti uccisero Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere, che lavorava per il Dipartimento degli affari dei veterani; un cittadino americano, dunque, e non un clandestino: la sua “colpa” era stata quella di intervenire in difesa di due donne.

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