La gaffe di Tajani: “Ridurre l’aliquota Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro”. Ma l’aliquota del 35% non esiste più da gennaio

In piena trance agonistica in vista della prossima legge di Bilancio, l’ultima prima delle elezioni, Antonio Tajani rilancia la necessità di tagliare le tasse al “ceto medio” con redditi fino a 60mila euro. Ma, intervistato da Libero, incappa in un’incredibile gaffe che il quotidiano pubblica in prima pagina: il leader di Forza Italia indica ancora una volta tra le priorità fiscali del partito “la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro“. Peccato che proprio il governo Meloni con l’ultima legge di Bilancio, in vigore da gennaio ma che il vicepremier pare non aver letto, abbia già ridotto la seconda aliquota al 33% per lo scaglione tra i 28mila e i 50mila euro, quello a cui prima si applicava il 35%.

Tajani intendeva evidentemente rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia, cioè l’estensione della seconda aliquota a chi guadagna fino a 60mila euro e oggi ricade nel terzo scaglione con aliquota del 43%. Ma, nella paginata in cui il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti promette di svelare “il piano del governo per abbassare le tasse agli italiani”, formula la proposta mostrando di non conoscere il livello attuale delle aliquote: non proprio un ottimo viatico.

L’episodio arriva mentre Forza Italia prova ad accreditarsi come il partito della riduzione delle tasse all’interno della maggioranza, a fronte di dati che testimoniano come la pressione fiscale sia ai livelli più alti dalla fine del governo Monti. Nell’intervista Tajani elenca un pacchetto di proposte: la sempreverde detassazione delle tredicesime promessa da anni e mai realizzata, l’abolizione o riduzione del bollo auto e moto (che però è un tributo regionale, quindi gli enti locali andrebbero compensati), un’altra flat tax incrementale “per la parte di reddito Irpef che eccede quello dichiarato nell’anno precedente” che somiglia da vicino a quella introdotta per gli autonomi per il solo 2023 e poi prontamente cancellata (non chiaro se l’idea sia quella di estenderla ai lavoratori dipendenti), la possibilità di portare in detrazione le spese sanitarie nello stesso anno in cui vengono sostenute (che ricorda da vicino il cashback fiscale caro al M5s) e infine le ennesime agevolazioni per chi assume giovani.

Altamente creativa l’ipotesi relativa alle coperture. Il leader azzurro richiama i “1.800-2.000 miliardi” di risparmio privato detenuti dagli italiani, sostenendo che una maggiore partecipazione al finanziamento delle infrastrutture tramite partenariati pubblico-privati consentirebbe allo Stato di spendere meno e destinare più risorse ai tagli fiscali. Al netto delle perplessità sull’opportunità di mobilitare la liquidità depositata sui conti correnti per contribuire alla spesa pubblica – di questo si tratterebbe – resta non chiaro come verrebbero finanziate misure permanenti come la riduzione dell’Irpef.

La gaffe offre il fianco alle opposizioni: il Movimento 5 Stelle ha ironizzato sul fatto che Tajani abbia annunciato il taglio di un’aliquota che non esiste più e ricordato come il governo Meloni abbia il record di pressione fiscale degli ultimi 20 anni, “seconda solo a quella dell’esecutivo tecnico di Mario Monti”.

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