PornOdissea – Poseidone, il rosicone, apparecchia altri guai ad Ulisse
Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Con l’aiuto di Atena, Ulisse ha lasciato l’isola di Ogigia, dove Calipso lo tratteneva da 7 anni in qualità di toy boy.
PornOdissea. Al timone sta Ulisse e governa, gli occhi fissi alle Pleiadi e all’Orsa per non cedere al sonno. Felice naviga, sospinto dalla sorte. Se s’annoia, un fatato cedro dalla sacca coglie, secondo le istruzioni di Calipso: la freschezza del frutto lo rinfranca e, meraviglia!, dell’insaziabil figa ha il profumo e la mollezza. Per diciotto giorni i flutti l’eroe fende, dal più strano degli anelli il pisello cinto; forza ne ricava. Alfine i boschi e i monti di Feacia avvista, e la costa dalla nebbia avvolta. Lo scorge Poseidone, il cui odio segue Ulisse dall’infanzia. Invidia punge il dio, ché appena fra le gambe gli pende uno stecchino; da quel rametto ciondolan due acini appassiti: resuscitar non posson le più ardenti carezze il gingillino. Dee lubriche e ambiziose ninfe ci provaron: mai le fece fremer Poseidone. Rosica pertanto dell’organo d’Ulisse che superbo senza requie ai cieli svetta, quasi in sfida.
POSEIDONE: “Me meschino! Per quell’Ulisse gli dei mutano i decreti. E sta per toccar le sponde dei Feaci, che d’ogni sciagura lo trarranno. È tempo che gli apparecchi qualche altro guaio. Largirò il suo prosciutto ai pesci: grosso com’è, sfamerà le orche!” Le nubi col tridente agita e il mar sconvolge. Sotto le nebbie scatena fortunali, le rive sommerge. Cozzan Noto, Euro e Zefiro mugghiando. Scende la notte: sul mare in tumulto, splendente fra i lampi, la verga cedrata all’eroe ancor reca fortuna; ma il fradicio Ulisse è sfinito e si duole: “Questa dunque è la fine? Sarei dovuto restar tra le gambe di Calipso. Che me ne faccio adesso di questo ridicolo arnese? Che pazzo sono stato a volerlo riportare da Penelope, che probabilmente mi starà tradendo coi suoi Proci!” In quella, un flutto vorticoso la zattera rovescia. Perde il timone Ulisse, l’albero s’abbatte, gli schiaccia il pisellone sulle travi, via vola il cedro, ulula dal dolor l’eroe. La furia dei venti vorticosi lontan sospinge il legno.
Riemerge il Laerziade, l’acqua salsa e spumeggiante sputa, con rapide bracciate sino al relitto le onde solca, esausto vi si stende e alle correnti turbolente s’abbandona, che qua e là lo menano. Lo spia Ino, figlia di Cadmo, le caviglie leggiadre. Semplice donna un tempo, sapeva dar piacere a un uomo massaggiandogli l’uccello fra i piedini. Grazie a quel talento, oggi è una dea di nome Leucotea e vive in fondo al mar facendo sesso con polipi e delfini. Pietà prova del più bel pene d’Itaca, sballottato fra le onde come una morta acciuga. Così, in forma di cozza, appare e a un fianco della zattera s’incolla.
Dice all’eroe: “A causa del tuo scettro Poseidone t’odia, il più misero degli onnipotenti, che dicon Menaterra, ma che a menarselo manco riesce. Non temere, non dovrai sopportar la sua vendetta oltre. Voglio aiutarti“. Sorpreso, dice Ulisse: “Una cozza che parla? In mezzo alla tempesta? Che prodigio! Ino s’appella, ma potrebbe trattarsi di uno scherzo: con viscida cozza parlante mi sfotte Poseidone!” Ino allora le conche valve apre e la morbida polpa gli esibisce: di Penelope la gentile e onesta vulva pare. Gli dice: “Ti dirò come le grinfie fuggir di Poseidone, l’impotente onnipotente. Lo stromento usar dovrai che lo cruccia tanto. Prendimi in mano, tuffati e nuota controsole. Tieni lo sguardo sulla rossa polpa di questa cozza scura. Ciò che sempre i mortali dalla noia salva ti salverà”.
Esitando, l’eroe la cozza afferra e la rimira. In effetti sembra ciò che tra le cosce tante volte ha visto delle donne. Nonostante il fortunale e i venti in cozzo che sollevano le onde, desiderio sente crescer dentro sé Ulisse. “Tu sei Ino!” dice. “Seguirò il tuo avviso. Il desio m’hai suscitato di morir come ho vissuto: con un’erezione!” E in mar si tuffa. Le fredde acque sulla sua virilità non han effetto: al contrario, fendendo l’onde, di dimensioni il suo pisello aumenta. S’allunga, s’eleva sempre più e quasi lo solleva fuor del mare. Lo tiene a galla. Fissi gli occhi sulla cozza ispiratrice ha Ulisse. A cavalcioni d’una trave sembra: sol pilotarla deve. A ogni onda la punta s’inabissa come prua, poscia risorge. Ulisse il pisellon qual collo equino a due man regge. Continua a crescer l’organ, non ristà: insieme il mar traversano in burrasca.
Verde di rabbia, dal trono Poseidon contempla Ulisse e la sua verga: “Cazzone infame!” Per due giorni e due notti il pennon, qual nembo gonfio, sulle gonfie onde scivola. Al terzo giorno, quando Aurora dalle dita di rosa appare, di colpo tacciono i venti. Vede la proda Ulisse, ma è di roccia: le onde vi s’infrangono con spruzzi. Sospira Ulisse: “Me meschino! Se sulle rocce mi scaglia Poseidone, in frantumi manderà il mio ogivone. Devo sgonfiarlo! Presto!” Pensa tristezze: i suoi compagni mangiati dal Ciclope, la madre morta, la vulva di una racchia in mestruo. Niente da fare: a sfiatare il pisello non riesce. Già la costa s’appressa. E minacciosa si fa. (5. Continua)
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