Risiko America Latina: gli Usa avanzano e ora puntano il Brasile, la Cina tiene in piedi Cuba e Nicaragua
“Ladro”. “Galeotto”. “Spazzatura socialista”. Gli insulti al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula Da Silva hanno fatto da intercalare nel discorso dell’argentino Javier Milei durante il lancio della campagna presidenziale del candidato di destra Flavio Bolsonaro al Mercado Livre Arena Pacaembù (San Paolo). Insultato anche il magistrato Alexander De Moraes, in passato bersaglio di sanzioni Usa, in ritorsione per la condanna a Jair Bolsonaro (padre di Flavio). Ora è crisi diplomatica tra Argentina e Brasile, che chiama a consulta il suo ambasciatore a Buenos Aires, Julio Bitelli. “Che nessuno cerchi di interferire nelle nostre elezioni”, ha avvertito Lula che nei giorni precedenti ha negato il visto ai sottosegretari Usa Riley M. Barnes e Samuel Samson e ha applicato dazi reciproci del 25% con Washington. La missione del presidente argentino – che ha agito come inviato Usa in Brasile, anche se con i fondi pubblici argentini – può dirsi compiuta. “Per il bolsonarismo, gli insulti di Milei sono benzina pura – ha spiegato l’analista brasiliano Thomas Traumann – La strategia è chiara, ossia importare l’aggressività del modello argentino per scuotere lo scenario elettorale”.
Una storia già vista in Colombia, dove le provocazioni (con tanto di guerra di dazi) dell’ecuadoriano Daniel Noboa e le pressioni di Donald Trump hanno concesso la vittoria al candidato ultrà Abelardo De La Espriella, a discapito del senatore Iván Cepeda (Pacto Histórico). Ora De La Espriella ricambia il favore degli Usa e, ben prima del suo insediamento (che sarà il 7 agosto), annuncia la rottura di relazioni bilaterali con Cuba, Nicaragua e altri Paesi, oltre alla chiusura dell’ambasciata colombiana in Palestina “che non ha mai funzionato”. Prevista anche la riapertura dell’ambasciata israeliana a Bogotà e lo spostamento della sede diplomatica colombiana da Tel Aviv a Gerusalemme. La nuova Colombia ritirerà anche il suo sostegno alla causa promossa dal Sudafrica contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aia circa l’applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. “Nel mio governo non ci sarà alcun vincolo con le tirannie”, giustifica De La Espriella che si appresta ad aderire all’alleanza Shield of Americas per completare il riallineamento di Bogotà sotto l’orbita di Washington, archiviando l’era di Gustavo Petro, ora all’opposizione.
La stessa decisione è stata annunciata da Keiko Fujimori, la figlia del dittatore Alberto, eletta presidente del Perù nel nome “contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata“. L’alleanza conta sull’adesione di dodici Paesi dell’America Latina e dei Caraibi – inclusi Cile, Costarica, El Salvador e Honduras – e si autodefinisce “una diga definitiva contro il narcotraffico, la criminalità organizzata e l’infiltrazione di potenze straniere” nel continente.
L’iniziativa punta a isolare potenze regionali alternative come il Messico che per ragioni ideologiche è stato escluso dall’alleanza insieme a Paesi come Brasile e Cuba. A tale riguardo, l’analista Jeffrey Sachs, interpellato da Hiterlaces, spiega che il proposito di Shield of Americas non è quello di “combattere i cartelli”, ma risponde a “un’operazione di lunga data” per “recuperare il controllo dell’emisfero“. Lo dimostra il caso messicano, dove il mirino anti-narcos si è decisamente spostato dai boss agli esponenti progressisti, accusati di complicità con la criminalità organizzata. L’analista Jaime Gómez Alcaraz parla addirittura di un nuovo schema di “attuazione egemonica” che prevede lo “spostamento del conflitto politico sul piano giudiziario”, delegittimando così l’avversario.
Schema applicato con successo a Caracas attraverso il blitz della Cia contro Nicolás Maduro e il successivo tutorato, applicato persino sulla ricostruzione post terremoto e sul dialogo tra governo e opposizioni, che si terrà dal primo agosto nella capitale venezuelana, sotto la regia di Marco Rubio che lo ha definito “un passo fondamentale per avviare il processo di transizione che il popolo del Venezuela merita”. Tuttavia, neppure il protettorato Usa riesce a spezzare il legame tra Pechino e Caracas che si è consolidato con l’assistenza della Cina al Paese sudamericano attraverso aiuti umanitari e cooperazione tecnologica.
Pechino è presente anche nelle pieghe dell’embargo Usa contro Cuba, mediante il finanziamento e la costruzione di oltre 90 parchi fotovoltaici nell’Isola e altre forme di aiuto con cui L’Avana regge di fronte al continuum di sanzioni di Washington. “Prima sono stati Gaza, Libano e Iran. Oggi è Cuba. Domani potrebbe essere qualsiasi altra nazione”, è il monito del leader cubano Miguel Díaz-Canel che domenica ha denunciato l’intento Usa di “appropriarsi dell’Isola”. Lo scontro regionale, per ora a bassa intensità, raggiunge anche il Nicaragua dove, pur di non cedere il potere a candidati “imposti dagli Yankees“, il regime di Daniel Ortega ha chiuso ogni possibilità a future elezioni. E forse può permetterselo, visto che, parlando sempre di potenze, il 10% delle terre del Paese sono in mani cinesi.
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