Avevano ragione i Romani: panem et circenses, ossia come il tifo ha sostituito la politica

I reduci del ’68, ai quali appartengo, ritennero originariamente che il tifo sportivo rappresentasse una distrazione dai veri problemi del mondo. Ce lo confermava lo studio del latino: con il panem et circenses gli imperatori romani inducevano la plebe ad accettare qualunque cosa. I circenses erano gli spettacoli.

Negli anni della contestazione, almeno in una parte della sinistra, seguire il calcio era considerato un sintomo di alienazione. L’attenzione doveva essere rivolta al Vietnam, alle disuguaglianze sociali, alle lotte operaie, alla scuola e all’università. L’ostilità culturale verso il tifo era molto radicata nella parte più “impegnata” del Paese. Quando nel 1976 Eugenio Scalfari fondò la Repubblica, il giornale non trattava di cronaca sportiva. Lo stesso Scalfari spiegò che il progetto era quello di concentrarsi su politica, economia, cultura e spettacolo. Era, come disse lui stesso, “un settimanale che usciva tutti i giorni”, pensato per un pubblico interessato soprattutto all’analisi politica e culturale. Abolì il ghetto della terza pagina dedicata agli argomenti culturali. Poi qualcosa cambiò.

Negli anni Ottanta il calcio cessò di essere guardato con sospetto anche da gran parte della sinistra. Lo sport venne progressivamente sdoganato come fenomeno culturale e mediatico. Persino Repubblica introdusse le pagine sportive: lo sport era entrato nel cuore dell’informazione “alta”. Nello stesso periodo esplose il fenomeno degli ultras. Le curve ereditarono molti linguaggi, simboli e rituali della militanza politica. La disponibilità al conflitto non diminuì: cambiò bersaglio. Prima ci si scontrava contro il potere politico; poi si finì per scontrarsi contro la tifoseria della squadra avversaria. È una lettura discutibile, naturalmente, ma è difficile non cogliere almeno una somiglianza fra quei due mondi.

Silvio Berlusconi, che comprese meglio di chiunque altro il valore politico di questo cambiamento culturale e lo cavalcò. Comprò il Milan, trasformandolo nella squadra più vincente del mondo, e quando decise di entrare in politica chiamò il suo partito Forza Italia, lo slogan che da decenni risuonava negli stadi durante le partite della Nazionale: parlò il linguaggio del tifo. Non a caso dichiarò di “scendere in campo”. Le sue televisioni e i suoi giornali, seguiti dalla RAI e dal resto dell’informazione, raccontarono la politica come una partita, con una squadra, un allenatore, una tifoseria e una vittoria da conquistare.

Tutti i media si impegnarono in grandi narrazioni sportive: il contagio era compiuto e gli italiani finirono per identificarsi soprattutto se i vincitori erano italiani. Vincono i fratelli D’Inzeo? Tutti esperti di ippica. Pietrangeli e Sirola, e Panatta? Tutti tennisti. Come oggi con Sinner. Berruti, e poi Mennea? Tutti velocisti. Di Biasi e Cagnotto? tutti tuffatori. I fratelli Abbagnale? tutti vogatori. Sara Simeoni? Tutti saltatori in alto. Thöni e poi Tomba? Tutti sciatori. Yuri Chechi? Tutti ginnasti. Valentino Rossi? Tutti motociclisti. Pantani? Tutti ciclisti. Luna Rossa? Tutti velisti. Lo sport femminile, per decenni quasi ignorato, conquista improvvisamente le prime pagine quando sono le italiane a vincere. La Valanga Rosa, le Farfalle della ginnastica ritmica, le pallavoliste, le schermitrici, le nuotatrici. L’interesse cresce con le vittorie e si affievolisce quando i successi finiscono. Lo sport interessa solo se vinciamo “noi”.

È il meccanismo dell’agenda mediatica. Ciò che occupa le prime pagine e i telegiornali diventa automaticamente importante agli occhi dell’opinione pubblica. I media non ci dicono necessariamente che cosa dobbiamo pensare, ma influenzano potentemente ciò a cui dedichiamo la nostra attenzione.

Così può accadere che per settimane il dibattito pubblico ruoti attorno a un caso calcistico, mentre temi come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, la precarietà del lavoro, la fuga dei giovani, l’aumento delle disuguaglianze o la crisi dell’istruzione e della sanità restino sullo sfondo. Naturalmente nessuno può dimostrare che tutto questo sia il risultato di una strategia deliberata. Ma il risultato ricorda sorprendentemente quello intuito dagli antichi Romani.

Anche il panem è cambiato. Per i Romani era il grano distribuito gratuitamente per evitare rivolte. Oggi assume forme diverse: il benessere materiale, i consumi, il credito facile, i bonus, l’illusione che il benessere individuale conti più del destino della collettività. Non è più il pane a mantenere tranquilli i cittadini, ma la promessa di continuare a consumare. I circenses, intanto, si sono moltiplicati. Non sono più soltanto gli stadi. Sono la televisione continua, i social network, l’intrattenimento permanente, le polemiche costruite per durare un giorno, i campioni da idolatrare e poi dimenticare se non vincono più.

I Romani costruivano anfiteatri. Noi abbiamo costruito stadi, televisioni, smartphone e piattaforme digitali. Il principio, però, è rimasto lo stesso: quando lo spettacolo occupa l’attenzione collettiva, i problemi reali scompaiono dal dibattito pubblico. Il panem et circenses non è scomparso. L’Europa è in fiamme per il riscaldamento globale, come prima è avvenuto in Australia e in California, ma il vero problema è chi allenerà la Nazionale di calcio.

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