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Banche, anche se la Bce dà l’acqua il cavallo non la beve

Le stanno tentando tutte pur di permettere al sistema bancario di riprendere a finanziare l’economia reale. Ma sembra sempre molto difficile.

Dopo il discutibile quantitative easing, la garanzia statale totale sui finanziamenti previsti da decreto liquidità, le agevolazioni in termini di garanzie offerte da Medio Credito Centrale per operazioni finanziarie direttamente finalizzate all’attività d’impresa, le banche continuano a tenere il freno a mano tirato sulla concessione di finanziamenti. Ma pochi ricordano che la Bce di Mario Draghi nel 2019 è intervenuta a sostegno delle banche con ulteriori due misure, individuate con due acronimi inglesi: il tiering e il dual rate.

Prima di capire cos’è il tiering occorre fare una precisazione sui depositi in eccesso delle banche europee. In generale, ogni istituto di credito del vecchio continente è obbligato a detenere in Bce un certo ammontare di fondi che prendono il nome di riserve obbligatorie minime. Su queste riserve in eccesso le banche oggi pagano un tasso di deposito negativo (oggi a -0,50%). Vi sembrerà strano e vi starete chiedendo: “Ma come è possibile che se do una somma di denaro alla banca centrale, debba anche ripagarla per il fatto che me la detenga?”.

Si tratta, infatti, di un deterrente per le banche affinché, in un periodo in cui la liquidità è aumentata, non trattengano in Bce più riserve del dovuto sottraendole alla più rischiosa attività di impiego, cioè di concedere prestiti.

Ma nonostante il tasso negativo, il rubinetto continuava ad essere chiuso perché la misura erodeva progressivamente gli utili delle banche. E allora è stato introdotto il tiering che non è altro che una soglia di esenzione per le banche dal pagamento del tasso negativo sulla liquidità che hanno depositata presso la banca centrale. Solo quando la loro liquidità supera tale soglia, oggi pari a 6 volte il coefficiente minimo di riserva, sarà applicato sulla parte eccedente il tasso negativo del -0,5% attualmente in vigore.

Il secondo dispositivo, il dual rate, ha invece l’obiettivo di consentire alle banche commerciali di offrire alla clientela condizioni di finanziamento più favorevoli. Anche in questo caso occorre premettere che per le banche commerciali normalmente il margine di interesse, cioè la differenza tra il tasso dei prestiti e quello dei depositi, deve essere maggiore di zero. Ma i tassi negativi della Bce anche sui depositi delle eccedenze di liquidità avevano stravolto questa equazione fondamentale per il conto economico delle banche.

A quale prezzo le banche avrebbero dovuto vendere denaro alle imprese e ai cittadini se pagavano interessi alla Bce sia quando depositavano i loro depositi che quando prendevano a prestito? Sicuramente, e aggiungerei giustamente, ad un tasso più alto rispetto agli standard di mercato.

Allora è arrivato il dual rate con il quale si è deciso di adottare per le banche un tasso d’interesse sui prestiti dalla Bce addirittura inferiore rispetto a quello fissato per i depositi presso lo stesso istituto centrale. A condizione, però, che quei soldi siano dati alla economia reale. Infatti, se le banche che richiedono i prestiti a lungo termine della Bce rispettano determinati requisiti di impiego (prestano soldi), esse si vedranno applicare il tasso di un 1% inferiore rispetto a quello al quale depositano liquidità presso la banca centrale.

Nonostante tutto ciò, tranne qualche eccezione, nell’ambito del sistema bancario non si intravedono significativi segnali di ripresa. Si mette l’acqua ma il cavallo non beve. Un tema da affrontare con urgenza (quanto silenzio in questi mesi) evitando, almeno per una volta, la narrazione delle banche “brutte, sporche e cattive”. Perché la sopravvivenza delle banche è fondamentale per la ripresa del nostro paese. La “bankemia” potrebbe fare più vittime del Covid-19 fino a quando il dottore è più grave dell’ammalato.

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Le nuove regole sono un’opportunità per i debitori. E che le banche si lecchino le ferite

Non vi fate ingannare. Le banche già lo sapevano da quasi tre anni e stanno utilizzando strumentalmente una opportunistica apologia della crisi per non far emergere i loro già gravosi problemi inerenti la gestione dei crediti difficili, i cosiddetti Npl (non performing loans), e indurre il governo a intervenire nei confronti di Bruxelles per sospendere o comunque arginare gli effetti della disposizione che, varata in sede europea nel luglio 2018 (!!), entrerà in vigore dal 1° gennaio del 2021. Cosa dice questa legge?

La Banca centrale europea chiede alle banche di svalutare completamente in tre anni i crediti deteriorati non assistiti da garanzia ipotecaria e in 7-9 anni se coperti da garanzie reali al fine di non consentire alle banche magheggi sui loro bilanci. Cosa significa “svalutare completamente”? Iscrivere in bilancio l’intera perdita.

La Bce non ha più potuto fare finta di non vedere! Cosa hanno combinato di preciso le banche in merito alla valutazione nei loro bilanci degli Npl? Semplice, non li hanno valutati come tali. Continuavano a tenere iscritti in bilancio crediti putrefatti come poste sane, nel gergo “in bonis”. In diritto si chiama falso in bilancio.

Un esempio? In Monte dei Paschi di Siena, secondo quanto riportato da Il Fatto, nel febbraio 2019 sono scattati controlli della Vigilanza di Francoforte mirati a verificare, tra l’altro, la veridicità della posta di bilancio degli accantonamenti per le perdite su sofferenze (Npl) derivanti da crediti incagliati (Utp) con anzianità superiore ai sette anni.

Ben venga quindi questa legge. Le banche si lecchino le loro ferite e se proprio vogliono evitare il fallimento di una consorella aumentino le loro quote di partecipazione al Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Ma, ecco il punto, cosa stanno facendo i rappresentanti del sistema bancario in questi giorni, a poche ore dalla entrata in vigore della legge, dimostrando la consolidata attitudine a gestire l’immediato senza alcuna visione strategica?

Si stanno preoccupando, bontà loro (!!!), delle sorti di milioni di imprenditori e cittadini che dal 2021, complice un’altra assurda legge, potranno finire molto più facilmente nella lista dei “cattivi pagatori” e precludersi, in tal modo, l’accesso al credito. E quindi paventano la minaccia della chiusura dei rubinetti del credito sperando che il governo faccia un intervento di doppia pressione sulle istituzioni europee per arginare gli effetti di entrambe le leggi. Quanta ipocrisia!

Il credito bancario è già fermo da oltre un decennio (meno 200 miliardi di euro dal 2008 al 2019), 16 milioni di italiani già sono segnalati come lebbrosi nelle banche dati creditizie da anni e per pochi spiccioli, per cui utilizzare strumentalmente questa “evangelica preoccupazione per il prossimo” per portare subdolamente a casa invece il risultato di una sospensione della legge sul calendar provisioning fornisce una idea precisa del livello del nostro top management bancario.

Stiano zitti e facciano invece parlare i veri danneggiati. Quelli che, finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo, e tante altre irregolarità) nei loro confronti. Quelli che, questa volta, hanno, invece, un’arma a loro disposizione.

Possiamo per una volta, appunto, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Non è istigazione a delinquere. E’ solo un consiglio per difendersi in maniera più efficiente dagli abusi bancari. Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Che significa “contestare”? Leggete quanto già detto su queste colonne e avrete la soluzione.

Auguri e che il 2021 sia un anno migliore – non solo per le banche.

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Cambiano le regole sui conti bancari. Ecco il regalino di fine anno, altro che rinascita

In questi ultimi giorni dell’anno trionferà una forma scontata di retorica speculare. Quella del 2020 come il peggiore della storia recente, da lasciarsi alle spalle con tutto il suo carico di disgrazie e restrizioni provocato dall’emergenza seguita al Covid-19, a cui si affiancherà quella di un 2021 destinato a segnare la rinascita generale grazie al vaccino e a un’economia che potrà ripartire col vento in poppa.

Come in tutte le forme di retorica, c’è ovviamente una parte di verità, ma proprio la retorica serve invece a nascondere alcuni dati essenziali grazie a cui scoprire che il 2020 non è stato per nulla un incidente di percorso, una disgrazia piovuta su un mondo felice, e soprattutto il 2021 non si presenta affatto come l’anno della rinascita. Anzi. Certo, il vaccino. Certo, la fine di un incubo per milioni di persone in tutto il mondo. E certo, la possibilità di sconfiggere il terribile virus e poter tornare a una vita “normale”.

Ma proprio su questo “normale” bisognerebbe concentrare la nostra attenzione, per accorgerci di un “regalino” di fine anno che dà la misura chiara e netta di quanto la retorica di cui sopra finisce col nascondere il dato essenziale. Quello per cui il vero virus dell’Occidente è un altro ed è questo a costruire un ambiente fervido per la comparsa di tanti altri virus devastanti, di cui il Covid-19 rappresenta il caso più impressionante ma non certo quello più grave.

Sto parlando del nuovo regolamento sui conti bancari imposto dall’Eba (l’autorità bancaria europea). In base a tale regolamento, è notizia di questi giorni, basteranno soltanto 100 sporchi euro di rosso sul conto per vedersi bloccato dalla propria banca qualsiasi tipo di pagamento (utenze, stipendi, rate di finanziamenti, contributi previdenziali etc.).

Ciò varrà per le imprese come anche per qualunque cittadino privato: se in tre mesi non si riuscirà a coprire quei cento euro di rosso, la banca segnalerà il cliente alla centrale rischi classificando la sua “enorme” esposizione come “credito malato”.

Guarda caso proprio tra Natale e Capodanno, nel mezzo delle festività più sentite (e forse più ipocrite…) dell’Occidente, viene suggellato questo ennesimo scempio sociale. Una misura che dovrebbe destare scandalo e sconcerto in qualsiasi momento, ma che grida vendetta in un contesto in cui famiglie, lavoratori, piccole e medie imprese sono falcidiate da una crisi economica che era già devastante e che si è fatta mortale per molti (troppi) a causa degli effetti della pandemia.

Qui torniamo alla retorica di cui parlavamo all’inizio, quella che vorrebbe convincerci del 2020 come annus horribilis, nel momento stesso in cui ci promette un 2021 di salvezza grazie al vaccino e al superamento della pandemia.

Ragioniamoci un attimo: il 2020 anno orribile per chi, se i dati economici ci dicono che le classi economicamente più ricche hanno visto aumentare a dismisura i loro profitti proprio nel periodo dei vari lockdown e della crisi che ha gettato nel disagio e nella miseria milioni di famiglie?! E ciò, in larga parte, proprio grazie alle speculazioni finanziarie sulla pelle di artigiani e piccole imprese costrette al fallimento?!

Ma soprattutto, quale 2021 di rinascita se queste sono le premesse?! A cosa mai servirà immunizzare milioni di persone dal Covid-19, se quelle stesse persone sentiranno stringere sul collo il laccio mortale di un potere finanziario che non guarda in faccia nessuno, dettando l’agenda politica a governi ridotti a notai di misure destinate a distruggere la vita delle rispettive popolazioni?!

E ancora, ma dove sono, di grazia, le varie Sardine, i girotondi, la Sinistra, sempre pronti a mobilitarsi legittimamente quando al governo c’è Matteo Salvini e si tratta di difendere la vita e la dignità degli immigrati o in genere degli emarginati?! Sono forse questi dei giorni di vacanze sacre e inviolabili, per cui è lecito aspettarsi qualche iniziativa dopo che anche la Befana avrà svolto il suo compito?! Torneranno a ricordarsi della Costituzione dopo il 7 gennaio?

Voglio sperare che tutti i governi politici d’Europa, a cominciare da quello italiano, si stiano dando seriamente da fare per impedire questo ulteriore scempio sociale, recuperando dignità e capacità di azione rispetto al potere finanziario cui risultano tristemente genuflessi da troppo tempo. Ne va della pace e della stabilità sociale, perché la corda della sopportazione popolare rischia di spezzarsi da un momento all’altro.

In caso contrario, altro che 2020 anno orribile da lasciarsi alle spalle e 2021 anno della rinascita. Se non ci diamo da fare, qui e ora, per sconfiggere il virus finanziario dell’Occidente, il 31 brinderemo tristemente soltanto all’essere sopravvissuti. Fino a qui.

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Il Banco Bpm chiude trecento filiali. E noi diciamo addio a forme di credito differenziate

I tecnicismi ci interessano molto poco, i dettagli che saranno ovviamente concordati con i sindacati passano in seconda fila. Non importa quante filiali verranno chiuse esattamente e dove. Quanti uomini, quante donne e in quale ruolo verranno allontanati, se vecchi, giovani, licenziati o esodati, premiati o semplicemente incoraggiati.

La sostanza è che anche il Banco (ora) Bpm si prepara a dare un altro colpo di grazia alla sua struttura – magari in vista di inopinate acquisizioni – liberandosi proprio nel periodo natalizio di oltre 1500 dipendenti e chiudendo 300 filiali, proseguendo un trend dimagrante già inaugurato da tempo, portando a termine la strada già percorsa da quasi tutti gli altri istituti di credito, apparentemente verso una configurazione delle banche fondata sulla macelleria sociale, non sappiamo se solo del personale o anche della clientela (con la benedizione, e se possibile l’incoraggiamento, della Bce, della Banca d’Italia, del Governo e dell’Abi).

Mettendo così una pietra tombale sulla speranza collettiva che possano esistere forme di credito differenziate, e non solo un credito – fintanto che la Legge non interverrà nuovamente – lontano, per non dire contro, gli interessi e le finalità dei piccoli risparmiatori, dei lavoratori, dei piccoli e medi imprenditori. In breve, con questi provvedimenti prendiamo atto che abbiamo scritto la parola fine di quello che si chiamava Credito Popolare.

Per questo, rifiuto qui l’analisi dei dettagli di queste decisioni, perché quello che conta è solo la sostanza, che è particolarmente grave e dolorosa. Infatti alcuni di noi, insieme a qualche milione di altri italiani, credevano, hanno creduto e credono tuttora nella possibilità di un Credito Popolare, cioè di quella forma di esercizio delle attività bancarie per finalità mutualistiche e popolari.

Per queste hanno lavorato e si sono dedicati alle numerose realtà inaugurate a fine ‘800 non sognatori o baloss qualsiasi, ma gente del calibro di Angelo Messedaglia, probabilmente il più grande economista italiano e tra i maggiori europei dell’800, o Luigi Luzzatti, ministro e capo del governo di altissimo profilo, autore di provvedimenti fondamentali per lo sviluppo economico e civile dell’Italia. Nulla di trascendentale, semplicemente istituti creditizi tagliati a misura del territorio, attenti a quei ceti medi che dovevano crescere e che fino ad allora erano stati esclusi.

Tutti sappiamo poi che gli uomini, non solo gli italiani, riescono a rovinare anche le idee migliori. Parlando di Credito Popolare, tutti conosciamo gli abusi, le deviazioni dalla strada maestra, i cattivi esempi che non mancarono negli anni a seguire.

E quando qualcuno decise che tutte le banche avrebbero dovuto essere uguali (1992 circa), imprese per fare profitti e non più soggetti con finalità di interesse pubblico, anche le popolari si adeguarono e abbiamo avuto in questo modo la Popolare di Vicenza con Zonin, e poi Montebelluna, Lodi e molti altri casi scandalosi e imperdonabili, ancor più dolorosi perché perpetrati all’ombra di etichette tanto linde quanto ingannatrici. E infine, la disgraziatissima e insensata legge di abolizione di fatto e di diritto delle banche popolari, nulla di più che una certificazione dell’esistente, una specie di atto da Maramaldi.

In quegli anni, bene o male, nonostante la Borsa, che sotto la guida di Fabio Innocenzi aveva portato con sé anche le drammatiche vicende di Italease, Lodi e quant’altro, e il successivo crollo del valore azionario, nonostante la fusione (poco più che un assorbimento da parte dei milanesi) del Banco Popolare (divenuto Banco Bpm), se non altro ci era rimasta una speranza, l’aspirazione che la grande tradizione del credito popolare in qualche modo non fosse del tutto morta e anzi in qualche modo potesse prima o poi riprendersi.

Una strada difficile, che aveva bisogno di un minimo di slanci ideali e dell’antico desiderio del mondo bancario di essere di aiuto al proprio paese, non di fare solo profitti. Una speranza vana perché sono i fatti che sostanziano le parole e non viceversa, e proprio questi siamo ora qui a ricordare.

Non sappiamo se quest’ultima decisione di ulteriori, pesanti tagli per il Banco Bpm porterà a risultati positivi, ma tutti ce lo auguriamo. Anche se temiamo di no, nonostante la fissazione per i profitti e la prospettiva di cortissimo periodo cui si inserisce, perché le banche non sono imprese a sé stanti. Sono emanazione del territorio, non della finanza internazionale o di astruse autorità centrali.

Se il territorio produce e funziona, le banche godono, fanno profitti e lo sostengono nei processi di arricchimento, senza dover ricorrere a trucchetti o peggio a comportamenti, diciamo, poco comprensivi della realtà territoriale. Se il territorio fatica, anche le banche vanno in crisi anche se si dimenticano delle loro radici, dei loro successi, della loro funzione storica e dell’umanità che in loro ha creduto e con loro è cresciuta. E se poi si pensa di risolvere ogni cosa con tagli e licenziamenti…

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Coronavirus, la crisi aumenta i seguaci della teoria per cui le banche centrali devono stampare moneta. Ma ci sono molti rischi

Coraggio o disperazione? Posto che spesso il secondo discende dalla prima, la domanda sorge inevitabile leggendo di investitori di Wall Street e banche che auspicano che le banche centrali facciano proprie le teorie della MMT. Di cosa stiamo parlando? La Modern Monetary Theory è un’ardita teoria monetaria che ripensa drasticamente il rapporto tra un governo e la banca centrale, in un paese con sovranità monetaria. La Banca stampa moneta dal nulla, “money out of thin air”, per finanziare le spese del governo che deve favorire il raggiungimento della piena occupazione. Le risorse non arrivano quindi solo dalle tasse, che servono soprattutto per regolare il livello di inflazione, e si spezza la dipendenza dai mercati finanziari. Deficit e debiti non sono più un problema poiché lo Stato può sempre stampare il denaro necessario per evitare il default.

Troppo bello per essere vero? Si. In effetti la teoria non sembra solidissima, sotto diversi aspetti L’impressione complessiva è un po’ quella di qualcuno che prova a sollevarsi tirando verso l’alto i lacci delle sue scarpe. La storia abbonda di disastri causati dall”avanti tutta” gridato alle rotative delle banche centrali. Il più noto, e tragico, è quello della Repubblica di Weimar, quando le banconote stampate a più non posso per pagare le riparazioni di guerra decise a Versailles finirono per essere usate per tappezzare le case e alimentare i camini. Una situazione che favorì l’avvento del nazionalsocialismo.

Oggi la moneta non è ancorata a nessun bene fisico e il suo valore dipende solo nella fiducia che vi si ripone come mezzo di pagamento e dalla sua relativa scarsità. Quando è troppa e perde la sua capacità di conservare valore questa fiducia evapora molto velocemente con conseguenze catastrofiche. Non solo. La teoria dà per scontato che la spesa pubblica sia diretta a interventi che agevolino una condizione in cui tutti lavorano. Ma l’accesso senza limiti, o quasi, al denaro è ingenerare la premessa per assistere all’esplosione di spese clientelari e inefficienti, dettate da interessi politici. Per tenere dritto il timone serve quindi un’amministrazione pubblica integerrima ed efficiente.

Fino a ieri parlare di MMT in ambienti della finanza tradizionale avrebbe suscitato risatine nel migliore dei casi e accompagnamenti coatti all’uscita nei peggiori. Ma questi non sono tempi normali. E soprattutto gli investitori si sono abituati a chiedere sempre di più a mamma Fed o mamma Bce, pur di scampare a dolorose perdite. In questo momento approfittano di un consenso verso forme di politiche monetarie che va consolidandosi in maniera trasversale, soprattutto negli Stati Uniti. A favore della MMT si sono già espressi il senatore democratico Bernie Sanders e la sua pupilla Alexandra Ocasio Cortez. Anche colossi della gestione del risparmio come Pimco o banche d’affari Morgan Stanley la prospettano come una delle opzioni. C’è molta attesa per il libro di prossima uscita “The deficit myth” della docente Stephanie Kelton, una delle principali propugnatrici di questa teoria. Come ha ricordato il New York Times lo stesso presidente Donald Trump “gioca” con concetti che rimandano a questa teoria quando afferma che “non c’è pericolo di default perché noi possiamo stampare soldi”.

Spezziamo una lancia a favore dei cavalieri della MMT. Se c’è un momento in cui le banche centrali devono e forse possono osare andare oltre l’ortodossia è questo. In via del tutto eccezionale e temporanea (sottolineato due volte), in una fase in cui l’inflazione non esiste (ed esisterà ancora meno con il petrolio su livelli incredibilmente bassi) e quindi il peso dei debiti non si riduce nel tempo, potrebbe essere di una qualche utilità sperimentare anche le soluzioni più ardite. A condizione che le banche centrali si tengano aperta una via d’uscita. La Federal Reserve sta in fondo già flirtando con politiche monetarie. Ha accettato di acquistare titoli di Stato direttamente dal Tesoro riducendone il tasso di interesse.

Ancora un po’ più in là si è spinta la Bank Of England che ha deciso di finanziare temporaneamente il Tesoro bypassando completamente il mercato. In fondo come diceva Rilke “a volte i draghi della nostra vita sono solo principesse che aspettano di vederci almeno una volta belli e coraggiosi”. Mai però lasciarsi andare all’illusione più pericolosa di tutte: che stampare moneta sia di per sé la soluzione dei problemi. La banca centrale può aiutare, far guadagnare tempo, ma non può mantenere in vita all’infinito un’economia moribonda. E più si usano farmaci più difficile diventa smettere.

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Coronavirus, in Portogallo il presidente de Sousa alle banche: “E’ ora di ricambiare gli aiuti pubblici ricevuti negli ultimi 13 anni”

È ora di ricambiare. Così si è rivolto il Presidente del Portogallo Marcelo Rebelo de Sousa alle banche lusitane, che negli ultimi 13 anni hanno beneficiato di 25 miliardi di euro di aiuti pubblici, circa il 10% del Pil, dopo la profonda crisi economico-finanziaria e il terremoto del settore del credito che ha colpito il Paese. Una proposta che, nonostante le prime aperture degli istituti bancari, non sarà così semplice da portare a compimento. Le banche temono di ricadere nel domino dei crediti inesigibili che ha portato buona parte del comparto a fallimenti e ristrutturazioni, e chiedono invece aiuto al governo e all’Unione Europea per stimolare l’economia e rendere solvibili i loro debitori.

Con l’economia di fatto congelata, il Presidente della Repubblica ha chiesto alle banche di “rendere indietro ai portoghesi” il supporto che hanno avuto durante il passato decennio. “Ciascun portoghese ha contribuito a rendere sostenibili le banche. Sapendo che le banche si sono stabilizzate, questa è un’occasione per restituire ai portoghesi quello che è stato fatto”. Dopo un appello iniziale nell’ultimo fine settimana, lunedì Marcelo Rebelo de Sousa ha incontrato in conferenza i presidenti delle cinque banche maggiori: Caixa Geral de Depósitos, Millennium/Banco Comercial Português, Novo Banco, Santander e Banco Português de Investimento.

Al termine delle consultazioni il Presidente si è detto fiducioso della collaborazione, convinto che “il settore bancario stia seguendo la realtà del Paese da molto vicino”. Quanto hanno ricevuto le banche portoghesi negli ultimi anni? I dati della Banca centrale mostrano che tra il 2007 e il 2018 gli istituti lusitani hanno ricevuto 23,8 miliardi di euro, una cifra che si aggira attorno al 10% del Prodotto interno lordo. A questi valori vanno aggiunti 1,15 miliardi che nel 2019 il Fondo di Risoluzione ha concesso a Novo Banco, per un totale di 24,95 miliardi di euro. Nel 2020 Novo Banco ha chiesto ulteriori 1,037 miliardi al Fondo di Risoluzione, che se dovessero essere trasferiti porterebbe l’ammontare delle risorse pubbliche ricevuto dalle banche portoghesi a 25,98 miliardi di euro.

In alcuni casi questi capitali sono rientrati. Nel 2012 Millennium/BCP aveva ricevuto un aiuto di 3 miliardi di euro, poi restituito insieme a 1 miliardo di interessi. Oppure gli 1,5 miliardi ricevuti dal Banco Português de Investimento, rientrati con un guadagno dello Stato di 100 milioni di euro. Per la maggior parte, però, sono stati utilizzati per far fronte a una crisi sistemica molto profonda, in alcuni casi riuscendo a permettere il salvataggio, in altri costringendo a fallimenti e ristrutturazioni. Caixa Geral de Depósitos, la seconda banca portoghese e la maggiore banca pubblica – paga dunque i dividendi allo Stato – è l’istituto ad aver ricevuto i maggiori aiuti, con una serie di ricapitalizzazioni per un totale di 6,25 miliardi di euro. Al Banco Português de Negócios andarono invece 5 miliardi, ma non sopravvisse alle accertate irregolarità e ai perversi legami politici che coinvolsero finanche l’allora presidente del Paese, Cavaco Silva.

La banca, nazionalizzata, fu poi venduta al Banco BIC dell’Angola per 40 milioni di euro. Destini difficili anche quelli di Banco Espirito Santo (BES) e Banco Internacional do Funchal (Banif), entrambi passati per le forche caudine della nazionalizzazione prima della creazione di banche-ponte e “bad bank” in cui far confluire le perdite. Nel caso del BES le attività salvate furono trasformate in quello che oggi è Novo Banco che, al di là degli aiuti richiesti negli ultimi 15 mesi, vide il coinvolgimento dello Stato per 4,33 miliardi di euro. Banif, invece, beneficiò di 3,355 miliardi di euro, ma a dicembre 2015 vide vendere i propri attivi a Banco Santander per 150 milioni di euro.

Dal canto loro, le banche hanno promosso un comunicato congiunto in cui hanno espresso un “impegno inequivocabile nel supportare l’economia portoghese”, tuttavia senza pregiudicare “il necessario rigore” e “mettere a repentaglio gli interessi e la sicurezza dei depositanti”. Una serie di condizionalità che rendono l’obiettivo del Presidente di non semplice realizzazione. E infatti non deve essere stato agevole l’incontro con il presidente dell’associazione bancaria, l’Abi portoghese, in programma martedì, insieme a una consultazione con la Banca centrale. Nonostante le assicurazioni offerte al capo dello Stato, il settore bancario è ancora scottato dall’esperienza dell’ultimo decennio e potrebbe non mollare facilmente la presa.

Prima del confronto con Marcelo Rebelo de Sousa, il presidente dell’Associação Portuguesa de Bancos, Fernando Faria de Oliveira, ha chiesto a gran voce al governo e all’Unione Europea di stimolare l’economia per evitare un nuovo effetto domino sui prestiti in pancia agli istituti. Il comparto ha portato, secondo le ultime stime di dicembre, il totale dei propri non-performing-loans a 17,2 miliardi di euro, dopo un picco di 50 miliardi del giugno 2016. Quattro anni fa i crediti inesigibili rappresentavano il 17,9% del totale, oggi sono al 6,1%, il doppio della media europea. “È cruciale adottare misure per mitigare gli effetti di questa situazione sanitaria sulla capacità delle aziende e delle famiglie di continuare a poter garantire i pagamenti delle loro responsabilità creditizie”, ha detto Fernando Faria de Oliveira.

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Coronavirus, la finanza specula sulle tragedie: adesso basta coi finti buonismi

La storia ce lo insegna. Il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. Dopo, quanto tutto sarà finito, ogni cosa ritornerà come prima. Il neologismo creato dal prof. Ernesto Galli della Loggia è solo un tentativo di provare a essere buoni e pietosi, nel momento in cui una epidemia si manifesta interclassista, verso i poveri e i disperati.

Il mondo della finanza, ad esempio, negli ultimi decenni, ha sempre evidenziato un modo estremamente efficiente di speculare sulle tragedie naturali. I catastrophe bond (in gergo cat bond), strumento finanziario per investire in catastrofi naturali (!!!), non sono una invenzione dell’ultimo momento. I cat bond, tanto per dare un’idea del fenomeno, emessi ad agosto 2018 avevano tranquillamente superato gli 11 miliardi di dollari, su un totale di mercato di oltre 36 miliardi di dollari. Avete capito bene: si specula sulle disgrazie altrui.

Ma nessuna meraviglia, la macchina ha sempre funzionato così. E’ vero, il governo nel decreto “Cura Italia” ha imposto al sistema bancario l’attribuzione di alcune eccezionali, straordinarie e storiche agevolazioni a favore dei cittadini in difficoltà economiche e in cambio ha concesso alle banche un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset (di cui parleremo nelle prossime settimane).

Ora arriva il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili, dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli italiani non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono recarsi neppure negli uffici pubblici. E quindi nelle banche.

E’ qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla.

Il sistema bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (crollo delle Twin Towers, fallimento di Lehman Brothers, crac Parmalat, ecc) orientato a “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni al solo scopo di spingerlo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringerlo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati, poco concilianti, si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché già mi arrivano notizie di atteggiamenti di bancari che, infastiditi dalle richieste dei clienti, hanno assunto il solito atteggiamento dilatorio.

Basta con le sceneggiate. Siamo dentro la sofferenza, quindi bisogna ricominciare dai fatti. E se nessuno vuole concedere più la parola “buono” a chi si sforza di esserlo, vada per sciacallo – che in fondo è lo stesso di buonista.

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Open banking, è in corso una rivoluzione di cui pochi parlano. E tutto sarà nelle mani dei clienti

Da qualche mese è in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del banking e pochi ne parlano. Un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di intendere e “vivere” la banca.

Dal 14 settembre 2019 è, infatti, diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento, anche detta Psd2 (Payment Services Directive 2) con cui si concretizza il concetto di open banking che avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi.

Un passaggio fondamentale per creare condizioni di parità e un ambiente bancario più democratico, per aumentare la concorrenza e l’innovazione nel mercato tra gli Stati membri, per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare la sicurezza dei pagamenti su internet e l’accesso al conto. E non è solo teoria.

Cercherò di spiegarlo con parole semplici e per tale motivo ne ho parlato con Marie Johansson, Country manager Italia di Tink, la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali in tutta Italia. Praticamente i dati finanziari di metà della popolazione tricolore sono ora gestiti da Tink. L’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, naturalmente autorizzata dai clienti.

Per esempio, oggi se hai due conti in due banche diverse devi esaminarli e gestirli separatamente perché i due sistemi sono incompatibili. Non si leggono. Grazie all’open Banking un operatore come Tink sarà in grado di aggregare e gestire i dati (ad esempio le carte di credito) su un’unica dashboard. Non solo, ma vengono anche messi a disposizione strumenti che analizzano il comportamento di spesa, trovano offerte competitive per i servizi e permettono di spostare denaro da un conto all’altro con un clic.

Come cliente potrai avere una idea esatta della tua economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate con snervanti operatori di call center. Pensiamo per un attimo all’odissea che vive un cittadino che vuole richiedere un finanziamento: documenti, attestati, dichiarazioni, quintali di carte per dimostrare la sua affidabilità.

L’open banking permette di superare tutto ciò perché consente di fornire queste informazioni in maniera digitale offrendo, per esempio, ai finanziatori un accesso una tantum a 12 mesi di movimentazioni bancarie. Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera.

Per gli operatori finanziari invece il vantaggio sta nel fatto che possono finalmente avere un’idea chiara di ciò che serve al proprio cliente e quindi produrre offerte mirate o comunque più vantaggiose. La direttiva, in sintesi, porta trasparenza nel campo della concorrenza.

Ma chi ne approfitta? Chi coglie il vantaggio competitivo derivante dalla nuova normativa? Perché la vera essenza del cambiamento non sta nelle piattaforme di open banking, nello strumento, quanto piuttosto negli attori che governeranno questi processi.

Perché oltre agli attori classici, le banche tradizionali per intenderci, la direttiva europea ha stabilito che queste informazioni complete possono essere trasmesse anche a soggetti terzi (fin-tech, operatori e-commerce e start up) che possono così entrare nel mercato finanziario superando le “pesantezze” della burocrazia e dell’infrastruttura tipica delle banche tradizionali, e creare nuovi prodotti e servizi moderni orientati alle esigenze dei clienti.

E, udite udite, i nuovi players (Google, Yahoo, Amazon, ecc…) non hanno bisogno delle autorizzazioni delle banche tradizionali per accedere ai loro dati. Per ottenere questo accesso è necessario essere un soggetto accreditato ed ottenere solo l’ok del singolo consumatore-cliente per interrogare i suoi dati.

I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito. Sono obbligati a fornire dati “puliti” che, attraverso poi l’intelligenza artificiale e il machine learning, possono offrire ulteriori spunti di analisi ed essere restituiti al consumatore finale sotto forma di informazioni semplificate.

Secondo quanto riferitomi da Marie Johansson, in Italia le banche vedono in generale l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che 4 banche su 5 ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking.

Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi, lo abbiamo visto, è molto più smart nelle decisioni e vince! Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore. Prima si entrava in una banca ed eri obbligato ad acquistare in quel santuario ogni servizio, ma da ieri la situazione è differente perché attraverso soluzioni innovative volte ad una customer experience vera è possibile paragonare i servizi offerti da tutti gli attori in campo e confrontare soprattutto le diverse offerte.

Come diceva Bill Gates nel 1990,“Il banking è necessario, le banche no”. Trenta anni fa sembrava una follia, oggi è realtà.

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