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La Catalogna non è un caso isolato: ora l’Europa può trasformare la sfida in opportunità








La Spagna stretta tra nazionalismo e indipendentismo è lo specchio di un’Europa sempre più in crisi di identità. L’indipendentismo catalano, come quello basco e come altri nella penisola iberica, ha radici storiche e culturali profonde. Paragonarlo a fenomeni nostrani come il leghismo non solo è riduttivo, ma significa non capire fino in fondo qual è la natura del problema che abbiamo davanti. Non si tratta di una semplice rivendicazione economica, una secessione dei ricchi per intenderci, ma di un movimento che si fonda sulla rivendicazione di una identità in primo luogo culturale e linguistica che per decenni è stata negata dal governo centrale spagnolo durante gli anni della dittatura franchista.

Ed è proprio da questa considerazione che bisogna partire per comprendere fino in fondo cosa accade in Spagna: questo è un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato, che è uscito dalla dittatura senza alcun processo di rottura e che ha continuato ad essere governato da uomini del sistema di potere franchista che ancora oggi ha rappresentanza nel Partito Popolare e nell’estrema destra spagnola.

Tra la miriade dei cartelli che sfilavano nell’enorme corteo dell’altro giorno per le strade di Barcellona uno più di tutti mi ha colpito. Quel cartello recitava: “Immagina che Hitler abbia vinto la guerra. La nostra realtà è che Franco lo ha fatto”. C’è quindi anche questo nello scontro sull’indipendenza della Catalogna, una resa dei conti tra i catalani ed una classe dirigente considerata indistintamente corresponsabile di anni di negazione di diritti e libertà.

Nella polarizzazione dello scontro e nella radicalizzazione del dibattito pubblico scompaiono quindi le posizioni più razionali, quelle che investono su una soluzione politica, che provano ad affrontare alla radice i problemi. Come quelle della sindaca di Barcellona Ada Colau e di chi continua a chiedere la riapertura di un negoziato, processi democratici e possibilità federaliste per la Spagna.

Ma la verità è che lo scontro in atto fa comodo a tutte le parti in causa: fa comodo agli indipendentisti che continuando ad accumulare consenso legittimati da una destra nazionalista che a sua volta fa lo stesso nel resto della penisola in chiave anti Psoe e anti Podemos. Da queste parti si dice infatti che il più grande sostenitore degli indipendentisti sia stato da sempre Mariano Rajoy che con ogni sua mossa li ha trasformati in martiri rafforzando il sentimento antispagnolo che purtroppo cova sempre di più anche tra le nuove generazioni.

Il problema è che questo ha comportato anche una radicalizzazione del movimento indipendentista, trasformandolo sempre di più in un movimento nazionalista a sua volta, con tutte le conseguenze del caso, compresa la nascita di frange violente al suo interno che fino ad ora non erano mai esistite. Pedro Sanchez ha quindi perso una grande grande occasione non solo per fare un governo progressista con Podemos, ma per aprire una vera fase costituente in una Spagna che, con il quarto voto in quattro anni, si trova ad affrontare la sua prima vera crisi di sistema dopo il franchismo.

Le manifestazioni di questi giorni nascono dalle recenti condanne inflitte ai leader politici delle forze indipendentiste, accusati di sedizione e malversazione per avere organizzato un referendum illegale ed avere unilateralmente dichiarato l’indipendenza. Non è mia abitudine giudicare le sentenze, meno che mai quelle di un altro sistema giudiziario, e non è mia intenzione farlo adesso. Ma è difficile non vedere come la rigorosa interpretazione della legge con condanne superiori ai 13 anni per i leader indipendentisti abbia però più il sapore di una ritorsione o almeno così è stata vissuta da parte della maggior parte della popolazione catalana.

Non è un caso se nelle proteste di questi giorni moltissimi non indipendentisti sono scesi in piazza in solidarietà con il movimento indipendentista. Adesso, se si vuole riaprire il dialogo ed evitare il peggio, serve una mossa da parte del Governo centrale. Non credo che alle istanze di un movimento che ha dimostrato di essere così radicato nella società si possa dare solo una risposta in termini repressivi. Se non si vuole che quelle che oggi sono piccole frange di violenti, a fronte di un grande movimento popolare e pacifico, prendano il sopravvento, si deve per forza riaprire un dialogo. Credo che l’indulto per i leader condannati sia la mossa giusta da fare per aprire un negoziato che può cambiare la storia della Spagna.

L’Europa ancora una volta resta attonita, muta davanti ad una questione che non può essere considerata solo una questione interna a uno degli Stati membri, ma una sfida da cui dipenderà il modo con cui sapremo fronteggiare il nazionalismo e aprire una nuova stagione per il processo di integrazione europeo. Abbiamo davanti a questa sfida una grande opportunità, la Catalogna non resterà un caso isolato.

La distanza sempre maggiore tra cittadini e luoghi decisionali sovranazionali sempre più tecnocratici da un lato e il nazionalismo dall’altro spingeranno sempre di più legittime rivendicazioni di maggiore democrazia e autogoverno dei popoli verso pulsioni identitarie e separatiste. Varrà per le regioni come per gli Stati e noi abbiamo il dovere di governare questi processi con la politica e non la forza. Il federalismo è l’unico orizzonte capace di garantire oggi per l’Europa democrazia e stabilità. Dovremmo avere il coraggio di discuterne seriamente prima che sia troppo tardi.

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Sinodo, sull’Amazzonia non sarà difficile trovare la linea. È il celibato sacerdotale a dividere

Il Sinodo sull’Amazzonia entra nella settimana decisiva. Tra un pugno di giorni sapremo chi ha vinto e chi ha perso. Nello sforzo di papa Francesco di rimodellare la Chiesa e renderla capace di interloquire con il mondo contemporaneo, i sinodi hanno acquisito un’importanza speciale. Mentre le encicliche e i documenti papali sono espressione diretta della linea Bergoglio, i sinodi, al pari dei concili, rappresentano un modello parlamentare. Si dibatte, si redigono documenti, si propongono emendamenti e alla fine si vota. E alla conta si vede chi ha vinto e chi ha perso.

I due sinodi sulla famiglia mostrarono plasticamente che la tesi del cardinale Walter Kasper (appoggiata da Francesco) di ammettere alla comunione i divorziati risposati dopo un cammino penitenziale, non raggiunse il consenso necessario dei vescovi votanti. Un risultato legato anche alla regola dei due terzi di voti indispensabili per adottare un documento. All’epoca – si parla del biennio 2014 e 2015 – emerse che il blocco duro dei conservatori insieme alla palude dei presuli timorosi di imboccare una via nuova riuscì a fermare l’adozione del nuovo principio.

Fu Francesco con il documento postsinodale Amoris laetitia a sbloccare la situazione con l’escamotage di una nota a pie’ pagina. A tutt’oggi non esiste un documento ufficiale della Chiesa cattolica che autorizzi la comunione ai divorziati risposati. E contemporaneamente i confessori di tutto il mondo sanno di avere l’appoggio di Roma se, valutando seriamente la situazione, distribuiscono l’eucaristia alle coppie sposate due volte.

È certamente un’acquisizione storica del papato di Francesco avere tolto di mezzo l’ossessione della gerarchia cattolica in tema di questioni sessuali. Non si parla più di pillola, rapporti prematrimoniali, divorzio e orientamento sessuale. Per il cattolicesimo è una liberazione. Questa volta, tuttavia, astuzie sottili non sono possibili. Consacrare preti uomini con moglie – perché questo è in gioco nel sinodo sull’Amazzonia – è per la Chiesa di rito latino una breccia spettacolare nella plurisecolare tradizione del celibato sacerdotale (tradizione non originaria, va ricordato, perché nei primi secoli del cristianesimo sono stati attivi vescovi sposati e figli di vescovi ammogliati a loro volta).

La narrazione ufficiale è che il sinodo abbraccia moltissimi altri temi. Sociali, ecologici, religiosi. È vero. Ma sulla tematica ecologica, sul rifiuto dello sfruttamento degli indigeni amazzonici e la tutela della loro cultura, sull’opposizione agli interessi predatori, minerari o agricoli, che minacciano l’Amazzonia, non sarà difficile trovare le parole giuste nel documento finale.

E anche su come conciliare la visione spirituale delle antiche tribù con i valori evangelici, valorizzando la religiosità tradizionale e inculturando il cristianesimo nel vissuto degli indigeni, arrivando forse a definire anche particolari forme di “rito amazzonico” (così come storicamente la Chiesa accettò riti di tradizione orientale), si potrà trovare alla fine una formulazione finale che soddisfacente per i due terzi dei votanti.

Ma sul punto scottante dell’ordinazione sacerdotale di viri probati (uomini ammogliati di provata fede e moralità) conterà ogni singolo voto. Una larga maggioranza di intervenuti, si racconta dietro le quinte, è intervenuta a favore dell’innovazione. Perché non è possibile che il 70% delle comunità ecclesiale amazzoniche vedano un prete soltanto una o due volte l’anno. Perché è inaccettabile che non possano assistere alla celebrazione dell’eucaristia a Pasqua, Natale o Pentecoste: nutrendosi solamente di ostie consacrate in anticipo e mandate avventurosamente nelle parrocchie.

Ostie findus le chiamarono certi vescovi confidenzialmente già in sinodi passati. Perché, infine, l’espansione dei gruppi pentecostali prosegue impetuosa. I favorevoli a ordinare uomini sposati, calcolano i più ottimisti, sono tra il 55 e il 60% dell’assemblea. Una novità importante. Ma nelle votazioni bisogna superare quota 66%. E sarà decisiva anche la formulazione del testo. Si “chiederà” al papa di introdurre l’innovazione? La si definirà “necessaria”? Si proporrà una “dispensa” sperimentale? Ci si limiterà a proporre di studiarla?

L’esito dei gruppi di lavoro, riunitisi la settimana scorsa, offre qualche indicazione sull’equilibrio delle forze in aula. Su dodici gruppi (i cosiddetti circuli minores costituiti per aree linguistiche) ben cinque si sono detti a favore dell’innovazione. Sono i gruppi Italiano A, Portoghese A e B, Spagnolo C e D.

A questo blocco va aggiunto il gruppo di lavoro Spagnolo B che chiede al pontefice di “conferire il sacerdozio a uomini sposati per l’Amazzonia, in modo eccezionale, secondo circostanze specifiche e per alcune etnie determinate, stabilendo chiaramente le ragioni che lo giustificano”. E’ un Sì condizionato, ma è un . Anche perché il gruppo aggiunge che in nessun modo deve trattarsi di un sacerdozio di “seconda categoria”.

Dunque metà dei gruppi di lavoro del sinodo spinge per questa rivoluzione: uomini sposati sull’altare a celebrare l’eucaristia. Altri due gruppi, Portoghese C e D, chiedono ulteriori approfondimenti. Contrari i vescovi dei gruppi Italiano B, Spagnolo A ed E e il bilingue Inglese-Francese. Già ora si può considerare una novità clamorosa, impensabile nei pontificati precedenti, il fatto che documenti ufficiali di un sinodo – benché intermedi e limitati – mettano nero sua bianco la richiesta del sacerdozio sposato. E c’è un’altra grossa novità ancora: alcuni gruppi hanno chiesto ufficialmente che in maniera del tutto egualitaria le donne possano accedere al diaconato permanente.

La parola passa adesso al comitato di redazione del documento finale. Ogni virgola avrà il suo peso. Tra pochi giorni l’assemblea sinodale va in votazione. Le conclusioni saranno un test cruciale per il pontificato di Francesco.

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Brexit, le piccole ‘seccature’ quotidiane che ti aspettano se sei europeo e vivi a Londra

Quando mi sono trasferita a Londra, circa un anno fa, non avrei mai immaginato che le mie abitudini e il mio modo di vedere la realtà sarebbero cambiate così rapidamente. Ho preso questa decisione con l’obiettivo di migliorare l’inglese e contemporaneamente, ho accettato un lavoro full time in un pub, per risparmiare in vista di un master alla School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. Dopo un anno e mezzo di sacrifici tra corsi di lingua e birre alla spina servite in un classico pub stile vittoriano, sono riuscita a realizzare il mio sogno entrando all’Università con un master post-laurea in Middle East Politics e lingua araba – sacrifici che in una città come Londra sono la normalità, soprattutto tra noi giovani.

Londra è una città complicata e contraddittoria, piena di stimoli – forse anche troppi – ma anche di ingiustizie. È matematicamente impossibile seguire tutto quello che accade in città ma concentrandosi sugli input giusti, la possibilità di una concreta svolta lavorativa e perché no, esistenziale, è sempre a portata di mano. Ma rispetto al passato, tra le contraddizioni più evidenti, si è oggi aggiunto lo “spettro” della Brexit: una presenza giornaliera che si cela dietro ogni tipo di conversazione e gesto quotidiano, formale o meno che sia. E così, tra una lezione all’Università e una classica pioggerella londinese, la mentalità da leaver entra senza bussare nella vita quotidiana degli europei trasferitisi nel Regno Unito e si frappone tra loro e i bisogni giornalieri. In vista della Brexit, ad esempio, alcuni uffici e negozi cominciano a non applicare più alcune direttive e regolamenti europei, rendendo la routine dei residenti comunitari più complicata e indefinita.

Si tratta di una realtà che cambia, fatta di diverse “seccature” quotidiane che possono d’un tratto trasformarsi in problemi molto più gravi. Pensate che, ad esempio, le prescrizioni mediche degli altri Paesi membri possono essere accettate dalle farmacie inglesi ma, a differenza di quelle italiane, è necessario depositare la ricetta nell’archivio della farmacia scrivendo il proprio domicilio in calce. L’ho scoperto dopo aver passato un paio di pomeriggi in ospedali e farmacie che rifiutavano la mia prescrizione italiana. Alcuni mi hanno suggerito di rivolgermi a un medico privato, la cui visita può costare da un minimo di 70 sterline ad un massimo di 300. In un altro caso, gli sportellisti di una banca molto gettonata mi hanno detto che la mia carta d’identità non era un documento valido per aprire un conto e che per questo, avrei dovuto presentare un passaporto. Notizia smentita quando il consulente della banca che si è occupato di aprire il mio conto mi ha comunicato che la carta d’identità è un documento assolutamente valido perché “we are still in the European Union”.

Tutto ciò è solo l’inizio di fatti ancor più gravi che si stanno verificando o che potrebbero accadere dopo lo scoccare della mezzanotte del “leave”. Uno degli effetti già visibili è per esempio la drammatica diminuzione del numero di infermiere e ostetriche provenienti da paesi membri: circa 5mila nel giro di due anni (marzo 2017-marzo 2019), calo principalmente dovuto alla futura uscita del Regno Unito dall’Unione. Sempre nello stesso ambito, il “National Audit Office” del Parlamento britannico ha dichiarato a fine settembre che il servizio nazionale sanitario non avrebbe potuto fornire medicine e supporto medico a sufficienza se si fosse usciti dall’Unione europea con un “no deal” il 31 di ottobre.

Ci troviamo quindi nel bel mezzo di un preludio inquietante, nel quale sembra che la Gran Bretagna voglia rendere sempre più esclusivi gli accessi ai bisogni primari e secondari da un lato, e dall’altro, invogliare chi è già nel paese ad andar via. Questa, appare del resto una tendenza diffusa quasi in tutto il mondo: per rispondere alle crisi interne si chiudono i confini e di conseguenza, si rende la vita più difficile ai migranti. Una categoria, quest’ultima, difficilmente definibile, poiché da sempre in costante mutamento: oggi sono “loro” ma domani potremmo benissimo essere noi o i nostri cari.

Quindi, se da una parte si ha bisogno di giovani con un background internazionale per capire come cambia il mondo, dall’altra si palesa questa tendenza di ritorno al falso mito della sovranità nazionale, che esclude in maniera subdola tutto ciò che arriva da “fuori” – anche dei semplici studenti comunitari. Tale tendenza nel Regno Unito si è incarnata con questi “brexiters”, promotori di una suicida “retrotopia”, che sta dando vita a una contraddizione spaventosa, contribuendo a distruggere i sogni e le speranze di milioni di giovani. Tuttavia, con questa ferma consapevolezza ci si trova costretti a combattere le tendenze di un ritorno al passato facendo valere i propri diritti in ogni momento della vita quotidiana. Questa è una battaglia generazionale che coinvolge tutte e tutti: nessuno deve avere il diritto di ostacolare le ambizioni e sminuire i sacrifici di milioni di ragazzi e ragazze che cercano di fuggire dalle logiche sovraniste, ma soprattutto da paesi come l’Italia, che di opportunità ne offre troppo poche.

Infine, nessuno ha il diritto di farci sentire stranieri a casa nostra: perché i luoghi dove decidiamo di vivere per arricchire la nostra vita – e anche il paese stesso che ci ospita – sono e saranno sempre le nostre case.

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I fuffa-guru impazzano sempre di più tra i piccoli imprenditori. Ma perché?

Lavoro da oltre 30 anni per i piccoli imprenditori che, ricordiamo, rappresentano l’80% del tessuto produttivo del nostro paese. Se dovessi individuare un parametro che evidenzi il livello della sua lenta evoluzione, sicuramente la massiccia partecipazione ai corsi-seminari motivazionali dei fuffa-guru rappresenta un indicatore molto significativo. Ma laddove c’è un business di successo, c’è un’offerta che incontra una domanda. Semplice e banale.

E quindi mi sono chiesto: perché i micro-piccoli imprenditori, con profondi gap in termini di competenze gestionali, accorrono poi in massa a quei momenti di esaltazione collettiva che insegnano ad aumentare l’autostima, a incanalare al meglio le proprie risorse ed energie interiori per ottenere il successo nella vita professionale e privata? Provate a guardare qualche evento del genere cercando gli appositi link sul web.

Si tratta di veri e propri show dove più bravo sarà il protagonista sul palco e più forte sarà la musica, più vivaci e splendenti saranno i colori e più si esce da un corso del genere carico a pallettoni, a mille, pieno di energie e di bellissime sensazioni. Non è una cosa strana: è perfettamente normale e sarebbe un problema il caso contrario!

Si tratta però sempre e comunque di spettacoli, dopo i quali vai a dormire come Rambo e l’effetto dura qualche giorno. Ma dopo non ti resta nulla, hai solo ricevuto un po’ di temporaneo sollievo. Una vera e propria droga. Dopodiché, quando finisce l’effetto elettrizzante, inizia la cosiddetta fase calante dopo la quale stai pure peggio di prima. Perché non ti ha lasciato nulla. Eppure in quel momento non ci pensavi: volevi solo star bene, volevi farti caricare.

Il successo di questi corsi si basa sulla efficienza della macchina organizzativa, su una imponente campagna di marketing e soprattutto sulla capacità e bravura dei fuffa-coach che hanno ben capito il meccanismo chimico e psicologico, assolutamente naturale, su cui agire. A questo punto è chiaro perché questi corsi sono perfettamente inutili e anzi dannosi. Ciò che manca alla classe dei nostri piccoli imprenditori, che dovrebbero passare da un modello dinastico a un sistema manageriale, sono le competenze basiche di una gestione manageriale dell’impresa.

Introduzione di sistemi di controllo di gestione, implementazione di indagini di customer satisfaction, gestione della identità visiva, gestione delle risorse umane e attivazione di un modello di marketing tailor-made. Senza questi modelli-strumenti, non bastano passeggiate sui carboni ardenti per scongiurare la crisi. Ma perché poi il piccolo imprenditore si blocca nel momento in cui deve decidere di azionare il cambiamento e riorganizzare la propria azienda? Perché hanno alcuni punti di vista (universali e sbagliati), rappresentati ormai da frasi divenute idiomatiche. Quali sono?

‘Non è colpa mia’

Il più facile e anche il più diffuso idiotismo nelle azienda a conduzione familiare. La stragrande maggioranza dei piccoli imprenditori si incarta già a questo primissimo livello, affidando la responsabilità a degli ostacoli esterni, attribuibili ad altri componenti familiari della compagine aziendale

‘E se poi il controllo di gestione evidenzia dei miei limiti?’

Questo concetto ha a che fare con una cosa che ci inculcano fin da bambini: il terrore di sbagliare e di sentirsi un “fallito” perché non sei riuscito nell’intento. E quindi meglio evitare di controllarsi.

‘Lo faccio solo se i miei collaboratori mi seguono’

Non c’è alcuna speranza di avere successo con una strategia del genere; si fallisce ancora prima di cominciare, perché il proprio impegno deve essere rivolto al 100% al cambiamento. Bisogna essere disposti in prima persona a pagare il prezzo in termini di tempo, denaro ed energia da metterci.

‘Se la maggior parte non lo vogliono fare, un motivo ci sarà’

Ma il motivo non è quello che tutti pensano. E cioè che è “la cosa giusta o la più intelligente da fare”. Al contrario, raramente “tutti” fanno la cosa più intelligente. Il motivo per cui “(non) lo fanno tutti” è che la scelta più facile è non uscire dalla propria zona di comfort.

Ricordatevi che se la “massa” è pigra, il mercato è veloce.

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Libri, un omaggio alla rabbia di donne coraggiose tra amori e lotta sociale

In risaia, dall’alba al tramonto, con la schiena piegata, le gambe a mollo, le zanzare sul volto e il sole che batte, forte. Pagate niente, controllate dai servi del padrone. Derise, anche. Magari violentate dal fattore del padrone. È il 1905, le mondine del vercellese, insieme a quelle che arrivano dall’Emilia e dal Veneto, si ribellano. Possono essere caricate dai carabinieri a cavallo mentre scioperano, non importa.

Stanno lottando per una vita che non sia una vita da bestie: per la conquista delle 8 ore – che arriverà nel 1906 – e sarà la prima volta in Europa. Sono queste donne-coraggio le protagoniste del romanzo Le cicale cantano nel nostro silenzio di Giorgio Bona, scrittore alessandrino (autore del bel romanzo Sangue di tutti noi sulla vita di Mario Acquaviva, militante del Partito Comunista Internazionalista).

Le cicale cantano nel nostro silenzio è un libro che si ispira dunque a fatti e personaggi realmente esistiti: dalla mondina rivoluzionaria, Maria Provera, a Modesto Cugnolio, l’avvocato di buona famiglia che diventa socialista e che difende gli sfruttati nelle aule giudiziarie e fuori.

Ma il romanzo (un romanzo storico con qualche licenza) è anche la storia di una grande storia d’amore: tra Eleonora, mondina “foresta”, e Francesco Demichelis detto Il Biondin, forse un delinquente comune, forse un ladro dal cuore tenero, chissà. Storie scritte e leggende tramandate nella bassa vercellese sul Biondin non mancano. I due hanno qualcosa in comune: la disperazione. Eleonora è stata cacciata dal padrone, il Biondin è un uomo segnato, senza futuro. E il romanzo storico è dunque anche un romanzo d’amore che, pagina dopo pagina, appassiona.

Ma il libro di Giorgio Bona è soprattutto un omaggio alla rabbia e al coraggio di quelle donne – Maria Provera in testa – che scrissero una delle pagine più belle della storia del movimento operaio e contadino italiano.

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Harold Bloom, morto il critico che disprezzava la cultura pop. E che a me ricordava David Bowie

The European Canon is here”, sentenziava trionfante David Bowie in Station to Station, il suo lungo brano del 1976 che delinea un complesso percorso esoterico, tra puntuali riferimenti cabalistici e allusioni alla Via Crucis.

Sia il concetto di “canone europeo”, che l’allusione alla Qabbalah in qualche modo evocano temi cari ad Harold Bloom, il grande critico letterario americano (forse il più noto e discusso al mondo) scomparso il 14 ottobre: in particolare fanno pensare alla sua opera La Kabbalah e la tradizione critica del 1975 (importante saggio sull’influenza della corrente mistica ebraica sulla cultura contemporanea), ma soprattutto al suo libro più celebre, del 1994, intitolato proprio Il canone occidentale.

I libri e le scuole delle età, sorta di summa della sua visione “classica” della letteratura. Una visione opposta a quella che, sprezzante, definiva “Scuola del Risentimento”, ovvero quella composta dagli alfieri del moderno multiculturalismo, da lui indicati e suddivisi in marxisti, femministi, neostorici, lacaniani, decostruzionisti e semioticisti. Non è peregrino pensare che un musicista colto come David Bowie (nella sua lista dei 100 libri preferiti figurano libri di saggisti come Camille Paglia e Peter Ackroyd) conoscesse bene le opere di Bloom.

Se da un lato mi ha fatto sempre sorridere il fatto che un intellettuale così aristocraticamente distante dalla cultura pop possa essere in qualche modo accostato a una rockstar come Bowie, dall’altro nessun personaggio sembra più adatto del Duca Bianco (alter ego lanciato dall’artista inglese proprio in Station to Station) nell’impersonare il disprezzo superiore nei confronti della contemporaneità e la costante tensione verso il sublime propri del critico americano.

Come scrive perfettamente Nadia Fusini nel suo ricordo di Harold Bloom su La Repubblica: “Adorava presentarsi come una creatura umana stanca, triste, un Pierrot lunare che trasudava un’accattivante, esuberante melanconia. Il mondo invecchia, diceva, e disperava del presente, ma amava in modo appassionato la vita, e in essa la letteratura, perché la letteratura è vita – affermava. La grande poesia, predicava, altro non è se non la scena in cui si mostra la mente umana in lotta per conquistare la propria originalità. Che l’uomo sia degno di esistere niente lo dimostra meglio del teatro di Shakespeare, della poesia di Blake, di Dante, insisteva”.

Per coloro che si scandalizzano del disprezzo espresso da Bloom nei confronti di autori considerati giganti della letteratura contemporanea (da Stephen King a David Foster Wallace, da Toni Morrison a Jonathan Franzen, per tacere del commento al vetriolo sul Premio Nobel a Dario Fo), vorrei ricordare come, in nome del “canone”, egli criticasse (più o meno ferocemente) maestri del Novecento come T.S. Eliot ed Ezra Pound, che, a loro modo, erano stati precedenti campioni dell’idea di “canone” (pensiamo al saggio di Eliot su Tradizione e talento individuale del 1920).

Non possiamo, nel breve spazio concessoci, approfondire degnamente i temi del grande critico, dobbiamo limitarci a enunciare i principali: la separazione fra estetica e ideologia, l’interesse per le tradizioni mistico-esoteriche (dalla Gnosi alla Qabbalah) e i testi sacri (soprattutto il Vecchio Testamento), la lotta contro la controcultura divenuta popolare nelle accademie a partire dagli anni 70, la difesa dei classici contro la mediocrità dei contemporanei, l’amore immenso per Shakespeare, messo al centro della cultura europea, come genio assoluto a cui poter accostare solo Dante.

Come scrive Alberto Castoldi: “L’enunciazione di un canone è innanzitutto una sfida al caos, all’entropia, è la proposta di una “forma” come epifania di un’identità possibile. Il canone è l’unico orizzonte in cui il dialogo e l’identità possono dispiegarsi al di sopra della frammentazione in cui siamo altrimenti destinati a fare naufragio”. In questo, Harold Bloom appare (pur con tutti i suoi vezzi e le sue posizione provocatoriamente estreme) come un baluardo della cultura contro la confusione contemporanea, un guardiano della bellezza contro i luoghi comuni imperanti.

Non temiamo di apparire snob, ma concordiamo con il grande critico scomparso: non è il solo a provare “una tristezza elegiaca di fronte alla morte della lettura, in un’era che celebra Stephen King e J.K. Rowling piuttosto che Charles Dickens o Lewis Carroll”.

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Israele, software antiterrorismo usato per spiare attivisti all’estero. A quando i controlli?

Maati Monjib, docente universitario, e Abdessadak El Bouchattaoui, avvocato. Sono le ultime due vittime del software”Pegasus”, prodotto dall’azienda israeliana Nso Group.“Pegasus” s’installa cliccando su un link contenuto in un messaggio ricevuto sul proprio smartphone e prende il controllo pressoché completo della fotocamera, del microfono e della lista dei contatti.

Monjib, cofondatore dell’Ong “Freedom Now” per i diritti degli scrittori e dei giornalisti e dell’Associazione marocchina per il giornalismo investigativo, è sotto inchiesta dal 2015 per “minaccia alla sicurezza interna dello stato” e “propaganda che può mettere a rischio la lealtà dei cittadini verso lo stato e le sue istituzioni”, solo per aver promosso presso i media-attivisti locali un’app giudicata sicura rispetto a violazioni della privacy. Rischia fino a cinque anni di carcere.

El Bouchattaoui, che attualmente vive in Francia dove ha ottenuto asilo politico, è stato condannato in primo grado, nel febbraio 2017, a 20 mesi di carcere per aver criticato sui social media la repressione delle proteste del movimento Hirak El-Rif.

Prima di Monjib ed El Bouchattaoui, erano stati spiati almeno 24 difensori dei diritti umani e giornalisti in Messico, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita (tra cui, si sospetta, anche Jamal Khashoggi) e pure un ricercatore di Amnesty International. A maggio, Amnesty International si è associata a un’azione legale nei confronti del ministero della Difesa israeliano per chiedere la revoca della licenza di esportazione a Nso Group.

Nso Group afferma che la sua tecnologia è usata solo per scopi leciti come il contrasto alla criminalità e al terrorismo. L’azienda ha recentemente pubblicato una sua policy sui diritti umani e sostiene (lo ha ribadito anche in occasione della denuncia riguardante i due attivisti marocchini) di aver posto in essere meccanismi per indagare sul cattivo uso della sua tecnologia.

Resta il fatto che ripetutamente i suoi prodotti finiscono nelle mani di governi che violano i diritti umani e vengono usati per spiare coloro che li promuovono e difendono.

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Per gli economisti il mercato è infallibile. Peccato ci abbia regalato l’ineguaglianza cronica

Non è troppo presto per fare un bilancio spassionato delle teorie economiche che dal Dopoguerra hanno influenzato la politica mondiale. L’economia fino agli anni Sessanta era poco più di un sistema di contabilità e gli economisti erano rilegati nei retrobottega di banche e imprese finanziarie a riempire di numeri tabelle che nessuno si curava di consultare. Tutto è cambiato negli anni Settanta con l’avvento dei Chicago Boys.

Economia ed economisti sono diventati pop, apparivano in televisione, venivano consultati da ministri e premier e facevano notizia. Milton Friedman ristrutturò l’economia cilena per Pinochet e per questo tipo di operato vinse il premio Nobel; Il Nobel venne anche dato ad un altro “luminare” della scuola di Chicago, Robert Lucas, l’uomo che nel 2008, poche settimane prima dello scoppio della maggiore crisi economica e finanziaria dal 1929, dichiarò che l’economia mondiale era sanissima. Altri nomi illustri che hanno rivestito posizioni importantissime a livello economico mondiale e che hanno fatto previsioni altrettanto errate sono: Alan Greenspan, ex governatore della Riserva Federale Americana, e il suo successore Ben Bernanke. Entrambi, fino al crollo della Lehman Brother, ripetevano che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

Chi era al timone dell’economia e della finanza mondiale non ha capito nulla della crisi anche dopo il suo scoppio. Mervyn King, governatore della banca d’Inghilterra, era certo che i salari nel Regno Unito e nel resto del ricco Occidente sarebbero cresciuti esponenzialmente, intanto oltreoceano Greenspan annunciava un lungo periodo di inflazione a doppie cifre. Ancora adesso Jay Powell, governatore in carica della Fed, ammette di non capire perché i salari non salgano. Per aiutarlo dovrebbe guardare questo grafico.

Dagli anni Settanta gli economisti predicano la magia del mercato: in altre parole questo è infallibile. I bei risultati del mercato sono visibili nella differenza tra il reddito reale e i salari, una massa immensa di denaro che le élite, un tempo definito capitale, ha intascato. Il liberismo ci ha regalato l’ineguaglianza cronica. Ed ecco perché i salari non aumentano, la ricchezza non viene redistribuita ma investita sul mercato finanziario, dove gli indici non fanno che crescere e generare fiumi di denaro per chi ha la fortuna di poter investire in borsa. E quando le cose vanno male, le banche centrali corrono alle presse e stampano nuova moneta, altri fiumi di denaro che le banche incanalano verso piazza Affari.

Per agevolare il corso del denaro verso i settori finanziari c’è anche la manovra fiscale. Ai livelli dei tassi d’interesse odierni, cioè bassissimi, nazioni come gli Stati Uniti dovrebbero rimodernare tutte le infrastrutture, e cioè lanciare un enorme piano di lavori pubblici pagato con l’erario dello Stato, e invece non succede. Donald Trump piuttosto ha tagliato le tasse per un valore di 1.600 miliardi di dollari ai più ricchi, dichiarando che l’effetto a cascata avrebbe fatto ricadere tale ricchezza sulle classi meno abbienti, un fenomeno che i liberisti continuano ad aspettare con fede messianica come l’avvento del messia.

Sulla base di questo bilancio forse non sarebbe male tornare agli anni Sessanta e restituire agli economisti, e tra questi c’è anche chi scrive, il titolo di semi-contabili e farli giocare nei retrobottega con le loro teorie ad una sorta di Risiko economico: lì di certo non potrebbero più danneggiare nessuno.

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Chiesa, il 13 ottobre la canonizzazione del cardinale Newman. Un uomo al servizio degli ultimi

“Non sono portato a fare il santo, è brutto dirlo. I santi non sono letterati, non amano i classici, non scrivono romanzi… Mi basta lucidare le scarpe ai santi, se San Filippo in cielo avesse bisogno di lucido da scarpe”. Parole del cardinale John Henry Newman che il 13 ottobre 2019 sarà canonizzato da Papa Francesco insieme a Giuseppina Vannini, Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, Dulce Lopes Pontes e Margarita Bays. La figura di Newman è assai complessa, stimata da tutti gli ultimi Pontefici. Monsignor Giuseppe Merola ha voluto raccogliere in un agile volume tutte le riflessioni dei vescovi di Roma sul nuovo santo, da Roncalli a Bergoglio. Il testo si intitola Il cuore parla al cuore. John Henry Newman e i Papi (Libreria Editrice Vaticana) e riprende il motto del cardinale, Cor ad cor loquitur.

Nel volume c’è anche un articolo dell’ex primo ministro britannico Tony Blair. “Penso che Newman – scrive il politico inglese – sarebbe un alleato forte nella promozione di forme diverse di dialogo tra le religioni proprio grazie alla sua teoria dello sviluppo. Intuitivamente potrebbe sembrare il contrario. Newman, come Papa Benedetto, si opponeva fieramente al relativismo. Ma l’attività della mia Faith Foundation produce proprio il contrario del relativismo, conferma le persone nelle loro diverse fedi, e suscita rispetto e comprensione per la fede degli altri. Collegando scuole e fedi in tutto il mondo, inserendo università in consorzi di corsi interdisciplinari su fede e globalizzazione, operando in modo interreligioso per promuovere gli obiettivi di sviluppo del millennio, quanti condividono la nostra idea vogliono approfondire la conoscenza della loro stessa fede”.

Blair ricorda, inoltre, che “nel corso della mia vita, la crescente comprensione da parte della Chiesa della natura e dell’importanza del dialogo tra le religioni ha prodotto una fioritura di idee, e soprattutto negli ultimi decenni abbiamo assistito a uno sviluppo che incoraggia la Chiesa ad accogliere il significato spirituale di altre religioni. I vescovi dell’Inghilterra e del Galles lo hanno spiegato in modo eloquente nel recente documento Meeting God in Friend and Stranger”. Blair sottolinea anche che “come prevedibile, sono sorte alcune controversie circa la beatificazione di Newman. Alcuni si chiedono semplicemente se sia questo il modo giusto per rendergli onore. Ma nessuno dubiterà sul serio del fatto che sia stato ed è un dottore della Chiesa. Verrà il tempo di dichiararlo tale”.

Dalla beatificazione, presieduta da Benedetto XVI a Birmingham il 19 settembre 2010, è giunto il tempo della canonizzazione. Come recita l’epitaffio sulla sua tomba, Ex umbris et imaginibus in veritatem (Dalle ombre e dagli spettri alla verità), la vita di Newman è stata un pellegrinaggio verso la verità. Nato a Londra nel 1801, da giovane è consacrato diacono della Chiesa anglicana. Dopo un intenso percorso di riflessione e preghiera, comprende che la Chiesa di Roma è la vera custode degli insegnamenti di Gesù Cristo e si converte alla fede cattolica. Nel 1847 è ordinato sacerdote e istituisce l’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra. Creato cardinale da Papa Leone XIII, muore a Birmingham l’11 agosto del 1890.

“Al momento della conversione – si legge nei suoi scritti – non mi rendevo conto io stesso del cambiamento intellettuale e morale operato nella mia mente. Non mi pareva di avere una fede più salda nelle verità fondamentali della rivelazione, né una maggior padronanza di me; il mio fervore non era cresciuto; ma avevo l’impressione di entrare in porto dopo una traversata agitata; per questo la mia felicità, da allora ad oggi, è rimasta inalterata”. Per comprendere la profonda spiritualità del nuovo santo è necessario riprendere i suoi Scritti autobiografici e anche il suo componimento poetico più intenso, Guidami, luce gentile, magistralmente musicato da monsignor Giuseppe Liberto.

In occasione della beatificazione Benedetto XVI sottolineò che il cardinale Newman visse “la visione profondamente umana del ministero sacerdotale nella devota cura per la gente di Birmingham durante gli anni spesi nell’Oratorio da lui fondato, visitando i malati e i poveri, confortando i derelitti, prendendosi cura di quanti erano in prigione”. “Non meraviglia – aggiunse Ratzinger – che alla sua morte molte migliaia di persone si posero in fila per le strade del luogo mentre il suo corpo veniva portato alla sepoltura”.

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Ergastolo ostativo, il Parlamento accetterà di smantellare l’antimafia?

Falcone sapeva benissimo di dover morire: “Buscetta, quando iniziò a collaborare, mi aveva messo in guardia: ‘Prima cercheranno di uccidere me, ma poi verrà il tuo turno. Fino a quando ci riusciranno’. Ci sono riusciti. E quest’uomo abbiamo dovuto difenderlo dalle calunnie dei suoi colleghi, dalle ironie, dalle allusioni dei mascalzoni… Povero Falcone. E poveri noi”. Così Giorgio Bocca, il 25-5-‘92.

Oggi Falcone dobbiamo difenderlo ancora: dall’abolizione della sua legge sull’ergastolo ostativo. La decisione della Cedu è errata, figlia di vuote astrazioni, cerebralismi giuridici, garantismo estremo, ignoranza di ciò che davvero è la mafia. L’ergastolo ostativo nasce da un’attenta strategia e dalla tragica realtà della storia italiana. Urge un promemoria: 12 marzo ’92: la mafia uccide Lima ex sindaco di Palermo; 23 maggio ’92: Falcone salta in aria a Capaci con la moglie e tre uomini della scorta; 19 luglio ’92: a Palermo un’autobomba uccide Borsellino e cinque agenti della scorta; 14 maggio ’93: bomba a Roma (15 feriti); 27 maggio ’93: bomba a Firenze nei pressi degli Uffizi, muoiono 5 persone; 27 e 28 luglio ’93: esplodono due autobomba: a Milano (5 morti) e a Roma (20 feriti); 15 settembre ’93: a Palermo è ucciso don Puglisi, parroco antimafia. Chiedo: c’è un altro Paese in Europa dove in due anni ci siano stati attentati, stragi, omicidi così numerosi? Dove Cosa Nostra sia stata così efferata contro lo Stato (e in continua trattativa con lo Stato)? No. E allora, perché l’Italia dovrebbe avere una legislazione antimafia uguale a quella di un paese scandinavo dove diversa è la vita sociale-politica-civile?

Dice bene Nicola Gratteri nella Storia segreta della ‘ndrangheta (Mondadori): questo “mostruoso animale giurassico non si estingue”, perché sono ancora in tanti a proteggerlo o non capirlo. Vale anche per Costa Nostra. Insomma, la Cedu ha favorito, senza volerlo, la mafia che da sempre vuole abolire il 41 bis e l’ergastolo ostativo. E’ un fatto. Ed è triste che molti offendano e ironizzino invece di argomentare. Luigi Manconi, per dire, su Repubblica (9-10-19) parla di “propaganda triviale” e insulta quanti contestano la sentenza della Corte europea. Intendiamoci, tanti argomentano senza offendere contro l’ergastolo ostativo (Onida, Flick ed altri). Li rispetto. Ma chiedo come si possa esaltare Falcone e nello stesso tempo distruggere la sua idea più preziosa definendola “inumana”.

L’errore sta nel guardare il “fine pena mai” solo dal punto di vista morale. Ragioniamo. L’etica è importante e la filosofia – dai presocratici a Rorty – spiega “perché e come” debba guidare la nostra azione. Ciò detto, la morale individuale deve lasciare il posto a valutazioni più alte se in gioco c’è l’interesse della Polis (Machiavelli parla di “autonomia della politica”). Insomma, l’ergastolo ostativo tutela la collettività, lo Stato: il Parlamento rifletta prima di seguire le indicazioni della Corte europea: la Cedu non ha valutato che concedendo benefici a ergastolani impenitenti, calpesta i diritti delle vittime; che un ergastolano in permesso può darsi alla fuga; che un pluriomicida libero è un gran pericolo; che non è giusto esser deboli coi grandi boss e forti contro i piccoli reati; che molti penseranno di poter commettere qualunque crimine, tanto alla fine usciranno di galera; che diminuiranno i pentiti, perché potranno uscire anche senza collaborare.

Insomma, i pericoli erano/sono evidenti ma indicarli non è servito a nulla. La Consulta il 22 ottobre, e il Parlamento dopo, seguiranno la Cedu o rifiuteranno di smantellare l’antimafia? In passato il Pd propose leggi contro il “fine pena mai”. Sarà scontro coi 5Stelle? Vedremo. Intanto, registro che aveva visto bene Bocca: “La ragione per cui Falcone dovrebbe avere una medaglia d’oro della Resistenza è per quella folle volontà di resistere al peggio… per cui un uomo di cinquantatré anni va alla morte in un mondo di ladri e di furbastri che hanno messo a sacco lo Stato… e si permettono oggi di versare lacrime di coccodrillo”. Ecco, se la legge Falcone odiata dai boss verrà abolita, chi non ha detto una parola per impedirlo non commemori più il magistrato ucciso a Capaci. Egli non merita falsi rituali, ma il rispetto delle sue battaglie e delle sue idee: il riguardo dovuto a chi ha sacrificato la vita per la giustizia.

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