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Greta Beccaglia: quand’è che le donne possono ricevere solidarietà ed empatia da noi uomini?

di Jakub Stanislaw Golebiewski

Ieri pomeriggio ho assistito a una polemica tra Marco, un mio conoscente, e sua figlia adolescente sulla manata inflitta dal tifoso dell’Empoli alla giornalista Greta Beccaglia. Il padre le spiegava che quella “semplice” pacca sul sedere era certamente frutto di maleducazione, ma non era poi un fatto così grave perché “c’è di peggio”. Continuando con tono pacato le diceva che quell’uomo, comunque, avrebbe pagato amaramente la sconsideratezza del gesto col Daspo, non avrebbe potuto seguire la squadra del cuore per tre anni e avrebbe persino subito un processo rischiando dai 6 ai 12 anni di carcere. Per di più stava subendo una gogna e tutto questo per una semplicissima pacca sul sedere.

La figlia controbatteva: “Voi uomini dite così perché non sapete cosa significa avere le mani addosso“.

Mi è sembrato che Marco fosse abbastanza indifferente alle parole e alla rabbia della figlia. Se fossi stato al suo posto mi sarei preoccupato e avrei chiesto se per caso fosse capitato anche a lei di subire palpeggiamenti o altre forme di aggressione verbale per strada o a scuola.

Tra quel noi (le donne) e quel voi (gli uomini), nelle parole concitate di quella adolescente, stava tutta la distanza tra la condizione maschile e quella femminile. Tra chi camminando per strada può essere apostrofata, palpeggiata e molestata e chi può camminare tranquillo perché non sarà mai trattato come una preda sessuale. Il catcalling o molestie sessuali sono un fenomeno tutt’altro che banale, che condiziona la vita di milioni di donne nel mondo.

Un paio di anni fa, il gruppo americano “Hollaback!”, in collaborazione con la Cornell University, ha condotto una ricerca coinvolgendo 22 Paesi sull’impatto delle molestie sessuali sui comportamenti delle donne che le subiscono. È emerso che l’84% delle donne intervistate ha ricevuto molestie dalla strada prima dei 17 anni con conseguenze psicologiche negative. Le vittime hanno raccontato di provare sentimenti di rabbia e umiliazione. L’Italia è risultata essere tra i Paesi con la più alta percentuale di donne che hanno scelto di cambiare strada per tornare a casa dopo aver subito episodi di catcalling.

Non possiamo quindi minimizzare come ha fatto Marco che, come tanti altri, pensa: “Che cos’è poi una pacca sul sedere, uno strusciamento, qualche parola lasciva? Le violenze sono ben altre”.

Eppure, anche quando le violenze sono ben altre e si tratta di stupri e abusi che le donne denunciano, noi uomini non ci troviamo mai immersi in una corale e comune indignazione a sostegno alla vittima. Ci sono sempre dei “se” e dei “ma”, ci sono le giustificazioni per gli stupratori, ritenute attenuanti, e i giudizi sommari sulle donne che hanno subito lo stupro a significare (per loro) che è la stessa donna la causa dello stupro. O non si crede alle vittime, dubitando della loro parola, o le si denigra per essersi messe in quella situazione, per aver bevuto, per essere andate in giro di notte in minigonna e autoreggenti, per le loro scelte sessuali, per aver provocato. Ma allora quand’è che le donne possono dire no a una violenza, che sia una pacca sul sedere, un commento volgare o uno stupro, ricevendo solidarietà ed empatia da parte di tutti, e mi riferisco soprattutto a noi uomini?

In fondo l’ipocrisia del benaltrismo cela malamente il fastidio per un silenzio che è stato rotto. I tifosi che hanno innalzato lo striscione nello stadio la domenica successiva all’aggressione di Beccaglia – “Razzisti, sessisti mai giornalisti” – hanno addirittura sbandierato un orgoglio misogino e maschilista, come del resto ha fatto anche il giornalista Filippo Facci dopo essere stato bannato da Facebook per aver ironizzato sull’aggressione a Greta Beccaglia.

C’è chi si sarebbe sentito molto meglio se quest’ultima avesse sorriso e fatto finta di niente. Quando invece le donne rompono il silenzio e dismettono la maschera del sorriso perché un uomo pensa di poterle trattare come “pali della luce da prendere a calci”, in troppi reagiscono con stizza e rancore. Forse, e ne sono fermamente convinto, hanno qualche scheletro nell’armadio o temono prima o poi di averlo.

Cari maschietti alfa, svegliamoci da questo incantesimo cercando di essere civili, sempre e con chiunque.

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Referendum Renzi, la Costituzione è la nostra forza: va fatta valere anche con gli altri governi

Il 4 dicembre 2016 il popolo italiano respinse con referendum la modifica della Costituzione, proposta da Matteo Renzi, al fine di attrarre maggiori poteri nell’Esecutivo, riducendo, nello stesso tempo, la “rappresentanza popolare” e i poteri referendari del popolo sovrano. In estrema sintesi, il disegno di modifica della Costituzione prevedeva: che il Parlamento fosse praticamente ridotto alla sola Camera dei Deputati, tranne alcune eccezioni (art. 10); che le firme richieste per proporre una legge di iniziativa popolare fossero elevate da 50mila a 150mila (art. 11); che, infine, il governo potesse chiedere alla Camera dei Deputati di “deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, fosse iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei Deputati entro il termine di 70 giorni dalla deliberazione” (art. 12).

Con queste e altre numerose modifiche, veniva in pratica cambiata gran parte della Costituzione vigente e si veniva incontro a coloro che, in virtù delle numerosissime leggi costituzionali fino ad allora emanate, affermavano la venuta in essere di una “Costituzione materiale” che avrebbe cancellato quella “formale”. L’esito referendario, tuttavia, ha confermato quest’ultima e ha tolto ogni dubbio in proposito.

Si trattava di una riforma che voleva dar forza all’azione, già da tempo intrapresa dai nostri governi, per cancellare il doveroso “obiettivo” di dare piena attuazione alla Costituzione, costituente l’ultimo “ostacolo” all’avanzata inarrestabile del neoliberismo. Quel pensiero unico dominante che, attraverso numerose leggi incostituzionali, aveva in pratica sostituito al “sistema economico produttivo di stampo keynesiano” (secondo il quale, e coerentemente con i principi fondamentali della Costituzione, si ritiene che la ricchezza deve essere distribuita alla base della piramide sociale, e lo Stato deve intervenire come imprenditore nell’economia), con il “sistema economico predatorio, illecito, cinico e incostituzionale del neoliberismo” (secondo il quale: la ricchezza deve essere nelle mani di pochi, tra questi ci deve essere una forte concorrenza e lo Stato non deve intervenire nell’economia).

Una molto esecranda operazione, che esaltava l’egoismo individuale (estraneo alla Costituzione) e abbatteva il principio fondamentale della “solidarietà politica, economica e sociale” del Paese.

Limitandosi alla cronaca dei fatti, si può dire che, nell’immediato secondo dopoguerra, il sistema economico italiano, grazie all’intervento dello Stato nell’economia, marciava a pieno ritmo. Il reddito nazionale cresceva e tutti erano rinfrancati dall’incremento dell’occupazione e dei consumi: l’Italia era stata addirittura fregiata di importanti riconoscimenti in campo finanziario.

Protagonista di questo successo era stato l’intervento dello Stato nell’economia, e primariamente l’attività imprenditoriale dell’Iri, il quale, nel 1980, possedeva circa mille società, con 500mila dipendenti, e ancora nel 1993 (quando era già stata decisa la sua liquidazione) era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 milioni di dollari.

Ed è da sottolineare che questo successo conquistato dall’Italia doveva aver suscitato, molto probabilmente, le preoccupazioni di altri Paesi occidentali.

È comunque un fatto indiscutibile che la “decadenza economica” dell’Italia sia stata realizzata dai nostri governi seguendo le idee neoliberiste propalate in tutto il mondo dal famoso libro di Milton Friedman, della Scuola economica di Chicago, dal titolo La storia della moneta degli Stati Uniti dal 1867 al 1960. L’obiettivo del neoliberismo, com’è noto, è di porre tutto sul mercato, prescindendo dal valore dell’uomo, da considerarsi solo come homo oeconomicus e talvolta come semplice merce; di abolire la solidarietà che è a fondamento dell’esistenza dei popoli; e, con questa, il “demanio costituzionale”, e cioè quel complesso di beni e servizi sui quali si fonda la “costituzione” e la “identità” dello Stato comunità. Trattandosi di beni e servizi, come precisa l’art. 42 Cost., “in proprietà pubblica” del popolo – o meglio, come affermò nel secolo scorso l’illustre amministrativista Massimo Severo Giannini – in “proprietà collettiva demaniale” del popolo stesso, e per questo un tipo di proprietà inalienabile, inusucapibile e inespropriabile.

Si tratta, principalmente; “del paesaggio, del patrimonio artistico e storico (art. 9 Cost.), dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia e delle situazioni di monopolio (art. 43 Cost.).

Il primo colpo contro il sistema economico keynesiano, e, naturalmente, contro l’intervento dello Stato nell’economia, fu dato (molto probabilmente al solo fine di contrastare l’inflazione, ma fu una mossa estremamente ingenua e dannosa, come subito dopo è visto), dal Ministro Beniamino Andreatta, il quale, con una semplice lettera a Carlo Azeglio Ciampi, Governatore della banca d’Italia, in data 12 febbraio 1981 dispensò detta banca dall’obbligo di acquistare i buoni del tesoro rimasti invenduti. In tal modo venne meno la possibilità di pagare i nostri debiti stampando moneta e si attribuì alla Banca d’Italia piena indipendenza.

Insomma, da quel momento le necessità del popolo venivano messe in secondo piano rispetto alle richieste provenienti dal mondo economico finanziario, che miravano a ottenere leggi che favorissero la finanza senza tener conto dei bisogni della povera gente.

Il colpo mancino più duro all’intervento dello Stato nell’economia fu dato, tuttavia, dal Governo Andreotti, il quale, dopo essersi consultato con alcuni Governi Europei, con dl 5 dicembre 1991, n. 386, convertito nella legge 29 gennaio 1992, n.35, stabilì che gli enti di gestione delle partecipazioni statali e gli altri enti pubblici economici, nonché le aziende pubbliche statali, potevano essere trasformati in società per azioni.

La prima applicazione di questo principio si deve al governo Amato, il quale, dopo un mese e nove giorni dal discorso che fece Draghi il 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia, invocando un forte impulso della politica per attuare la “privatizzazione” dei beni del popolo, emise il dl 11 luglio 1992, n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992, n. 359, trasformando in Spa le aziende di Stato Iri, Eni, Ina e Enel, che poi furono vendute, dai governi successivi e specialmente dal governo Prodi, a prezzi estremamente bassi.

Dopodiché c’è stata la privatizzazione di numerosissimi enti e aziende di Stato, che è impossibile enumerare.

Sulla convenienza di dette “privatizzazioni” si pronunciò poi la Corte dei conti il 10 febbraio 2010, rilevando “una serie di importanti criticità che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors e organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito”.

E’ inoltre da precisare che dette privatizzazioni sono avvenute secondo l’ispirazione di un preciso teorema che pone come primo elemento “l’indebitamento” di un Paese, per poi passare alla commercializzazione di questi debiti con le “cartolarizzazioni”, istituzionalizzate dal governo D’Alema, e con l’istituto dei “derivati”, definiti durante il Governo Prodi.

In tal modo si è messo a punto un obiettivo molto caro al pensiero neoliberista: quello della “finanziarizzazione dei mercati”, in modo che essi non servano più per “creare” ricchezza, ma per “trasferire” questa dagli speculatori meno accorti agli speculatori più scaltri.

Altro punto del teorema è quello, non finanziario ma economico, delle accennate “privatizzazioni”, cioè della trasformazione dell’ente o dell’azienda pubblica in Spa, con l’incredibile conseguenza che il “patrimonio pubblico” di tutti i cittadini, gestito per l’appunto da enti o aziende pubbliche, diventasse “patrimonio privato” dei singoli soci della Spa. A dette privatizzazioni sono poi da aggiungere le “liberalizzazioni”, e, quindi, le “delocalizzazioni” e le “svendite”. In tal modo il popolo è spogliato completamente del suo “demanio costituzionale” e si avvia, inconsapevolmente e nella indifferenza di tutti, verso il traguardo finale del default.

E si può dire, purtroppo, che da cinque anni a questa parte nulla è cambiato. Infatti il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato il cosiddetto Trattato del Quirinale, che a mio parere in pratica istituzionalizza la superiorità economica della Francia rispetto all’Italia, senza che neppure una Commissione parlamentare abbia potuto valutarlo;, e peraltro in pompa magna, dimostrando con i fatti la superiorità dell’Esecutivo rispetto al potere legislativo.

Ciononostante egli è osannato dai partiti e ha ora l’ardire di proporre al Parlamento un disegno di legge che esalta la “concorrenza” fino al punto di imporre ai Comuni l’onere di specificare i motivi per i quali esso abbia preferito una gestione in proprio, anziché ricorrere alle concessioni di carattere privatistico, imponendo inoltre di porre a gara sul mercato europeo e internazionale persino il servizio dei taxi e quello delle spiagge, sempre ignorando, e mai nominando, la nostra Costituzione.

Ma è proprio la Costituzione la nostra forza. E dobbiamo farla valere, non solo contro Matteo Renzi, com’è stato con il referendum del 2016, ma anche nei confronti di altri governi, come l’attuale, che insistono a ritenere il sistema economico neoliberista un dato di natura, mentre i fatti dimostrerebbero che si tratta semplicemente di un cinico disegno studiato a tavolino per togliere ricchezza al popolo, proprietario del “demanio costituzionale”, e donarla alla finanza e alle multinazionali. Cancellando così millenni di civiltà e riconducendo tutti a uno stato di soggezione, se non di schiavitù.

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Perché serve una voce comune ecologista: ne parliamo sabato a Firenze

Una voce comune per un mare pulito ecologista che non uccida le diverse voci del mondo ambientalista italiano ma anzi le valorizzi nella loro biodiversità dentro un’ampia foce comune.

Dopo la delusione per l’esito della COP26 dove era inevitabile che prevalessero i miopi ed odiosi corporativismi di sempre a malapena celati dietro la rivoltante retorica delle “buone intenzioni” (di buone intenzioni, si dice, sia lastricata la via dell’inferno!) l’obiettivo di porre urgentemente al centro dell’agenda politica i temi della “crisi ambientale globale” rappresenta la vera priorità per continuare a rendere credibile la stessa nozione di futuro.

Per farlo fornendo anche una fondata speranza per le giovanissime generazioni occorre andare oltre e fuori dalle politiche tradizionali tutte più o meno legate a schemi del passato per di più scritti dentro approcci demagogici volti ad inseguire e a strumentalizzare le paure e le “percezioni” del momento per cavalcarle cinicamente a fini elettoralistici.

Significa puntare dritti verso un soggetto politico-elettorale ecologista rigenerato ed aperto, fluido nei rapporti con la società civile e i movimenti ma saldo nei valori e nella strategia di porre al centro la questione ambientale. Inoltre il lavoro ha la stessa priorità dentro un percorso di conversione ecologica dell’economia nella circolarità dei processi produttivi e di nuovi stili di vita, sobri e solidali.

Bisogna andare oltre i gruppi dell’ambientalismo politico, più organizzati, fortemente segnati da storie precedenti che ne hanno offuscato la capacità di attrazione, lavorando con tenacia, generosità e concretezza per promuovere un percorso costituente che includa (escludere dev’essere vietato!).

Tutti i fiumi, rivoli e ruscelli che dai territori fino ai Parlamenti – dal Parlamento europeo a quello italiano – devono affluirvi. Essi hanno quale destino comune quello di fronteggiare con capacità di governance le sfide imposte dai sistemi naturali trattati dal “modello lineare” (prendi, consuma e butta) alla stregua di un grande supermercato.

Occorre dirlo: questo percorso è tutt’altro che scontato. Oltre che dalle lobby dell’industria sporca questo percorso sarà minato da malcelate e spesso miserabili ambizioni personali, da calcoli di potere e da un variegato campionario di opportunismi sempre pronti a scompaginare dall’interno il risultato di battaglie vinte nel segno dell’interesse generale.

Rifiuti Zero, che forse rappresenta nell’ambito dell’ambientalismo italiano una delle poche realtà in crescita costante nel segno di vittorie e di numeri concreti (330 comuni seguono il percorso RZ: oltre 7 milioni di italiani), vuole mettersi a disposizione di questa strada senza chiedere, ovviamente, né primazie né niente in cambio se non l’assunzione da parte della costituente dell’obiettivo Zero Waste.

Sarà forse per questa “genetica apertura” che oltre ai relatori presenti nel programma della mattina, Eleonora Evi, europarlamentare di Europa Verde-Green/EFA, Elena Grandi, assessora del Comune di Milano, Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, Enzo Favoino, coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, Alberto Bencistà, presidente di Toscana Bio, si sono aggiunte importanti partecipazioni quali Claudio Tedeschi, rappresentante di Dismeco (azienda di riciclo dei dispositivi elettrici ed elettronici), Luca Panzeri dell’azienda Qwarzo (in grado potenzialmente di sostituire tutte le plastiche), Danilo Boni che, per conto di ZWI, ha censito oltre 120 centri di riparazione e riuso nati in Italia, Raffaele Del Giudice, ex vicesindaco di Napoli e oggi vicesindaco di Giugliano e Salvatore Micillo, ex sottosegretario all’ambiente del primo governo Conte.

L’invito è stato rivolto al gruppo parlamentare Fare Eco e a liste civiche e territoriali ambientaliste (citiamo in particolare Ecolò che ha avuto di recente un buon successo nelle elezioni di Sesto Fiorentino). Ma se l’operazione come lottiamo per farlo dovesse iniziare il viaggio essa mai rappresenterà un “percorso a priori contro”. Al contrario sarà attento a valorizzare l’impegno di chi anche in altre forze politiche sta facendo un buon lavoro per la difesa dell’ambiente. Benvenuti saranno anche i rappresentanti delle associazioni ambientaliste nazionali con le quali spesso abbiamo intrecciato i percorsi.

Allora, a Firenze sabato 27 novembre, presso il circolo Vie Nuove Viale Donato Giannotti 13, dalle ore 9 alle 16:30! È possibile seguire la diretta Facebook sul mio profilo.

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Silvio Berlusconi, dieci anni fa finiva il ventennio breve del Caimano: un incubo a fasi alterne che ridusse il paese in macerie

La nuova Liberazione, nella piazza più importante del Paese. La sera del 12 novembre di dieci anni fa. Tre minuti prima delle ventuno. L’auto del premier Silvio Berlusconi arriva in piazza del Quirinale e la folla radunata lì esplode in un boato. Gioia e rabbia. “Ladro, mafioso, bastardo”. Quasi una rivoluzione. C’è pure chi lancia delle monetine, come già contro Craxi al Raphael all’epoca di Tangentopoli. In piazza c’è persino un gruppo di musicisti. Sono professori di conservatorio. Un concerto che si apre con l’Hallelujah per la caduta del governo. Handel.

Il 12 novembre, di sabato, è infatti l’ultimo giorno a Palazzo Chigi del leader di Forza Italia. Un incubo a fasi alterne che va avanti dal lontano 1994. Quattro volte presidente del Consiglio. L’eroe suo malgrado di questa Liberazione è il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Quasi un mese dopo, all’inizio di dicembre, il New York Times lo incoronerà con il titolo di Re Giorgio. In tv, Fiorello nel suo nuovo spettacolo Rai gli dedica al “presidente liberatore” un rap di Fratelli d’Italia.

In dieci giorni, dall’8 al 18 novembre, il ventennio breve di Berlusconi si è sbriciolato sotto la scure dell’Unione europea, tra spread e impegni non rispettati. L’8 novembre la maggioranza berlusconiana, con i Responsabili di Razzi e Scilipoti al posto dello scissionista Fini, alla Camera non ha più i numeri: 308 anziché 316. Il premier va al Colle e promette che si dimetterà. L’indomani Napolitano nomina il primo senatore a vita del suo mandato presidenziale: l’economista Mario Monti. L’investitura è di fatto l’annuncio del suo futuro a Palazzo Chigi. Berlusconi, appunto, si dimette sabato 12. Napolitano incarica Monti e il governo nasce il 16 novembre. Il 17 e il 18, poi, la fiducia in Parlamento.

Berlusconi premier non c’è più. I suoi fedelissimi gridano al “golpe bianco” e al “complotto dei poteri forti”, compreso quel Renato Brunetta che oggi è invece un draghiano di complemento del nuovo Sistema. Questione di poltrone. In ogni caso la fine del Berlusconi di governo non è una tragedia come la rappresentò Nanni Moretti alla fine del Caimano, in un clima da guerra da civile davanti al Tribunale di Milano, simbolo di Mani Pulite e degli infiniti guai giudiziari del Satiro di Arcore. No, è una festa in piazza del Quirinale. Dove si alza pure un coro: “Un presidente, c’è solo un presidente”. Meglio, un re. Re Giorgio.

Un Paese in macerie

Il Caimano lasciò un’Italia in macerie. La sua famosa discesa in campo era avvenuta il 26 gennaio 1994. Populista ante-litteram con due decenni d’anticipo su Donald Trump, Silvio Berlusconi travestì il conflitto d’interessi incarnato dal suo impero traballante e indebitato con le banche lanciando una doppia crociata: contro i comunisti e contro il teatrino della politica. In un Paese come il nostro, incline al decisionismo dell’uomo forte, il tycoon del Biscione fu accolto trionfalmente nelle urne delle Politiche del 1994.

La sua sequenza storico-elettorale nel bipolarismo della Seconda Repubblica è unica nelle democrazie occidentali contemporanee: vittoria nel 1994, sconfitta nel 1996, vittoria nel 2001, sconfitta nel 2006, vittoria nel 2008. Il crepuscolo di governo iniziò con gli scandali sessuali del 2009, da quello di Noemi Letizia in poi. Il logoramento di B. favorì la cricca interna di Gianni Letta (si pensi alla P4 del lettiano Luigi Bisignani, faccendiere piduista e pregiudicato che “controllava” le ministre forziste) che nella prassi quotidiana aveva sempre affogato nel gestionismo andreottiano di stampo romano la chimera della rivoluzione liberale mai avvenuta. Dal punto di vista politico, il berlusconismo è naufragato tra la Scilla di Gianni Letta e la Cariddi del colbertismo di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia allergico al taglio delle tasse.

Poi c’è che più che al governo della cosa pubblica, B. ha badato solo a quello della sua cosa privata. Le leggi ad personam sono state decine sia per la sua persona sia per il suo impero economico. Il suo, per molti versi, è stato un regime con due “nemici”: i magistrati e i giornalisti liberi. Quando la Cassazione lo condannò in via definitiva nell’agosto del 2013 i giudici certificarono pure la sua vocazione naturale a delinquere. Così come condannati sono due dei principali cofondatori di Forza Italia: Cesare Previti (corruzione giudiziaria) e Marcello Dell’Utri (mafia).

Destinazione Quirinale

Berlusconi è stato il politico che ha sdoganato istituzionalmente i postfascisti del Msi. Tutte cose note, ma che giova ricordare oggi che il Caimano (85 anni) sogna di fare il presidente della Repubblica confidando nella nuova destra di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Matteo Renzi. Del resto, gran parte della classe politica e della classe dirigente lo ha sempre riverito o raccontato come un politico “normale”, nascondendo o facendo finta di non vedere i suoi reati e i suoi vizi.

Bastava guardare la faccia sbalordita di Bruno Vespa, l’altra sera da Floris, quando Alessandro Di Battista spiegava che Berlusconi ha anche dato soldi alla mafia. Non solo. Per i suoi sostenitori ed estimatori, è come se questi dieci anni senza governo avessero conferito a B. un’aureola di saggio padre della patria. Roba da matti.

In ogni caso, al Caimano va dato atto di essere stato l’ultimo presidente del Consiglio “indicato” dal popolo, benché la Costituzione non lo preveda. Da allora non ce ne sono stati più: Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte (il candidato premier del M5S era il capo politico Luigi Di Maio) e adesso Mario Draghi. Ecco, questi dieci anni formano un cerchio che si apre con Monti e si chiude con Draghi. Ma questa è un’altra storia. O no?

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Cop26, o ci si ribella dal basso o vinceranno gli interessi dei soliti noti

Cosa aspettarci dal Cop26 che si sta tenendo in Scozia? Semplice: o saranno le società civili dell’intero pianeta a coalizzarsi dal basso o i buoni propositi rimarranno intrappolati nelle sabbie mobili di interessi geopolitici, di corporativismi criminali magari propagati attraverso “pubbliche relazioni” sempre più scaltre nell’uso della “peste del linguaggio” di calviniana memoria.

Per questo a Glasgow il cerino ce l’hanno in mano non Stati e potenti che sappiamo che faranno finta di ascoltare salvo, ognuno, difendere i propri interessi più o meno sporchi. La sfida è nel nostro campo, in quello ecologista: sapremo dar vita ad una Alleanza Globale Planetaria dei movimenti, degli attivisti, delle società civili che non deleghi le “scelte giuste” a coloro che continuano a ballare mentre il Titanic sta affondando? Ora più che mai un comune manifesto per la Rivoluzione Ecologica è irrinunciabile. Esso deve dare la rotta alla transizione ecologica acquistando sempre più rilevanza politica, culturale, scientifica.

Se continueremo a protestare delegando a coloro che coerentemente continuano a perorare il “come è sempre andato” anche i movimenti dal basso saranno indirettamente responsabili dell’inazione e del bla bla bla! Non basta “esser contro”, tirarsi fuori a parole, se non si costruisce una nuova governance centrata sulla difesa della natura (nemmeno dell’ambiente; termine che rischia di apparire, oggi, ambiguo) a partire dai livelli locali ma che aspiri a divenire Alleanza Planetaria: il rischio sarà quello di concepire movimenti “consolatori” e impotenti.

La base di questo Manifesto parte dalla constatazione senza se e senza ma che le società umane organizzate intorno al modello economico di appropriazione della natura definito lineare (estrazione, manifattura, consumo, smaltimento per poi ripartire dall’estrazioni in un vortice irriducibile e masochisticamente aggressivo verso i cicli naturali) costituiscono un problema grave per il pianeta. Hegelianamente parlando, la contraddizione principale che viviamo in questa fase storica non è tra le classi sociali (anche se i conflitti per la giustizia sociale continuano ad acuirsi) ma è tra uomo e natura. L’abbiamo visto al tempo del lockdown: quando gli esseri umani sono fuori gioco la natura riprende a respirare.

I numeri delle valutazioni ambientali ce lo hanno detto in modo, forse sgradevole, ma chiaro e forte. Tra modello lineare di produzione, tra stili di vita che scambiano il benessere con lo spreco e l’usa e getta gli oceani stanno divenendo una discarica, le risorse sempre più scarse, l’atmosfera sempre più inquinata e “infuocata”, ma si continua a far finta di essere consapevoli di tutto ciò. Mentre in Italia per esempio gran parte del dibattito è assorbito da green pass vs no green pass e dove le classi dirigenti (che hanno in mano interamente, dopo la “normalizzazione” del Movimento 5 stelle, un coro mediatico sempre più improntato da un “pensiero unico”) sono protese a tentare di accaparrarsi il banchetto dei fondi Ue del Pnrr non per difendere l’ambiente ma per autostrade, impianti di industria sporca e grandi opere in genere anche in contraddizione con gli stessi criteri fissati dall’Europa.

Se qualcuno ritenesse esagerata questa descrizione dovrebbe chiedersi perché al Ministero della Transizione Ecologica non ci sia una figura ambientalista o almeno uno scienziato, ma un signore che vuole il ritorno al nucleare!

Eppure non tutto è perduto, anzi! I recenti dati Nomisma affermano che l’Italia è il primo Paese in Europa per il ricorso all’Economia Circolare battendo addirittura la Germania, mentre dal “basso” sono ormai oltre sette milioni e mezzo i cittadini coinvolti dai circa 330 comuni che hanno scelto il percorso Rifiuti Zero. Occorre far leva su questi successi, occorre puntare su una nuova “stagione illuminista” dal basso – la cosiddetta “Citizen Science” – per rendere sempre più evidente che il cambiamento climatico si può fermare solo cambiando in meglio la nostra società. Attivisti di tutti i Paesi unitevi!

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Ddl Zan, essere discriminati non piace a nessuno ma credo che le priorità del paese ora siano altre

“Tagliate le poltrone a questi fantasisti e mandateli a lavorare”! Così la pensa sostanzialmente la gente qualunque quando vede passare le macchine blu dei potenti e si gira dall’altra parte per non farsi sfuggire qualche imprecazione o gesto ingiurioso. Altro che omofobi: in buona misura, e a ragione, gli italiani sono già in gran numero diventati “politofobi”! Non vanno più nemmeno a votare! Non ne possono più di questo modo assurdo nel quale certi politici sperano di aggirare i veri problemi della gente, quelli che fanno soffrire davvero la maggioranza della popolazione.

Cari politici, provate a mettervi qualche volta nei panni della gente qualunque, uno qualunque di quella maggioranza che ormai non vi vota più, o proprio non vota più per nessuno! Uno qualunque di quelli che qualche giorno fa ha sentito Enrico Letta gioire per la vittoria elettorale (in realtà non sua ma degli astensionisti), ritrovandolo però già ieri infuriato contro i “traditori” che hanno boicottato l’approvazione in Parlamento della legge Zan contro l’omofobia, le identità di genere, ecc.

Certamente una legge contro le discriminazioni di qualunque tipo è sempre una cosa buona, ho presentato anch’io una proposta di modifica legislativa contro la discriminazione che gli inquilini subiscono nei condomini sul piano dell’informativa, che dovrebbe essere uguale per tutti i residenti, anche se, sul piano decisionale, la scelta spetta ai proprietari. Essere discriminati non piace a nessuno, ma sul piano legislativo occorre scegliere con più attenzione le priorità.

È comprensibile che chi è benestante – o, meglio ancora, chi in qualche modo è riuscito a conquistare una poltrona nel Parlamento – abbia a cuore il dilemma suo o di chi non ha ancora realizzato in pieno le sue ansie di personalità o sessualità ma non vuole sentire apprezzamenti da altri qualunque sia la sua posizione o decisione. Tuttavia non è così per tutti. La maggioranza della popolazione italiana, pur facendo parte di una nazione considerata ricca, non è benestante e tantomeno ha una poltrona riservata in Parlamento. Cosa pensa ogni giorno questa categoria di persone? Alla propria identità di genere? Non credo proprio!

Pensa ad un domani che è sempre più incerto, spesso persino imperscrutabile. Pensa a quello che aveva ieri e che oggi non ha più, senza nessuna speranza di ritrovarlo. Chi ha questi pensieri sicuramente non riesce a dormire in modo esauriente. Ma anche chi ha ancora un lavoro ormai vive nel dubbio di perderlo perché la dirompente avanzata dell’automazione e della tecnologia sta spazzando via i milioni di posti di lavoro che si erano creati nel secolo scorso. Erano duri inizialmente quei lavori, ma davano una certezza del proprio futuro che ora si sta perdendo. E chi lo ha già perso vive una vera disperazione perché sa che, ormai, si sta spegnendo anche quel piccolo lumicino di speranza che poteva resisteva prima della pandemia.

Sono solo migliaia o sono milioni oggi quelli che pensano terrorizzati alla incertezza del domani?

La gran parte dei lavoratori comuni vive sapendo che persino alla vigilia di Natale (come è già successo da qualche parte) potrebbe arrivare una lettera, o anche una semplice email, che annuncia il licenziamento. Quelle quattro semplici righe, scritte da qualcuno che, per chi le riceve, è distante come una galassia, sono come una condanna a morte. Righe che cambiano l’intera vita. Che rendono superfluo o insignificante qualunque altro problema. Righe che gettano in un attimo qualunque persona, forse l’intera famiglia, nell’inferno della povertà e della totale incertezza non solo del presente ma anche del domani.

Il voto serve per liberare il cittadino qualunque dalla responsabilità di fare scelte competenti e guidare il paese in qualunque circostanza e, quindi, per risolvere i problemi reali della vita: la casa, la famiglia, il lavoro. La difesa dei diritti è sacrosanta, ma anche la democrazia è un diritto (finché è votata) e non è questo il momento buono per distrarsi.

Di una grande crisi in arrivo si parlava già anche prima di questa pandemia perché anche la rapidissima diffusione del Covid-19 è stata causata dalla globalizzazione. A questo devono pensare i politici in questa tremenda fase di riequilibrio da virus, da inquinamento e da globalizzazione.

Non è vero che il lavoro lo creano sole le imprese private. Lo creano, e molto più solido, anche quelle pubbliche, purché a governarle nelle scelte strategiche ci siano politici bravi e onesti, capaci davvero di mantenere quel giuramento che pronunciano quando entrano nel Parlamento. Su questi gravissimi problemi deve focalizzarsi ora l’attenzione e l’impegno dei politici, ogni altra divagazione deve essere rimandata, altrimenti la delusione dei cittadini metterà a rischio anche la democrazia.

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Ddl Zan, il Senato ha dimenticato il senso della disciplina e dell’onore

Con l’approvazione dalla tagliola che ha affossato il ddl Zan, in Senato i nostri rappresentanti si sono dimenticati della disciplina e dell’onore che dovrebbero essere la bussola delle scelte e dei comportamenti. Sulla carta i numeri al Senato erano 146 No (Pd, M5S, Iv, altri) e 141 Sì (Lega, Fi, FdI, altri), ma essendo finita con 131 No e 154 Sì significa che sono mancati circa 15 voti al centrosinistra. I numeri sulla proposta di legge hanno dimostrato che il voto segreto serva a tirare delle trappole, nonostante l’oggetto del dibattito riguardi i diritti.

In questo modo il gesto di Italia Viva e della destra ha mortificato le speranze di chi crede che la politica possa incidere sulle tematiche che toccano la coscienza di ognuno. È indubbio che lo spettacolo pietoso che è andato in scena in un’aula parlamentare sarà oggetto di valutazione da parte degli elettori al momento del voto. Ma il dato che sfugge e preoccupa è lo scarto tra la maggioranza dei cittadini che attendeva l’approvazione del ddl Zan e le alchimie in Senato.

Il meccanismo del voto segreto e dei franchi tiratori è vecchio quanto le assemblee legislative, essendo un escamotage per provocare incidenti attribuibili alla dialettica parlamentare. Un conto è farne uso per far emergere le contraddizioni nella maggioranza politica, come accadeva nel corso della Prima Repubblica, un altro è servirsene per cementificare alleanze ibride che nascondono beceri calcoli politici. Il tema del voto segreto è complesso e, a riguardo, vengono in soccorso le parole dell’On. Moro in Assemblea Costituente, con le quali motivò l’emendamento che sopprimeva dall’art. 69 del progetto di Costituzione (art. 72 della Costituzione) il richiamo allo scrutinio segreto in votazione finale.

Aldo Moro riteneva fosse ripugnante richiamare in Costituzione questo sistema particolare di votazione, in merito al quale precisò due questioni, che sono valide ancora oggi per comprendere l’affossamento del ddl Zan: “ […] da un lato tende a incoraggiare i deputati meno vigorosi nell’affermazione delle loro idee e dall’altro tende a sottrarre i deputati alla necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale per quanto hanno sostenuto e deciso nell’esercizio del loro mandato” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta del 14 ottobre 1947).

L’argomento che Moro portò a sostegno della propria tesi va contestualizzato, tenendo conto della statura che caratterizzava le classi dirigenti che sedevano in Parlamento. Nel quale l’opposizione dava vita ad un lavoro politico di condizionamento della maggioranza a partire dai temi che caratterizzavano l’impianto ideologico del partito di appartenenza: il Parlamento era innanzitutto il luogo della dialettica e della rappresentanza. L’attuale Assemblea, invece, riproduce la contrapposizione muscolare e l’esultanza sguaiata che richiederebbero trasparenza e decenza nei comportamenti, in mancanza di tesi politiche.

Se è possibile trarre una lezione dall’intera vicenda, è di avere gli occhi ben aperti nel corso degli scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica: Italia Viva, avendo votato contro il ddl insieme alla destra, sarà in grado di dialogare con lealtà nella scelta di una figura autorevole per il Quirinale? Ogni dubbio al riguardo è legittimo. Allacciamo le cinture.

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Rodotà era per l’acqua pubblica: ora serve un presidente della Repubblica per i beni comuni

Nel 2013, per la prima volta in Italia, si presentò alle elezioni politiche nazionali un movimento di cittadini che si aggregò e concretizzò grazie alla forza istrionica di Beppe Grillo, megafono di rottura nella politica italiana e all’utilizzo massivo di alcuni nuovi strumenti digitali di e-democracy, sviluppati e organizzati da Gianroberto Casaleggio.

Programma e candidature in Parlamento si formarono attraverso l’utilizzo di una piattaforma di voto online e con lo stesso meccanismo si decise di individuare il nome del futuro Presidente della Repubblica. Il voto online dei cittadini scelse il costituzionalista Stefano Rodotà e ciò scatenò una mobilitazione di piazza molto intensa a sostegno del grande professore e giurista che aveva presieduto la famosa “Commissione Rodotà”. Era il 2007 quando il Ministero della Giustizia decise di istituire la Commissione sui Beni Pubblici, presieduta da Rodotà, per elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici.

Il tema della commissione era scivoloso perché bisognava realizzare un lavoro propedeutico alla privatizzazione di alcuni gruppi di cespiti pubblici (immobili e crediti) ma anche valutare che le dismissioni, con eventuale vendita e riaffitto dei beni, fossero fatte nell’interesse della collettività con uno sguardo a medio e a lungo termine – dopo un’epoca in cui in tutto il mondo si erano svenduti i beni di famiglia del Paese, con rari vantaggi della collettività e una clamorosa perdita di competenze, spesso per finanziare spesa corrente, spesso per regalarli a imprenditori amici, piuttosto che per vera visione strategica.

Un momento storico che ha fatto la ricchezza della classe dirigente imprenditoriale apicale, non sempre meritevole di capacità, del nostro Paese. I nostri padri hanno costruito l’Italia con le loro tasse, i loro soldi, lavorando duramente con un solo stipendio a famiglia e permettendo ai figli di diplomarsi o laurearsi. Quelle tasse hanno costruito autostrade, telefonia fissa, la rete di rame, acquedotti e oggi tutto questo è stato sottratto alla collettività per finire nelle mani di poche persone che ne raccolgono i benefici.

La crescita continua della ricchezza degli uomini e delle società più ricche del pianeta dimostra che colossi e multinazionali hanno tutta la forza e l’intenzione di chiedere e conquistare sempre più ricchezza e influenza. I deboli, figli o nipoti di quei padri che pagavano le tasse per ricostruire l’Italia, sono in stato di povertà, senza un lavoro, sottopagati anche per le condizioni dell’ecosistema in cui sono vissuti, e tutti noi, con l’impegno civile e la politica, dovremmo fare di tutto per cambiare le condizioni distruttive di questi ecosistemi che li schiacciano nella povertà.

Quando parliamo di beni comuni non stiamo parlando solo di immobili ma anche di frequenze, beni finanziari e immateriali (marchi, brevetti, opere dell’ingegno, informazioni pubbliche). È evidente che in una società così concepita, che ha condotto fino a oggi un modello di sfruttamento orientato al profitto, si stanno esaurendo o compromettendo beni vitali come l’acqua, che pur non potendo seguire la logica del prodotto da vendere sul mercato continua purtroppo a rispondere a quelle logiche.

La soluzione non sarà l’efficientamento (che pure è urgente) o la tecnologia (che può essere utile), ma finché chiunque consumerà l’acqua che vuole, purché paghi, e finché le aziende guadagneranno in funzione dei litri d’acqua venduti, siamo in un circolo vizioso mortale.

Il costituzionalista Stefano Rodotà fu promotore ed estensore dei quesiti referendari per l’acqua pubblica che ebbero nel 2011 uno straordinario successo di popolo, di democrazia e partecipazione, ma l’opposizione del Partito Democratico e del centrosinistra ad eleggerlo Presidente della Repubblica ha sicuramente tarpato un percorso di rinnovamento della politica di cui il M5S si era fatto portavoce. La storia tuttavia ci obbliga a tornare su quello stesso percorso interrotto e l’occasione potrebbe essere ancora una volta l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

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Clima, anche il papa interviene: ormai si parla di Eof, ‘the Economy of Francesco’

“Lotta alla povertà, istruzione, ecologia”, titola l’Avvenire riferendosi ai lavori che ad Assisi hanno inaugurato il mese di ottobre con gli approfondimenti su quella che ormai si chiama Eof: the Economy of Francesco.

Recentemente papa Bergoglio è nuovamente intervenuto sul tema cruciale del cambiamento climatico, criticando in un videomessaggio al convegno Youth4Climate l’insufficienza delle misure tecniche e politiche sin qui adottate. “Non è più il tempo di aspettare, bisogna agire”, ha sottolineato. È il momento di “superare le frammentazioni e di ricostruire il tessuto delle relazioni di modo che possiamo giungere a un’umanità più fraterna”.

Quanto più si avvicina l’appuntamento del Cop26, la conferenza sul clima promossa dalle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow a novembre, tanto più aumenta il nervosismo dei governi. I problemi sono complessi e molteplici: economici, sociali, geopolitici. Resta il fatto che la svolta sui gas serra è urgente per la pura e semplice salvaguardia del pianeta.

Che il papa argentino sia in prima fila in questa vicenda cruciale dimostra la capacità dei pontefici da Giovanni XXIII a oggi (con la sola eccezione del papa “non politico” Ratzinger) di collocarsi di volta in volta agli incroci decisivi della storia contemporanea, ponendosi come interlocutori della società nonostante la crisi della secolarizzazione aggredisca le strutture della Chiesa.

Molto prima che Greta Thunberg si affacciasse sulla scena, papa Bergoglio aveva lanciato nel 2015 la prima enciclica verde cattolica, Laudato si’, la cui importanza sta nel fatto di avere individuato e denunciato con chiarezza lo stretto legame tra degrado naturale e degrado sociale, tra politiche, interessi e comportamenti che rovinano la natura ed esiti rovinosi sul piano della qualità della vita di miliardi di uomini in quanto frantumano il “bene comune”.

Incendi, alluvioni, desertificazioni, inquinamenti non sono più incidenti casuali, ma espressioni di una malattia permanente. Non a caso, nella drammatica preghiera del 27 marzo in una piazza San Pietro deserta, Francesco esclamò che non era possibile pensare di “rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È noto che all’elaborazione dell’enciclica Laudato si’ ha collaborato il brasiliano Leonardo Boff, teologo della liberazione messo alle strette negli anni Ottanta dal cardinale Ratzinger (allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede) e definitivamente costretto all’uscita dall’ordine francescano dalla persecuzione di Giovanni Paolo II. Le sue riflessioni, pubblicate nel pamphlet Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale (ed. Castelvecchi), sono un pungolo anche al pensiero laico, perché uomini e donne di qualsiasi impostazione filosofica o religiosa rileggano con attenzione le due encicliche fondamentali di Bergoglio: Laudato si’ e Fratelli tutti.

Il tema è attualissimo perché in questi mesi i governi dei paesi avanzati si stanno misurando con la ripresa economica e sociale, dopo i colpi catastrofici inferti dalla pandemia di Covid-19 nel biennio 2020-21. Anche in Italia viviamo in queste settimane l’interrogativo se Recovery significherà ripristinare lo stato delle cose precedente o imboccare una nuova strada – come avvenne in Europa dopo la II guerra mondiale con la costruzione dello stato sociale.

Boff parla il linguaggio senza sconti di chi conosce, dalla sua esperienza brasiliana, la brutalità dello sfruttamento delle masse subalterne. “Lo 0,1% per cento dei miliardari che controllano il 90% per cento delle risorse economiche e speculative – scrive il teologo che si occupa da anni di economia sostenibile – si sta già attivando per imporre un ordine capitalista ultra-neoliberista ancora più radicale di quello precedente la pandemia”.

Di sicuro le resistenze al cambiamento di direzione della macchina economico-sociale sono e saranno fortissime. Sulla scena si misurano volontà di potenza da un lato e miseria, fragilità ed emarginazione di miliardi di uomini e donne dall’altro. Chiudere gli occhi è una scelta, non può passare per distrazione. Boff cita Francesco, che in Fratelli tutti considera che “far funzionare meglio” ciò che si faceva prima, migliorando soltanto i sistemi e le regole esistenti, significa che si sta “negando la realtà”. Così come – sempre Francesco – ricorda nella Laudato si’ che l’idea di una crescita infinita e senza limiti “suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta”.

Sottolinea Boff che la scelta del cambiamento esige nei cuori e nelle menti un mutamento di paradigma: il passaggio dal dominus al frater. Dal padrone alla fratellanza. Non è un gioco di parole. Basti solo pensare in tempi di pandemia alla cornice di socialità insita in un sistema sanitario nazionale e all’impronta darwiniana insita nel sistema sanitario assicurativo personale all’americana.

Francesco, con provocazione profetica, parla della necessità di dare spazio anche nella politica ad un atteggiamento che realizzi la “tenerezza” nei rapporti. Il che implica al tempo stesso – come ammonisce il papa argentino – che la politica non deve subordinarsi supinamente ai dettami dell’economia e della tecnocrazia.

Quanto profonde siano le radici del cattolicesimo sociale, che Bergoglio sviluppa, lo nota nella prefazione Pierluigi Mele quando rievoca la concretezza e la passionalità di Giorgio La Pira, sindaco a Firenze nell’aspra stagione della Guerra Fredda: “Non posso essere indifferente… Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze”, alla dignità calpestata, ai diritti umani conculcati?

A ogni tornante storico l’interrogativo si ripropone.

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