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La Grecia lascia fuori gli italiani, anzi no. Una scelta che sa quasi di affronto personale

Essere d’accordo con un leghista era per me qualcosa che poteva succedere solo in questi tempi anomali. Dice il governatore del Veneto Luca Zaia in merito alla mancata riapertura delle frontiere greche all’Italia: “La Grecia nei nostri confronti ha avuto un comportamento assolutamente riprovevole. Mi fa incazzare che questo atteggiamento venga da un Paese che sta in Europa”. Poi la stilettata finale: “Non ci risulta che la sanità greca sia come quella veneta o quella italiana. Da parte del Veneto non c’è preclusione per nessuno”.

Inutile girarci attorno: Zaia ha ragione. La decisione di Atene di riaprire dal 15 giugno i suoi aeroporti ai voli internazionali provenienti da 29 paesi, ma tenere fuori Italia, Svezia e Spagna, ha il sapore amaro della scelta che prescinde dalle evidenze epidemiologiche e sconfina quasi nell’affronto personale, come se un vecchio amico, qualcuno di cui ti fidavi ciecamente, ti chiudesse la porta in faccia nel momento del bisogno.

Se è irritante che un paese come l’Olanda faccia il maestrino nei confronti nell’Italia – usando il volto del suo premier con la faccia da secchione antipatico, un tizio che la mattina fa il “frugale” e la sera lavora per rendere il sistema fiscale olandese uno dei più convenienti d’Europa – figuriamoci quanto indisponente possa essere questa decisione della Grecia, il fanalino di coda dell’Unione, un paese tra l’altro a noi storicamente vicino.

Quello che più stupisce in questo provvedimento è inoltre l’assenza di mezze misure per mitigarne gli effetti, come se noi italiani fossimo degli svedesi qualunque, come se il nostro paese fosse un lazzaretto. Più intelligente sarebbe stato seguire la strada della Croazia che ci permetterà, per il momento, l’ingresso solo per motivi di lavoro e turistici, con obbligo di presentazione di una prenotazione in albergo. Oltre che saggia, si tratta di una scelta furba: la Croazia sa bene quanto siano importanti i viaggiatori italiani per il sostentamento della sua economia turistica.

Poche ore dopo la prima comunicazione, sicuramente per le rimostranze ricevute, ecco però che la Grecia decide di fare un mezzo passo indietro stabilendo che per il periodo dal 15 al 30 giugno è consentito l’accesso agli italiani che atterrano ad Atene e Salonicco, previo test per chi proviene dalle regioni a più alto tasso di contagio, leggi Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Se il test risulta positivo, il passeggero è obbligato a una clausura di due settimane; se negativo, deve comunque mettersi in quarantena per sette giorni.

Una pezza che era peggio del buco: che senso ha viaggiare in un paese straniero se devi auto-recluderti? È comprensibile che la Grecia tema nuovi contagi portati dall’esterno, non potendo contare su un sistema sanitario forte come quello italiano, ma forse l’Ambasciata di Atene non si rende conto – meglio, fa finta di non rendersi conto – che discriminare in questo modo i turisti provenienti da quattro tra le più ricche regioni italiane è una scelta poco intelligente e ancor meno lungimirante.

Viene quasi da prendere in considerazione – altro miracolo per me – le parole della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, secondo cui “gli accordi bilaterali con i quali la Germania e altri Stati europei vorrebbero mandare i loro turisti in Grecia o in Croazia, tagliando fuori l’Italia, sono vergognosi e rischiano di essere il colpo di grazia per il turismo italiano”.

È così? Non è così? Al momento resta solo – in attesa che il prossimo primo luglio Atene riveda la lista degli ingressi consentiti – amarezza, delusione e rabbia per quello che sembra un tradimento inaspettato da chi credevi tuo compagno di ventura.

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Paolo VI, il Papa che si sentì sempre sacerdote. A cent’anni dall’ordinazione un esempio attuale

Amleto o Don Chisciotte? Così i suoi critici dipingevano San Paolo VI che la Chiesa ricorda il 29 maggio, nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta esattamente cento anni fa, nel 1920. Un Pontefice amato più da morto, e da santo, che da vivo. Molto osteggiato all’interno della Curia romana, probabilmente di più di quanto lo è oggi Papa Francesco. Un autentico riformatore per i suoi gesti eclatanti come il rifiuto della tiara che mise all’asta in beneficenza, la messa della notte di Natale del 1968 celebrata all’Ilva di Taranto con gli operai dello stabilimento, il funerale di Aldo Moro il 13 maggio 1978 e i viaggi internazionali da lui inaugurati.

Ma anche per la sua insuperata riforma della Curia romana, la Regimini Ecclesiae universae, per due dei suoi provvedimenti più avversati ma sicuramente più lungimiranti, Ecclesiae sanctae, con il quale stabilì a 75 anni la pensione per i vescovi e Ingravescentem aetatem, con il quale fissò a 80 anni il limite d’ingresso dei cardinali in conclave, e, infine, per la sua contestatissima ultima enciclica, Humanae vitae, contro l’aborto e la contraccezione.

Di San Paolo VI molti ricordano una celebre frase pronunciata, il 2 ottobre 1974, durante il discorso che egli tenne ai membri dell’allora Consilium de laicis: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Frase che Montini riprese, l’anno dopo, nella sua esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Un documento profetico, non a caso ritenuto da Bergoglio il più bello del magistero montiniano, da lui sviluppato nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, il documento programmatico del suo pontificato.

Monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia e autorevole biografo di Montini, ripercorre il magistero sul sacerdozio di San Paolo VI a cento anni dalla sua ordinazione presbiterale. Di quell’uomo che, dopo un’intensa vita diplomatica ai vertici della Segreteria di Stato, accanto a Pio XII, sarà chiamato prima a guidare l’arcidiocesi di Milano e poi a succedere a San Giovanni XXIII e a governare il Concilio Ecumenico Vaticano II e soprattutto la difficile fase della sua immediata attuazione.

Nel libro Paolo VI. Pastorale del sacerdozio (Edizioni Viverein), Sapienza scrive che Montini “era giunto all’ordinazione con notevoli difficoltà, a causa della salute malferma. Il suo vescovo scriveva: ‘È un giovane che ha tutte le più belle qualità, ma gli manca la salute’. E, non di meno, era convinto di ordinarlo ugualmente: ‘Vuol dire che lo ordineremo per il paradiso!’”.

Per Sapienza “il pontificato di Paolo VI ha attraversato una stagione delicata: gli anni del Concilio e del post-Concilio; il sessantotto, con la contestazione giovanile. E la lacerazione aperta all’enciclica Humanae vitae; la crisi delle vocazioni, con le polemiche sul celibato: tanti, tra il clero e i consacrati, che chiesero di lasciare, o lasciarono senza chiedere, il ministero. Paolo VI soffriva intimamente e, tuttavia, confermò i principi e la grande tradizione della Chiesa; ma, fin dove fu possibile alla sua coscienza di credente e di pastore, cercò di capire e di sostenere con un insegnamento saggio, illuminato, e profondamente partecipato”.

Sapienza ricorda come “prima di tutto e sempre”, Montini “si sentì sacerdote. Qualcuno è arrivato a dire che riteneva il sacerdozio superiore anche all’episcopato: ‘Il ministero più che il magistero’. Aveva desiderato la vita pastorale in parrocchia, provare ‘la felicità di amare Dio con un povero cuore’”.

Nei dialoghi con Jean Guitton, San Paolo VI affermava: “Se c’è una cosa bella che riempie di gioia il cuore del Papa è la vista di un prete povero, vestito di una vecchia tonaca, magari senza qualche bottone, in mezzo a un gruppo di ragazzi che giocano con lui, che studiano e si preparano alla vita, che lo accolgono con gioia e in lui hanno fiducia”.

Ma, – chiosa Sapienza – come sappiamo, il suo futuro fu diverso. E, forse, questa può essere stata una delle pene della sua vita: essere relegato a funzioni amministrative molto lontane dal sacerdozio, mentre era nato per parlare all’uomo, per guidare le coscienze. Così Jean Guitton poteva concludere: ‘Davvero la condotta di Dio è paradossale. Prepara un uomo a una certa esistenza e poi lo chiude nell’esistenza opposta!’”.

Sapienza riporta, inoltre, un episodio molto significativo. “L’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, salutando Montini a nome di tutto il corpo diplomatico prima della partenza per Milano, ammetteva con ammirazione: ‘Ciò che noi diplomatici più rispettiamo e maggiormente amiamo in voi è che, dietro la figura del ministro della Santa Sede, abbiamo sempre sentito il sacerdote‘. E Montini seppe interpretare i servizi che gli venivano proposti dalla Chiesa, nelle diverse stagioni della vita – anche nel servizio diplomatico! – come altrettante forme della sua totale e gioiosa donazione nel sacerdozio”. Un esempio attualissimo.

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Libia, la strategia Usa cambierà coi Democratici alla Casa Bianca?

Come potrebbe mutare la strategia americana nel Mediterraneo in caso di vittoria dei Democratici alla Casa Bianca? Se l’amministrazione Trump si è caratterizzata per un sostanziale allentamento delle attenzioni sulla Libia, con posizioni spesso contraddittorie, preferendo altri quadranti come il Medio Oriente e la Cina, quale sarà invece l’indirizzo di Joe Biden in politica estera?

Punto di partenza: il risiko in stile siriano che sta andando in scena, con protagonisti Putin ed Erdogan, su cui i Democratici potrebbero decidere di inserirsi potenziando l’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato in appoggio al governo di Tripoli.

In occasione del discorso pronunciato al Graduate Center al Cuny di New York, Joe Biden ha presentato le sue idee anche in politica estera “per riparare il danno provocato dal presidente Trump e tracciare una rotta sostanzialmente diversa per la politica estera americana per il mondo”.

Ha già detto che l’ambasciata americana in Israele rimarrebbe a Gerusalemme definendo la decisione trumpiana di spostare la base diplomatica da Tel Aviv “miope e frivola”. Pur non essendo stata apertamente menzionata la macro-area mediterranea, è di tutta evidenza come la annunciata discontinuità con l’amministrazione Trump dovrebbe riverberarsi anche su un versante complesso come la Libia (sempre ammesso che la situazione a elezioni finite non sia nuovamente e irrimediabilmente mutata).

Più recentemente Biden ha detto pubblicamente di non essere d’accordo con alcune delle politiche interventiste di Obama, in particolare in Libia, chiedendo al contempo di allentare le sanzioni iraniane, di tornare all’accordo nucleare iraniano e di ristabilire le relazioni con Cuba. Pochi giorni fa il presidente Trump ha chiamato Erdogan per chiedere una rapida de-escalation, dal momento che gli Stati Uniti vogliono evitare che la Libia diventi un’altra Siria.

Ma al di là dell’oggi, il ragionamento tarato sui Democratici va visto in prospettiva sul domani. Se l’imperativo di Biden è compiere un’inversione a U rispetto alle strategie trumpiane, allora è lecito attendersi un nuovo impegno Usa in Libia. L’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato che appoggia il governo di Tripoli di Al-Serraj allora potrebbe vedersi rafforzato da un “uso” diverso della Turchia, che di fatto ha sostituito l’Italia nell’interlocuzione libica.

Al lavoro sul dossier esteri di Biden ci sono una serie di figure tecniche, come Antony Blinken, vicino a Biden da quasi 20 anni, sia quando il candidato dem era nel Comitato per le relazioni estere al Senato sia durante il primo mandato di Obama, quando fu anche vicesegretario di stato. La sua squadra comprende Brian McKeon, i cui legami con il candidato risalgono agli anni ’80, e analisti della sicurezza nazionale che hanno prestato servizio sotto Obama, come Julianne Smith, Colin Kahl, Ely Ratner e Jeffrey Prescott.

L’amministrazione Trump sin dal suo insediamento ha mostrato apertamente uno spiccato disinteresse per il caso libico, in virtù di anni di cosiddetto isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo in altri versanti del Medio Oriente, accanto alla contrapposizione commerciale e geopolitica con la Cina. Si disse, commentando i primi passi del neoeletto Trump, che in sostanza gli Usa avrebbero proceduto ad una de-responsabilizzazione nel quadrante mediterraneo, per concentrarsi su altri obiettivi considerati prioritari.

Ma verso la fine dello scorso anno, la Casa Bianca è sembrata voler invertire quantomeno quel trend vista la complessità della situazione in Libia. Va ricordato l’incontro dello scorso 24 novembre di una delegazione Usa con il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ma al contempo esprimendo le preoccupazioni a stelle e strisce per lo sfruttamento del conflitto da parte russa (ovvero milizie, risorse petrolifere, Noc, Tripoli).

Dieci giorni prima si era svolto lo Us-Libya Security Dialogue a Washington alla presenza di soggetti aderenti al Government of National Accord, in cui era stata avanzata alla Libyan National Army (Lna) la richiesta di bloccare l’offensiva su Tripoli. Tutti passaggi che non cancellarono le contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Si tratta di pillole di rinnovato attivismo, che si legano anche alla contingenza Covid-19, in occasione della quale gli Usa forniranno 6 milioni di dollari di ulteriore assistenza umanitaria alla Libia in risposta alla pandemia. Sono denari che, nelle intenzioni, aiuteranno i funzionari sanitari a prevenire la diffusione della malattia e a rispondere ai bisognosi che hanno contratto la malattia.

Non va sottaciuto però un elemento legato alla oggettiva contingenza, più che alla effettiva strategia soggettiva: chiunque vincerà le elezioni di novembre si troverà ad affrontare una probabile recessione, con un elettorato preso da altri problemi e disinteressato a interventi militari a lungo termine. Una premessa utile a capire quale tipo di politica estera verrà costruita.

@ReteLibia

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Walter Tobagi, quarant’anni fa l’assassinio di un appassionato esempio di giornalismo

Nell’Antico Testamento c’è un passaggio nel Libro del Siracide che recita così: “Informati, prima di criticare, e rifletti bene, prima di far rimproveri. Prima di rispondere, ascolta attentamente, e non interrompere chi sta parlando”. È un insegnamento di vita che aderisce allo stile di Walter Tobagi, giovane e brillante giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 sotto casa, a Milano, dalla Brigata XXVIII marzo, un commando terroristico di estrema sinistra che si richiama alle Brigate rosse.

Tobagi, figlio di un ferroviere socialista, nella sua vita ha bruciato le tappe. A 21 anni è studente lavoratore e comincia a scrivere per l’Avanti!, quindi passa all’Avvenire (due testate che ne riflettono l’orientamento di socialista cattolico), poi al Corriere d’Informazione fino al Corriere della Sera, nel 1972, ad appena 25 anni. Arriva nel più importante quotidiano italiano avendo già scritto un libro, Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Si laurea con una tesi in Storia contemporanea sul sindacato nel dopoguerra, acquisendo competenze che gli valgono anche una cattedra in Storia contemporanea all’Università di Milano.

Ripercorrendo i tratti della sua vita professionale, si trae l’impressione che i sette libri che ha scritto gli siano serviti come modus operandi per la sua attività giornalistica: sempre documentato, mai sopra tono, animato dall’intento di trasmettere conoscenze più che opinioni. Dal suo studio sul sindacato parte anche il suo impegno nell’associazione di categoria, che lo porta a diventare presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti.

Non vuole un sindacato figlio di interessi partitici, denuncia l’impoverimento e la precarizzazione della categoria (il giornalista povero non è libero), valuta positivamente una formazione universitaria del giornalista, intravede le possibili insidie della tecnologia e guarda con naturale sospetto alle concentrazioni di poteri e di testate.

Dalla seconda metà degli anni Settanta i giornalisti sono un obiettivo privilegiato del terrorismo rosso. Vanno ricordate le intimidazioni, i numerosi ferimenti e l’uccisione di Carlo Casalegno, firma di punta de La Stampa. A questo proposito scrive Tobagi in una relazione del 1978: “Possiamo annoverare i terroristi tra quelli che si propongono di far tacere, o almeno intimorire, la stampa. Sarebbe sciocco ignorare questa realtà, ma non possiamo nemmeno farci impaurire. Dev’essere chiaro che i giornalisti non vanno in cerca di medaglie, non ambiscono alla qualifica di eroi; però non accettano avvertimenti mafiosi”.

Il gruppo terroristico che lo uccide tre settimane prima aveva sparato alle gambe al giornalista de La Repubblica Guido Passalacqua. La Brigata XXVIII marzo aveva assunto questo nome, nel 1980, dal giorno dell’irruzione nel covo di via Fracchia a Genova degli uomini del Nucleo speciale antiterrorismo. L’azione portò alla morte di quattro brigatisti (fra cui due donne), ma la versione ufficiale dei carabinieri – un conflitto a fuoco in risposta al ferimento di un sottoufficiale dell’Arma – non fugò il sospetto di una reazione eccessiva da parte degli agenti.

Su quest’episodio, Tobagi riesce a non farsi trasportare dagli umori vendicativi che serpeggiano fra la gente del posto e scrive: “È come se perfino un sentimento di pietà non possa più trovar spazio; ed è la conseguenza più avvilente di quella strategia perversa che ha voluto puntare sulla lotta armata”.

Walter Tobagi era diventato un esperto di terrorismo, ne aveva anche analizzato le forme di evoluzione della clandestinità. Il 20 aprile 1980 scrisse uno dei suoi articoli più noti sui terroristi, intitolato Non sono samurai invincibili, chiudendo il pezzo con queste parole: “L’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato”.

Era un’analisi esatta. Sapeva di essere nel mirino dei terroristi e convisse nei suoi ultimi mesi con un dignitoso sentimento di paura, senza arretrare, continuando a lavorare con la sua passione e la sua intelligenza, continuando anche a credere, dopotutto, in un futuro migliore.

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Yemen, mobilitazione internazionale per i quattro giornalisti condannati a morte

Oltre 150 associazioni per i diritti umani e per la libertà di stampa hanno lanciato un appello alle Nazioni Unite affinché intervengano per salvare la vita di quattro giornalisti condannati alla pena capitale nello Yemen.

Abdel-Khaleq Amran, Akram al-Walidi, Hareth Hamid e Tawfiq al-Mansouri sono stati giudicati colpevoli di spionaggio, l’11 aprile, da un tribunale speciale istituito dal gruppo armato huthi nella capitale Sana’a.

I quattro giornalisti erano stati arrestati il 9 giugno 2015 all’interno dell’hotel Qasr al-Alham di Sana’a, uno dei pochi luoghi della capitale con una connessione Internet ancora funzionante.

Per loro, così come per altri sei giornalisti arrestati lo stesso giorno, era scattata l’accusa di “collaborazione col nemico” e “diffusione di dicerie e notizie false” a vantaggio della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati arabi uniti, che da oltre cinque anni bombarda lo Yemen.

I sei sono stati successivamente assolti e autorizzati al rilascio ma solo uno di loro è tornato effettivamente in libertà. Un primo risultato della mobilitazione globale pare averlo ottenuto.

Martin Griffiths, inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, ha menzionato la situazione dei quattro giornalisti nel suo report di maggio al Consiglio di sicurezza, sollecitando la loro scarcerazione. Lo Yemen è al 167esimo posto nella classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa.

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Giornata della legalità, anche con il coronavirus il metodo Falcone fa scuola

In questa Giornata della legalità ricordiamo il 28° anniversario di Capaci, l’attentatuni con cui Cosa nostra sterminò Giovanni Falcone e la moglie, Francesca Morvillo, insieme ai giovani di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Dalle esperienze di Falcone si ricavano insegnamenti preziosi, condensabili in un principio base: per ottenere risultati ci vuole “metodo”. Nel contrasto alla mafia (criminalità organizzata), metodo significa “organizzazione contro organizzazione”. Di qui l’intuizione di creare un pool di magistrati antimafia che operasse secondo i parametri della centralizzazione e specializzazione. Tutti i processi di mafia dovevano confluire nel pool (prima erano frantumati in mille rivoli non comunicanti, con totale dispersione dei dati); ed i magistrati del pool dovevano occuparsi soltanto di questi processi, in modo da approfondire sempre più il fenomeno. Nasce così il “maxiprocesso”: capolavoro del pool (Falcone ne era la punta) e svolta decisiva nella storia del nostro Paese. Per le giuste condanne (19 ergastoli e oltre 2600 anni di reclusione a mafiosi di ogni ordine e grado); ma soprattutto per il crollo del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra, attiva da circa due secoli ma fino ad allora praticamente impunita.

Ciò che rende assurdo e incredibile (o se si preferisce spiega fin troppo chiaramente) il fatto che Falcone sia poi stato “fermato” con calunnie e delegittimazioni d’ogni sorta: azzerando il pool e il suo metodo di lavoro vincente, umiliando Falcone fino a costringerlo ad emigrare da Palermo (ormai tutte le porte gli venivano sbattute in faccia) a Roma; qui continuò a impegnarsi da par suo applicando su scala nazionale il metodo “palermitano” basato su centralizzazione e specializzazione, creando la Procura nazionale, le Procure distrettuali antimafia e la DIA con relative banche dati. Un’ottima organizzazione che funziona ancora oggi, predisposta mentre la Cassazione (il 30 gennaio del 1992, ndr) confermava in via definitiva le condanne del maxi, rifilando ai boss ( che avevano fatto di tutto per impedirlo) una “tagliata di faccia” intollerabile. Un esiziale “uno-due”, cui Cosa nostra reagì con protervia bestiale: le stragi.

Oggi, ai tempi del coronavirus, il metodo Falcone fa ancora scuola. La pandemia sta causando – oltre a danni devastanti alle persone – uno choc economico-finanziario gigantesco. Molte attività rischiano di chiudere o faranno una gran fatica a riprendere. Si aprono così nuove opportunità ai mafiosi, che hanno nel loro dna di sciacalli la specialità di “ingrassare” speculando sulle sofferenze e disgrazie altrui. Uno scenario già di per sé cupo potrebbe tracimare in catastrofe.

E’ necessario giocare d’anticipo organizzandosi al meglio: sia traducendo in cifra operativa i cosiddetti bazooka economici, cioè gli aiuti massicci previsti sul piano nazionale ed europeo; sia pianificando per tempo forme efficaci di contenimento che incidano sul primo manifestarsi degli appetiti mafiosi. Una strada intrapresa dal capo della Polizia, Franco Gabrielli, costituendo – fin dall’inizio di aprile – un “Organismo permanente di monitoraggio presso la Direzione centrale della Polizia Criminale” (in collegamento con ogni altra Autorità interessata e con gemmazioni in tutte le Prefetture del Paese) per procedere ad un’accurata e preventiva ricognizione a tutto campo dell’infiltrazione dell’economia mafiosa italiana ed europea, con attenzione anche ai “tentativi di condizionamento dell’attività deliberativa relativa agli appalti pubblici”.

Un’iniziativa di pianificazione che richiama – appunto – gli insegnamenti di Falcone: organizzarsi in base alla raccolta dati e al loro studio, senza lasciare nulla all’improvvisazione.

Il 9 maggio l’Osservatorio ha elaborato un primo “report” di 75 pagine che individua i settori di maggior interesse per le cosche, ne analizza le strategie, elenca le precauzioni da adottare, tratteggia anche il “welfare mafioso” con cui si supportano le famiglie in crisi e si aumenta il consenso.

Un clamoroso riscontro di queste preoccupazioni si è avuto il 12 maggio: un’inchiesta Palermo-Milano ha portato all’arresto di 91 persone, mafiosi e complici, accusate di voler mettere le “Mani in pasta” (questa la denominazione dell’operazione) puntando ad attività economiche in crisi, in particolare al quadrilatero milanese della moda, a discoteche, negozi e centri scommesse.

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Lavoratori stranieri: oggi i braccianti scioperano per combattere in nome della dignità

L’ultimo in ordine di tempo è stato un bracciante di origine indiana: malmenato e gettato in un canale perché aveva osato chiedere al suo datore di lavoro la mascherina per proteggersi dal Covid-19. Un insulto, alle orecchie del proprietario dell’azienda agricola di Latina che avrà pensato: “Vi pago già 4 euro l’ora. In più, con quale faccia mi chiedi la mascherina!”. Quindi le botte e la corsa, a piedi, del bracciante indiano al pronto soccorso.

La storia del caporalato affonda le origini in decenni di sfruttamento in cui i diritti dei lavoratori nei campi sono stati messi sempre in secondo piano. “Prima raccogliete la frutta, che vale più di voi” è stata la giustificazione ingiustificabile di un paese, il nostro, che ha chiuso entrambi gli occhi.

Intanto, le baraccopoli, costruite da questi dannati della terra usciti dal libro di Fanon, sono diventate uno strumento politico utilizzato dalla destra cattiva e dalla sinistra radical chic. Per la prima, possiamo portare l’esempio di Matteo Salvini, diventato una miniera inesauribile di amenità. Durante un dibattito televisivo con il sindacalista Aboubakar Soumahoro, che lo avvisava dello sciopero imminente, il guidatore di trattori più famoso in Italia ha risposto stupito: “Ora scioperano i clandestini? Ma in che Paese viviamo”.

In queste poche parole del Salvini-pensiero c’è tutto: i diritti non sono di tutti; la dignità del lavoro è di un club ristretto di persone; i clandestini non sono lavoratori ma entità de-umanizzate oscure. Tanto scuro quanto l’uso politico che, durante gli anni, la Lega ha fatto delle bidonville nostrane. E cioè, non si sono spesi a risolvere il problema ma hanno creato nell’immaginario collettivo un luogo dove riversare tutta la cattiveria e il malcontento degli italiani.

Poi, però, c’è la sinistra radical chic, come quella di Matteo Renzi, che dei diritti di questi lavoratori se ne è lavata le mani. Ha preferito portare avanti una retorica del “Poverini. Eccoli qui, piegati nei campi”. Fino ad arrivare con la ministra Teresa Bellanova che, in lacrime, ha annunciato un decreto che regolarizza alcuni lavoratori migranti, non tutti. Lasciando così zone d’ombra, come segnalato da molte parti.

Ciò detto, alla Bellanova va il plauso di essersi battuta, in quanto ex bracciante, per la tutela parziale di quelle persone che avrà incrociato nei campi. Ma non basta, non si possono più dare risposte parziali ai lavoratori.

Aboubakar Soumahoro e tutti gli scioperanti di oggi ci ricordano che c’è una battaglia da combattere. Non è solo per i loro diritti, ma anche per i nostri. Tutto nel nome della dignità di avere una vita felice, grazie ad un lavoro.

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Didattica a distanza, i genitori si riscoprono ‘insegnanti’ e hanno bisogno di aiuto

La chiusura prolungata delle scuole ha imposto ai genitori anche un ruolo “didattico”. Per aiutarli a svolgere questo compito è importante fornire loro strumenti semplici e chiari. Potrebbero rivelarsi utili anche per ridurre le disuguaglianze.

di Maria Bigoni, Stefania Bortolotti, Margherita Fort e Annalisa Loviglio (fonte: lavoce.info)

Cruciale l’età degli studenti

Otto milioni di bambini e ragazzi sono a casa da scuola dal 22 febbraio e non è chiaro quando potranno tornarvi. La scuola sta cercando di rimanere vicina agli studenti: secondo i dati del ministero, circa tre quarti delle scuole hanno attivato iniziative di didattica a distanza, che però non può sostituirsi completamente alla ricchezza dell’interazione in presenza.

Si è molto discusso di dotazioni tecnologiche e di modalità di valutazione degli studenti; è però importante anche riflettere su chi rischia di essere maggiormente colpito da questa situazione e su come ridurre al minimo possibili conseguenze negative di lungo periodo. Oltre al contesto socioeconomico, anche l’età dei bambini rappresenta un fattore cruciale di cui tenere conto.

Se il passaggio forzato alla didattica a distanza rallenterà la formazione per gli studenti di ogni ordine e grado, le conseguenze più rilevanti potrebbero ricadere sui bambini più piccoli: gli investimenti educativi che avvengono nei primi anni di vita sono quelli con un ritorno più alto e hanno un impatto duraturo nel tempo, che va ben oltre la carriera scolastica. Come provato da numerosi studi, tra cui quelli del premio Nobel James Heckman, lo sviluppo del capitale umano è un processo dinamico e alcune competenze risultano più malleabili in giovane età.

Famiglie al centro

Nell’emergenza sanitaria, la responsabilità educativa ricade principalmente sui genitori, che devono farsi veicolo delle attività didattiche e pedagogiche proposte dalla scuola. Sono pronti a rivestire questo ruolo, ne comprendono a pieno l’importanza? Studi recenti indicano che i genitori tendono a sottostimare l’importanza che la propria interazione con i bambini più piccoli ha sul loro sviluppo.

È particolarmente vero per famiglie con un background socio-economico più svantaggiato. Inoltre, i problemi finanziari e lavorativi che colpiscono molte famiglie potrebbero ridurre la capacità dei genitori di concentrarsi sullo sviluppo delle competenze dei figli.

Spunti per fronteggiare l’emergenza

È certamente auspicabile che i bambini possano tornare a interagire tra loro e con gli insegnanti non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, perché le dinamiche di socializzazione e apprendimento che si sviluppano nel contesto scolastico sono insostituibili.

Nel frattempo, però, l’obiettivo da perseguire è quello di fornire un supporto alla genitorialità, in particolare ai genitori dei bambini in età prescolare e della scuola primaria. È importante dare indicazioni e suggerimenti uniformi, chiari e facili da mettere in pratica, per aiutare i genitori ad accompagnare i propri figli in questo momento complicato, stimolandone lo sviluppo cognitivo, motorio e socio-emotivo con modalità compatibili con le limitate risorse di tempo, spazio e denaro oggi disponibili.

Da anni studiosi di vari campi, organizzazioni non governative e istituzioni si occupano di promuovere e valutare l’efficacia di azioni volte a contrastare la povertà educativa (per l’Italia, si veda ad esempio l’iniziativa “Con i bambini”). E una serie di studi scientifici, la cui valutazione di impatto ha fornito risultati promettenti (si veda la tabella 1), si sono focalizzati proprio su interventi diretti ai genitori di bambini piccoli.

Tabella 1

Un primo studio ha coinvolto famiglie con un reddito basso e con figli in età prescolare e ha fornito tablet contenenti centinaia di libri per bambini: la dotazione tecnologica, unita a reminder giornalieri sull’importanza della lettura e a stimoli a fissare obiettivi in termini di tempo di lettura settimanale, ha portato in media a un raddoppio della frequenza della lettura, con effetti più marcati per i genitori che prima dell’esperimento passavano meno tempo con i figli e tendevano a dare meno importanza al futuro.

Gli studi di Susanna Loeb e dei suoi colleghi prevedono invece l’invio ai genitori di sms per suggerire attività volte a sviluppare competenze matematiche, linguistiche e socio-emozionali. Le attività sono disegnate in modo da integrarsi bene con la routine quotidiana (preparare la tavola, ordinare la stanza, per esempio), sono dunque semplici da mettere in pratica. I primi risultati positivi ottenuti da questo tipo di protocollo hanno indotto la behavioral unit del Regno Unito a finanziare ulteriori test e a mettere a disposizione una app gratuita per i genitori. L’efficacia di programmi simili è stata documentata anche nel contesto dei compiti per le vacanze estive.

Nel nostro paese, la realizzazione di un programma di supporto alla genitorialità di questo tipo si integra bene con l’impegno del ministero dell’Istruzione a fornire accesso a Internet e tablet a tutte le famiglie, ma potrebbe anche essere attuata tramite altri canali, quali ad esempio la televisione (come già suggerito da Paolo Sestito)

Lo sviluppo, a livello nazionale, di strumenti dall’utilizzo semplice e “leggero” può essere utile a genitori che faticano a orientarsi tra le numerosissime e variegate proposte che ora ricevono. La difficoltà nel discernimento e nella scelta può essere particolarmente seria per quei genitori che hanno meno tempo e meno strumenti a disposizione, e questo rischia di amplificare l’eterogeneità a livello socio-economico, ampliando i divari.

Un intervento di supporto alla genitorialità nato dall’emergenza Covid-19 potrebbe avere effetti duraturi, che si protraggono anche oltre l’emergenza. Favorirebbe così la diffusione di abitudini e di modalità di interazione tra genitori e figli che possono perdurare anche in futuro, contribuendo a ridurre le disuguaglianze.

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Solo Silvia Romano sa com’è andata: qualunque giudizio pecca di ignoranza

Nella vicenda di Silvia Romano troppi piani si sono sovrapposti per poter estrarre una chiave di lettura unica e semplicistica. Si tratta comunque di un episodio che ci permette di fare alcune digressioni più generali sul tema della presa in ostaggio di un individuo. Quando la parola e il corpo vengono fatti prigionieri si crea una condizione estremamente complessa che può certo influenzare, ma non determinare il libero arbitrio.

I fattori sono: reclusione, libera scelta, paura e corpo. In questo caso non si tratta ovviamente della sola segregazione del corpo finalizzata all’obbedienza, non saremmo qua a parlarne, poiché per questo scopo bastava la forza bruta.

“Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?”. “Facendolo soffrire” rispose. “Bravo, facendolo soffrire”. Non è sufficiente che ci obbedisca. Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione.

Il progetto dei carnefici doveva comprendere anche l’obiettivo di fiaccarne la volontà che avrebbe potuto generare rivolta, ribellione e fuga. I rapitori infatti hanno voluto che lei vivesse per lucrarci, ed essendo canaglie raffinate sapevano di non doverne demolire il pensiero, la voce, per poter alzare la cifra richiesta.

Quando di mezzo c’è la psiche, ci sono diversi metodi per addomesticare la mente e la riottosità del prigioniero. Il primo, che non è il caso di Silvia, ma molto attuale, è dato dalla patologizzazione del dissenso, volta a stigmatizzarne la presunta devianza o pericolosità sociale, convincendo il soggetto ma soprattutto la società antistante che trattasi di persona pericolosa, le cui idee e libere espressioni sono ritenute indubitabilmente provenire da una mente non lucida. E’ il caso, ad esempio, di Dario Musso, oggetto di un brutale e discusso Tso, avvenuto a seguito di pubbliche rimostranze, non dannose per altri, di un libero pensiero, per quanto bizzarro o dissonante esso fosse.

La vera manipolazione non si contenta di invalidare il pensiero del ‘reprobo’ agli occhi della società, quanto piuttosto mira ad incistare nella mente del suddetto l’idea che i suoi pensieri debbano essere cambiati.

“Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?” “Quattro”. “E se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante sono? (…) Lo sai per quale motivo portiamo le persone in questo posto?” Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo”.

Io ho incontrato sulla mia pelle qualcosa di simile in una mia esperienza pseudoanalitica, laddove la parola ‘psicotico’ lanciatami in viso era una disperata difesa tesa a mantenere intatta una sovrastruttura fallace e foriera di malessere.

Nei casi di ostaggio del corpo entrano in gioco diverse strategie di sopravvivenza. La più banale è quella di un una accettazione fasulla e momentanea delle opinioni del carceriere per sopravvivere alla punizione, messa ad esempio in atto da molte donne indifese e oggetto di violenza le quali, pur di fermare la valanga di botte e bottigliate, ‘ammettono’ di essersi sbagliate sul conto del carnefice (‘mi hai convinto , me le hai date perché le ho meritate. Però per carità basta’). Il tutto finalizzato a cercare una via di fuga quando il carnefice si assenta.

La situazione di Silvia, e qua entriamo nel campo delle pure ipotesi, appare ancor più complessa perché chiama in causa una variabile soggettiva ed insondabile: la fede. Il carceriere dispone del tempo a capriccio, illimitato, agitando le chiavi della libertà facendole oscillare al mutare del suo stato d’animo. Questo è ciò che si chiama tener l’altro sotto lo scacco dell’angoscia. Ella sapeva di poter essere uccisa in qualsiasi momento, così come poteva pensare che la sua liberazione non sarebbe mai avvenuta.

La mente umana, quando deve fare una scelta impossibile, cerca sempre o quasi un adattamento. Quando sei oggetto di masnade di feroci assassini, tiranni che privano della libertà tenendo sotto l’arma del ricatto te e i tuoi cari, un punto terzo come la religione può essere una libera scelta, ancorché viziata da un’imposizione iniziale. E qua solo la protagonista conosce la verità.

Incontrare un Dio, qualunque esso sia, in forma scritta, con dei precetti, delle regole e degli insegnamenti, può salvare la mente dal deragliamento, e può portare ad un percorso di conversione che, chiamando in causa un terzo, stabilizza la situazione. Dio o Allah si trovano al di là della vittima e del carceriere, il che può riportare tutto ad uno stato di controllo tramite la preghiera.

Io non mi sono mai permesso di indagare quanto fosse ‘reale e sincera’ una conversione con i pazienti che, a fronte di un lutto, una perdita, un momento critico, hanno scoperto il valore salvifico della fede. Non è affar mio. Quello che so è che i credenti hanno una maggior capacità di tenuta rispetto ad eventi critici della vita. A Dio piacendo si vive e si muore, ci si ammala e si guarisce, proiettando in un altrove affanni della vita spesso atroci che diventano in tal modo sopportabili.

Questo è ciò che è successo a Silvia? Non è dato saperlo, dunque qualunque giudizio peccherebbe della non conoscenza della sua storia. Ciò che sappiamo è che la cooperante ha dovuto salvare il corpo e l’anima. Il tempo dirà a lei e solo a lei come ha incontrato il Dio nel Corano, magari sfilandolo simbolicamente dalla mani di quegli immondi assassini che glielo hanno dato.

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Silvia Romano si è convertita? Non ci riguarda. Piuttosto basta con gli odiatori anonimi in rete!

Silvia Romano si è convertita. Noi non possiamo sapere quanto le circostanze della prigionia abbiano influenzato la decisione: scelta libera? Sindrome di Stoccolma? Non solo è assurdo esprimere giudizi senza sapere nulla, ma è anche profondamente ingiusto: è una scelta che riguarda lei, che lei ha valutato e magari cambierà o manterrà. Personalissima.

Non sappiamo, ma una selva di vigliacchi pensa di sapere, e la insulta, mostrando tre caratteristiche; essere incapaci di prendersi un momento di riflessione prima di giudicare; essere incapaci di rendersi conto che non spetta a nessuno giudicare le scelte di chiesto tipo; essere incapaci di gioire per la liberazione di una connazionale, avvelenati da un odio assoluto per tutto ciò che non rientra nel loro modo di vivere vedere il mondo. Passa subito in second’ordine che la ragazza sia una cooperante che si da fare per migliorare il mondo.

Forse sarebbe l’ora di ridiscutere questo diritto all’anonimato in rete. Chi insulta lo faccia a viso aperto, con nome e cognome. Quando una cretina insultò pesantemente Laura Boldrini, fu individuata. Queste persone che amano mettere alla gogna, si facciano vedere, corrano il rischio di essere contestati, di discutere in tribunale richieste di danni per diffamazione, se non peggio.

Ogni volta che leggiamo un articolo o cerchiamo un’auto siamo profilati, come si dice, sanno chi siamo e non possiamo più aprire un sito senza essere inondati di pubblicità mirate: sanno chi siamo, cosa ci piace, quanti soldi abbiamo, orientamento politico e sessuale, vizi e virtù. La legge sulla privacy è una foglia di fico che non copre nulla ma produce burocrazia a iosa.

L’anomimo hater, che insulta nascosto da uno schermo, è la versione in rete di quel vigliacco egoista che mette nella cassetta dell’infermiera una lettera anonima che la accusa di portare il virus nello stabile. Quando avrà bisogno di un’infermiera, capita a tutti noi, ci ripensi.

La donna ha reso pubblica la cosa. Immagino che quando incontra per le strade i condomini si chieda chi è il vile.

Hater, colui che odia, chiamiamoli odiante e l’inglese non lo nasconda: una brutta persona. In Anatomia della distruttività umana, Eric Fromm analizza come l’incapacità di amare si traduca in una smania di potere distruttivo sugli altri. Il bullismo cibernetico fa molto male, talvolta perfino uccide; l’istigazione al suicidio è un reato penale e va punita.

La domanda è: perché non ti firmi? Non siamo in Cina o in Russia. Di cosa hai paura, odiante?

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