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Conte voltagabbana? No, leader post-ideologico. Ma c’è chi non afferra

Come una nemesi, forte di uno straordinario consenso popolare, la replica alle Camere di Giuseppe Conte si è abbattuta anche sul secondo dei Mattei; entrambi ebbri di se stessi e impiccati al cappio della loro estraniante io-mania.

Ora gli spregiatori del premier, reo di non fornire dritte sottobanco al plutocrate di turno per speculazioni borsistiche su qualche banca veneta (e ogni riferimento alla liaison Renzi-De Benedetti non è puramente casuale), scatenano i loro corifei a mezzo stampa e social per l’ultima mossa di delegittimazione: l’accusa di essere un voltagabbana, avendo presieduto due governi di colorazione differente; giallo-verde e giallo-rosa. Addebito da restare basiti, ascoltandolo da spudorati Fregoli del cambio di casacca. Troppo pretendere che questi assatanati dal miraggio dei miliardi attesi da Bruxelles intuiscano, seppur vagamente, che Conte è un leader post-ideologico? Dunque, estraneo al pensiero unico partitocratico basato su tassonomie politiche ottocentesche, a giustificazione della vera idea dominante nel ceto politico bipartisan: tutelare i propri privilegi di Casta.

Sicché si rivela puramente strumentale imputargli come opportunismo l’aver presieduto prima un governo con la Lega, poi con il Pd.

Il post-ideologico Conte entra in politica come professionista incaricato di mediare tra i due committenti – Salvini e Di Maio – poi inizia a giocare in proprio con la nuova compagine. Ma sempre manifestando estraneità nei confronti del contesto in cui si muove. Forse l’unico tratto riconoscibile di vecchia politica è una certa patina morotea derivata da affinità ambientale, la comune origine pugliese.

In fondo, dopo tanto auspicare il superamento del professionismo in politica (Flores d’Arcais si augura da anni l’apparire del bricoleur, inteso come esempio di saggio dilettantismo nel governo della cosa pubblica), il prepolitico Conte dovrebbe fare al caso nostro. Così come dovrebbe essere apprezzato il tentativo di tenere a bada le voracità dell’establishment e le inerzie di una burocrazia che antepone le procedure al problem solving, attraverso soluzioni a task.

E invece gli asserragliati nel Palazzo si agitano per impastoiare l’homo novus, che mette a repentaglio incistati modelli di pensiero, prima ancora che i loro interessi di bottega, reclamando a gran voce l’arrivo semplificatore dell’uomo della provvidenza; il salvatore della patria, cui affidare il bastone del comando, con l’espressione blasé del banchiere Goldman Sachs Mario Draghi, dietro al quale strisciano un po’ di personaggetti del generone romano. One man show al posto del presunto accentratore Conte!

E queste punture di spillo cominciano a produrre i primi effetti; perché, nei suoi discorsi alle Camere, Conte appariva palesemente stanco. Tanto che tali interventi sono suonati privi di quell’afflato epico, di quella capacità mobilitante che il momento richiederebbe. Tanto che sono apparsi i limiti della novità rappresentata da lui stesso: instancabile mediatore, che riesce a tenere assieme il carro di Tespi del governo, formidabile ambasciatore dell’Italia in quel di Bruxelles. Non un costruttore, un suscitatore di energie collettive in una ritrovata epopea di rinascita. Come l’insipida esperienza degli Stati Generali di luglio e la loro insignificante conclusione hanno sufficientemente dimostrato. Purtroppo.

D’altro canto il nostro è un uomo di legge, non un economista dello sviluppo o un architetto di coalizioni che implementino scenari di specializzazioni competitive. Tutte competenze che non sono nelle corde del Nostro. Magari tenesse di più all’orecchio esperti del nuovo paradigma tecno-economico (Mariana Mazzucato? Fabrizio Barca? Francesca Bria?), magari personaggi poco noti al grande pubblico dei reality quanto coscienti del “che fare” in queste situazioni; piuttosto che furbetti formati alla corte del Grande Fratello. Solo immagine e tatticismi.

Comunque è certamente un gran bene che l’imboscata al premier, sotto forma di crisi parlamentare, sia stata schivata. Seppure non in pompa magna. Così continueremo ad avere alla guida del governo una persona perbene e animata da nobili propositi. Vista la fauna che c’è in giro, qualità da non disprezzare.

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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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I complotti sono sintomo di irrazionalità: la democrazia può sopravvivere così?

di Stefano Manganini

Nel suo La Società aperta e i suoi Nemici, Karl Popper sosteneva che le teorie della cospirazione sono il risultato della secolarizzazione religiosa. Il progresso e uno sviluppo basato sul paradigma capitalista hanno ampiamente modificato gli stili di vita tradizionali, lasciando l’essere umano a dover interpretare la realtà senza l’ausilio dei grandi schemi di comprensione del mondo, come appunto la religione.

Ed è proprio in questa mancanza di comprensione del mondo che le teorie cospiratorie trovano terreno fertile per riprodursi, offrendo una comprensione del mondo estremamente semplificata, così illogica da sembrare più logica della complessissima realtà che ci troviamo a vivere.

L’evoluzione della nostra specie è stata costellata di schemi di comprensione quasi fantascientifici per spiegare l’inspiegabile, come il Sole che sorge e tramonta perché trainato da un carro o i fulmini attribuiti alla rabbia di Giove. Abbiamo un bisogno innato di comprendere e quando non ci riusciamo allora necessitiamo di spiegazioni che, seppur fantascientifiche, sembrano spiegare l’inspiegabile a cui stiamo assistendo.

Ed è così che funzionano le teorie cospiratorie. Spiegano in maniera infantile quello che altrimenti andrebbe spiegato con studi, teorie e dimostrazioni. Poco importa che le teorie siano palesemente ridicole, c’è chi ci crederà perché sono immediate e non richiedono alcuno sforzo di ricerca. Sono per natura uno strumento pigro e codardo. Non si tratta solo di idiozie da bar, ma vere e proprie lenti d’analisi della realtà, che sopperiscono alla mancanza di strumenti per interpretare un mondo sempre più complesso.

Uno studio redatto da Proijen e Jostmann dimostra che l’incomprensione del funzionamento di una struttura di potere facilita l’insorgenza di teorie della cospirazione. Più una di queste strutture agisce con riservatezza, più si ha spazio per fantasticare su teorie bizzarre che, troppo spesso, diventano armi nelle mani di politicanti senza scrupoli che ne approfittano per persuadere le fasce di popolazione meno avvezza al pensiero razionale.

Ed è cosi che, nelle mani di tali politicanti, la necessaria riservatezza istituzionale su argomenti sensibili diviene espressione di un “governo criminale” o che agisce con il favore delle tenebre. Poco importa quali siano le prove che sostengono tali accuse o quali siano i motivi di determinata riservatezza, l’importante è che le accuse, seppur vuote, siano urlate a gran voce, così da permettere all’emotività di prendere il sopravvento sulla razionalità.

Ma la questione è ben altra: può sopravvivere una democrazia in queste condizioni di rifiuto della razionalità? Nella tradizione dell’antica Grecia i cittadini dopo essersi documentati con quanta più razionalità possibile erano chiamati ad esprimere il proprio pensiero sulle vicende relative alla polis. Era insomma una democrazia che, per poter funzionare, doveva essere fondata sulla capacità razionale dell’individuo.

Ma se questa capacità razionale viene a mancare, allora può sussistere il concetto di democrazia? Se un cittadino rifiuta di prendersi la briga di documentarsi utilizzando un metodo scientifico, è giusto che costui abbia diritto di partecipare alla vita democratica? O è forse un atto di tradimento poiché contribuisce al fallimento della democrazia stessa? Se la democrazia è una valore sacro allora è giusto difenderla da coloro i quali cercano di deturparla per pigrizia, ignoranza o malafede.

Tuttavia, chi si dovrebbe occupare di definire chi merita di partecipare alla vita democratica? Si tratta di un esercizio pericolosissimo, ma una cosa è chiara: così non si può continuare e i fatti di Capitol Hill ne sono la conferma. Sembra ora che una discussione di questo tipo vada affrontata, perché il pericolo che gli individui razionali si trovino alla mercé degli individui irrazionali sembra divenire di giorno in giorno più pressante.

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Tunisia, dieci anni dopo la rivoluzione la giustizia si fa ancora attendere

Dieci anni dopo la rivoluzione tunisina, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime della repressione che segnò l’ultimo mese al potere dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali attendono ancora giustizia.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione nazionale d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani, dal 17 dicembre 2010 al 14 gennaio 2011 le forze di sicurezza uccisero 132 manifestanti e ne ferirono almeno 4000.

Dopo la rivoluzione venne adottato un sistema di giustizia transizionale e fu istituita una Commissione per la verità e la dignità. Dall’avvio dei suoi lavori, nel 2016, la Commissione ha raccolto oltre 60.000 testimonianze. Nel 2018 ha trasmesso 12 richieste di rinvio a giudizio che hanno dato luogo a dieci processi di fronte alle sezioni speciali, appositamente create, dei tribunali tunisini.

Nel corso di 23 udienze complessive, spesso con gli imputati assenti dalle aule di giustizia, sono stati ascoltati decine di testimoni e sopravvissuti. Ma, trascorsi dieci anni, in nessun processo si è ancora arrivati alla richiesta di condanne.

Non si tratta di una vicenda del passato. Tra gli imputati vi sono funzionari del ministero dell’Interno ancora in carica che, sopravvissuti alla fine dell’era Ben Ali, continuano a beneficiare dell’impunità sebbene sospettati di torture e uccisioni.

Che non si tratti di una vicenda del passato lo testimonia anche la lotta della famiglia di Marwen Jamli, un ragazzo di 19 anni ucciso a Thala l’8 gennaio 2011. Il padre, Kamel Jamli, ha trascorso gli ultimi 10 anni chiedendo giustizia ai tribunali militari di Kef, Tunisi e Kasserine: “Dobbiamo far sì che nostro figlio non sia morto invano, abbiamo il dovere di combattere per la giustizia in modo che a nessun altro succeda quello che è capitato a lui. Adesso siamo al tribunale di Kasserine, non importa quanto siamo stanchi o quanto diventeremo vecchi. Conosciamo i responsabili della morte di nostro figlio, sappiamo che sono ancora in servizio. Pretendiamo almeno che confessino, dicano la verità ed esprimano rimorso”.

Chiudo con le parole di Mimoun Khadraoui, il cui fratello Abdel Basset venne ucciso dalla polizia a Tunisi il 13 gennaio 2011: “Le persone che più hanno creduto alla giustizia transizionale sono le famiglie dei martiri della rivoluzione. La prova è che dopo 10 anni siamo ancora qui. Siamo stanchi e frustrati ma non ci arrendiamo. Non si tratta solo del diritto della nostra famiglia alla giustizia o della storia di mio fratello, ma del diritto del popolo tunisino alla verità e alla giustizia”.

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Customer experience, in un settore in rapido cambiamento è questo a fare la differenza

Centri silenziosi, vie della moda deserte, centri commerciali vuoti, negozi che abbassano le saracinesche. Uno scenario che fino a qualche anno fa sembrava impossibile immaginarsi ma che oggi, dopo il knock out delle chiusure forzate per effetto della pandemia, è realtà! La causa, però non è solo il Covid! Il virus ha solo avuto l’effetto di accelerare un processo di consapevolezza.

Il settore della vendita al dettaglio è totalmente cambiato e, come in ogni altro settore, chi non si adatta è destinato al fallimento. Perché in un mondo in cui uno shop viene scelto basandosi su un giudizio osservato sino all’ultima virgola vi è la necessità di rendersi conto che ciò che differenzia un rivenditore da un altro è la customer experience, cioè l’esperienza complessiva che i clienti vivono durante tutta la loro relazione con l’azienda.

I vecchi concetti di marketing, assorbiti solo teoricamente dagli imprenditori, ribadiscono che la strada da percorrere è quella di essere la fonte per risolvere il problema dei clienti o di regalare un’emozione piacevole o ancora di aver rettificato una ingiustizia. Ma dalla teoria alla pratica c’è di mezzo l’organizzazione della cassetta degli attrezzi dell’imprenditore che presenta una enorme lacuna: non si raccolgono ed elaborano i dati dei clienti (anche potenziali).

I dati dei clienti, infatti, sono l’elemento essenziale per migliorare la customer experience. Non solo dati anagrafici o relativi agli acquisti già effettuati ma è necessario conoscere anche le connessioni emotive (ad esempio quella relativa alla coda per entrare nel negozio), le risposte ai desideri più reconditi (ad esempio il processo di restituzione dell’oggetto acquistato), per la vendita al dettaglio del futuro.

Immaginiamo un concessionario automobilistico che vende auto personalizzabili in tutto. Le infinite opzioni del colore, della finitura, delle motorizzazioni, dei servizi integrati, ecc. portano il consumatore a pensare e ripensare sin quando sceglierà l’opzione più semplice: non comprare affatto.

Ancora una volta chi ha, invece, la possibilità di utilizzare i dati potrà restringere il campo delle opzioni per offrire un prodotto mirato al singolo e convincere i consumatori della necessità di dover vivere quel tipo di esperienza e prima ancora di educarli sui benefici di quella esperienza. E poi, dopo l’acquisto, capire se quel tipo di esperienza lo ha soddisfatto!

Ciò che il consumatore desidera è che tu anticipi le sue esigenze in un modo che non può articolare da solo. Pertanto, il rivenditore di domani potrebbe avere meno articoli e maggiore attenzione al cliente. E questo potrebbe essere un vantaggio, perché meno prodotti da supportare significa un budget inferiore.

In sintesi la customer experience inizia molto prima che il cliente metta piede all’interno del negozio e finisce molto dopo. Non dimentichiamo che, negli ultimi 10 anni, ci sono stati tre fondamentali cambiamenti di contesto che spesso gli imprenditori fanno fatica a considerare.

Innanzitutto bisogna fare i conti con il forte incremento della comunicazione. Siti di recensioni come TrustPilot e TripAdvisor rendono certo che ogni qualvolta qualcuno parla di una brutta esperienze, le persone si allontanano sempre più anche da ciò che gli viene consigliato da amici e parenti.

In secondo luogo occorre tener presente l’aumento del numero di canali. L’immediatezza del mobile può fare la fortuna o distruggere, ad esempio, un film nel momento in cui viene proiettato per la prima volta, semplicemente attraverso i commenti scritti persino mentre si è seduti in sala per la visione;

Infine è sicuramente aumentata la percezione delle aspettative. Siti come Amazon dimostrano come dovrebbe essere realizzato un servizio al consumatore ed i clienti sono meno disposti che mai a sopportare un servizio scadente. Un dato, quindi, è certo: i consumatori di domani non continueranno a fare shopping negli stessi rivenditori d’oggi. Ma gli imprenditori, soprattutto i piccoli, non vogliono accettarlo.

Nei processi di riorganizzazione di imprese del settore della grande distribuzione che mi sono trovato ad interfacciare in questi ultimi anni ho riscontrato, quasi sistematicamente, che i rivenditori di oggi non sanno chi sono i loro clienti o, quando li riconoscono, sanno solo una piccola parte di loro che è ancora peggio visto che, in tal modo, non si riesce a capire quali sono i loro desideri reali, di avere, insomma, il quadro completo.

In conclusione, ciò che il cliente si aspetta e desidera sta cambiando rapidamente. I migliori rivenditori di domani saranno, almeno un po’, come i migliori rivenditori del lontano passato. Venderanno un chiaro vantaggio, in un modo divertente, che risolve una situazione riconosciuta dal cliente. E lo faranno ovunque il cliente desideri fare acquisti, sia che si tratti di un centro commerciale che di uno store virtuale. Il domani è qui, è tempo di iniziare però.

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Guerra del Golfo, un conflitto ‘incompiuto’ che fa danni ancora oggi. E la soluzione è una sola

Oggi 16 gennaio sono 30 anni dallo scoppio della prima guerra del Golfo, in cui la coalizione internazionale attaccò l’Iraq di Saddam Hussein. L’inizio della guerra e la sua rapida evoluzione non diedero la percezione all’uomo comune di quali sarebbero state le sue conseguenze, nel breve, medio e lungo periodo. Questa guerra in realtà avrebbe cambiato per sempre il volto della regione mediorientale inaugurando una stagione di instabilità che ancora oggi persiste.

Il trentesimo anniversario dà lo spunto per fare un breve bilancio e analizzare la politica, le strategie internazionali e le loro implicazioni nello scenario mediorientale.

A prescindere dal fatto, ormai storicamente riconosciuto, che il casus belli fu l’aggressione e l’invasione da parte delle forze irachene del vicino Kuwait, e il lancio di una campagna militare portata avanti contro Israele e i paesi del Golfo, dopo tre decadi non si può analizzare questa situazione senza collegarla ai cambiamenti politici derivati dalla caduta del muro di Berlino del 1989 e alla dominazione unipolare americana dello scenario politico internazionale, con particolare riferimento al Medio Oriente.

Saddam era asceso al potere utilizzando slogan espressione del panarabismo, iniziando una guerra contro l’Iran persiano, proponendosi come paladino e difensore dell’identità araba, sostenuto dagli stessi paesi che poi successivamente sarebbero entrati nel suo mirino militare.
Inaspettatamente questo conflitto ha avviato una lunga fase di instabilità politica e problemi di sicurezza nei singoli stati. Partendo dalla caduta dell’Iraq e dal fallito processo di pace iniziato a Madrid nel 1992 e in realtà arenatosi nel 1995 a causa dell’assassinio di Rabin, si può affermare che questa guerra ha trasformato l’Iraq in una inesauribile fonte di problemi che si sono accumulati e stratificati, producendo i propri devastanti effetti in tutta la regione. I problemi latenti si sono sviluppati e accresciuti fino all’epilogo, non definitivo, rappresentato dalla seconda guerra del Golfo del 2003.

Successivamente i problemi non sono svaniti né sono stati risolti, hanno semplicemente assunto nuove forme. È venuto alla ribalta il pensiero settario sciita/sunnita, diventato con il tempo uno dei moventi dei conflitti scoppiati nei paesi arabi; l’Iran con le sue ambizioni politiche espansionistiche e di influenza è diventato l’incubo di tanti paesi che si sono alleati per contrastarla.

La guerra contro l’Iraq è finita da tempo, ma non le diatribe interne che continuano e mostrano tutto il proprio potenziale distruttivo. L’Iraq non è stata altro che la prima pedina che si è mossa in una scacchiera che ha visto nascere e svilupparsi altre gravi crisi; oltre l’Iraq, la Siria e il Libano. Oggi paesi che in passato sono stati fondamentali nel determinare gli equilibri dell’area sono in crisi o non hanno più la stessa forza propulsiva del passato. Essi sono limitati nella propria azione da una sequenza ininterrotta di problemi interni che ne hanno minato la stabilità e il vigore.

Il loro crollo ha determinato la crisi dell’identità araba che è sempre più frammentata e fragile, caratterizzata da problemi di crescente povertà, disoccupazione galoppante, mancanza di rappresentanza politica e di sviluppo socio economico. Questo è lo scenario attuale determinato da una guerra durata pochi giorni ma che ha prodotto tragiche conseguenze che generano i propri effetti anche oggi.

Purtroppo è difficile prevedere un cambiamento positivo nell’immediato futuro, ma realisticamente i 30 anni appena trascorsi possono esserci utili per comprendere i problemi, i miopi errori commessi da una politica internazionale unipolare che ha iniziato un conflitto che potremmo definire “incompiuto”, in quanto i suoi strascichi sono tuttora presenti.

In conclusione possiamo affermare che sarebbe auspicabile per il mondo arabo che i suoi problemi vengano risolti dalle nuove generazioni, che sono chiamate a prendere coscienza della situazione e possono porvi rimedio. Non basteranno il sostegno esterno e le manovre politiche di altri paesi, serve la presa di coscienza e la determinazione di voltare pagina. È necessaria una rivoluzione culturale giovane e consapevole che porti all’eliminazione dei pensieri settari e divisivi che sono radicati nelle società arabe e che porteranno, se persisteranno, come estrema conseguenza la distruzione delle stesse.

I cambiamenti devono nascere dall’interno delle società civili, solo così saranno abbastanza forti da resistere agli urti della realtà che li circonda.

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Usa, il pericolo non sta solo in ciò che è successo ma anche in quel che viene raccontato

Nell’ottobre del 2017 ho fatto in questo blog un primo riesame dei primi mesi di operato del primo (e più strano) presidente americano che sia riuscito in questo secolo ad entrare nella Casa Bianca senza provenire dalla politica. Lui infatti, anche se si è presentato come rappresentante del Partito Repubblicano, non è mai stato prima un politico, ma un affarista miliardario con forti interessi nel campo immobiliare e nelle sale da gioco di alto livello (il più grande casinò del New Jersey è suo).

Per questo, pur rispettando la sua elezione, formalmente regolare, ma densa di punti interrogativi per quel suo spavaldo modo di fare capace di minimizzare anche problematiche molto serie sul piano economico e sociale, già dopo pochi mesi dalla sua inaugurazione ho deciso di scrivere un post, intitolato Donald Trump, l’alieno alla Casa Bianca che gioca a destabilizzare, e mai è stata così vera questa constatazione come ora che è arrivato il momento del commiato.

E’ certamente comprensibile che a lui dispiaccia essere stato licenziato dopo aver fatto tanto per rimanere altri quattro anni, ma non è il primo a cui capita questo giudizio dagli elettori. Lui invece l’ha presa proprio male e ha pensato di schierare (a dimostrazione che sono stati gli altri a non aver capito) un buon numero di suoi “fans” a protestare fuori dal Campidoglio proprio nel giorno in cui ci si riuniva per approvare il passaggio delle consegne a Biden.

Quello che è avvenuto in quella disgraziata giornata lo hanno visto tutti anche in Italia: un assalto al “Palazzo” del Campidoglio americano che ricordava più l’assalto alla Bastiglia di due secoli fa, quando partì la rivoluzione francese, che la pacifica protesta di sostenitori di un politico sconfitto alle urne. Che poi non si capisce nemmeno di cosa dovrebbero protestare i suoi tifosi (oltre al fatto che proprio lui lo ha chiesto con le sue continue proteste e accuse senza prove).

Tuttavia, da americano espatriato in Italia (dopo essere stato un italiano espatriato in America), non essendo stato per niente sorpreso dai milioni di voti presi da Trump, ho voluto documentarmi un poco anche consultandomi con amici del Texas e leggendo opinioni opposte tra loro scritte da organi di stampa specializzati.

Non mi è possibile per ragioni di spazio riportare interamente i due articoli che ho scelto, ma se conoscete l’inglese potete confrontarli e giudicare da soli. L’articolo It happened in America (E’ accaduto in America) racconta con pieno sdegno l’accaduto, chiedendosi come possa essere successa una cosa del genere proprio negli Stati Uniti, simbolo di libertà e democrazia in tutto il mondo. “Questa è una insurrezione, altro che protesta!” si afferma esplicitamente nell’articolo.

Lo sdegno però ce l’hanno anche quegli altri, quelli che invece addossano tutta la colpa a Joe Biden e ai democratici.

L’articolo Usa, il presidente dimezzato (scritto in italiano da Mario Galardi su Notizie Geopolitiche) dice infatti tutto il contrario e racconta tutte le “manovre” inventate dai democratici (guidati da Biden) per falsare le elezioni mediante milioni di voti rubati o fatti sparire, o di voti duplicati o dati da persone che non ne avevano diritto: logico che poi Trump si senta derubato e privato del suo diritto di continuare a governare per altri 4 anni. Secondo il pezzo, lui avrebbe voluto semplicemente finire il lavoro iniziato e mantenere così tutte le promesse fatte agli americani. La protesta – che lui ha sostenuto ma che sarebbe stata spontanea – voleva quindi solo “informare” il Congresso sull’ingiustizia che stava subendo. Poi purtroppo la cosa sarebbe sfuggita di mano a tutti a causa di qualche esagitato che ha perso il controllo, provocato però da chi voleva persino impedire la protesta.

Beh, se vogliamo fare una comparazione tra i due scritti si vede subito chi fa analisi vera e chi semplicemente simpatizza per Trump.

La colpa dell’irruzione nel Congresso, a giudizio di Galardi, è tutta del fatto che “…è evidentemente mancato il servizio d’ordine, sempre necessario quando si concentrano centinaia di migliaia di persone”. Già qui si può notare l’esagerazione. Quelli che abbiamo visto nel filmato saranno stati al massimo qualche migliaio, non “centinaia di migliaia”.

Subito dopo afferma che l’irruzione ha danneggiato solo Trump che “…aveva invitato a dimostrare pacificamente”. Se fosse vero, Trump, che ovviamente seguiva in diretta a distanza quella sommossa, sarebbe intervenuto subito a ordinare di fermarsi, e loro si sarebbero fermati. Invece è rimasto volutamente zitto per tutto il tempo della gravissima occupazione, che ha fatto tra l’altro quattro morti. Solo alla fine ha detto di “tornare pacificamente a casa”. Credo che basti a capire che i fatti sono raccontati con grande libertà e pochi riscontri con l’accaduto. Ma così è la gran parte dell’informazione oggi.

Non bisogna illudersi però che con l’insediamento di Biden alla Casa Bianca tutto ritorni normale. Trump è stato chiaro su questo punto: organizzerà politicamente i suoi milioni di tifosi, non disperderà quel capitale di consensi faticosamente conquistato, e si ripresenterà tra 4 anni più forte di prima. Attenzione però: la prossima volta non avrà più bisogno dei repubblicani, si presenterà da “indipendente” (non l’ha ancora detto, ma sono sicuro che a quello sta pensando). Ormai anche i repubblicani sono una zavorra per lui. La gente ha votato per lui, non per i repubblicani che lui ha già ridicolizzato nelle primarie del 2016.

Questo modo di raccontare i fatti e queste intenzioni sono già da ora un pericolo serio per la democrazia americana, anche se i prossimi quattro anni saranno governati da Biden.

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Immunità e varianti, due domande cruciali sul Covid-19

Quando e come finirà la pandemia di Covid-19 attualmente in corso? Le epidemie finiscono quando la popolazione raggiunge un certo livello di immunità a causa del vaccino o del contagio. Non è facile stimare esattamente il livello di immunità di popolazione necessario, perché alcuni fattori che concorrono a determinarlo non sono noti con certezza: ad esempio quanto sia ampia la variabilità genetica nella suscettibilità al contagio. Ciononostante la stima più o meno accettata nella comunità scientifica è che per fermare l’epidemia sia necessaria l’immunizzazione di almeno il 60% della popolazione.

Nel corso dell’epidemia sono stati sollevati dei dubbi sull’effettiva validità di questo tipo di stime per due ragioni: che l’immunità ottenuta attraverso la malattia o il vaccino sia di durata e intensità insufficiente a prevenire le reinfezioni (rare reinfezioni sono state documentate); e che le possibili mutazioni del virus possano rendere inutile l’immunità acquisita.

Entrambe questi possibili problemi sono stati però sopravvalutati, nel clima di panico generalizzato che si è diffuso intorno al Covid-19, quasi che questa fosse la prima o la peggiore pandemia che l’uomo ha affrontato nella sua storia. E’ stato praticamente dimenticato che l’influenza spagnola del 1918 ha registrato una letalità compresa tra il 5 e il 10%, dieci volte superiore a quella del Covid-19, o che la letalità del vaiolo ha oscillato in diverse epidemie tra il 2% e il 40%, o che il morbillo in popolazioni non immuni ha registrato letalità e mortalità fino al 25%, come accadde ad esempio nell’epidemia delle isole Fiji del 1875.

Due studi molto recenti danno indicazioni importanti. Il primo, pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa, misura la durata dell’immunità in malati guariti fino ad 8 mesi fa (ed essendo il Covid-19 una malattia di insorgenza recentissima è difficile andare più indietro nel tempo) e conferma che una valida immunità persiste per tutto il tempo considerato senza affievolirsi.

Gli autori non si sono limitati a studiare il calo nel tempo degli anticorpi specifici, già osservato e documentato, ma hanno misurato la persistenza nel tempo delle cellule della memoria immunitaria, i linfociti B e T specifici per il Covid-19, ed hanno dimostrato che le componenti della difesa immunitaria hanno variazioni temporali diverse e che i linfociti B specifici per il Covid-19 addirittura aumentano anziché diminuire nell’intervallo di tempo considerato.

Questo comportamento del nostro sistema immunitario non è inatteso: è invece più o meno comune nelle sue linee generali per qualsiasi malattia infettiva. Ad esempio nella pandemia di influenza del 2009 la letalità fu bassa perché gli anziani erano scarsamente colpiti dalla malattia e fu possibile dimostrare che questa selettività era dovuta all’immunizzazione da loro conseguita nel corso di epidemie influenzali precedenti, avvenute fino al 1960: la memoria immunitaria aveva resistito per oltre cinquant’anni!

Questa osservazione ci porta alla seconda domanda: in quale misura le mutazioni del virus possano vanificare o aggirare la memoria immunitaria. E’ ben noto che le epidemie annuali di influenza si verificano a causa delle mutazioni virali: ogni anno il ceppo virale prevalente è diverso da quello dell’anno precedente, contro il quale gran parte della popolazione si è immunizzata. Ciononostante, il virus influenzale dell’anno in corso e quello degli anni precedenti non sono così completamente diversi da vanificare completamente l’immunità di popolazione come accadde nel 2009, e si stima che in media in ogni epidemia annuale di influenza sia parzialmente immune più della metà della popolazione.

Uno studio attualmente in fase di pre-pubblicazione analizza le varianti genetiche del Covid-19 finora emerse e suggerisce che anche per questo virus si verifichi lo stesso fenomeno: ovvero la maggioranza delle varianti virali continua ad essere riconosciuta dagli stessi anticorpi e soltanto per una delle varianti finora emerse si osserva una riduzione molto significativa dell’immunizzazione.

In ultima analisi queste pubblicazioni confermano che la pandemia in corso si comporta come tutte le pandemie del passato, ed ha anzi una letalità inferiore a molte di quelle (attualmente stimata intorno allo 0,7% dei casi, con grande variabilità in relazione all’età media della popolazione colpita). La gravità della pandemia è data dalla novità del virus, a causa della quale l’intera popolazione è potenzialmente suscettibile, fatta salva la variabilità genetica nella risposta all’infezione. Gli anziani, che nel caso delle epidemie causate da virus già noti sono spesso parzialmente protetti, risultano completamente suscettibili al Covid-19 e quindi particolarmente a rischio a causa della ridotta riserva funzionale dei loro organi, fisiologica per l’età.

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L’ultima offensiva di Trump parla chiaro: servono politici con idee chiare e moralità, non venditori

di Roberto Severoni

Per poter giudicare i recentissimi fatti americani, secondo me occorre capire che tipo di persona sia Donald Trump e quali siano le sue capacità e i suoi difetti, che si possono desumere dalle scelte personali ed imprenditoriali passate.

Nonostante il velo che Donald ha alzato sul suo passato, sappiamo che ha gestito tre grosse attività: una legata all’edilizia, principio delle fortune del padre ereditate in seguito da lui, un’altra relativa alle scommesse in Borsa e l’ultima riguardante le fortune e la popolarità che ha accumulato durante lo show televisivo condotto per 14 anni.

È molto probabile che le prime due attività abbiano avuto alterne vicende finanziarie, soprattutto siano state gestite in maniera spregiudicata, al limite della truffa. Questo direbbe molto delle scelte personali di Donald. Il successo vero e certificato da tutti è quello conseguito con la televisione dove, oltre ad avere una presenza scenica notevole, ha dimostrato una indubbia capacità di venditore di se stesso e delle sue attività. Questa è la sua dote migliore che, insieme alla popolarità acquisita, ha reso possibile la scalata alla Casa Bianca con numeri mai visti nel primo e nel tentativo di ottenere il secondo mandato.

Sono tre le sfide che Trump ha dovuto affrontare durante il suo mandato, mettendo alla prova la sua capacità di scelta e di decisione: l’attuazione delle sue idee politiche che ne hanno decretato il successo elettorale, la risposta alle varie accuse di brogli e la gestione della pandemia. In una escalation di scelte, che lo hanno portato ad essere sempre più solo dal punto di vista politico e sempre più impopolare presso l’elettorato, si è evidenziato sempre più il suo carattere narcisista maligno, testimoniato da tweet, conferenze stampa e interviste che ne hanno sottolineato il carattere privo di empatia, manifestato tramite bugie, sottovalutazione e negazione dei rischi, disinteresse verso gli altri: insomma, un manipolatore infido e inaffidabile.

In un crescendo emotivo, culminato con la sconfitta elettorale, ha arringato l’ultimo manipolo di discepoli devoti e fedeli nell’invasione della Casa Bianca, azione politica gravissima condotta dai negazionisti. In questo ultimo colpo di coda si può condensare la sua incapacità di prendere decisioni politiche “giuste” in quanto prima ha compattato l’opinione pubblica, i democratici, i repubblicani e persino il vicepresidente a schierarsi contro di lui e poi si è giocato la possibilità di ripresentarsi in futuro e chissà cos’altro. Poteva ripresentarsi in futuro con notevoli chances, ma il suo carattere ha avuto la meglio sulla sua razionalità.

Puntualizzando che il sistema democratico, guidato da un signore che ha notevoli problemi emotivi, è riuscito a tenere salda la sua struttura, la riflessione è che in politica occorra un capitano dalle idee chiare, dai nervi saldi e da una sana moralità e non un venditore, orientato solamente al merchandising del voto ma privo della preparazione e della capacità di gestire la Cosa Pubblica.

Quando si tratterà di scegliere un rappresentante, occorrerà dargli fiducia non solo per quello che dice, ma soprattutto per i suoi comportamenti che svelano quello che è in realtà. Gli statunitensi sapevano già che tipo fosse Donald, ma hanno dato fiducia alle sue parole sottovalutando la sua personalità contraddittoria. A chi sarà attribuita la responsabilità della morte delle cinque persone coinvolte nella sommossa di Capitol Hill?

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Disabilità, ancora fondi distribuiti senza alcun criterio. Perché meravigliarsi?

Il modo migliore per non affrontare un problema è fingere di occuparsene. Da una attenta lettura dei provvedimenti riguardanti la disabilità contenuti nella legge n.178 di bilancio del 30 dicembre 2021 questa suggestiva impressione sembra concretizzarsi in una triste realtà.

La volenterosa presa in carico dei diversi temi, dalla scuola alle tutele per i lavoratori fino ai fondi ad hoc previsti, non può assolutamente fugare il sospetto che “tanto rumore per nulla” (o per pochissimo) rappresenta forse il giudizio più efficace.

In realtà per fugare ogni riserva in chi legge, bisogna fare innanzitutto un riferimento alla cosiddetta “situazione di contesto” che la pandemia da Covid-19 ha determinato, con la possibilità di trasformare finalmente la politica delle “mance” alla disabilità in un sistema integrato di sostegno reale.

La deroga al Patto di stabilità con la possibilità di dare inizio a manovre e scelte di sostegno reale all’universo degli oltre 4 milioni disabili italiani rappresentava forse un’occasione unica per il nostro Paese. Indispensabile innanzitutto per riequilibrare l’indecente squilibrio dei sistemi di servizio sociale che dal Nord al Sud vedono finanziamenti superiori fino a 7 volte pro capite.

Ancora una volta, purtroppo, si è scelto di continuare con il sistema dei fondi distribuiti in modo da riempire caselle e di non rispondere ai bisogni dei disabili non autosufficienti e delle loro famiglie. Alzheimer, autismo, associazioni (!), qualche milione di euro distribuito senza alcun criterio che non sia quello di accontentare qualcuno o, il che è molto peggio, far finta di accontentare tutti.

L’arcano è presto svelato quando si entra nel merito delle questioni che riguardano i disabili, mi riferisco alla tutela che i genitori, cosiddetti caregivers, di un disabile adulto non autosufficiente dovrebbero avere.

Il tema, lo sottolineo, è rinviato di legislatura in legislatura al governo che verrà. Ogni tanto si decide di allocare qualche milione di euro per un argomento che dovrebbe riservarne qualche miliardo e si va avanti così. Niente tutele per i genitori che assistono 24 ore al giorno un figlio non autosufficiente al 100% ma solo promesse di impegni che verranno. Di legislatura in legislatura. Da oltre 20 anni.

In realtà il governo più di sinistra della storia della Repubblica italiana introduce nella suddetta legge di bilancio ( art. 1, commi 365-366 ) una norma che introduce per i prossimi tre anni e fino al tetto massimo di 5 milioni di euro un contributo massimo di 500 euro per le madri disoccupate e monoreddito con figli con disabilità superiore al 60%. Avete letto bene: al massimo 500 euro al mese, senza limite di reddito, riservati a chi per prima suonerà il pulsante, escludendo padri o sorelle disoccupate.

Perché meravigliarsi, in fondo è molto più facile regalare una mancia al cameriere che lavora al nero che creare un sistema di tutele che gli garantiscano un lavoro ed una vita dignitosa. Per i disabili e le loro famiglie in Italia continuerà ad essere così. Evidentemente è questa la classe politica che meritiamo.

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