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Legge sul fine vita, una modesta proposta per non fallire del tutto

di Gruppo di Lavoro Cure Palliative e Terapia del dolore – Ordine degli Psicologi del Lazio

Binario morto per una legge sul fine vita. Il 24 settembre scadrà il tempo concesso al Parlamento dal presidente della Consulta Giorgio Lattanzi per colmare il “vuoto normativo costituzionalmente illegittimo” su questo argomento. Una specie di “ultimatum” della Corte Costituzionale, che chiamata a pronunciarsi sul caso di Marco Cappato e DJ Fabo si era resa conto, appunto, di trovarsi di fronte alla mancanza di leggi di riferimento sulla questione. La richiesta della Consulta risale ormai all’ottobre scorso, ma i legislatori restano nell’impasse: ci sono cinque proposte di legge depositate, ma il dibattito non è in calendario nemmeno per settembre.

Una paralisi tutt’altro che casuale, vista la delicatezza del tema. Le divisioni, aspre fino allo scontro frontale, ci sono non solo fra i partiti, ma all’interno dei partiti. E sembra tramontato anche l’escamotage di intervenire solo modificando l’articolo 580 del c.p. (reato di aiuto al suicidio): l’aveva proposto al Comitato ristretto delle commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera, il relatore del M5s Giorgio Trizzino, e condivisa da altre forze politiche (Fi e Pd).

La situazione rimane quindi bloccata e prevedibilmente lo resterà nei prossimi mesi. Non c’è da stupirsi, se si ricorda la difficoltà con la quale, a fine 2017, vide la luce la legge 219/2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento. Una legge esito di un dibattito più che ventennale, a suo modo rivoluzionaria perché afferma in maniera inequivocabile la dignità della persona-paziente e il suo diritto a essere co-protagonista delle decisioni sui trattamenti sanitari. La 219/2017, peraltro tuttora largamente inapplicata, non è stata che un primo passo e non affronta in alcun modo il nodo dell’eutanasia, o delle decisioni sul fine vita. Rimanda quindi anch’essa al successivo intervento legislativo, quello ora impantanato nei veti incrociati del Parlamento.

Come psicologi, non ci compete e non ci interessa prendere posizione sulle responsabilità delle forze politiche, né entrare nel merito delle battaglie valoriali e ideologiche sul tema del fine vita. Teniamo però a sottolineare ancora una volta l’urgenza di legiferare su questo argomento, che da tempo tocca il tessuto vivo della società, interrogando la coscienza e la consapevolezza del singolo cittadino, suscitando dubbi e dilemmi etici, ma anche creando difficoltà pratiche, concrete, nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Difficoltà che spingono a volte verso soluzioni tanto sofferte e radicali quanto, forse, evitabili in presenza di alternative normativamente chiare, dignitose e praticabili.

L’Ordine degli Psicologi del Lazio, attraverso il suo Gruppo di Lavoro Cure Palliative e Terapia del dolore, è attivo da anni sul tema del fine vita proprio con l’obbiettivo di informare il cittadino, stimolare il legislatore, coordinare le competenze e le esperienze tra i vari professionisti coinvolti. Il 4 aprile scorso dopo un anno di lavoro, l’Ordine ha presentato un documento congiunto con l’Ordine dei Medici della Provincia di Roma, l’Ordine degli Infermieri di Roma, docenti delle Università di Roma “Sapienza” e di Padova, la Società Italiana di Cure Palliative, le Associazioni Aisla e Luca Coscioni, bioeticisti dell’Ospedale Fatebenefratelli. Il documento, corredato da un glossario e frutto di un anno di lavoro comune, mira proprio a costruire ponti sulle differenze professionali e valoriali, per arrivare a una visione comune nell’interesse della persona-paziente e del cittadino. Ragionando insieme, valorizzando i diversi punti di vista, rispettando le posizioni di tutti alla ricerca di un minimo comun denominatore. Che si può trovare solo accettando la complessità e rifuggendo da soluzioni dicotomiche, che pretendono di sciogliere i nodi a colpi di spada.

Un primo passo, ma anche la proposta di un modello di lavoro che ci sentiamo sommessamente di suggerire anche a deputati e senatori perché riprendano in mano il dossier sul fine vita, sia pure in zona Cesarini. Perché ogni giorno è prezioso, ogni giorno migliaia di cittadini italiani, come malati, come familiari, come operatori sanitari, si trovano a navigare in acque infide e sconosciute, dove il legislatore non ha per ora saputo costruire né fari né porti. Sono soli, e chiedono a tutti noi un aiuto e un impegno. Non possiamo voltar loro le spalle.

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Il caso di Giuseppe Rotundo, picchiato in carcere ma condannato

Il 13 gennaio del 2011 il sig. Giuseppe Rotundo, a quel tempo detenuto nel carcere di Lucera in provincia di Foggia, si reca in visita dalla psicologa, con cui aveva appuntamento da tempo. L’operatrice le chiede di presentarsi. Eppure si conoscevano bene e si erano visti di recente. “Sono io, lo stesso di ieri”, risponde l’uomo. Lei lo guarda smarrita e scoppia a piangere. Il volto tumefatto e le ecchimosi lo avevano reso irriconoscibile. “Era la prima volta che vedevo una persona ridotta così”, dirà durante la sua deposizione in tribunale. Rotundo racconta che tre agenti di polizia penitenziaria lo avevano condotto in una cella di isolamento e lo avevano costretto a denudarsi. Dopodiché lo avevano picchiato. Lui si era difeso con tutte le sue forze, creando tra l’altro un danno fisico serio a uno dei tre poliziotti. Diversa la versione di questi ultimi: l’uomo li avrebbe aggrediti e loro, nel tentativo di farlo calmare, gli avrebbero provocato quei segni che lo avevano reso irriconoscibile.

Partono dunque due procedimenti, unificati nello stesso, uno contro Rotundo e uno contro i tre poliziotti. L’associazione Antigone, con i suoi avvocati, segue il processo che deve giudicare sulle violenze subite dal detenuto. Si va per le lunghe, come troppo spesso accade. Solo ieri, 11 luglio 2019, arriva la sentenza: il giudice dichiara prescritto il reato per gli agenti penitenziari e condanna Rotundo, in quanto recidivo, a un anno e nove mesi di reclusione. Aspettiamo le motivazioni della sentenza per capire la ricostruzione dei fatti effettuata. Rimangono in ogni caso anni di inutili rinvii e udienze dilatate nel tempo che hanno portato a superare i termini di prescrizione per gli agenti. E ciò pur in presenza di gravissimi accadimenti denunciati, per i quali avremmo voluto un’assoluzione o una condanna ma non una prescrizione.

Il processo per la morte di Stefano Cucchi ha per la prima volta portato all’attenzione dell’opinione pubblica di massa il tema della violenza subita in detenzione. Non più solo qualcosa contro cui si batte qualche avvocato temerario e su cui cerca di far luce qualche sporadica associazione a tutela dei diritti umani. Speriamo che quel processo riesca a capovolgere la convinzione che ancora residua in alcuni poliziotti di poter fare quel che vogliono perché tanto nulla può loro accadere.

All’indomani del brutale pestaggio di massa dell’aprile 2000 avvenuto nel carcere San Sebastiano di Sassari, Adriano Sofri – alle cui riflessioni sono grata ora come allora – scriveva che “impressionante, in questi giorni, non è la solidarietà delle associazioni degli agenti, ma la loro sentita stupefazione per un’iniziativa giudiziaria di cui si capisce che non era nel loro conto. Che nel loro conto era l’impunità, per antica abitudine rinnovata dagli umori recenti dei media e della gente: cosicché ora se ne sentono traditi, e lo dicono. Preferite quei drogati!”. E aggiungeva: “il punto è nell’ammissione che la dignità degli agenti è legata alla dignità dei detenuti”.

Ecco, il punto è lì. Non si tratta di mele marce. C’è un’indicazione culturale, un messaggio diffuso che ancora informa di sé una seppur piccola parte del corpo di polizia penitenziaria. Ci siamo noi e ci sono loro, e noi possiamo essere sopra la legge. Per fortuna la stragrande maggioranza degli agenti penitenziari è composta da persone che un simile messaggio non hanno mai voluto frequentarlo e che ogni giorno contribuiscono con dedizione e anche con passione a un’esecuzione penale rispettosa del dettato costituzionale. Ma fino a quando avremo prescrizioni come quella di ieri, il sistema giudiziario sarà complice di quella piccola parte che vive di arbitrio e di abusi. La prescrizione è sempre un fallimento della giustizia. Alla quale tuttavia, chi è certo della propria innocenza, può sempre rinunciare.

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Invalsi, la radiografia della scuola oggi è chiara. Ma a chi tocca la cura?

Ancora una volta l’Invalsi ha fotografato il nostro sistema d’istruzione, facendo una radiografia della situazione che non lascia spazio a molte interpretazioni. Nel corso dell’itinerario scolastico, i risultati in italiano e in matematica dal grado 2 al grado 13 (dalla seconda elementare alla quinta superiore) e in inglese dal grado 5 al grado 13 (dalla quinta elementare alla quinta superiore) calano progressivamente dal Nord al Sud.

Nella scuola primaria le differenze tra le macro-aree sono piccole e in generale non significative statisticamente. In terza media, invece, i punteggi medi delle macro-aree tendono a divergere significativamente tra loro, tendenza che si consolida ulteriormente nella scuola superiore, riproducendo il quadro che emerge anche dall’indagine internazionale Pisa (Programme for International Student Assessment), dove il Nord ottiene risultati superiori sia alla media italiana che alla media Ocse; il Centro ha un risultato in linea con la media dell’Italia, più bassa della media Ocse; e il Sud e le isole hanno risultati inferiori sia alla media italiana che alla media Ocse.

Nulla di nuovo sotto il sole. Da oltre un decennio l’Istituto nazionale di valutazione ci consegna questa fotografia. L’Invalsi si ferma lì. Il suo compito s’arresta alla raccolta dati. I sintomi della malattia della scuola italiana li conosciamo da anni. Manca la diagnosi e manca la cura.

La diagnosi è ben fatta da Save The Children: “I divari territoriali che colpiscono i minori sono intollerabili ed è gravissimo che già dalle scuole primarie si consolidino le diseguaglianze che bloccano sul nascere la possibilità, per i più piccoli, di far fiorire i propri talenti e le proprie capacità. Purtroppo la rete dei servizi socio-educativi, ad oggi, fa ancora troppo poco per colmare queste distanze, anzi le accentua, visto che nelle zone del Paese dove la povertà educativa è più forte mancano i servizi per la prima infanzia, il tempo pieno a scuola e altre opportunità di crescita indispensabili per il futuro dei bambini e degli adolescenti. È dunque fondamentale che il contrasto alla povertà educativa sia posto in cima alla lista delle priorità del governo se non vogliamo che nel nostro Paese il futuro delle nuove generazioni venga cancellato”.

Manca la cura. A chi tocca? Ho più volte insistito con i vertici dell’Invalsi perché loro stessi provino nel report annuale a indicare una cura, ma ogni volta mi è stato risposto che non fa parte della loro mission. Lo stesso Luigi Gallo, presidente della Commissione cultura della Camera, a commento dei risultati Invalsi ha detto: “Le valutazioni da sole non bastano se non si attiva un processo di miglioramento. Da 20 anni si mappano i guasti, senza però lavorare alle soluzioni. È necessario investire più risorse per sviluppare dei processi di miglioramento, per esempio rafforzando l’azione di Istituti di ricerca come Indire, a cui va dato un ruolo cardine nella formazione e nella promozione concreta di processi di miglioramento della scuola”.

Non resta che pensare che alla cura ci debba pensare il ministero dell’Istruzione. Fino ad oggi nessuno ha mai invertito la tendenza. Fatte le prove Invalsi, preso atto dei risultati, non si è visto alcun investimento. Non ci resta che sperare che il malato non sia già terminale e vi sia ancora tempo per mettere in atto una terapia.

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Sbarco sulla Luna, blog e articoli. Una spiegazione per chi non capisce (o finge di non farlo)

Da quasi dieci anni ilfattoquotidiano.it pubblica le notizie e le inchieste nella parte destra del sito e le opinioni in quella sinistra. Nella colonna dei blog vengono ospitati punti di vista di ogni tipo anche in contrasto con i nostri. Più di ottocento blogger scrivono a loro piacimento di argomenti più disparati, senza subire censure. Le regole da seguire per scrive in un blog sono minime: non incitare all’odio, alla violenza, al razzismo, al sessismo, a pratiche dannose e poco altro.

Per il resto tutti i blogger sono liberi di dire quello che vogliono. I lettori sanno bene, perché è stato più volte chiarito, che i blog non rappresentano la nostra linea editoriale, ma sono una piazza dove ci si confronta e si dibatte. Una piazza di cui siamo orgogliosi perché dimostra che qui pratichiamo davvero la libertà di parola e di opinione. Purtroppo in Italia questo concetto liberale è difficile da comprendere.

È accaduto anche oggi quando un nostro blogger, Ivo Mej, che solitamente si occupa di politica, ha deciso di recensire un documentario che nega il primo sbarco sulla luna. Una tesi che a noi pare francamente surreale. Nel post il blogger dice però di pensarla come l’autore del documentario.

Bene, se il post avesse negato l’Olocauso, incitando così l’odio razziale, o avesse sostenuto tesi negazioniste rispetto a malattie come l’Aids, non sarebbe stato pubblicato. Ma affermare la “mia opinione è che lo sbarco non sia avvenuto”, non rappresenta un rischio per nessuno. Se non per l’autore del post che verrà da molti considerato un tipo un po’ eccentrico (per usare un eufemismo). Dire: “io non ci credo”, non significa infatti fare disinformazione scientifica. E chi lo sostiene non ha letto il post.

Eppure accuse di questo tipo non sono mancate. E se è umanamente comprensibile che il debunker Paolo Attivissimo, da me più volte in passato pubblicamente citato ed elogiato, se la sia presa perché il documentario recensito lo attacca frontalmente e abbia chiesto una mia smentita (cosa posso dire? Che qui in redazione tutti crediamo al contrario di Ivo Mej che l’uomo sia andato sulla luna?), a me pare però sbagliato che si sia rifiutato di replicare con una lettera con la seguente motivazione: io non ti regalo clic.

Vorrei chiarire a Attivissimo che un sito che fa 150 milioni di pagine viste al mese se offre la possibilità di intervenire o replicare (possibilità che offriamo sempre a tutti) non lo fa per fare traffico. Ma per permettere a chi vuole di argomentare le sue ragioni.

Di una cosa sono inoltre convinto. Scorrendo le critiche mi sono reso conto che molti hanno nei confronti della scienza lo stesso atteggiamento dei fanatici religiosi. Se Mej dice “io non ci credo”, la reazione, fortunatamente solo a parole, è analoga a quella di un estremista islamico nei confronti di chi dice “Dio non esiste”.

Credo che sia sbagliato. Se si hanno delle buone ragioni, non si reagisce dicendo tu non hai diritto di parola perché non ci credi, ma si dimostra coi fatti (la scienza è proprio questo) perché quella posizione è sbagliata.

Non replico invece qui alle contumelie di esponenti politici, iscritti a partiti, o di un paio di colleghi che sanno perfettamente cosa sono i blog e cosa sono gli articoli. Le loro parole sono animate solo dal desiderio di farci del male. Ma non ce ne lamentiamo, perché difenderemo sempre anche il loro diritto di parlare, e noi di dimostrare con i nostri articoli come facciamo giornalismo. Anche per questo pubblichiamo oggi una delle interviste che abbiamo preparato in vista del 20 luglio.

Giorno del primo sbarco sulla Luna.

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La Cina controlla gli smartphone a chi entra nel Paese. Sicurezza o clima del terrore?

Verrebbe da dire “che figli di Trojan” e stavolta non ci sarebbe alcun riferimento a vicende nostrane che hanno evidenziato le italiche miserie. L’epiteto tecno-scurrile in questo caso è indirizzato agli agenti della Polizia di frontiera della Repubblica Popolare Cinese, in servizio al confine con il Kyrgyzstan. Gli sbirri della regione di Xinjiang stanno conducendo una delle più acrobatiche operazioni di pedinamento virtuale e controllo digitale che sia mai stata condotta nei confronti di stranieri che mettono piede in un altro Stato.

Approfittando delle normali ispezioni doganali, i poliziotti ritirano lo smartphone del turista e di chi entra in Cina per motivi professionali o commerciali e, con la scusa di accertamenti di routine, addentano il contenuto del dispositivo come un vampiro il collo della propria vittima. Gli iPhone vengono collegati ad un hardware che esegue la scansione e l’analisi forense. Diversa la sorte dei cellulari Android, la cui “radiografia” viene effettuata con un software installato per svolgere una ricognizione minuziosa dei file e per attuare il “calco” del contenuto.

Molto rapidamente gli agenti eseguono due tipologie di operazioni, un’estrazione e un innesto. Il primo step consente l’acquisizione di tutto quel che è memorizzato nel telefono: vengono “risucchiati” i messaggi di posta elettronica, di WhatsApp e di altri sistemi testuali di comunicazione, così come sono copiati i contatti presenti nella rubrica. La seconda fase è incentrata sull’inserimento di una “app” che consente di sorvegliare spostamenti e attività di chi adopera quello smartphone, accompagnando l’inconsapevole utilizzatore in ogni momento del soggiorno sul territorio e rivelando costantemente con chi man mano entra in contatto.

Naturalmente nessuno informa l’interessato della trasformazione subita dal proprio telefonino e la circostanza – preoccupante sotto ogni profilo – ha incuriosito il giornalismo investigativo (se ne sono occupati il britannico Guardian, il tedesco Süddeutsche Zeitung e l’americano New York Times) e le più importanti organizzazioni internazionali a tutela dei diritti civili.

A innescare comprensibile ansia è il fatto che in Cina si può finire in carcere anche per la semplice detenzione di una applicazione “non gradita” alle autorità. La manipolazione “non trasparente” dello smartphone da parte degli sgherri di confine potrebbe rilevare (o, quel che è peggio, caricare a bordo) un software o anche soltanto un testo (si pensi ad un articolo letto su Internet e rimasto nella cache memory) che finisce con il far condannare per direttissima il proprietario dell’apparecchio telefonico mobile.

La ricerca di possibili elementi di incriminazione scatta con l’impiego di “keyword”, ovvero di parole che – se contenute in documenti o messaggi – possano generare il sospetto che la persona abbia simpatie politiche di un certo genere, professi una fede religiosa non gradita, sia probabilmente vicina ad ambienti eversivi, faccia letture in contrasto con i principi stabiliti da Pechino. Se questo setaccio pesca un termine ricompreso nella black list, per il malcapitato cominciano i guai. Se non viene trovato nulla di “pericoloso”, il proprietario del telefonino si ritrova comunque schedato e non si sa per quanto tempo le autorità cinesi conserveranno informazioni, foto, chat e quant’altro sia stato “rastrellato”.

Qualche volta gli agenti si sono dimenticati di cancellare la app utilizzata per questa illecita scorribanda e, così, molte persone si sono ritrovate sul display una icona molto simile a quella “classica” di Android con una etichetta in ideogrammi cinesi che si legge Fēng cǎi (termine che indica il raccolto delle api). Il “nettare” è in realtà la ricchezza del contenuto del telefonino ed è facile immaginare che razza di miele otterranno le arnie del regime cinese.

Le fonti governative ufficiali parlano con entusiasmo del livello di sicurezza ottenuto nella regione di Xinjiang, dove – tra l’altro – è anche in funzione un sofisticato sistema di telecamere che non si limitano alle consuete riprese video ma che procedono al riconoscimento facciale delle persone e abbinano i volti con i telefoni cellulari rilevati nel medesimo spazio locale.

La sicurezza – si sa – spesso erode la riservatezza personale e il cittadino paga un piccolo prezzo per la serenità collettiva, ma in questo caso ci si trova dinanzi ad un brutale atto di forza che coinvolge non soltanto la popolazione ma anche chi occasionalmente entra nel territorio. Non si chiama sicurezza e nemmeno metus potestatis, ma semplicemente clima del terrore e non è certo la panacea per prevenire o curare qualsivoglia minaccia reale o presunta.

Metter paura è facile. C’è gente, anche non lontano da noi, che confonde le eccessive restrizioni della libertà, il pugno forte con deboli e inermi, l’uso estremo delle tecnologie con il “controllo della situazione”. E’ un gioco azzardato e la storia insegna che non porta a buoni risultati.

@Umberto_Rapetto

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John Massa, c’è un sassofono italiano che ci fa girare il mondo

Se volessimo ritrovare le atmosfere marsigliesi di Jean Claude Izzo oggi, potremmo arrivare nella capitale della Provenza, con in testa una specie di giro del mondo da realizzare in uno spartito. Raggiungere la musica di John Massa, in Rue des Trois Rois. Un jazz club che dicono sia il crocevia della world music. Il migliore della città, dicono. Dunque, se andate a Marsiglia, e questa è la stagione giusta, non è difficile trovarlo. John Massa è di origini italiane. Nel club suona il sassofono e ogni volta è un avvenimento. Anche in questo caso – dicono a Marsiglia – sia uno dei più bravi sassofonisti della scena contemporanea.

John racconta il suo quartiere, si chiama La Plaine. La piana, sorride. Perché la piana è in cima a un colle; il toponimo è frutto di un malinteso, dice John, ma sorride, “come molte cose a Marsiglia”. Il quartiere è un brioso capolavoro della vita che non teme la replica dei giorni, ogni giorno è un pastis da sorseggiare. John traduce con il suo sassofono, in assoli pieni di evocazioni persino letterarie, la città noir e insieme le tinte carta da zucchero gettate sul mare verso la costa raccontata da Izzo, Izzo della Trilogy, di Casino totale.

La vita in verticale si allarga a La Plaine, ancor meglio, la vita in piedi veramente. A volte sembra una accecante coda di ventaglio. Aperò urbani, sulla strada. Musica da organizzare al momento, una New Orleans europea, o la riproduzione delle strade di Treme, un po’ retrò e un po’ africane. E questo succede a Marsiglia. Dice John Massa: “La Piana è al centro di tutto e di tutto ciò che accade a Marsiglia. Lei – La Piana – sa tutto, sente tutto, non sussurra mai, parla poco, spesso urla”.

Per arrivare alla musica del miglior sassofonista di Marsiglia attraversiamo il mondo, così ci sembra: un viaggio che facciamo usando le sue parole e la medesima vibrazione di Izzo. Prima di arrivare alla musica di John, percorriamo La Plaine con le sue parole: “A nord, lungo la rue di Thiers, incontriamo la vecchia Cannebière, a ovest, lasciando il conservatorio di musica sulla destra, apriamo lo sciame del quartiere di Noailles, la piccola Africa. Dall’altra parte, verso sud, si trova il distretto della Prefettura, diviso in due dalla bella e lunga rue Paradis. Infine ad est è il distretto di Camas e Sebastopol, molto popolare tra i bobos. La Piana è il quartiere degli studenti degli artisti assetato di piaghe e ubriaconi, senza una virgola tra ogni parola, perché a volte sono le stesse persone”.

Quando parliamo di viaggio, con John Massa, indichiamo una precisa poetica, i suoi lavori discografici traducono esattamente la necessità del viaggio, esperienza intima, spirituale, malgrado il disordine gioioso del quartiere, il club, le notti. John ha genitori originari di Cuneo, lui è un professore di matematica in un prestigioso liceo di Marsiglia. Questa ambivalenza è persino il segreto della sua ispirazione. Pulsioni che coordinate congiungono, non disperdono, il talento di John perfezionato in Conservatorio. Il suo sguardo è greve, bellissimo e greve. E tuttavia esprime la partecipazione felice – del tutto simile a quella motivata da Izzo – nel guardarsi intorno, mentre sul quartiere scende la sera, ma in fondo il giorno a Marsiglia non finisce mai.

Foto di Alain Bourrier

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Il Mondiale finisce ma io ho voglia di continuare a tifare le nostre ragazze

La finale della Coppa del Mondo di calcio se la giocano americane e olandesi, ma la nazionale italiana, quella femminile, che ha saputo ispirare me all’orgoglio di essere italiano (e non sono il solo) c’è. Non esiste il discorso “lo sport deve restare fuori dalla politica o sociale o vattelappesca”, quando sei un personaggio pubblico hai il dovere di saperlo: non puoi stare sotto i riflettori a titolo personale. Quello che fai espande come una cassa di risonanza di cui è difficile contenere l’eco. Allora ho voglia di continuare a tifare le nostre ragazze, perché ciò che ho visto giocare in loro è quello che serve.

Le ho viste combattere, mordere l’aspirazione di riuscire come non vedevo da tempo. Non le ho mai viste simulare chissà quale amputazione per un contrasto di gioco, mai perdere tempo per lasciare che il vuoto della melina si mangiasse lo spettacolo, mai violare lo sport con quella vergogna del fallo tattico che è solo precetto di disonestà, mai viste comportarsi da uomini del calcio. Le ho ammirate comportarsi da donne e come uomo le ho stimate, invidiate, elogiate con i miei figli (maschi). E tutto questo non può essere un fatto privato, ma per chi sceglie di vedere ed accorgersi che il cuore espresso in campo, i polmoni bruciati all’ultimo fiato, gli occhi ad arpionare anche l’ultimo assalto… sono qualcosa che all’orgoglio di questo paese manca.

Sara Gama, fascia da capitana, pelle scura, accento del nord-est, italiana, davanti alle sue compagne e al Presidente Mattarella pronuncia parole che non sono circostanza e legge il suo numero di squadra declinato nell’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…”, e prosegue “E’ compito della Repubblica…”, esita e aggiunge “Che siamo tutti noi!”.

Inaspettato e quindi ancora più bello. Ma mai senza una ragione precisa. Grazie Presidente per averci accolte di nuovo. E con quel sorriso orgoglioso che ci ha fatte sentire a casa. #RagazzeMondiali

Pubblicato da Sara Gama su Giovedì 4 luglio 2019

Ecco perché riscopro la bellezza dello sport come disciplina educativa, perché quel “noi” sono io e chiunque decida di esserlo in questo paese dove le lamette da barba per uomini sono tassate al 4% e gli assorbenti al 22%, dove un uomo nel mondo dello sport è riconosciuto professionista e una donna no, dove sul mondo del lavoro, e non solo, c’è ancora troppo divario di trattamento e di stipendio. Non è un caso se chi parte svantaggiata dalla nostra cultura ancora impregnata di maschilismo becero è la stessa che ci dà una lezione. E ha l’umiltà per non pretenderne il ruolo, ma ha il coraggio per incarnarlo e non tirarsi indietro. E tutto questo non può essere solo una partita di calcio. Grazie ragazze!

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Il 5G divide i 5stelle: il video anti-fake news di Mirella Liuzzi è un boomerang

Sbaglia chi nel lato oscuro del 5G vorrebbe vedere solo una disputa interna ai 5 Stelle: riguardando la salute pubblica, ogni espressione nell’arco costituzionale dovrebbe interrogarsi sui pericoli socio-sanitari-ambientali dell’elettrosmog di quinta generazione, prima che sia troppo tardi. Ma che nel mirino dei tecnoribelli sia finito il trio pentastellato – i ministri Di Maio, Grillo e Costa – è un fatto, bersagliati pure dal fuoco amico per un contestato video di Mirella Liuzzi, ennesimo proclama a favore dell’Internet delle cose: “Il 5G è una tecnologia importante che, nel giro di pochi anni, potrà cambiare radicalmente le nostre vite, offrendoci servizi migliori e soluzioni innovative in diversi campi, dalla medicina ai trasporti. Sul 5G però, stanno circolando tante bufale”.

Pubblicato da Mirella Liuzzi – Portavoce M5S su Sabato 29 giugno 2019

Delegittimando in bufale e fake news gli allarmi sui rischi sanitari, lanciati in Italia dai medici di Isde, dall’Ordine Nazionale dei Biologi, dagli scienziati dell’Istituto Ramazzini e pure nell’ultimo congresso sanitario della Cei, la deputata si ostina a perorare l’avanzata dell’inesplorato wireless a radiofrequenze millimetriche. Risponde così a 46 portavoce eletti del MoVimento Cinque Stelle tra Regioni e Comuni che hanno recapitato un documento in favore di una moratoria nazionale, “per dare un contribuito fattivo come forma di dialogo tra vertici istituzionali e la base, sempre più disorientata e perplessa nella valutazione degli effetti reali del 5G, tentando di inquadrare il problema e risolvere la questione in maniera seria, sensata e responsabile, un impegno verso tutti quei cittadini che attendono risposte cautelative e preventive atte a scongiurare possibili pericoli sanitari per la collettività e la natura, richiamando così anche la tutela dei soggetti più deboli garantita insieme ai cosiddetti soggetti ‘sani’ dagli inalienabili principi costituzionali”.

Un appello che ha trovato sponda pure tra gli scranni di Bruxelles: Piernicola Pedicini (europarlamentare M5S, laureato in Fisica Teorica con specializzazione in Fisica Medica) ad esempio commentando il video pro-5G della Liuzzi afferma su Facebook che “sul 5G devono parlare i competenti, come su tutto il resto, prima bisogna ascoltare i competenti e poi i politici devono decidere. Se il 5G comporta un rischio per la salute, anche solo paventato, prima bisogna applicare il principio di precauzione per difendere la salute delle persone. Non è che i politici decidono senza sapere di cosa parlano. Mi dispiace ma se il Movimento ha deciso di intraprendere la strada dell’innovazione senza capire che l’innovazione passa per la difesa della salute, allora il Movimento non ha la risposta ai problemi del nostro Paese”.

Scintille anche da Trento: ai piedi dell’Adige, il consigliere comunale Andrea Maschio ha promosso un convegno Stop 5G, mentre la linea del provinciale autonomo Filippo Degasperi è sulla “dubbia utilità del 5G a fronte di dubbi sulla salute”; a Torino Cataldo Curatella (ingegnere presidente della commissione Smart City, giunta Appendino) sui social sostiene che “sul 5G si fa una sponsorizzazione più che disinformazione con risposte parziali e non corrette: è vero che con il 5G saremo più esposti ai campi elettromagnetici? La risposta data nel video è errata. Infatti le nuove emissioni 5G andranno a sommarsi alle emissioni delle precedenti 2G, 3G, 4G, 4.5G. È vero che non si conoscono gli effetti delle emissioni del 5G? Le frequenze del 5G sono su 3 range, di cui a 26 GHz a frequenze mai implementate su larga scala e cu cui gli stessi medici hanno chiesto all’OMS di eseguire delle indagini sanitarie perché le cosiddette onde millimetriche hanno effetti ignoti. Dicono che con il 5G avremo aumento dei tumori, è vero? Le onde elettromagnetiche sono classificate possibili cancerogeni ed è stata riaperta la classificazione. In conclusione, il video è un esempio di comunicazione parziale volta a dare informazioni incomplete o completamente errate per sponsorizzare a tutti i costi il 5G”. Mozioni Stop 5G sono state presentate anche dai 5 Stelle Barillari (Lazio), Quaresima (Roma, Municipio XII, approvata) e Cavallo (Sesto Fiorentino, approvata).

Che il 5G divida i 5 Stelle, lo si deduce pure dagli espulsi: Sara Cunial, Gloria VizziniVeronica Giannone, ex parlamentari 5stelle, si sono schierate apertamente contro il 5G e in difesa della salute pubblica.

Intanto, sabato in Svizzera s’è costituita l’alleanza europea Stop 5G (presente pure un ex membro dell’Onu che ha parlato di 5G come di atto illegittimo): davanti ai rappresentanti degli attivisti per la precauzione di 18 paesi d’Europa, è stato annunciato che entro il 2019 l’Istituto Ramazzini farà partire la ricerca indipendente sugli effetti cancerogeni del 5G. Esattamente quello che lo scorso anno avrebbe dovuto commissionare Di Maio, appena varato il governo del cambiamento.

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Odg e Federazione della Stampa disertano gli Stati generali dell’Editoria. Peccato!

La deontologia professionale deve passare necessariamente per la dignità dei giornalisti impegnati nella professione. Questo è quello che ho capito ieri durante la mia partecipazione all’ultimo incontro degli Stati Generali dell’Editoria, il tavolo aperto dall’attuale governo sui temi che riguardano l’editoria, il giornalismo ed anche il cittadino. La crisi economica e i cambiamenti tecnologici stanno mettendo a dura prova e in discussione l’attività giornalistica. Questa crisi da un lato ha desertificato il giornalismo erodendo molti posti di lavoro e lo stato sociale del welfare legato al nostro mondo, dall’altra possiamo pensare a questa crisi come a un periodo di grandi opportunità che potrebbe addirittura dare una nuova spinta al settore.

Una professione a due velocità l’una quella di chi ha tutto (contratti a tempo indeterminato, contributi Inpgi e Casagit e benefits aziendali), l’altra costituita dall’enorme platea di precari che ormai costituiscono numericamente una buona maggioranza. Una sfida quindi quella per il futuro che ci attende, che si deve giocare su un terreno minato dovendo salvaguardare da una parte i diritti di chi già li ha acquisiti, dall’altro far sì che gli altri possano conquistarli.

In una sala con una capienza di quasi 300 posti quella dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati ieri, i giornali presenti non erano poi così tanti.

Grandi assenti sicuramente i rappresentanti dell’Ordine dei Giornalisti e quelli della Federazione Nazionale della Stampa. Una strategia politica per guadagnare tempo in attesa di formulare proposte valide e spendibili sul tavolo del governo oppure semplice albagia istituzionale? C’è dell’altro il Movimento 5 Stelle non ha mai visto di buon occhio la nostra categoria e questo non possiamo far finta di non saperlo.

In realtà il Presidente Odg Carlo Verna aveva già anticipato in una nota che non avrebbe partecipato soprattutto dopo che il sottosegretario Vito Crimi aveva chiamato ‘anacronistico’ l’Ordine dei Giornalisti qualche giorno fa al Premio Ischia. Sottolineando tra l’altro che gli Stati Generali dell’Editoria stiano procedendo, dice Verna, con poche idee e confuse e lamentandosi di non aver ricevuto un invito formale.

C’è da augurarsi che le vere motivazioni siano altre e che non risiedano in una questione di ‘forma’ derivante solo da logiche ottocentesche ormai superate che non hanno fatto altro che allontanare in questi anni la nostra professione da un mercato del lavoro in continua evoluzione.

Il divario generazionale è netto e separatista. Auspichiamoci dunque che questa assenza non vada a creare ulteriori dissapori tra il governo attuale e quella parte di giornalisti illuminati. Anche la Federazione Italiana della Stampa è stata grande assente ed ha fatto sapere, attraverso il segretario Raffaele Lorusso, ma solo dopo l’evento, che non hanno ritenuto di partecipare perché hanno trovato “grave e inaccettabile che si siano invitate aziende dove non esistono contratti di lavoro giornalistici regolari”.

Insomma chi per una motivazione chi per l’altra i grandi ‘protagonisti’ ieri non c’erano e probabilmente guardando solo alla ‘forma’ non hanno tenuto conto della reazione che questa assenza potrebbe avere avere in futuro. Proprio Vito Crimi in apertura delle conclusioni ha detto: “Qualcuno ha pensato di boicottare questo evento ma oggi invece ha perso l’occasione per parlare. Ne prendo atto con amarezza”.

Ma quale dovrebbe essere l’interesse seppur recondito del governo ad intavolare incontri con i rappresentanti ed operatori della stampa? Il merito chiamiamolo così di questo governo è proprio quello di aver dato ascolto, che però non necessariamente significa risolvere le criticità, ad una professione malata a cui spetta il triste primato nei due albi professionisti e pubblicisti dei disoccupati. Durante l’incontro di ieri sono stati presi in esame tantissimi temi che fanno parte di questo mondo ormai allo stremo. Deludente e vergognoso il fatto che dei cinque relatori tra i quali uno in diretta Skype dagli Stati Uniti non ci fosse neanche una donna. Soprassediamo.

Un incontro iniziato alle 10,30 e finito alle 15,30 senza interruzioni ma anzi con la voglia di ascoltare, confrontarsi, capire, conoscere. Sicuramente grande spazio è stato dato alla questione dell’Inpgi, la cassa previdenziale dei giornalisti. Si è parlato di fake news, di co.co.co., di freelance, di crediti formativi, di disinformazione, di proposte, di riforme e di come la politica dovrebbe restare al di fuori dei giornali, quest’ultima davvero un’utopia.

Nell’attesa che questo settore trovi la sua giusta dimensione e che non venga sempre rappresentata dai reduci di una realtà tramontata ed estinta, o da popolari pseudo intellettuali, l’unica cosa da fare in questo momento è unirci e legare i fili del passato al presente, per guardare al futuro restituendo la credibilità persa a questa professione.

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