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Grazie Fefè De Giorgi, orgoglio squinzanese. Qui il palazzetto porta il suo nome

La squadra di pallavolo maschile ci ha tenuto inchiodati per cinque set durante i quali abbiamo temuto e sperato, fino ad arrivare alle prodezze finali che ci hanno fatto guadagnare il titolo di campioni d’Europa, dopo sedici anni dall’ultimo trionfo, grazie a questo gruppo di ragazzi guidati da un Commissario Tecnico nuovo di zecca, entrato a condurre gli azzurri dopo le Olimpiadi di Tokyo, campione vittorioso di coppe, campionati, mondiali e successivamente sempre vittoriosamente allenatore di numerose squadre, prima di portare la nazionale italiana a questa vittoria finale.

Ferdinando Fefè De Giorgi, sessant’anni a ottobre, la cui carriera vanta trecentotrenta presenze in nazionale, in questo suo esordio ha dato fiducia ai giovanissimi anche alle prime esperienze internazionali. La sua squadra si fregia di talenti che ha avuto il coraggio di portare in campo, con il risultato che conosciamo, dopo un ciclo brevissimo di allenamenti, dieci giorni, come ha dichiarato ai microfoni di Radio due, e un paio di amichevoli.

In questo breve periodo e durante le partite di campionato ha cercato di formare il gruppo che fosse anche eticamente tale, in cui ognuno avesse alto il rispetto per il proprio ruolo e sentisse forte l’attaccamento alla maglia. E direi che è riuscito perfettamente nel suo intento. Una cosa che mi ha particolarmente colpito durante la sofferta partita con l’agguerrita Slovenia sono state le parole di De Giorgi ai ragazzi, quando più volte li ha incitati a mantenere la calma, a non avere fretta e ad avere una espressione del viso più serena.

L’impressione è che si tratti di un mondo più elegante e più ‘sportivo’ rispetto a quello del calcio. A partire dal tifo, passando attraverso il comportamento in campo e finendo ai differenti compensi che riguardano i rispettivi tornei.

E oggi salgo sul carro dei vincitori e mi scopro tifosa di questo sport che non seguivo più, dopo un’adolescenza in cui si andava ad assistere a qualche partita della squadra del paese. La mia Squinzano è anche il paese di Fefè che non viene mai definito genericamente salentino o leccese, di lui si sa esattamente che è nato e cresciuto a Squinzano, paese di vino, banda musicale, di grandi tradizioni passate e qualche problema odierno. Qui la tradizione pallavolistica era ed è molto viva ed ha avuto momenti di gloria con la Vis Squinzano, in A2 nei primissimi anni Ottanta, dove ha esordito un giovanissimo De Giorgi.

Molte mie amiche e amici coltivavano la passione per questo sport che sapevano praticare, al contrario di me che ho fallito nonostante i numerosi tentativi di misurarmi con palleggi e schiacciate. La comitiva di allora, in forma allargata ai più grandicelli, comprendeva anche lui e qualche altro dei suoi infiniti fratelli.

Ferdinando viene da una famiglia perbene che ne ha fatto un uomo perbene. Glielo si legge in faccia. Oltre alla sua preparazione e alla sua simpatia spiccano sorriso e umiltà che aggiungono onore al suo onore.

Squinzano dai grandi problemi e dalle grandi risorse gli ha intitolato un palazzetto dello sport, a lui un gruppo di amici ha dedicato una bellissima festa lo scorso luglio, e De Giorgi è il nome che porta la scuola di pallavolo dedicata a bambini e ragazzi, società nata nel 2013 grazie alla passione e alla storia della famiglia (tra i fratelli ricordiamo Michele, anch’egli palleggiatore), dove giovani promesse tra cui la mia nipotina Aurora forse saranno i campioni di domani.

Squinzano accoglierà ancora una volta il suo eroe, grata che i suoi trionfi portino alla ribalta il paese e la sua parte migliore.

Grazie Ferdinando.

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Buste di plastica con mascherine lanciate in mare dall’elicottero: l’ultima trovata di Leo Battaglia, eterno candidato leghista in Calabria

Mascherine imbustate nella plastica che piovono da un elicottero a bassa quota, atterrando sulle spiagge e – quel che è peggio – nel mare della Calabria, con impatto ambientale devastante. Ecco l’ultima trovata elettorale di Leo Battaglia, agente immobiliare di Castrovillari, candidato della Lega alle regionali del 3 e 4 ottobre: centinaia di involucri di plastica scaricati sulla costa, contenenti – oltre alla maschera chirurgica – un volantino con il nome del politico, il logo del partito e la scritta “omaggio”. Sui social si affastellano le testimonianze indignate con foto da tutto il litorale dell’alto Jonio cosentino, tra Trebisacce e Sibari, arrivate anche alla nostra mail [email protected]. “Una vergogna. La Lega, invece di inquinare mare e spiagge, dovrebbe, visto che è al governo regionale, far funzionare i depuratori per il mare e smaltire i rifiuti”, è il commento di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli e candidato governatore della Regione.

Ecco il racconto di Alessia Alboresi, consigliera comunale di Corigliano-Rossano: “Ore 12. Un elicottero a bassa quota vola sulle spiagge. Temiamo tutti ci sia un incendio. Invece scarica – e la maggior parte ovviamente finisce in mare! – queste bustine di plastica contenenti una mascherina chirurgica con questa scritta. Ignobile forma di pubblicità politica. Non c’è limite alla strafottenza e al cattivo gusto. Ovviamente ho segnalato a chi di dovere”. O quello di Nicola La Vitola, architetto, dalla spiaggia di Trebisacce: “L’elicottero volava basso sicuramente al di sotto dei 150m, mettendo in pericolo la presenza di tutte le persone presenti sul litorale. Il lancio avveniva perfettamente sulla linea di costa e quindi questo pacchetto di porcheria finiva indiscriminatamente metà a mare e metà sulla spiaggia. Io ho denunciato sia alla Guardia costiera che alla Guardia di finanza. Chiunque abbia promosso questa iniziativa si deve vergognare e assumersi la responsabilità di questo scempio”.

Il nome di Battaglia, peraltro, è già noto ai calabresi per passate, discutibili iniziative di “comunicazione elettorale“. In occasione delle regionali 2014 – quando si candidò, senza essere eletto, sotto le insegne di Fratelli d’Italia – aveva fatto imbrattare i muri di tutto il cosentino, in particolare le strade statali e provinciali, con lo slogan “Leo Battaglia alla Regione” scritto a bomboletta spray. Condotta criticata da gran parte della popolazione, tanto che per far rimuovere le scritte era nata una petizione e un apposito gruppo Facebook. Ma non è tutto. In occasione della campagna elettorale 2020 – quando, ancora una volta, aveva corso con la Lega senza essere eletto – aveva fatto salire il fratello gemello sul palco di Crotone con Matteo Salvini, mentre lui continuava la campagna elettorale nel cosentino.

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“In Calabria ci dicevano che non c’era niente. Ma siamo tornati per allevare bachi da seta imparando dagli anziani”


“Ci hanno sempre detto che qui in Calabria non c’era niente. Se non c’è niente, abbiamo pensato, allora c’è tutto da fare”. Miriam Pugliese ha 30 anni, alle spalle un lavoro a Milano e poi uno a Berlino; Domenico Vivino ne ha 32, è laureato in Sociologia con 110 e lode; Giovanna Bagnato, 30 anni, è nata e cresciuta in Calabria. Ed è proprio qui, nel borgo di San Floro, 730 abitanti in cima a una collina nella provincia di Catanzaro, che i 3 giovani hanno deciso di tornare, lanciando una cooperativa agricola che vanta seimila visitatori l’anno, un’Accademia della seta con studenti da tutto il mondo e una filiera in collaborazione con le artigiane del territorio. “E pensare che ci prendevano per pazzi, all’inizio”.

Una sera d’estate Miriam, Domenico e Giovanna si ritrovano a San Floro: “Siamo amici da sempre – raccontano –. Volevamo fare qualcosa per il nostro territorio. Siamo partiti dalle nostre radici, miscelando tradizione e innovazione”. Nel 2015 chiedono al Comune di poter ottenere la convenzione per lavorare circa 5 ettari di terreno in disuso, assieme ad un museo della seta all’interno di un vecchio castello. “Il recupero e rispetto della tradizione sono un pilastro fondamentale della nostra cooperativa e filosofia di lavoro”, raccontano. Specialmente in questo borgo, dove la lavorazione della seta era una tradizione molto radicata. Col tempo, però, dimenticata.

“Quando abbiamo iniziato non eravamo esperti né di seta né di bachicoltura – sorride Miriam –. Abbiamo seguito gli anziani che lavoravano nella filiera serica del borgo, cercando di impararne i segreti”. I tre amici sono stati poi in Asia, in Thailandia, India e Messico, dove hanno studiato modi non convenzionali per la lavorazione della seta. “E così abbiamo pensato di creare un sistema di artigiani e di coinvolgere (al 90%) le donne del territorio, che ci aiutano a lavorare la fibra”. In più è nata una vera e propria Accademia per tramandare la lavorazione serica. “Mai potevamo pensare ad un’affluenza da diverse parti del mondo: Argentina, Inghilterra, Finlandia”.

Sveglia presto, giornate piene, ritmi serrati. “Non vogliamo vivere in posti dove non si vede più il cielo”, sorridono. Miriam, Domenico e Giovanna hanno cercato di riprodurre tutta la filiera serica, dall’allevamento del baco, passando per la lavorazione delle more di gelso, l’agricoltura biologica, l’agriristoro. Senza tralasciare la parte turistica. “Molti vengono a vivere una eco-esperienza nel mondo della seta”, spiega Miriam. E lo fanno giungendo qui da tutto il mondo.

L’ostacolo più grande? La burocrazia. Un aiuto dallo Stato? Mai visto. “I finanziamenti mirati a sostenere determinate attività, specie in aree svantaggiate come la nostra, sarebbero importanti. Ad oggi gli aiuti regionali o europei nei nostri confronti sono pari a zero”, spiega Domenico.

Con l’emergenza sanitaria legata alla pandemia si è “ripensato il modo di fare impresa”, puntando sul commercio online: i ragazzi di Nido di Seta hanno creato dei kit per l’allevamento del baco e la filatura da casa. Durante il lockdown, così, “tantissimi ragazzi e ragazze hanno provato l’emozione di allevare i bachi da seta nella propria casa, proprio come si faceva un tempo”. In più è stata lanciata la campagna #adottaungelso, il primo progetto di agricoltura condivisa del settore, con centinaia di iscrizioni raccolte dalla Calabria agli Stati Uniti.

Miriam, Domenico e Giovanna dicono di non essersi mai pentiti, nonostante mille difficoltà, di essere tornati in Calabria. “La nostra sfida è un riscatto sociale che parte dal basso, stiamo ravvivando l’economia di un territorio, diamo un’altra idea di una regione martoriata solo da notizie di cronaca nera. Facciamo quasi seimila visitatori l’anno che arrivano, visitano e consumano sul territorio”.

Detto questo, lo stile e il costo della vita è decisamente diverso da quello che i tre ragazzi hanno conosciuto in passato, e quindi “anche le nostre entrate ora sono congrue”. Il ricordo più bello rimane quello del primo pullman di americani arrivato per visitare l’azienda: “Gli anziani del Paese sono usciti dai balconi per capire chi fossero”, sorridono. Miriam, Domenico e Giovanna non vogliono dare consigli né creare falsi miti: “Siamo sicuri di una cosa, però: ogni territorio del nostro Paese possiede delle ricchezze nascoste. Quello che possiamo fare è cercare di custodirle e valorizzarle. Noi, almeno, ci abbiamo provato”. Dopo aver viaggiato, studiato ed essersi confrontati con altre culture questi tre ragazzi sono tornati alla (loro) terra. “E tra 10 anni – concludono – ci immaginiamo ancora qui, in Calabria, con le mani nella terra e la seta tra le dita”.

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Massoneria, la legge Anselmi non è un vecchio arnese. L’inchiesta di Paola lo conferma

Il protagonismo delle logge massoniche in alcune zone del nostro territorio nazionale è molto forte. Così mi disse tempo fanno un massone pentito Cosimo Virgilio che ha consentito di scoperchiare diverse cupole del malaffare. In una intervista comparsa su Il Fatto Quotidiano, Virgilio raccontò che le logge locali svolgono un fondamentale ruolo di ricomposizione di interessi economici e sociali.

In effetti, sono diverse le inchieste che puntano il dito su presunte logge massoniche: proprio ieri, mercoledì, la Procura di Paola, in provincia di Cosenza, ha messo sotto inchiesta diciotto persone tra Calabria e Basilicata accusandole di aver condizionato gli appalti nella zona dell’alto Tirreno calabrese. I reati contestati sono truffa, turbata libertà degli incanti, corruzione e… violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete e massoniche.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Paola, Pierpaolo Bruni, ha visto l’attuazione di numerose perquisizioni durante le quali sembra siano state trovate diversi elementi utili agli inquirenti. Vedremo come proseguirà la faccenda. Intanto, è importante che ci sia uno strumento di legge che, per quanto poco severo e arrugginito, possa essere usato nei tribunali di fronte a gruppi che fanno della segretezza e del vincolo massonico prima ancora che una caratteristica associativa una barriera di opacità verso il resto del mondo e della legalità.

Paradossalmente quella legge non servì a niente contro gli appartenenti alla P2 nonostante venne approvato proprio dopo la scoperta della loggia di Licio Gelli nella quale erano confluiti i vertici dello Stato e gli alti ranghi della Pubblica Amministrazione, i quali se la cavarono in un modo o nell’altro perché uno Stato compromesso non li inchiodò alla loro infedeltà.

Nella scorsa legislatura Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, chiese una riforma della Legge Anselmi per renderla più stringente. Aveva ragione. E’ necessaria che la segretezza sia bandita dalla vita pubblica e che alle cariche istituzionali di ogni livello sia proibito di iscriversi ad associazioni segrete, con o senza grembiulino e compasso.

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Calabria, il caso dell’ospedale di Trebisacce: mai riaperto nonostante tre sentenze del Consiglio di Stato

“Da cinque anni qui non viene data esecuzione alle sentenze. A giorni, se non succede nulla, farò una denuncia per inosservanza del provvedimento dell’autorità giudiziaria. Oggi non c’è solo il Covid, ma si muore di infarto, di tumori e di altre malattie”. Nel mirino del sindaco di Trebisacce Franco Mundo c’è l’Asp di Cosenza, ma soprattutto il commissario ad acta Andrea Urbani – direttore generale per la programmazione del Ministero della Salute – nominato lo scorso gennaio dal Consiglio di Stato per far rispettare la sentenza con cui è stata stabilita la riapertura dell’ospedale, chiuso 10 anni fa con un decreto dell’allora presidente della giunta regionale Giuseppe Scopelliti in qualità di commissario per la sanità calabrese. Urbani, contattato da ilfattoquotidiano.it tramite il ministero della Salute, non ha voluto commentare.

All’epoca – era il 22 ottobre 2010 – l’ospedale “Guido Chidichimo”, che era un punto di riferimento per l’alto Jonio cosentino, con un tratto di penna è diventato una “casa della salute”. Con buona pace dei reparti di chirurgia, medicina, cardiologia e utic, ginecologia e ostetricia, il nido e la dialisi. Più di cento posti letto scomparsi e trasformati all’improvviso in lungodegenza che non è sufficiente per garantire le esigenze dell’intero territorio. La stessa fine l’ha fatta il pronto soccorso “trasformato in Punto di primo intervento rafforzato” dove il paziente riceve le prime cure e viene impacchettato per essere poi trasferito all’ospedale più vicino, quello di Corigliano, che però è a un’ora di distanza. Con il rischio che, nel frattempo, la gente muoia.

Il Comune di Trebisacce si era opposto sin da subito alla chiusura del “Chidichimo”, che ha una storia molto simile a quella del nosocomio di Praia a Mare sul Tirreno Cosentino. E un destino che nemmeno le sentenze dei giudici amministrativi al momento sono riuscite a cambiare. Già nel 2015 il Consiglio di Stato aveva scritto che, a causa del “deficit strutturale delle reti di trasporto nel territorio, l’orografia e i correlati tempi di accessibilità ai distretti di Corigliano Calabro e Rossano Calabro, prima ancora di quelli al centro Hub di Cosenza, rendono impossibile un efficace trattamento di una ‘emergenza sanitaria’ partendo da Trebisacce o dai Comuni del suo distretto”. In altre parole, da 10 anni ai cittadini di Trebisacce e dei paesi vicini, in caso di emergenza sanitaria non è garantita la possibilità di arrivare in tempo in ospedale. Entro “sessanta giorni”, quindi, la struttura doveva essere riaperta. Ma non è mai avvenuto, tanto che nel 2018 il Comune torna al Consiglio di Stato che gli dà nuovamente ragione e, “preso atto dell’inerzia delle amministrazioni intimate”, nomina un primo commissario ad acta con il solo compito di far rispettare quella sentenza. “Appare necessario – ribadivano i giudici amministrativi – assegnare al commissario e all’azienda un termine ultimo e inderogabile per completare il processo già avviato, inteso a riattivare l’ospedale di Trebisacce secondo uno standard minimo di efficienza che garantisca almeno un accettabile livello dei Lea nel territorio di interesse”.

Ancora una volta tutto rimane sulla carta: passano gli anni e quello che era un ospedale efficiente resta una casa della salute. Da qui l’ennesimo ricorso del Comune al Consiglio di Stato. Prima dell’emergenza Covid, il 7 gennaio 2020, i giudici amministrativi bacchettano per l’ennesima il commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli (ora sostituito), rilevando che “nonostante i molti mesi trascorsi, a tutt’oggi non sembra avere posto in essere tutti gli interventi strutturali necessari alla immediata riattivazione dell’ospedale, quantomeno con riferimento al Pronto Soccorso”. Ecco perché, secondo il Consiglio di Stato si “deve procedere senza indugio alla nomina del commissario ad acta” che dovrà “dare completa e definitiva attuazione a quanto stabilito dalle sentenze del 2015 e del 2018”. Il nome individuato è quello del direttore generale per la programmazione del Ministero della Salute Andrea Urbani che la Calabria e la vicenda dell’ospedale di Trebisacce le conosce bene. Proprio lui è stato sub commissario alla sanità calabrese dal 2013 al 2017. Da gennaio ad oggi, però, con la pandemia nel mezzo, a sentire il sindaco della città Franco Mundo non è stato fatto nulla. Ecco perché il primo cittadino ha inviato una richiesta formale di incontro al neo commissario Guido Longo: “Devo informarlo dello stato dell’arte, – dice – portargli le carte e fargli vedere a che punto siamo. In sostanza al punto di partenza”.

Mundo è esausto: “Io sono di solito equilibrato. Abbiamo raggiunto l’apice. Tutti ci rimandano al nuovo commissario Longo, ma noi abbiamo già un commissario ad acta per la sentenza che è Andrea Urbani. La sentenza è di gennaio, ma il commissario non ha fatto nulla. È questo che mi fa arrabbiare, perché nella sentenza viene espresso un ordine che non è stato rispettato. Io che devo fare: a giorni se non succede nulla farò una denuncia. L’attuazione della sentenza che riapre il nostro ospedale la deve fare Urbani perché è stato dotato di poteri sostitutivi a quelli dell’amministrazione rimasta inerme, cioè i commissari ad acta della sanità calabrese Massimo Scura e Saverio Cotticelli”. Ma cosa serve per riaprire il “Chidichimo”? “A parte le sale operatorie che sono state demolite e vanno ristrutturate, – spiega il sindaco Mundo – al momento all’ospedale di Trebisacce c’è la rete del pronto soccorso, gli ambulatori, la divisione di lungodegenza che deve essere convertita in medicina. Il personale c’è ma va integrato. Per rispettare la sentenza qualcuno deve bandire i concorsi e fare le assunzioni. Certamente il concorso non lo può fare il Comune”. Il primo cittadino è esausto: “Non è più tollerabile una situazione del genere e siamo fortemente indignati per l’inerzia degli organi competenti. Spero che l’emergenza coronavirus finisca subito, ma quando avverrà che cosa rimarrà dell’ospedale di Trebisacce? Il viceministro Sileri ci ha detto che l’ospedale riaprirà. La palla passa a Urbani. Prima hanno tagliato a più non posso, ma oggi ci siamo accorti che una rete ospedaliera capillare ha la sua importanza”.

La storia del “Chidichimo” non è troppo diversa da quella di altri presidi sanitari della Regione che negli anni sono stati spazzati via dai tagli e che ora sarebbero decisivi nella lotta alla pandemia. Lo ha ribadito in un’intervista a Repubblica anche Gino Strada, chiamato dal governo con la sua Emergency a supportare la Calabria attraverso la costruzione di ospedali da campo. “Ci sono ospedali come quello di Cariati – ha dichiarato Strada – che potrebbero riaprire in poche settimane. Altri come Gerace, costruiti e mai aperti. Emergency è pronta a prendere in carico una di queste strutture, naturalmente con tutte le questioni legali a posto”. A Trebisacce la situazione poteva essere risolta già cinque anni fa, se solo le sentenze del Consiglio di Stato avessero un valore pure in Calabria.

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Altri due femminicidi nella notte. La donna uccisa a Padova aveva denunciato e ritrattato

Altri due femminicidi: a Stalettì, sulla costa ionica calabrese, e a Cadoneghe, in provincia di Padova. Nella notte prima della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

In Calabria una donna di 51 anni è stata uccisa a coltellate. Il suo corpo è stato ritrovato tra gli scogli nella tarda serata del 24 novembre. Un 36enne di Badolato è stato sottoposto a fermo del pm perché ritenuto l’autore del delitto. Secondo le indagini dei Carabinieri di Catanzaro e di Soverato, aveva una relazione extraconiugale con la donna.

A Cadoneghe un uomo di 40 anni ha ucciso la moglie con una coltellata al petto, ferendola da parte a parte. I tre figli che abitavano con la coppia sono stati affidati a un’amica della madre che abitava vicino a loro. A chiamare i carabinieri è stato proprio l’omicida, nella notte. La donna è stata trovata distesa nel suo letto. In passato sembra che lei avesse denunciato il comportamento violento del marito, ma poi aveva ritrattato. Sul posto i carabinieri del nucleo investigativo, il pm di turno Marco Brusegan, il medico legale Antonello Cirnelli.

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Calabria, Gino Strada: “Accordo tra Emergency e Protezione civile. Al più presto al lavoro per rispondere all’emergenza sanitaria”

Alla fine Gino Strada aiuterà la sanità in Calabria, non come commissario ma con un impegno che riguarderà la gestione degli ospedali da campo, il supporto all’interno dei Covid Hotel e nei punti di triage negli ospedali. “Abbiamo definito un accordo di collaborazione tra Emergency e Protezione civile per contribuire concretamente a rispondere all’emergenza sanitaria in Calabria. Inizieremo domani mattina a lavorare a un progetto da far partire al più presto“, ha annunciato lo stesso Strada sui suoi canali social. “Ringrazio il governo – ha aggiunto – per la stima che ha dimostrato per il lavoro di Emergency e le tante persone che ci hanno dato fiducia, offrendo da subito il loro sostegno”. Poco prima a ‘Carta Bianca‘ su Rai 3 il ministro della salute, Roberto Speranza, aveva detto: “Ritengo che il contributo di Gino Strada sarà importante per la Calabria. Valuteremo con lui e la sua squadra quali saranno le modalità più opportune per svolgere questo impegno”.

Per giorni il fondatore di Emergency è stato in lizza per diventare il prossimo commissario alla Sanità della Regione. Dopo Saverio Cotticelli, che si è “dimenticato” il piano Covid, e Giuseppe Zuccatelli, subito nella bufera per un video in cui dice che la mascherina “non serve a un cazzo”, nel Consiglio dei ministri di lunedì però il governo ha deciso di nominare Eugenio Gaudio, l’ex rettore dell’università La Sapienza che questa mattina ha annunciato di aver rinunciato all’incarico, giustificandosi dietro “motivi familiari”. Per Gino Strada l’esecutivo ha pensato a un ruolo da consulente esterno. “Ribadisco di aver dato al presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini“, aveva spiegato lo stesso Strada.

Ora è arrivata la conferma dell’accordo. Gino Strada, come anticipato da Il Fatto Quotidiano, si occuperà in particolare del Covid hospital. Il coinvolgimento dell’associazione nel supporto alla regione Calabria é stato deciso nell’ambito di un accordo con il Dipartimento della Protezione Civile: “Considerando l’evoluzione della situazione epidemiologica in atto – dice il Dipartimento – si è ritenuto che l’Associazione Emergency possa contribuire a rispondere ad urgenti esigenze di assistenza socio-sanitaria alla popolazione”. Nell’idea del governo, il compito principale di Emergency sarà quello di costruire ospedali da campo tra Catanzaro e Reggio Calabria, dove il sistema sanitario regionale è maggiormente in affanno. Oggi in Calabria sono risultate positive al coronavirus 680 persone e attualmente ci sono 353 ricoverati in ospedale e 53 pazienti in terapia intensiva (+8 rispetto a lunedì).

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Vibo Valentia, la marcia di Libera dopo la maxi-operazione contro la ‘ndrangheta: due minuti di applausi per i carabinieri

In migliaia stamattina hanno invaso le strade di Vibo Valentia per il corteo organizzato da Libera per esprimere “vicinanza e gratitudine” ai carabinieri per l’operazione “Rinascita-Scott” contro la cosca Mancuso. Un corteo che si è concluso davanti al comando provinciale di Vibo, quartier generale dell’inchiesta coordinata dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, e dai magistrati della Dda. Un lungo applauso, che è stato più toccante di mille parole, e un “grazie” ai carabinieri urlato non solo dai rappresentati di Libera e da alcuni sindaci del comprensorio vibonese ma soprattutto dai cittadini.

Un segnale importante all’indomani dei 334 arresti di mafiosi, politici e professionisti che tenevano sotto scacco Vibo e provincia. Un messaggio di speranza in un territorio dove i Mancuso controllano anche l’aria che respirano i cittadini. Qualcuno, all’indomani della maxi-operazione aveva fatto arrivare al comando dei carabinieri una stella di Natale con un bigliettino in cui c’era scritto: “La Calabria degli onesti vi sarà sempre grata”. Oggi in tantissimi ci hanno messo la faccia in un abbraccio ideale con i militati dell’Arma e tutti gli uomini che hanno contribuito a ripulire un pezzo importante della Calabria.

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