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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Clima, Conte: ‘Italia pronta a donare 30 milioni di euro a Paesi vulnerabili’. Guterres: ‘Nazioni dichiarino stato emergenza climatica’

Nel giorno in cui il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché dichiari “lo stato di emergenza” per i cambiamenti climatici, il governo italiano ha confermato il suo impegno ad arrivare a nuovi accordi che puntino a invertire la rotta. Lo ha detto lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Climate Ambition Summit 2020: “Come presidente del G20 e partner della Gran Bretagna per la Cop26, l’Italia è impegnata a dare un contributo importante allo sforzo comune” di sviluppare “accordi ambiziosi e lungimiranti” nel quadro delle conferenze di Rio su clima, biodiversità e desertificazione, ha detto il premier. E il primo passo sarà l’impegno a “donare 30 milioni di euro” all’Adaptation fund delle Nazioni Unite per aiutare i Paesi “più vulnerabili”: “L’impatto della pandemia sui nostri sistemi economici e sociali non dovrebbe diminuire la nostra determinazione”, ha detto.

Proprio oggi Guterres, intervenuto al summit di Londra per il rilancio degli accordi di Parigi, era tornato a fare pressione sulla comunità internazionale riguardo all’esigenza di un cambio di marcia in materia di salvaguardia dell’ambiente, arrivando a chiedere la dichiarazione di “stato d’emergenza” e ribadendo la necessità di sforzi importanti per raggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010.

Il Segretario generale ha avvertito che gli attuali impegni delle Nazioni sono “tutt’altro che sufficienti” per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: “Se non cambiamo rotta, potremmo essere diretti a un aumento catastrofico della temperatura di oltre 3 gradi in questo secolo”, ha aggiunto. “Questo è il motivo per cui oggi invito tutti i leader mondiali a dichiarare lo stato di emergenza climatica nei loro Stati fino al raggiungimento della neutralità delle emissioni. I paesi del G20 stanno spendendo il 50% in più nei loro pacchetti di salvataggio su settori legati ai combustibili fossili che all’energia a basse emissioni di carbonio. Questo è inaccettabile. Non possiamo usare queste risorse per bloccare politiche che gravano sulle generazioni future con una montagna di debiti su un pianeta distrutto”.

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Clima, intesa al Consiglio Europeo: “Taglio delle emissioni del 55% entro il 2030”. Von der Leyen: “Verso la neutralità nel 2050”

Una nottata di discussioni e poi l’accordo. Il Consiglio europeo ha raggiunto l’intesa sul taglio delle emissioni, come confermato dal presidente Charles Michel: “L’Europa è la leader nella lotta contro i cambiamenti climatici. Abbiamo deciso di tagliare le emissioni di almeno il 55% entro il 2030″ rispetto ai livelli del 1990. L’attuale target è del -40%. È questa la principale novità del testo sulla lotta ai surriscaldamento globale, che durante il summit ha rischiato di arenarsi irrimediabilmente.

A puntare i piedi, secondo quanto si apprende, sono alcuni Paesi dell’Est, soprattutto la Polonia, ancora fortemente dipendenti dal carbone per soddisfare i loro fabbisogni energetici. La discussione si sarebbe incagliata in particolare sulle misure di accompagnamento che dovrebbero agevolare il raggiungimento del nuovo obiettivo e attutire l’impatto delle misure economiche necessarie.

“Ottimo modo per festeggiare il primo anniversario del nostro EuGreenDeal”, ha scritto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen precisando che il “Consiglio europeo ha approvato la nostra ambiziosa proposta per un nuovo obiettivo climatico dell’Ue”. Secondo von der Leyen, la decisione di dimezzare abbondantemente le emissioni “ci pone su un percorso chiaro verso la neutralità climatica nel 2050″. “L’Europa fa sul serio”, le ha fatto eco il commissario europeo Paolo Gentiloni.

Soddisfatto anche il presidente francese Emanuel Macron: “Alla vigilia del quinto anniversario dell’accordo di Parigi, noi europei ci impegniamo a ridurre le nostre emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030. 10 anni sono domani. Quindi facciamo di tutto per avere successo. Adesso. Tutti insieme. Perché non esiste un piano B!”. E il ministro per gli Affari Europei, Enzo Amendola: “Notte insonne di lavoro, ma altro risultato importantissimo ottenuto – ha scritto su Twitter -. Abbiamo raggiunto l’accordo per la riduzione delle emissioni gas serra del 55% entro il 2030, un altro passo decisivo verso la neutralità climatica nel 2050″.

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Idrogeno verde, l’unico rimedio alla crisi idrica e climatica. Checché ne dicano le lobby e Michael Moore

Il dibattito aperto sull’introduzione accelerata e massiccia del vettore idrogeno in un futuro sistema energetico più sostenibile è incentrato in gran parte su aspetti rilevanti, ma che non tengono per ora in conto una risorsa vitale come l’acqua. Gli esperti si misurano sui costi, sulle evoluzioni tecnologiche dei sistemi di produzione e di distribuzione, sui miglioramenti di efficienza di un ciclo ad oggi ai primi passi. Gli economisti e i governi si mostrano più o meno sensibili all’interesse dei maggiori gruppi multinazionali a mantenere centralizzato e dipendente da grandi impianti l’introduzione di un sistema di accumulo innovativo su larga scala. Tutti concordano sui vantaggi che deriverebbero dal conservare e immettere in rete l’energia prodotta, aumentando l’efficienza del sistema e, soprattutto, decarbonizzando significativamente il ciclo di produzione e consumo.

L’idrogeno sembrerebbe una soluzione ideale, ma occorre tener conto che, pur essendo diffuso nell’atmosfera, lo si trova per lo più legato saldamente in molte molecole, come gli idrocarburi o l’acqua, in cui il legame chimico con l’ossigeno è talmente forte che, fino agli ultimi decenni del ‘700, il liquido più diffuso sul pianeta era considerato inscindibile nei suoi componenti.

Quasi mai si riflette sul fatto che l’idrogeno può essere prodotto in quantità importanti solo scindendo molecole molto stabili, come ad esempio il metano (CH4) o, soprattutto, l’acqua (H2O), rilasciando nel primo caso gas climalteranti e nel secondo – almeno a prima vista – soltanto ossigeno dopo aver consumato corrente elettrica.

L’acqua da sola copre il 71% della superficie terrestre e il suo volume è di circa 1,5 miliardi di chilometri cubi. Quindi il ricorso all’acqua, così drammaticamente preziosa e carente in gran parte del pianeta abitato, dati i grandi numeri di sopra e l’urgenza di trovare soluzioni al cambiamento climatico, viene persa di vista nella ridefinizione del nuovo modello energetico.

Se andate su Google per sapere quanta acqua si consuma per produrre un kg di idrogeno farete fatica a raccapezzarvi. Semplificando qui al massimo, potreste, dopo molti sforzi, arrivare a cogliere la pericolosità di produrre idrogeno direttamente da metano e vapore acqueo (idrogeno grigio), come vorrebbero i più imprudenti, dando luogo ad emissioni assai dannose oltre che a massicci consumi di acqua.

Sareste poi incuriositi dai processi di elettrolisi, per cui l’idrogeno viene ottenuto al catodo di una cella contenente acqua con il passaggio di corrente elettrica. In sé il consumo di acqua nel solo processo di idrolisi non appare eccessivo (circa 10 litri di acqua per 1 kg di idrogeno). Ma come si può trascurare quanta acqua viene consumata per produrre la corrente necessaria a scinderne la stupefacente struttura molecolare?

A questo punto, ecco comparire due altri colori dell’idrogeno: il blu, quando l’elettricità proviene da centrali a metano con sequestro di CO2, il verde, quando la corrente proviene da eolico o fotovoltaico, che funzionano senza consumo d’acqua. A parte i problemi di costi – che non trattiamo qui – come non stupirci che non ci si faccia mai carico del fatto che l’idrogeno blu, in quanto prodotto da centrali a carbone o gas fossili, richiede enormi quantità d’acqua consumate in particolare nei cicli di raffreddamento?

Ad esempio, uno dei vantaggi propagandati della futuristica economia dell’idrogeno negli Stati Uniti è che l’approvvigionamento di idrogeno, sotto forma di acqua, è virtualmente illimitato. Questa ipotesi è talmente scontata che nessuno studio importante ha considerato appieno quanta acqua avrebbe bisogno un’economia dell’idrogeno sostenibile se non si alimentasse solo con fonti rinnovabili.

Michael Webber, direttore associato presso il Center for International Energy and Environmental Policy presso l’Università del Texas ad Austin, ha recentemente colmato questa lacuna fornendo una prima analisi del fabbisogno idrico totale con dati recenti per un’economia dell’idrogeno “di transizione” negli Stati Uniti a trazione fossile. L’analisi di Webber stima che per la quantità di idrogeno prevista dal piano al 2030 si utilizzerebbero circa dai 72 ai 260 trilioni di litri di acqua all’anno come materia prima per la produzione elettrolitica e come soprattutto refrigerante per l’energia termoelettrica. Si tratta di 196-714 miliardi di litri al giorno, un aumento del 27-97% dai 737 miliardi di litri al giorno (272 trilioni di litri all’anno) utilizzati oggi dal settore termoelettrico per generare circa il 90% dell’elettricità negli Stati Uniti.

Il significato più grande di questo lavoro di ricerca di Webber, unico al mondo, è che, utilizzando l’idrogeno come vettore ma lasciando inalterato il ricorso a centrali fossili (idrogeno blu) al posto di impostare un radicale decentramento sostenuto dall’elettricità fornita dalle fonti rinnovabili, potremmo avere un impatto molto drammatico sulle risorse idriche. C’è solo l’idrogeno verde come possibile soluzione sia all’emergenza climatica che a quella idrica.

In un recentissimo articolo Nicholas Kusnetz, reso famoso come consulente e protagonista del film di Michael Moore Planet of the Humans, suggerisce a Joe Biden il terreno su cui potrebbe nascere una intesa bipartisan sul clima: la produzione di idrogeno blu con il metodo di cattura e stoccaggio della CO2! Quindi, a suo dire, un sostegno sia dei democratici che dei repubblicani alla lotta climatica troverebbe un compromesso nel destinare incentivi alla cattura di anidride carbonica da sparare nei pozzi o da iniettare nelle caverne sotterranee, cioè un sostegno alle lobby dei fossili, ovvero al mantenimento del sistema energetico responsabile primo della crisi climatica.

Questo spiega le critiche che erano venute dal mondo ambientalista all’impostazione del film di Moore, il peggiore e più ambiguo nella carriera del famoso e spesso riconosciuto regista.

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“In Italia il diritto all’iniziativa popolare è negato”, la protesta del comitato Politici Per caso. Cappato: “Autorizzare le firme digitali”

Banchetti referendari con moduli listati a lutto, matite spezzate a metà e militanti con le mani legate. “In Italia il diritto dei cittadini di promuovere referendum e iniziative popolari è del tutto negato“: è la denuncia di ‘Politici per Caso’, il comitato promotore di una legge per istituire le assemblee di cittadini estratti a sorte. Tra i sostenitori della proposta di legge ci sono Marco Cappato, fondatore del movimento dei cittadini europei Eumans, Mario Staderini, primo firmatario, e Lorenzo Mineo, coordinatore di Democrazia Radicale. A sostegno del progetto si sono schierati anche attivisti di Extinction Rebellion e altri movimenti ambientalisti. La proposta di legge è stata depositata in Cassazione a dicembre dello scorso anno.

Dopo lo stop per il Covid a marzo, ieri sarebbe dovuta iniziare la fase di raccolta firme in cinque città. Ma così non è stato. Mentre a Torino e Bologna, a causa della pandemia, non sono stati autorizzati i banchetti in centro città, a Napoli il Comune non ha vidimato i moduli, condizione necessaria affinché le firme siano valide. A Roma e a Milano le amministrazioni comunali nonnno ha risposto alla richiesta di cancellieri e funzionari che potessero autenticare le firme. La soluzione, sostiene il comitato, è a portata di mano: basterebbe autorizzare le firme online. “È tollerabile che in tempi di pandemia si fermi la democrazia, quando basterebbe consentire la firma online su referendum e iniziative popolari, proprio mentre tutte le attività si spostano in rete?”, domanda il coordinatore Lorenzo Mineo. Ma l’Italia, in questo senso, sembra non avere intenzione di muoversi, nonostante le sollecitazioni dell’Onu.

Il problema di oggi, infatti, si inserisce in una questione storica. “Il problema non è solo il Covid – spiega Mario Staderini, primo firmatario della proposta di legge – Bensì le procedure fatte apposta per impedire ai cittadini di promuovere referendum. A partire dall’obbligo di raccogliere le firme alla presenza di un autenticatore, obbligatoria per legge ma la cui disponibilità non viene garantita“. Basti pensare, fa notare Staderini, che in Italia nessun referendum di origine popolare ha superato la soglia delle 500mila firme negli ultimi 10 anni. Per questo l’Italia è stata condannata dal Comitato dei diritti umani dell’Onu perché viola il diritto dei cittadini a partecipare alla vita politica del Paese attraverso i referendum e le leggi di iniziativa popolare. Il caso era stato sollevato proprio da Staderini e Michele De Lucia nel 2015. Nella sentenza è basata sulle “restrizioni irragionevoli” che ostacolano il referendum popolare, come l’obbligo di far autenticare le firme da un pubblico ufficiale. La sentenza, datata novembre 2019, dava al governo italiano 180 giorni per mettersi in regola, quindi fino a giugno 2020. Il tempo è scaduto, ma niente è cambiato.

“Mentre in Parlamento si pensa di far votare gli eletti da remoto, nessuno pone il problema di come restituire ai cittadini il diritto intervenire nella vita pubblica – ha affermato Marco Cappato, tra i promotori della legge – Per questo chiediamo al presidente del Consiglio di proporre con urgenza un decreto che consenta la firma digitale su referendum e iniziative popolari, strumenti che devono poter essere attivati soprattutto in una fase di emergenza”. L’obiettivo della proposta di legge – per cui si sarebbe dovuta iniziare la raccolta firme – è istituire in Italia assemblee civiche, una pratica diffusa a livello internazionale e conosciuta come citizens’ assembly: consiste nell’affidare a un consiglio di cittadini, sorteggiati in base a specifici criteri e affiancati da esperti, l’analisi e l’indirizzo su questioni di interesse generale su cui la politica elettorale non riesce a dare soluzioni adeguate. Nel caso specifico, il progetto prevede che la prima assemblea dei cittadini si occupi dell’emergenza climatica.

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Il Coronavirus non deve fermare la lotta a favore del clima e di un’economia sostenibile

Neppure la pandemia ha impedito ai ragazzi e alle ragazze di Fridays For Future di partecipare al quinto sciopero globale per il clima. Stavolta in versione digital, ahimè, ma non c’era altra scelta! Attraverso un sistema di geolocalizzazione online, lo scorso venerdì migliaia di attivisti si sono radunati virtualmente, intorno alle ore 10:00 di fronte a Palazzo Chigi (sic!), per gridare a colpi di cartelloni, anch’essi rigorosamente virtuali, che la crisi climatica è un’emergenza che non deve e non può essere accantonata in nome di una ripresa economica fondata sul business-as-usual.

Quel modello proposto dalle grandi aziende che, nel solito mondo capovolto a cui siamo da sempre abituati, andrebbe a ricostruire il sistema economico che ci ha portato dove siamo adesso, conservando tutte le sue palesi storture, e a rimpinguare i patrimoni di tutti quelli che nonostante la crisi sanitaria non hanno smesso di arricchirsi né hanno liquidato, tra un elogio e l’altro a cassiere, edicolanti, infermieri e fattorini (i cosiddetti eroi della “prima linea”, che eroi lo sono per davvero, ma saranno presto, purtroppo, dimenticati da tutti e sostituiti con altri idoli mediatici) la cultura disastrosa del profitto ad ogni costo.

Inoltre, come affermava Milton Friedman, l’economista del liberismo sfrenato, ‘solo una crisi, reale o percepita, produce un vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni che vengono intraprese dipendono dalle idee che circolano in quel momento’. E le principali idee che circolano, rafforzate dal potere economico dell’1% della popolazione globale, non sono certo quelle che ci salveranno dai drammatici effetti di una crisi climatica lasciata a se stessa.

È quindi indispensabile una solida volontà politica che orienti la ripresa da una delle più pesanti crisi economiche del mondo moderno, che ha visto crollare insieme domanda e offerta. E allo stesso tempo una massa sempre più numerosa e consapevole, che diffonda idee di cambiamento.

Quelle idee che gli attivisti di Fridays For future hanno raccolto in una proposta concreta di “Rinascita” che lasci alle spalle un passato senza dubbio presago di sventura: una Lettera all’Italia, firmata da oltre 50 tra i più autorevoli scienziati ed economisti italiani, che lo scorso 17 aprile ha ufficialmente inaugurato la campagna Ritorno al futuro.

Una proposta vasta che, a partire dall’abolizione dei sussidi al fossile, un ladrocinio che sperpera risorse che potrebbero essere usate a vantaggio della società, spazia da un grande piano di investimenti pubblici in grado di favorire una radicale transizione energetica e industriale, e di creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro (posti che una crisi climatica mal gestita, secondo molti studi, alla lunga ridurrebbe invece drasticamente); fino ad un invito ad un ripensamento del sistema agro-alimentare, che è tra le prime fonti di emissioni di gas climalteranti.

Un programma da sviluppare però sotto l’egida del più fondamentale dei principi: la giustizia sociale e climatica. Mettendo quindi avanti le fasce sociali che, già deboli prima della crisi sanitaria, adesso lo saranno ancora di più; unite alle decine di migliaia di lavoratori che, nella fase di ripresa economica, rischieranno il posto e dovranno essere tutelati. Ovviamente facendo gravare i costi della transizione sui maggiori responsabili della crisi climatica, dalle multinazionali estrattive a quelle del fossile (che invece potrebbero imporsi come infrastruttura della ripresa, a scapito delle energie rinnovabili) fino a tutte le altre grandi realtà produttive insostenibili.

Niente di nuovo, non è certo un movimento di piccole Cassandre (come è stato a più riprese definito) a poter trovare le soluzioni per risolvere la crisi climatica. Le soluzioni e le tecnologie per applicarle, ovviamente non in una settimana, ma con un piano dal lungo respiro, esistono già. A mancare è solo la volontà politica di adottarle e di farne il fulcro di un’agenda globale, per colpa di una classe dirigente mediocre e narcisista, alla continua ricerca di conflitti di comodo con cui calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica, impedendole così di prendere coscienza dell’unico e vero conflitto in atto.

Rinnegando quella laica “religione dell’umanità” professata anche da Einstein, che non era altro che la convinzione che la vita individuale ha senso solo se considerata un tassello di una vita più vasta, cominciata prima di noi e destinata a sopravvivere alla nostra breve esistenza.

Fridays For Future, con i suoi scioperi che si spera torneranno presto a invadere le piazze, è qui per ribadirlo e per mettere in luce, infine, con grande umiltà e spirito propositivo, le evidenti contraddizioni di un sistema che ha fallito. Nella speranza che possa bastare.

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Coronavirus, l’inquinamento aiuterebbe il contagio. Urge una drastica inversione di tendenza

Leggendo e analizzando le informazioni che puntualmente ci arrivano da diverse settimane, non si può non notare che la pandemia di Covid-19 si è manifestata in maniera sempre più preoccupante in alcune delle aree più inquinate del mondo. In Italia, sono infatti le aree della Lombardia e del Veneto, e in particolare della pianura padana, le più industrializzate e nelle quali da più tempo persistono condizioni ambientali critiche.

Dovremmo porci seriamente la domanda per quale motivo proprio in quelle aree il Covid-19 sia esploso in modo così virulento. Bene ha fatto il governo italiano a decretare misure sempre più stringenti per confinare il contagio all’interno di aree più controllate, non certamente coadiuvato dall’insensatezza di coloro che, alla prima allerta, sono fuggiti; ci auguriamo che, laddove siano andati, si siano messi in quarantena preventiva e abbiano evitato di propagare il virus anche in zone al momento meno toccate.

Nella pianura padana, i livelli di concentrazione del particolato (Pm10) sono tra i più alti in Europa e nel mondo e questa situazione permane da ormai tanti, troppi anni. E’ conclamato che alti livelli di Pm10 creano problemi anche al sistema respiratorio che potrebbe, quindi, risultare più sensibile alle complicazioni dovute a questo nuovo virus. Più a lungo si è esposti a tale situazione di inquinamento, e maggiori potrebbero essere le probabilità che i nostri sistemi respiratori si siano indeboliti e, quindi, più in difficoltà a combattere contro gli effetti del coronavirus.

Un tale ragionamento potrebbe dare delle spiegazioni al fatto che, al momento, sono le persone anziane ad avere i maggiori impatti negativi che arrivano, purtroppo, anche ad esiti fatali. Gli anziani sono, per definizione, coloro che maggiormente sono stati esposti ad un fenomeno quale l’inquinamento e questa permanenza all’esposizione potrebbe aver indebolito il loro sistema di difesa.

Inoltre, da un recente studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima) si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi di Covid-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino all’identificazione dell’infezione).

Secondo questo studio, nell’area della pianura padana, le curve di espansione dell’infezione hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di Pm10. Quindi, le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione dell’epidemia.

Ricerche più specifiche andrebbero fatte disaggregando alcuni dati, ad esempio confrontare gli effetti su coloro che risiedono in tali aree da sempre, diciamo negli ultimi 50 anni, con quelli di coloro che vi si sono insediati di recente. Se si riscontrasse una netta distinzione tra la mortalità di coloro che hanno sempre vissuto in quelle aree rispetto ai nuovi insediati, allora potremmo approfondire per circoscrivere e differenziare meglio gli effetti di breve e lungo periodo all’esposizione di inquinanti.

Il paese che, come l’Italia, è un osservato speciale per il Covid-19 è, come ben noto, la Cina. E proprio in Cina si rileva la stessa similitudine riscontrata in Italia: le aree con i più elevati livelli di emissione di Pm10 sono le stesse aree ove la mortalità legata a questo virus risulta più alta. La provincia cinese di Hubei, focolaio principale del virus, è un’area che, al pari della pianura padana, riscontra alti livelli di Pm10.

Quindi, ancora una volta, affrontiamo una criticità sanitaria con un’ipotesi, molto verosimile, che tale criticità sia stata se non generata quanto meno facilitata dalle condizioni dell’ambiente in cui viviamo. Per molti apparirà evidente e scontato che l’ambiente, nel senso dell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, sia il fattore predominante della nostra qualità della vita. Ma questa consapevolezza non ha ancora raggiunto livelli tali da generare un’inversione di tendenza nei nostri modi di produrre – e consumare! – beni e servizi.

Sappiamo bene che continuare a produrre e consumare energia prodotta da fonti fossili genera inquinamento e contribuisce al cambiamento climatico. E, a loro volta, inquinamento e cambiamenti climatici hanno un alto impatto sulla salute pubblica. Intuitivamente e per deformazione professionale sono portato a ritenere molto credibile l’associazione tra alta mortalità da Covid-19 e i livelli di inquinamento riscontrati nelle stesse aree. E spero a breve si possa anche chiarire e distinguere se le morti che giornalmente vengono associate al nuovo virus risultano in effetti “con” o “da” coronavirus.

Ciò che abbiamo riscontrato è che l’attuale pandemia ha mostrato chiaramente che il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico non sono considerati, a torto, eventi catastrofici per le loro conseguenze. Già adesso la politica e la società civile dovrebbero agire più concretamente e drasticamente per contrastarli e invece si va molto a rilento. E’ molto probabile che a breve si chiarirà che non solo questi fenomeni potrebbero risultare correlati nella loro origine, ma anche nei loro effetti.

Lo scioglimento dei ghiacci e del permafrost, ad esempio, potrebbe rilasciare batteri e virus, dei quali molti sconosciuti, lì intrappolati. Una cosa del genere è già accaduta in Siberia nel 2016 dove una persona e molti animali sono rimasti uccisi dall’antrace liberato a causa del riscaldamento globale. Inoltre, il cambiamento climatico e l’inquinamento non devono essere visti solo come crisi ambientali, e il Covid-19 solo come un’emergenza sanitaria: tutti, comunque, genereranno enormi crisi sociali ed economiche.

Una cosa sola è certa: cambiare il nostro stile di vita, produrre e consumare in modo sostenibile e quindi diminuire l’inquinamento fa sicuramente bene. Soprattutto per quanto riguarda l’aria che respiriamo e quello che mangiamo: è noto che il nostro sistema immunitario ne uscirebbe senz’altro rafforzato laddove si prediligesse il consumo di alimenti certificati biologici. Quindi, ottimo adesso trattare l’emergenza come tale ma pensiamo anche a come prevenire e non far trovare terreno fertile a Covid-19 e simili, che, molto probabilmente, ci verranno a trovare in futuro.

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Coronavirus, quando torneremo alla nostra vita normale ricordiamoci di chi non lo può fare

Ormai esiste solo una notizia e si chiama coronavirus. Come nei film di fantascienza il mondo occidentale si sgretola, crollano tutte le certezze dell’era del benessere infinito, della salita inarrestabile degli indici, delle vacanze perenni, delle navi da crociera-grattacieli e del consumo vorace di tutto, dai social media alle series di Netflix, dal cibo gourmet ai selfie davanti alle opere d’arte.

E’ bastato un microscopico virus a porre fine alla baldoria del secolo. Solo negli Stati Uniti si continua a ballare sul Titanic che affonda. Qui nella terra dell’impero trumpista ancora si pensa di essere nel 2019, quando all’orizzonte c’era il simbolo del dollaro più luminoso anche del sole. Ma presto anche questa spensieratezza svanirà.

Forse è arrivato il momento di fare una riflessione esistenziale, ed è bene che la facciano per primi gli italiani, chiusi in casa come animali feriti nella loro tana. Non siamo noi i primi in questa era di infinite possibilità ad assistere alla distruzione delle certezze ad essere travolti da un nemico micidiale.

Prima di noi è successo agli afghani, ai siriani, a chi ha avuto la sfortuna di nascere in Somalia, nell’Africa occidentale e in quella orientale, a chi è stato rapito dai jihadisti, dai trafficanti di droga dell’America centrale, a tutti coloro che hanno bussato incessantemente alla nostra porta e che abbiamo trattato come una notizia. Se è vero che oggi, davanti al coronavirus, tutti sono italiani, è anche vero che ieri tutti dovevano essere profughi, immigrati illegali e migranti economici.

La pandemia è il prodotto della globalizzazione, su questo nessuno può muovere alcuna obiezione. Il virus si muove con una rapidità agghiacciante perché noi tutti ci muoviamo incessantemente e lo portiamo con noi. E’ uno stile di vita che il pianeta non ha mai avuto e questo è il momento per capire che è innaturale.

Poiché viviamo nel villaggio globale la pandemia ha colto i nuclei familiari in posti diversi impedendo loro di ricongiungersi. Figli, genitori, nonni chiusi in casa in città ormai scollegate, in nazioni senza più contatti. Quando li rivedremo? E li rivedremo?

Ma anche i profughi siriani, gli immigrati illegali, i migranti economici sono vittime della globalizzazione. Il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno lasciato immense regioni del mondo in balia dei signori della guerra, dei jihadisti, dei trafficanti di droga, ha fatto piombare nazioni come la Somalia nell’anarchia perenne. Chi viveva in queste regioni è diventato vittima di un virus molto più micidiale, che dopo trent’anni continua a mietere vittime. Anche costoro sono lontani dai loro cari, spesso non sanno neppure dove siano o se sono ancora vivi.

Non è così che l’homo sapiens ha conquistato il pianeta. Lo ha fatto potenziando la famiglia estesa, il gruppo, la tribù, la specie.

Poco tempo fa ho riletto il Dottor Zivago, in quel libro c’è la descrizione magistrale del lungo viaggio in treno nella Russia congelata della famiglia di Zivago verso un luogo caro e amato, dove nascondersi e attendere che il peggio passi. Allora si scappava dai Bolscevichi e dal tifo che decimava la popolazione. Le epidemie politiche e sanitarie ci sono sempre state e sono sempre state vinte dalla coesione, dalla generosità, dall’altruismo. Anche quelle che stiamo vivendo possono essere vinte con gli stessi strumenti.

Quando si riapriranno le nostre porte e torneremo a vivere una vita normale non dimentichiamoci di chi questo non lo può fare. Debellare il coronavirus per riprendere la corsa pazza verso il benessere individuale, per celebrare l’ascesa degli indici di borsa, per riabbracciare con entusiasmo l’economia canaglia getterà le basi di un’altra epidemia, e la prossima volta non è detto che non sia l’ultima.

Che la riflessione esistenziale di noi italiani, 60 milioni di persone in prima fila nelle trincee della pandemia, ci porti a salvare il pianeta dall’estinzione dei ghiacciai, che fermi l’impazzimento del clima, che porti la pace, la stabilità e la speranza nelle regioni destabilizzate, che ci faccia tornare ad essere ciò che siamo stati all’inizio della conquista del mondo, un specie cosciente, intelligente, sensibile, superiore, una specie che sa gestire la tremenda responsabilità di guidare questo meraviglioso pianeta.

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Cambiamenti climatici, davanti all’emergenza la politica è stata una delusione su tutti i fronti

di Carlo Fusco

L’emergenza coronavirus impone a tutti noi un periodo di semi-isolamento. Come nel caso della crisi climatica siamo convinti dell’importanza di ascoltare le indicazioni che arrivano dal mondo scientifico, ma siamo anche coscienti di quanto difficile sia restare giorni e giorni chiusi in casa.

Per questo da oggi e per il mese a venire noi di Fridays For Future Italia aggiorneremo con cadenza settimanale – la massima concessa dalla piattaforma – il nostro blog sul FattoQuotidiano.it, e a breve sarà disponibile sul nostro sito una sezione dedicata a libri, film, serie a tema clima da scoprire durante la quarantena. E’ un piccolo gesto, lo sappiamo, ma speriamo possa aiutare a farci superare tutti assieme questa situazione!

Pioggia. Cade fitta sulle nostre città, trappole d’acqua. Non è la terra ad accoglierla, ma una giungla di cemento su cui scivola e scorre, senza mai trovare riposo. Le arterie popolate di metallo pulsano sotto il peso liquido, in un complesso di motori fumanti. Il cuore cittadino e la sua storia piangono, le gocce solcano pietre edificate da centinaia di anni. Prende forma una penisola di città galleggianti, si avvertono i primi disagi di uno scheletro urbano impreparato alle emergenze. Le strade diventano torrenti, l’acqua arriva alle ginocchia, al busto e poi al collo: inizia il conto delle vittime.

L’Italia, nel decennio scorso, è stata il sesto paese al mondo per morti da eventi meteorologici estremi, un’ecatombe di quasi 20.000 persone scomparse nel caos climatico: 32,92 miliardi di dollari la cifra quantificata in termini di perdite economiche, 18esimo il posto in classifica per numero di perdite pro capite, a ricordarci che tutto ciò causerà la prossima devastante crisi finanziaria.

La causa è una sola: il cambiamento climatico (i cui effetti sono anche amplificati dal dissesto idrogeologico e dagli abusi edilizi che in Italia giocano un ruolo tristemente importante).

Il 2019 è stato il quarto anno più caldo nel nostro paese dal 1800 a oggi, con un’anomalia di +0,96°C sopra la media. Il 2020 si apre con cifre da record: il 3 febbraio a Torino, in pieno inverno, le temperature hanno sfiorato i 27°C. Tutto ciò ha forti ripercussioni sulla nostra economia, con la crisi del settore agricolo, rimasto orfano di un quarto di terra coltivata, e di conseguenza alimentare, del turismo e della produzione energetica. Ma di fronte all’evidente situazione di emergenza, come ha agito e come intende agire la politica?

Le azioni sono sempre state insufficienti e lo sono tuttora, nonostante il tema sia stato portato all’attenzione pubblica, diventando tra le prime preoccupazioni degli italiani. L’approvazione definitiva del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), avvenuta alla fine di gennaio, ne è la prova.

Si tratta di un documento che dovrebbe offrire la nostra visione di uno sviluppo economico e sociale sostenibile, considerando l’emergenza climatica in atto, quando di fatto non è altro che un piano anacronistico e di certo poco coraggioso, che non prospetta orizzonti differenti da quelli attuali.

L’Italia infatti rimarrebbe ancorata alle fonti fossili, con una dipendenza dal gas quasi del 70%, e un timido approccio alle rinnovabili, che dovrebbero coprire il 30% per il 2030. Ora, il gas, il metano è un combustibile fossile climalterante, 34 volte più potente dell’anidride carbonica e responsabile per il 20% dei cambiamenti climatici.

Non è di certo una fonte di transizione o di parziale mitigazione rispetto ad altri combustibili fossili e chiunque affermi il contrario nega decisamente ciò che dice la scienza. Per quanto riguarda l’incremento delle fonti rinnovabili ci troviamo ancora una volta di fronte a tiepidi provvedimenti, che non ci portano fuori dal sistema inerziale in cui siamo costretti rispetto a quello della crisi climatica.

Come se non bastasse, nelle scuole italiane arriva il cane a sei zampe. Si tratta di Eni, (ex) Ente Nazionale Idrocarburi (la cui quota statale è pari al 30,1%, per un valore di oltre 16 miliardi di euro) e della viscida operazione organizzata sulle spalle degli studenti di tutto il paese. A settembre la nostra redazione ha prodotto una lettera per l’allora ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti, in cui veniva richiesto l’insegnamento delle tematiche ambientali nelle scuole.

La proposta è stata accolta, l’Italia dunque sarebbe diventata il primo paese al mondo a rendere obbligatorio lo studio dei cambiamenti climatici. Oggi, dopo le dimissioni di Fioramonti, apprendiamo inorriditi che l’Associazione Nazionale Presidi ha avviato con Eni un programma di incontri nelle scuole per formare gli insegnanti che dovranno parlare alla nostra generazione dell’emergenza climatica. Questa di fatto è causata in parte dalla stessa multinazionale, che investe 7 miliardi di euro all’anno nelle fonti fossili. Come chiedere all’oste se il vino è buono.

Tutto ciò non sembra essere semplicemente un’assoluta assenza di volontà politica ed economica, qui si tratta di andare nella direzione opposta. La politica ci ha deluso su tutti i fronti. Il governo del cambiamento climatico sembra un miraggio lontano e ormai sbiadito.

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Cambiamenti climatici, ai media dico: se dovete parlarne così, meglio non dire più nulla

Visto il lavoro che faccio, sono obbligata a leggere la mattina parecchi giornali. Articoli sul tema del riscaldamento climatico, e sulle sue conseguenze, ce ne sono pochissimi – parlo dei giornali italiani – tanto che alcuni giorni non ne trovo nessuno, pur sfogliando cinque o sei quotidiani. Ogni volta penso che ciò abbia dell’incredibile, visto che sul clima ci vorrebbe una cronaca costante, incessante, una cronaca che finisca sempre in prima pagina, vista l’importanza dei fatti, come ho avuto altre volte modo di scrivere.

Ma peggio dell’assenza di articoli, secondo me, fa l’articolo allarmistico e sporadico sull’emergenza climatica. Quello che compare ogni tanto, francamente a casaccio, riportando un’emergenza vera con tanto di titoli da panico. È capitato di recente, ad esempio, sul quotidiano la Repubblica, che a differenza di molti ha dato la notizia dei 18 gradi in Antartide. Per carità, un bene, ma dopo giorni e giorni in cui non parlava di cambiamento climatico e continuando, dopo, a non parlarne. Il fatto è che questi pezzi rimangono così appesi, quasi sempre infatti non sono accompagnati da spiegazioni di esperti – che dovrebbero essere tante e copiose, ora spiegherò come – e isolati nel tempo.

Questa mancanza di continuità è grave per tutti i temi importanti. Ma nel caso del clima lo è ancora di più. Perché le notizie che vengono date sono talmente allarmanti, sono di una gravità così inaudita che se lo si fa malamente si rischia veramente di gettare le persone nella disperazione più totale. O provocare in loro un rigetto verso questi temi, e una conseguenze rimozione con effetti negativi. Lo stesso vale d’altronde per i siti meteo, specie alcuni, sui quali non mi stancherò di scrivere. Non puoi annunciare un’estate dalle temperature insostenibili, tanto da bruciare (riportava sempre Repubblica ieri intervistando una persona de ilMeteo.it), senza accompagnarla da una spiegazione del perché questo può accadere, ma soprattutto di cosa possiamo fare noi. E per difenderci e per arginare ciò che accade.

E proprio questo è il punto. I fatti tragici legati al clima non possono essere dati da soli, tanto più in maniera intermittente e sporadica, sganciati come bombe a orologeria nella mente delle persone. No. Un’informazione vera, seria, li riporterebbe, ma darebbe massimo spazio a un altro tipo di informazione: anzitutto, grandi, grandissimi spazi a esperti che spieghino in dettaglio perché ciò sta accadendo e cosa possiamo aspettarci.

Ma poi, soprattutto, in ogni articolo di questo tipo occorrerebbe riportare, anche in un box, il tema delle necessità del taglio delle emissioni, con una piccola spiegazione di cosa si sta facendo e di cosa no, delle tappe sugli accordi internazionali in arrivo. Non solo. Ci vorrebbe sempre un piccolo box che ricordasse cosa noi possiamo fare come cittadini. Ma poi, ancora più importante, le notizie andrebbero girate a legislatori e politici: e dunque se è saltato l’inverno e le temperature sono estremamente anomale, è al governo che bisognerebbe rivolgersi. Tutte le autorità andrebbero allertate, a tutte andrebbe chiesto: cosa state facendo? Come intendete proteggerci? Questo dovrebbe fare un giornale, un talk show, un tg.

E invece niente. I giornali parlano di tutt’altro, salvo poi, sporadicamente, piazzare qua e là qualche articolo apocalittico, proprio quando non possono fare a meno di dare la notizie. Questo si chiama fare disinformazione, far andare nel panico le persone. Nessuno si sognerebbe di parlare di coronavirus senza sentire esperti su esperti e senza spiegare cosa possiamo fare per difenderci e cosa dobbiamo aspettarci. Invece sul clima sì. E sinceramente non capisco il perché.

E allora io dico: non datele proprio, le notizie sul clima. Perché date così non servono a nulla. Anzi fanno peggio, come ho detto, seminano panico senza dare risposte, creano rimozione. Non mi stancherò di ripeterlo: tra silenzio e cattiva informazione, la stampa e i media hanno una responsabilità enorme nella crisi climatica, esattamente come la politica. Quando accadrà qualcosa di gravissimo daranno tutti la colpa alla politica. Ma sbaglieranno. Perché la colpa è anche la loro, anche la nostra.

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