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Il caso di Giuseppe Rotundo, picchiato in carcere ma condannato

Il 13 gennaio del 2011 il sig. Giuseppe Rotundo, a quel tempo detenuto nel carcere di Lucera in provincia di Foggia, si reca in visita dalla psicologa, con cui aveva appuntamento da tempo. L’operatrice le chiede di presentarsi. Eppure si conoscevano bene e si erano visti di recente. “Sono io, lo stesso di ieri”, risponde l’uomo. Lei lo guarda smarrita e scoppia a piangere. Il volto tumefatto e le ecchimosi lo avevano reso irriconoscibile. “Era la prima volta che vedevo una persona ridotta così”, dirà durante la sua deposizione in tribunale. Rotundo racconta che tre agenti di polizia penitenziaria lo avevano condotto in una cella di isolamento e lo avevano costretto a denudarsi. Dopodiché lo avevano picchiato. Lui si era difeso con tutte le sue forze, creando tra l’altro un danno fisico serio a uno dei tre poliziotti. Diversa la versione di questi ultimi: l’uomo li avrebbe aggrediti e loro, nel tentativo di farlo calmare, gli avrebbero provocato quei segni che lo avevano reso irriconoscibile.

Partono dunque due procedimenti, unificati nello stesso, uno contro Rotundo e uno contro i tre poliziotti. L’associazione Antigone, con i suoi avvocati, segue il processo che deve giudicare sulle violenze subite dal detenuto. Si va per le lunghe, come troppo spesso accade. Solo ieri, 11 luglio 2019, arriva la sentenza: il giudice dichiara prescritto il reato per gli agenti penitenziari e condanna Rotundo, in quanto recidivo, a un anno e nove mesi di reclusione. Aspettiamo le motivazioni della sentenza per capire la ricostruzione dei fatti effettuata. Rimangono in ogni caso anni di inutili rinvii e udienze dilatate nel tempo che hanno portato a superare i termini di prescrizione per gli agenti. E ciò pur in presenza di gravissimi accadimenti denunciati, per i quali avremmo voluto un’assoluzione o una condanna ma non una prescrizione.

Il processo per la morte di Stefano Cucchi ha per la prima volta portato all’attenzione dell’opinione pubblica di massa il tema della violenza subita in detenzione. Non più solo qualcosa contro cui si batte qualche avvocato temerario e su cui cerca di far luce qualche sporadica associazione a tutela dei diritti umani. Speriamo che quel processo riesca a capovolgere la convinzione che ancora residua in alcuni poliziotti di poter fare quel che vogliono perché tanto nulla può loro accadere.

All’indomani del brutale pestaggio di massa dell’aprile 2000 avvenuto nel carcere San Sebastiano di Sassari, Adriano Sofri – alle cui riflessioni sono grata ora come allora – scriveva che “impressionante, in questi giorni, non è la solidarietà delle associazioni degli agenti, ma la loro sentita stupefazione per un’iniziativa giudiziaria di cui si capisce che non era nel loro conto. Che nel loro conto era l’impunità, per antica abitudine rinnovata dagli umori recenti dei media e della gente: cosicché ora se ne sentono traditi, e lo dicono. Preferite quei drogati!”. E aggiungeva: “il punto è nell’ammissione che la dignità degli agenti è legata alla dignità dei detenuti”.

Ecco, il punto è lì. Non si tratta di mele marce. C’è un’indicazione culturale, un messaggio diffuso che ancora informa di sé una seppur piccola parte del corpo di polizia penitenziaria. Ci siamo noi e ci sono loro, e noi possiamo essere sopra la legge. Per fortuna la stragrande maggioranza degli agenti penitenziari è composta da persone che un simile messaggio non hanno mai voluto frequentarlo e che ogni giorno contribuiscono con dedizione e anche con passione a un’esecuzione penale rispettosa del dettato costituzionale. Ma fino a quando avremo prescrizioni come quella di ieri, il sistema giudiziario sarà complice di quella piccola parte che vive di arbitrio e di abusi. La prescrizione è sempre un fallimento della giustizia. Alla quale tuttavia, chi è certo della propria innocenza, può sempre rinunciare.

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Detenuto picchiato, gip di Piacenza respinge archiviazione per due agenti e chiede imputazione coatta

Il gip del tribunale di Piacenza ha disposto l’imputazione coatta nei confronti di due dei tre agenti della polizia penitenziaria del carcere di Piacenza accusati di lesioni aggravate nei confronti di un detenuto marocchino. Il giudice ha respinto per loro la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Emilio Pisante che ora dovrà riformulare il capo di imputazione. Prosciolto invece il terzo agente coinvolto.

Sotto accusa ci sono l’ex comandante della polizia penitenziaria e un ispettore. Lo straniero, ora espulso dall’Italia, ma all’epoca detenuto per una pena di 9 anni e 4 mesi per violenza sessuale nei confronti di due ragazze, aveva denunciato di essere stato trascinato fuori dalla propria cella e pestato, portando come prova i filmati delle telecamere di sicurezza. Il fatto risale al 2016.

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Carceri, meno reati ma aumentano i detenuti e le pene sono più lunghe. In calo gli stranieri. Affollamento al 120%

Se commetti un reato e sei detenuto a Secondigliano, in Campania, dovrai lottare per trovare un metro quadro libero: ci sono oltre 400 carcerati in più rispetto a quanti la struttura può contenerne. Stessa cosa vale per l’altro carcere cittadino, quello di Poggioreale, dove sono alloggiati 731 detenuti in più rispetto alla capienza, e dove, addirittura, ci sono celle senza riscaldamento e senza acqua calda. Se invece decidono di metterti al “Carmelo Magli” di Taranto, dovrai sapere che solo nell’ultimo anno ci sono stati quattro suicidi. È la fotografia dell’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, impegnata per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, dal titolo “Il carcere secondo la costituzione”. Un anno di indagine, realizzata in 85 istituti, che evidenzia non solo il problema noto del sovraffollamento, ricordato anche da un altro rapporto presentato al Parlamento da Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, ma anche quello delle condanne, diventate sempre più lunghe, e dell’assenza, in molte regioni, delle pene alternative. Insomma, una perdita di quella funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere, come ricorda l’articolo 27 della Costituzione.

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