Archivio Tag: Clima

Cop26, l’eurodeputata dei Verdi Evi: “Bozza sul tavolo non all’altezza, non chiede lo stop alle fonti fossili”

“Credo che la conferenza sul clima a Glasgow non stia andando bene, non stia andando nella direzione giusta e, soprattutto, con il necessario coraggio da parte dei leader del mondo che dovremmo vedere. Penso a Cina e Usa che non firmano per abbandonare il carbone o al Brasile che firma un accordo non vincolante per fermare la deforestazione entro il 2030. È ridicolo: la deforestazione va fermata ora”. Sono le parole dell’eurodeputata dei Verdi, Eleonora Evi, che ha commentato i risultati (parziali, al momento) del vertice sul clima di Glasgow. “Siamo in attesa dei documenti finali della Cop26, ma credo che la bozza sul tavolo non sia all’altezza perché non chiede in modo chiaro di abbandonare i nuovi investimenti e i sussidi alle fonti fossili che sono il grande problema e creano la crisi climatica, di inquinamento e di biodiversità”.

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Clima, Barack Obama alla Cop26 di Glasgow: “Il tempo sta scadendo. Negli Usa progressi fermati dalle scelte di Trump”

“Il tempo sta scadendo: abbiamo fatto significativi progressi dall’accordo di Parigi ma dobbiamo fare di più”, sia “collettivamente che individualmente”. È l’avvertimento lanciato da Barack Obama nel suo intervento alla Cop26 di Glasgow. L’ex presidente Usa, ha poi attaccato l’ex amministrazione Trump: “Negli Stati Uniti, alcuni dei nostri progressi sulla lotta al cambiamento climatico si sono fermati quando il mio successore ha deciso di ritirarsi unilateralmente dall’Accordo di Parigi nel suo primo anno di mandato – ha detto dal palco – Non sono stato molto contento di questo”. Quindi ha concluso: “Eppure la determinazione dei nostri governi statale e locali e i regolamenti che la mia amministrazione aveva già messo in atto, hanno permesso al nostro Paese di continuare ad andare avanti nonostante l’ostilità della Casa Bianca”.

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Clima, anche il papa interviene: ormai si parla di Eof, ‘the Economy of Francesco’

“Lotta alla povertà, istruzione, ecologia”, titola l’Avvenire riferendosi ai lavori che ad Assisi hanno inaugurato il mese di ottobre con gli approfondimenti su quella che ormai si chiama Eof: the Economy of Francesco.

Recentemente papa Bergoglio è nuovamente intervenuto sul tema cruciale del cambiamento climatico, criticando in un videomessaggio al convegno Youth4Climate l’insufficienza delle misure tecniche e politiche sin qui adottate. “Non è più il tempo di aspettare, bisogna agire”, ha sottolineato. È il momento di “superare le frammentazioni e di ricostruire il tessuto delle relazioni di modo che possiamo giungere a un’umanità più fraterna”.

Quanto più si avvicina l’appuntamento del Cop26, la conferenza sul clima promossa dalle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow a novembre, tanto più aumenta il nervosismo dei governi. I problemi sono complessi e molteplici: economici, sociali, geopolitici. Resta il fatto che la svolta sui gas serra è urgente per la pura e semplice salvaguardia del pianeta.

Che il papa argentino sia in prima fila in questa vicenda cruciale dimostra la capacità dei pontefici da Giovanni XXIII a oggi (con la sola eccezione del papa “non politico” Ratzinger) di collocarsi di volta in volta agli incroci decisivi della storia contemporanea, ponendosi come interlocutori della società nonostante la crisi della secolarizzazione aggredisca le strutture della Chiesa.

Molto prima che Greta Thunberg si affacciasse sulla scena, papa Bergoglio aveva lanciato nel 2015 la prima enciclica verde cattolica, Laudato si’, la cui importanza sta nel fatto di avere individuato e denunciato con chiarezza lo stretto legame tra degrado naturale e degrado sociale, tra politiche, interessi e comportamenti che rovinano la natura ed esiti rovinosi sul piano della qualità della vita di miliardi di uomini in quanto frantumano il “bene comune”.

Incendi, alluvioni, desertificazioni, inquinamenti non sono più incidenti casuali, ma espressioni di una malattia permanente. Non a caso, nella drammatica preghiera del 27 marzo in una piazza San Pietro deserta, Francesco esclamò che non era possibile pensare di “rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È noto che all’elaborazione dell’enciclica Laudato si’ ha collaborato il brasiliano Leonardo Boff, teologo della liberazione messo alle strette negli anni Ottanta dal cardinale Ratzinger (allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede) e definitivamente costretto all’uscita dall’ordine francescano dalla persecuzione di Giovanni Paolo II. Le sue riflessioni, pubblicate nel pamphlet Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale (ed. Castelvecchi), sono un pungolo anche al pensiero laico, perché uomini e donne di qualsiasi impostazione filosofica o religiosa rileggano con attenzione le due encicliche fondamentali di Bergoglio: Laudato si’ e Fratelli tutti.

Il tema è attualissimo perché in questi mesi i governi dei paesi avanzati si stanno misurando con la ripresa economica e sociale, dopo i colpi catastrofici inferti dalla pandemia di Covid-19 nel biennio 2020-21. Anche in Italia viviamo in queste settimane l’interrogativo se Recovery significherà ripristinare lo stato delle cose precedente o imboccare una nuova strada – come avvenne in Europa dopo la II guerra mondiale con la costruzione dello stato sociale.

Boff parla il linguaggio senza sconti di chi conosce, dalla sua esperienza brasiliana, la brutalità dello sfruttamento delle masse subalterne. “Lo 0,1% per cento dei miliardari che controllano il 90% per cento delle risorse economiche e speculative – scrive il teologo che si occupa da anni di economia sostenibile – si sta già attivando per imporre un ordine capitalista ultra-neoliberista ancora più radicale di quello precedente la pandemia”.

Di sicuro le resistenze al cambiamento di direzione della macchina economico-sociale sono e saranno fortissime. Sulla scena si misurano volontà di potenza da un lato e miseria, fragilità ed emarginazione di miliardi di uomini e donne dall’altro. Chiudere gli occhi è una scelta, non può passare per distrazione. Boff cita Francesco, che in Fratelli tutti considera che “far funzionare meglio” ciò che si faceva prima, migliorando soltanto i sistemi e le regole esistenti, significa che si sta “negando la realtà”. Così come – sempre Francesco – ricorda nella Laudato si’ che l’idea di una crescita infinita e senza limiti “suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta”.

Sottolinea Boff che la scelta del cambiamento esige nei cuori e nelle menti un mutamento di paradigma: il passaggio dal dominus al frater. Dal padrone alla fratellanza. Non è un gioco di parole. Basti solo pensare in tempi di pandemia alla cornice di socialità insita in un sistema sanitario nazionale e all’impronta darwiniana insita nel sistema sanitario assicurativo personale all’americana.

Francesco, con provocazione profetica, parla della necessità di dare spazio anche nella politica ad un atteggiamento che realizzi la “tenerezza” nei rapporti. Il che implica al tempo stesso – come ammonisce il papa argentino – che la politica non deve subordinarsi supinamente ai dettami dell’economia e della tecnocrazia.

Quanto profonde siano le radici del cattolicesimo sociale, che Bergoglio sviluppa, lo nota nella prefazione Pierluigi Mele quando rievoca la concretezza e la passionalità di Giorgio La Pira, sindaco a Firenze nell’aspra stagione della Guerra Fredda: “Non posso essere indifferente… Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze”, alla dignità calpestata, ai diritti umani conculcati?

A ogni tornante storico l’interrogativo si ripropone.

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Greta di lotta o di governo, il dilemma dei Fridays for Future

L’abbiamo vista ballare “Bella Ciao” con gli occhi che le ridevano. L’abbiamo vista salire sul palco di Milano, dove con forza e convinzione ha detto che il potere non è lì dentro, nelle conferenze sul clima, ma in piazza. Perché “noi siamo il potere, le persone sono il potere”. Greta Thunberg, a Milano nei giorni passati, è senz’altro più a suo agio nelle strade, circondata da quei coetanei che così tanto la stimano e da quei cartelli che ormai attraversano le nostre città. Il suo volto cambia, i suoi occhi mutano espressione quando invece si trova ad ascoltare le parole dei potenti, oppure a parlare, come ha fatto sempre alla pre-Cop di Milano:dura e tagliente, le sue accuse sul “blablabla” dei politici che nulla farebbero sono diventate una specie di slogan.

Sia Draghi che Cingolani hanno voluto in qualche modo controbattere alle accuse di “blablabla”. Draghi le ha spiegato, e dal suo punto di vista si tratta di un’obiezione in parte comprensibile, che il “blablabla” serve a convincere le persone e che mettere insieme centinaia di paesi sulla stessa linea è realmente duro. Ma Greta è in qualche modo costretta a rivestire un ruolo intransigente, per due ragioni: la prima, è che realmente le emissioni stanno aumentando, e con loro i pericoli per la nostra sicurezza. Dunque, dal punto di vista scientifico, che è il suo, non c’è compromesso possibile, bisogna dire la dura verità. Secondo, è che mostrandosi troppo accondiscendente con i politici rischia di sembrare collusa, o di cedere rispetto alle richieste sue e del movimento.

In effetti, in questi giorni della pre-Cop e della Cop dei giovani, molti tra gli ambientalisti si sono chiesti se non fosse meglio che Greta smetta di partecipare a questi summit climatici. Facendo così, infatti, sembrerebbe legittimare in qualche modo i potenti di turno, che non aspettano altro che potere essere immortalati con lei, in una perfetta operazione di greenwashing, e tanto più se in campagna elettorale, come nel caso di Giuseppe Sala. Insomma, c’è chi pensa che sia meglio stare sempre fuori dai convegni, assediandoli, ma senza entrarci, per non essere in qualche modo la foglia di fico dei potenti. È l’eterno dilemma dell’essere di lotta e di governo che movimenti con obiettivi ben diversi hanno già sperimentato in passato.

Ovviamente, si tratta di un rischio reale. Ma d’altronde Greta lo sa benissimo, tanto che spesso ricorda che i potenti vogliono unicamente farsi un selfie con lei. Per questo non sorride mai con loro. Tuttavia, questo rischio, al momento, va ancora corso. E lei se la sta cavando benissimo, brava realmente nel suo doppio ruolo di giudicatrice severa del (non) operato dei potenti e leader carismatica in piazza. Guardando la diretta della pre-Cop milanese, con centinaia di attivisti, alla presenza delle nostre istituzioni, da Mattarella a Draghi fino a Cingolani, che moderava l’incontro, non ho avuto onestamente l’impressione che si trattasse di una messa in scena. Tutti i partecipanti mi sono parsi realmente coinvolti. I “potenti” hanno dovuto in qualche modo prendere atto delle richieste dei giovani, ma soprattutto mi sembra li abbiano ascoltati. Penso sia stato un incontro importante.

Di più: penso sia realmente pericoloso, questa linea esiste nei movimenti ambientalisti specie i più naif, dipingere sembra gli attivisti come i buoni e la politica come cattiva. Questa opposizione radicale non serve a molto, non è costruttiva. Oltretutto, nella storia non esiste il Male contro il Bene. Nello spazio del possibile, cioè dell’azione e della politica fatta in molti modi, bene e male sono sempre intrecciati. E non c’è dubbio che se i giovani dei Fridays sono realmente innocenti rispetto al disastro climatico, mentre i politici sono certamente colpevoli di non agire, una cooperazione tra movimenti e politica credo possa dare i suoi frutti. Anche perché i movimenti stanno realmente acquisendo sempre più potere e visibilità.

Ovviamente, bisogna stare attentissimi a non essere strumentalizzati. Ma ancora una volta, Greta lo sa benissimo e non a caso ha creato una Fondazione indipendente per gestire donazioni in maniera totalmente trasparente. Conosce benissimo, tra l’altro, i meccanismi della comunicazione ed è attentissima a non commettere errori. Penso quindi che saprà bene capire se arriverà il momento in cui bisognerà dire “Grazie ma non vengo. Noi restiamo fuori”. Sicuramente sarà decisiva la Cop26 di Glasgow, perché se dovesse rivelarsi un tragico fallimento, speriamo con tutte le forze di no, potrebbe spingere gli attivisti a cambiare strategia.

Per ora, tuttavia, restare sia di lotta che di governo, appunto, è la risposta giusta, soprattutto perché, ripeto, sui due piani Greta, così come i Fridays for Future – ormai coinvolti da istituzioni come dai giornali – si muove con intelligenza. D’altronde Max Weber sosteneva che l’etica della convinzione, cioè dei principi assoluti, e l’etica della responsabilità, cioè dell’azione concreta, per così dire, sono opposte e tuttavia entrambe necessarie. E sta a chi agisce o fa politica – come Greta e i Fridays – usare entrambe con accortezza, dosarle per avere efficacia ed incidere nella realtà.

Sia Greta che i Fridays hanno poi, purtroppo, un formidabile aiuto. Perché l’emergenza climatica aumenterà e con essa le crisi. Le siccità, gli alluvioni, i morti per cambiamenti climatici, le migrazioni “giocano” a favore di un movimento che non ha, ahimè, nessun rischio di estinguersi o di uscire di scena. Perché appunto le istanze che difende sono destinate a crescere enormemente di importanza, tanto che presto sarà realmente impossibile ignorarle.

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Clima, il Protocollo di Montreal sull’ozono ha regalato all’umanità più di quanto si sperasse

I clorofluorocarburi (CFC) hanno un formidabile effetto climatico, noto da molto tempo: “una molecola di diclorofluorometano (CFC-12) è capace di intrappolare le radiazioni a onde lunghe molto meglio – più di diecimila volte meglio! – di una molecola di CO2” (Rosso, R., Effetto Serra: istruzioni per l’uso, 1994).

Nessuno dubitava che il Protocollo di Montreal del 1987 per la tutela dell’ozono atmosferico, messo in crisi dall’emissione di questi gas, fosse cosa buona e giusta. E neppure che potesse avere un benefico effetto di attenuazione del riscaldamento globale: “la riduzione imposta dai vincoli di produzione introdotta dal Protocollo di Montreal potrebbe ridurre tale contributo a 0.3 Watt a mero quadrato”, avevo scritto allora.

Un recente studio di simulazione climatica what if – cosa succede se… – ha dimostrato che il Protocollo di Montreal ha regalato anche di più all’umanità negli ultimi trent’anni. Nel presupposto di una crescita del 3% delle emissioni di CFC in atmosfera, a partire dal 1987, lo scenario odierno sarebbe affatto drammatico. La CO2 equivalente in atmosfera, oggi circa 420 parti per milione, sarebbe già schizzata di altre 165-215 parti per milione, con un riscaldamento ulteriore di 0,8 gradi centigradi. E, se l’uso dei CFC fosse continuato incontrollato, entro la fine del secolo il contributo dei CFC avrebbe aumentato il riscaldamento globale di altri 1,7 gradi centigradi. Ciò significa che le temperature sarebbero aumentate complessivamente di 2,5 gradi, solo a causa dal loro utilizzo.

Il continuo esaurimento dell’ozono – il gas che protegge il pianeta da livelli dannosi di radiazioni ultraviolette UV – avrebbe minato in modo massiccio la capacità della Terra di assorbire la CO2 atmosferica. La protezione dello strato di ozono ha preservato la vegetazione dagli effetti dannosi di un aumento dei raggi UV, quelli che ne compromettono la capacità di assorbire CO2. Entro la fine di questo secolo (2080-2099) avrebbero potuto esserci 325-690 miliardi di tonnellate in meno di carbonio nelle piante e nei suoli senza il Protocollo di Montreal. Questo cambiamento avrebbe potuto comportare ulteriori 115-235 parti per milione di CO2 equivalente, che avrebbe potuto portare a un ulteriore riscaldamento della temperatura superficiale media globale compreso tra mezzo grado e un grado Celsius.

L’efficacia del Protocollo, testimoniata dall’ultimo Rapporto del World Meteorological Organization pubblicato nel 2018 sul monitoraggio dell’ozono, è indubbia: “il buco dell’ozono antartico si sta richiudendo, pur continuando a verificarsi ogni anno; grazie al Protocollo di Montreal è stato evitato un impoverimento dell’ozono molto più grave nelle regioni polari”. E non è stata rilevata alcuna tendenza significativa nell’ozono totale tra le latitudini 60° sud e 60° nord nel periodo 1997-2016; anzi, i valori medi sono rimasti circa il due per cento al di sotto della media nel periodo precedente, 1964-1980. Al contrario, la simulazione what if mostra che, se non fosse intervenuto l’accordo di Montreal, entro fine secolo la riduzione dello strato di ozono sopra i tropici avrebbe potuto toccare livelli catastrofici, fino al 60% in meno rispetto a oggi.

Questi risultati offrono due indicazioni. La prima riguarda l’efficacia degli accordi internazionali sulle emissioni, oggetto di un giustificato scetticismo da parte di molti scienziati: talvolta funzionano! La seconda è ovvia: l’applicazione del protocollo va attentamente monitorata e fatta rispettare. Per esempio, la recrudescenza di emissioni di CFC-11 riscontrata negli ultimi quindici anni va attentamente controllata ed eliminata. Le future emissioni di CO2, metano e NOx saranno estremamente importanti per il futuro dello strato di ozono per i loro effetti sul clima e sulla chimica atmosferica. E mitigare delle emissioni di NOx potrebbe comportare un piccolo vantaggio anche per l’ozono.

Paul Crutzen, lo studioso di chimica dell’atmosfera che per primo diede l’allarme sul pericolo del buco dell’ozono e per questo ottenne il premio Nobel nel 1995, può essere soddisfatto: il suo lavoro è davvero servito all’umanità. Laureato in ingegneria civile, coniò anche il fortunato termine “Antropocene” che definisce la prima “era” nella quale le attività umane sono in grado di influenzare l’atmosfera e alterarne l’equilibrio. Paul è mancato qualche mese fa e ricordo con orgoglio che il Politecnico di Milano gli conferì, su mia proposta, la laurea honoris causa in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio nel 2007.

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Giornata mondiale dell’Ambiente: Sky racconta il “Decennio per il ripristino dell’ecosistema” delle Nazioni Unite

Inizia domani, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, il decennio per il “Ripristino dell’Ecosistema“, il piano individuato dalle Nazioni Unite per porre al centro delle politiche internazionali le tematiche ambientali. L’obiettivo del programma sarà quello di capire in che modo istituzioni, scienza, società e imprese possono agire e collaborare per fermare i danni inflitti al pianeta dalla presenza dell’uomo. In particolare, per quanto riguarda l‘Italia, la sfida è quella di cercare di capire come i fondi messi a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possono dare avvio al radicale cambio di passo negli stili di vita e di consumo degli italiani per fermare l’emergenza ambientale.

Nei prossimi mesi, infatti, l’Italia sarà protagonista di una serie appuntamenti decisivi per le politiche climatiche, a partire dalla COP26 di Glasgow, la Conferenza 2021 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, fino al “Youth4Climate2021: Driving Ambition”, l’evento interamente dedicato al rapporto tra giovani e ambiente che si terrà a Milano a partire dalla fine di settembre.

Ed è proprio in avvicinamento a questi eventi che Sky – Media Partner della COP26 – ha previsto nel suo palinsesto una serie di appuntamenti finalizzati all’approfondimento delle tematiche ambientali. Già domani, proprio in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, l’emittente televisiva ha organizzato un incontro dedicato (in onda alle 12 su Sky TG24 e in replica alle 20.45) con la partecipazione del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, l’architetto Stefano Boeri, Ilaria Capua, virologa dell’università della Florida e Andrea Illy, presidente di IllyCaffè.

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UE, Von der Leyen: “Oggi la posta in gioco è la stessa del 1950. Il cambiamento climatico ha stessa forza distruttrice della guerra”

“La pandemia è stata traumatica e come per ogni trauma dovremo trovare il modo di parlarne per andare oltre. E non c’è modo migliore di farlo se non offrire una speranza di cambiamento in meglio. Credo che questo sia un momento importante per i giovani per far sentire la loro voce. La pandemia gli ha rubato oltre anno di vita e per la prima volta in una generazione molti si preoccupano che i loro figli non avranno un futuro migliore del loro. Questo dimostra che è necessaria una nuova forma di solidarietà e di giustizia sociale tra le generazioni. Credo che la Conferenza debba essere l’occasione di un dialogo tra le generazioni. La posta in gioco è la stessa del 1950, allora avendo presente la distruzione del conflitto, ma non illudiamoci, la posta in gioco è la stessa perché il cambiamento climatico può avere la stessa forza distruttrice di una guerra. Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen all’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa.

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Spagna, via libera alla prima legge della storia sul cambiamento climatico. Solo la destra estrema di Vox vota contro

“Una misura enormemente ambiziosa”. Teresa Ribera, ministra della Transizione Ecologica in Spagna, ha accolto con soddisfazione l’approvazione alla Camera della prima legge sul cambiamento climatico della storia del Paese. Un testo che mette nero su bianco la strategia per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. La proposta è stata approvata da quasi tutti i partiti che hanno sostenuto il governo di Pedro Sánchez, con l’aggiunta di Ciudadanos. Solo gli estremisti di destra di Vox hanno votato contro, mentre Más País e i popolari si sono astenuti, l’uno per la “poca ambizione” e l’altro perché in disaccordo su alcuni punti. Manca solo il voto al Senato, fissato per maggio, ma si vuole fare in fretta: “Siamo arrivati tardi”, ha detto la ministra.

Principali obiettivi – Grazie alla Legge sul cambiamento climatico e la transizione energetica, l’esecutivo prevede di investire, con l’aiuto dei fondi europei, 200 miliardi entro il 2030 che porteranno a un minimo di 250mila nuovi posti di lavoro. Nel corso di questo decennio, le mete previste sono: riduzione delle emissioni di CO₂ del 23% rispetto al 1990, aumento delle fonti rinnovabili dal 40% al 74% per l’elettricità e dal 20% al 42% per tutta l’energia prodotta nel Paese. Más País chiedeva di elevare la percentuale sulle emissioni al 55%, ma il piano prevede revisioni periodiche sui risultati raggiunti – la prima nel 2023 – che serviranno a decidere su eventuali modifiche. “La mancanza di ambizione è deludente”, ha dichiarato Inés Sabanés, deputata del piccolo partito di sinistra.

La mobilità rappresenta uno dei punti nevralgici su cui intervenire, con il veicolo elettrico come principale strumento di conversione. Il 2040 è l’anno limite per la vendita di veicoli commerciali che emettono CO₂, con un corrispondente incremento dei punti di ricarica nelle stazioni di benzina e negli edifici non destinati a uso residenziale. Una decisione che sarà accompagnata dal progresso urbanistico delle città superiori ai 50mila abitanti, con nuovi piani per la mobilità sostenibile e zone a basse emissioni, come a Madrid e Barcellona. Si studierà anche la possibilità di prendere in considerazione combustibili alternativi, come quelli provenienti dalla coltivazione alimentare.

Combustibili fossili e biodiversità – Sia su terra che in mare, la norma punta a limitare lo sfruttamento dei combustibili fossili e di pratiche come il fracking e l’estrazione mineraria dell’uranio. Da quando verrà ufficializzata, probabilmente a maggio, saranno proibite tutte le nuove esplorazioni e i progetti di estrazione di idrocarburi, tranne per quelli già attivi. Ogni cinque anni, il governo approverà un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico che tenga in conto le vulnerabilità del territorio e protegga la biodiversità. Ci saranno rapporti specifici sul “rischio climatico” così come una “strategia di conservazione degli ecosistemi e delle specie sensibili agli effetti del cambiamento climatico”.

Neanche le aziende resteranno escluse, perché d’ora in poi l’economia dovrà tenere conto della questione ambientale. Ogni grande impresa – il governo definirà concretamente quali in futuro – sarà chiamata a presentare annualmente un report che analizzi i rischi della transizione verso un’economia più sostenibile per l’attività e le misure per risolverli, oltre al calcolo delle emissioni ogni due anni.

Alcune di queste misure saranno accompagnate da altre iniziative, ancora da discutere, come la legge per la “mobilità sostenibile e il finanziamento del trasporto pubblico”, o il piano di “riabilitazione delle abitazioni e rinnovamento urbano”, che dovrà essere approvato entro sei mesi. Il governo non prenderà le decisioni da solo: saranno nominati un comitato di esperti che valuterà gli interventi da adottare e un’assemblea cittadina per contribuire alla sensibilizzazione della società civile sul cambiamento climatico.

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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Clima, Conte: ‘Italia pronta a donare 30 milioni di euro a Paesi vulnerabili’. Guterres: ‘Nazioni dichiarino stato emergenza climatica’

Nel giorno in cui il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché dichiari “lo stato di emergenza” per i cambiamenti climatici, il governo italiano ha confermato il suo impegno ad arrivare a nuovi accordi che puntino a invertire la rotta. Lo ha detto lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Climate Ambition Summit 2020: “Come presidente del G20 e partner della Gran Bretagna per la Cop26, l’Italia è impegnata a dare un contributo importante allo sforzo comune” di sviluppare “accordi ambiziosi e lungimiranti” nel quadro delle conferenze di Rio su clima, biodiversità e desertificazione, ha detto il premier. E il primo passo sarà l’impegno a “donare 30 milioni di euro” all’Adaptation fund delle Nazioni Unite per aiutare i Paesi “più vulnerabili”: “L’impatto della pandemia sui nostri sistemi economici e sociali non dovrebbe diminuire la nostra determinazione”, ha detto.

Proprio oggi Guterres, intervenuto al summit di Londra per il rilancio degli accordi di Parigi, era tornato a fare pressione sulla comunità internazionale riguardo all’esigenza di un cambio di marcia in materia di salvaguardia dell’ambiente, arrivando a chiedere la dichiarazione di “stato d’emergenza” e ribadendo la necessità di sforzi importanti per raggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010.

Il Segretario generale ha avvertito che gli attuali impegni delle Nazioni sono “tutt’altro che sufficienti” per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi: “Se non cambiamo rotta, potremmo essere diretti a un aumento catastrofico della temperatura di oltre 3 gradi in questo secolo”, ha aggiunto. “Questo è il motivo per cui oggi invito tutti i leader mondiali a dichiarare lo stato di emergenza climatica nei loro Stati fino al raggiungimento della neutralità delle emissioni. I paesi del G20 stanno spendendo il 50% in più nei loro pacchetti di salvataggio su settori legati ai combustibili fossili che all’energia a basse emissioni di carbonio. Questo è inaccettabile. Non possiamo usare queste risorse per bloccare politiche che gravano sulle generazioni future con una montagna di debiti su un pianeta distrutto”.

L’articolo Clima, Conte: ‘Italia pronta a donare 30 milioni di euro a Paesi vulnerabili’. Guterres: ‘Nazioni dichiarino stato emergenza climatica’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

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