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“Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz”, il libro di Sami Modiano: “Non sono un uomo come gli altri, la mia ferita non si chiuderà mai” – il videotrailer

“Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo” Come tanti sopravvissuti all’Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato nella Rodi degli anni Trenta, un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Sami non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma quando le leggi razziali colpiscono la sua terra, all’improvviso si ritrova bollato come “diverso”. E a tredici anni, nell’inferno di Auschwitz-Birkenau, vedrà morire familiari e amici fino a rimanere solo al mondo a lottare per la sopravvivenza. Al miracolo che lo porta fuori dal campo non seguono tempi facili: Sami si ritrova in prima linea con l’esercito sovietico ed è poi costretto a fuggire a piedi attraverso mezza Europa per poi giungere in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra. Dopo due anni di lavoretti malsicuri e pessimi alloggi, ma rallegrati dagli amici e dalla scoperta dell’amore, appena diciassettenne Sami sceglie di nuovo di andarsene, questa volta in Congo belga. Qui gli arriderà il successo professionale ma lo attendono nuovi pericoli, allo scoppio della guerra civile. La storia di Sami Modiano, raccontata in “Per questo ho vissuto” edito da Paperfirst in coedizione con Rizzoli, è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici.

Per questo ho vissuto. La mia vita ad Aushwitz-Birkenau e altri esili
edito da Paperfirst in coedizione con Rizzoli. Dal 22 gennaio in edicola con Il Fatto Quotidiano (ACQUISTA)

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Disabilità, ancora fondi distribuiti senza alcun criterio. Perché meravigliarsi?

Il modo migliore per non affrontare un problema è fingere di occuparsene. Da una attenta lettura dei provvedimenti riguardanti la disabilità contenuti nella legge n.178 di bilancio del 30 dicembre 2021 questa suggestiva impressione sembra concretizzarsi in una triste realtà.

La volenterosa presa in carico dei diversi temi, dalla scuola alle tutele per i lavoratori fino ai fondi ad hoc previsti, non può assolutamente fugare il sospetto che “tanto rumore per nulla” (o per pochissimo) rappresenta forse il giudizio più efficace.

In realtà per fugare ogni riserva in chi legge, bisogna fare innanzitutto un riferimento alla cosiddetta “situazione di contesto” che la pandemia da Covid-19 ha determinato, con la possibilità di trasformare finalmente la politica delle “mance” alla disabilità in un sistema integrato di sostegno reale.

La deroga al Patto di stabilità con la possibilità di dare inizio a manovre e scelte di sostegno reale all’universo degli oltre 4 milioni disabili italiani rappresentava forse un’occasione unica per il nostro Paese. Indispensabile innanzitutto per riequilibrare l’indecente squilibrio dei sistemi di servizio sociale che dal Nord al Sud vedono finanziamenti superiori fino a 7 volte pro capite.

Ancora una volta, purtroppo, si è scelto di continuare con il sistema dei fondi distribuiti in modo da riempire caselle e di non rispondere ai bisogni dei disabili non autosufficienti e delle loro famiglie. Alzheimer, autismo, associazioni (!), qualche milione di euro distribuito senza alcun criterio che non sia quello di accontentare qualcuno o, il che è molto peggio, far finta di accontentare tutti.

L’arcano è presto svelato quando si entra nel merito delle questioni che riguardano i disabili, mi riferisco alla tutela che i genitori, cosiddetti caregivers, di un disabile adulto non autosufficiente dovrebbero avere.

Il tema, lo sottolineo, è rinviato di legislatura in legislatura al governo che verrà. Ogni tanto si decide di allocare qualche milione di euro per un argomento che dovrebbe riservarne qualche miliardo e si va avanti così. Niente tutele per i genitori che assistono 24 ore al giorno un figlio non autosufficiente al 100% ma solo promesse di impegni che verranno. Di legislatura in legislatura. Da oltre 20 anni.

In realtà il governo più di sinistra della storia della Repubblica italiana introduce nella suddetta legge di bilancio ( art. 1, commi 365-366 ) una norma che introduce per i prossimi tre anni e fino al tetto massimo di 5 milioni di euro un contributo massimo di 500 euro per le madri disoccupate e monoreddito con figli con disabilità superiore al 60%. Avete letto bene: al massimo 500 euro al mese, senza limite di reddito, riservati a chi per prima suonerà il pulsante, escludendo padri o sorelle disoccupate.

Perché meravigliarsi, in fondo è molto più facile regalare una mancia al cameriere che lavora al nero che creare un sistema di tutele che gli garantiscano un lavoro ed una vita dignitosa. Per i disabili e le loro famiglie in Italia continuerà ad essere così. Evidentemente è questa la classe politica che meritiamo.

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Migranti, ancora una volta la solidarietà tra Stati europei resta una chimera

di Luigi Manfra*

Il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, elaborato dalla Commissione Europea, che dovrà essere discusso e approvato dai Governi dei 27 Paesi membri in sede di Consiglio, su aspetti cruciali non migliora la situazione attuale e per altri, addirittura, la peggiora.

Il Patto prevede controlli più severi alle frontiere, nuovi programmi di rimpatrio, attraverso accordi sia con i paesi di partenza sia con quelli di transito. L’esclusione dal diritto di asilo dei cittadini stranieri che rimangono bloccati in questi ultimi paesi favorisce il rafforzamento di regimi detentivi della migrazione irregolare.

Per raggiungere il massimo dei consensi, la Commissione ha ceduto alle pressioni dei governi del nord e dell’est europeo il cui obiettivo è contenere il numero dei migranti nel continente e, infatti, è assente qualunque accenno alla ripartizione obbligatoria dei richiedenti asilo in arrivo nei paesi europei rivieraschi. Ancora una volta la solidarietà tra Stati europei sul tema dell’immigrazione resta una chimera.

Le norme vigenti relative alla convenzione di Dublino prevedono che le richieste di asilo dei migranti debbano essere prese in carico dal paese d’ingresso in Europa, quindi nella maggior parte dei casi dai paesi di frontiera del Mediterraneo, come l’Italia. Questa convenzione è ritenuta inefficace, oltre che ingiusta verso i paesi di primo approdo. Questi ultimi sono gravati di una serie di obblighi relativi alla gestione dell’accoglienza che vanno dagli oneri economici per il mantenimento alle pratiche legali ad altri costi connessi. Nel corso degli anni, la Commissione europea ha provato più volte ad avviare un’equa ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 stati dell’Unione trovando un’opposizione dal fronte dei paesi contrari, guidato da Austria, Polonia e Ungheria.

Su questo tema il Patto proposto dalla Commissione prevede che i paesi europei potranno scegliere tra due opzioni: accogliere un certo numero di richiedenti asilo arrivati nel Paese di frontiera, oppure, in alternativa, finanziare i rimpatri che saranno fatti dallo stesso paese. Ma entrambe le opzioni risultano puramente verbali, perché in caso di inadempienza non sono previste sanzioni.

Da un punto di vista più generale, il Patto prevede norme e strumenti che riducono ulteriormente i diritti degli stranieri, come nuovi centri di detenzione alla frontiera, e nuovi accordi di cooperazione e rimpatrio anche con paesi che non garantiscono i diritti umani.

Il Patto, in definitiva, vede l’opposizione sia dei paesi europei affacciati sul Mediterraneo sia dei paesi di Visegrad che, per motivi opposti, rifiutano alcuni punti contenuti nel testo. L’Europa, per risolvere alla radice il problema della migrazione irregolare che obbliga il migrante a sceglierla come unica opportunità, dovrebbe attivare canali di immigrazione legali, in accordo con i paesi di provenienza, per evitare la morte di migliaia di persone e porre fine allo scandaloso commercio di esseri umani che arricchisce i trafficanti. Attivare questi canali è la soluzione che permetterebbe la fine delle stragi e l’attivazione di un flusso migratorio regolare e controllato.

Il Governo italiano ha ripetutamente criticato alcuni aspetti del nuovo Piano europeo, soprattutto sui temi dell’accoglienza e della ripartizione degli immigrati tra i paesi europei, ma è sostanzialmente consenziente sulle restrizioni relative alla gestione delle frontiere. Infatti la nuova legge sull’immigrazione approvata dal parlamento italiano rafforza la chiusura del paese, anche se la capacità di accoglienza degli hotspot e dei Centri di Permanenza, dove dovrebbero essere tenuti gli immigrati in attesa del rimpatrio, è largamente insufficiente. In continuità con il decreto Salvini, restano in vigore procedure accelerate per impedire l’ingresso nel paese e restringere i criteri di accoglienza per le domande d’asilo.

Diverso è il giudizio sulla nuova normativa italiana del sistema di accoglienza, dove vanno sottolineati diversi miglioramenti nei criteri che regolano il soggiorno per motivi umanitari, nella concessione dei permessi di lavoro, nella restrizione dei criteri che consentono l’espulsione. Inoltre la legge prevede un rischio di violazione della vita privata e familiare, nel caso in cui arrivi un provvedimento di espulsione da un luogo in cui un richiedente asilo si è già radicato.

In definitiva mentre tutti i paesi europei sono d’accordo nel trasformare i confini in barriere irte di ostacoli, dove si decide il destino di chi cerca una vita migliore, la normativa prevista dall’accordo di Dublino, pur modificata, trova, sebbene per motivi opposti, una vasta area di dissenso che renderà arduo trovare un accordo unanime.

* Responsabile progetti economici-ambientali UNIMED, già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma

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Avvocatura dello Stato boccia il trasferimento dei forestali nell’Arma dei Carabinieri voluto da Renzi: ‘Viola diritto associazione sindacale’

Il trasferimento dei forestali nell’Arma dei Carabinieri ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’ammissione che non ti aspetti arriva, per voce dell’avvocatura dello Stato, dallo stesso governo italiano, a quattro anni dall’attuazione della riforma Madia che, sotto il governo Renzi, ha abolito il Corpo forestale, prevedendone appunto l’assorbimento nell’Arma. Un passaggio che per 7.200 forestali su 7.800 si è trasformato in una “militarizzazione forzata”, con la perdita di alcuni diritti come quelli di riunirsi in associazioni sindacali e di scioperare. L’anno scorso la Corte Costituzionale ha ritenuto questa parte della riforma Madia legittima, ma ora la questione torna alla ribalta di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) a seguito del ricorso di due ex forestali lombardi ed ex dirigenti del sindacato Sapaf. È in questa sede che l’avvocatura dello Stato ha depositato nei gironi scorsi un documento che contiene l’ammissione: “Il governo italiano – si legge – riconosce che i ricorrenti hanno subito la violazione dell’articolo 11 della Convenzione”, cioè quello che garantisce il diritto alla libera associazione sindacale.

Tale violazione, sostiene però l’Avvocatura dello Stato, non è più in essere, in quanto nel giugno del 2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il divieto per i militari di creare associazioni sindacali e ha rinviato al Parlamento il compito di individuare le prerogative delle nuove organizzazioni sindacali. Una tesi rifiutata dal legale dei due ricorrenti, Francesco Borasi, perché il Parlamento non ha ancora approvato alcuna legge, gli ex forestali non possono ancora riunirsi in vere e proprie organizzazioni sindacali e in ogni caso per loro resterà il divieto di scioperare, diritto che invece prima avevano. Ma l’ammissione dell’Avvocatura rimane un fatto inedito e importante: “Il governo italiano – dice Borasi – ha cominciato a riconoscere formalmente i propri errori nello scioglimento del Corpo forestale dello Stato e nella militarizzazione coatta del suo personale transitato nell’Arma dei carabinieri”.

Il documento dell’Avvocatura è stato depositato dopo che in primavera la Corte europea, un organismo internazionale legato non all’Unione europea ma al Consiglio d’Europa, aveva chiesto al governo di tentare una conciliazione con i due ex forestali. Ed ecco la proposta: “Il governo italiano – scrive l’Avvocatura – offre in totale ai ricorrenti la somma di 2mila euro”. Un proposta, secondo il loro avvocato, “irricevibile e al limite dell’insulto della dignità dei miei assistiti e della categoria dei forestali che loro rappresentano, dal momento che il governo stesso riconosce ufficialmente che all’atto della soppressione del Corpo forestale e del suo passaggio nell’Arma dei Carabinieri vi sia stata una compressione dei diritti dei forestali”. Poiché la proposta conciliativa è “una prima ammissione di ‘colpevolezza’ da parte delle istituzioni italiane sul provvedimento licenziato dall’allora governo Renzi”, Borasi chiederà la discussione del caso in dibattimento in modo da arrivare a una sentenza della Corte europea, presso cui pendono altri due ricorsi di ex forestali: “Una sentenza avrebbe carattere vincolante per lo Stato eventualmente soccombente”.

“L’importante iniziativa intrapresa dai due ex dirigenti sindacali lombardi del Sapaf, nello scetticismo generale dell’epoca, sta dando i primi frutti”, commenta Danilo Scipio, ex segretario generale dell’Ugl Corpo forestale ed ex presidente dell’associazione culturale Unforced, che l’anno scorso ha presentato alla Corte europea il terzo dei ricorsi insieme a oltre mille ex forestali. “Al di là degli aspetti strettamente legali, il risultato più importante è quello di aver restituito la speranza agli oltre 7mila forestali militarizzati contro la loro volontà e le loro aspirazioni. Proiettati da un giorno all’altro in un mondo che non è mai stato il loro, quello militare, i forestali hanno subìto anche la radicale trasformazione della loro attività. Un tempo ne era elemento essenziale la prevenzione, mentre oggi è più improntata alla ricerca dei numeri e alla repressione, figlia dell’approccio alla tutela ambientale per come è concepita dai vertici dei Carabinieri. L’auspicio è che la Cedu possa restituire agli ex appartenenti al Corpo forestale, ma soprattutto ai cittadini, quello che lo Stato italiano ha tolto con la complicità della Corte Costituzionale”.

Intanto tra gennaio e febbraio dovrebbe iniziare nelle commissioni Affari costituzionali e Difesa della Camera la discussione delle tre proposte di legge presentate ormai da due anni per modificare la riforma Madia dai deputati Maurizio Cattoi del M5S, Silvia Benedetti del Gruppo misto e Luca De Carlo di Fratelli d’Italia. Le soluzioni proposte sono la ricostituzione del Corpo forestale o l’istituzione di una Polizia ambientale presso il ministero dell’Interno, una polizia civile e non militare. Per l’avvocato Borasi, “le istituzioni italiane, dal governo al Parlamento, sinora colpevolmente silenti sull’argomento, dovrebbero fare un reale mea culpa sui gravi errori commessi dalla riforma targata governo Renzi, rivedendo finalmente l’attuale discutibile assetto delle forze poste a tutela del patrimonio naturalistico ambientale”.

Twitter: @gigi_gno

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Così anche Covid 19 ha “discriminato” le ricercatrici: la produzione scientifica è calata fino all’8% e quella degli uomini è aumentata

Chi pensa che la magia non abbia proprio nulla a che fare con la scienza non ha la più pallida idea a quali giochi di prestigio sono state costrette a ricorrere moltissime scienziate in quest’ultimo anno. Da quando è iniziata la pandemia Covid, per le ricercatrici è stato complicatissimo riuscire a gestire contemporaneamente più fronti: lavoro, figli, casa, genitori malati e così via. Immaginate una donna, ricercatrice che tenta di concentrarsi a fare intricati calcoli al pc, mentre suo figlio di tre anni le gira intorno alla scrivania urlando e giocando a fare l’indiano. Oppure a tutte quelle scienziate che, in vista di una scadenza per la presentazione di un paper, dovevano anche aiutare i propri figli adolescenti con la didattica a distanza. Insomma, un incubo. Perché la bacchetta magica non esiste e il conto che alla fine hanno dovuto pagare molte scienziate è stato piuttosto alto. Basta dare un’occhiata agli studi pubblicati in questi ultimi mesi per rendersi conto che la presenza femminile sulle riviste è stata davvero molto scarsa. Nessuna o poche pubblicazioni possono pesare molto sulla carriera di uno scienziato.

Tra i primi a rendersi conto che l’attività di ricerca di moltissime donne ha subito un ingiusto calo sono state proprio tre donne: Laura Inno, ricercatrice postdoc presso l’Università Parthenope di Napoli e associata Inaf, Alessandra Rotundi, professore ordinario alla stessa università e associata Inaf, e Arianna Piccialli, ricercatrice presso il Royal Belgian Institute for Space Aeronomy di Bruxelles. Le studiose hanno analizzato la produzione scientifica della comunità astronomica italiana durante i primi sei mesi del 2020 alla ricerca di eventuali tracce della divisione diseguale del lavoro domestico tra i due generi, esacerbata nel periodo tra marzo e giugno dalla chiusura delle scuole e dall’assenza di servizi assistenziali compensativi. Il risultato, pubblicato in una lettera alla comunità internazionale sulla rivista Nature Astronomy, è drammaticamente cristallino: a fronte di un leggero calo complessivo dei paper pubblicati come preprint sulla piattaforma Arxiv (il principale repository pubblico di articoli scientifici) rispetto alla media degli ultimi tre anni, risultano significativamente meno le pubblicazioni con una prima autrice donna, mentre quelle guidate da uomini sono addirittura in leggero aumento sulla media degli anni precedenti. “Sicuramente stavamo vivendo una situazione particolare: il nostro lavoro – che si basa su collaborazioni, incontri e congressi – è completamente cambiato in questo periodo, quindi nel nostro piccolo abbiamo sofferto”, racconta Inno.

Le ricercatrici hanno rilevato un calo della produzione scientifica generale dell’8 per cento. “La cosa che ci ha sorpreso è che, mentre gli uomini sembrano non aver risentito del lockdown, con una produzione addirittura aumentata di circa il 10 per cento – spiega Inno – rispetto alla media, le donne hanno pubblicato meno, quindi il decremento totale che noi vediamo è esclusivamente dovuto al decremento nella produzione femminile. La nostra idea è che questo si può spiegare perché, essendo chiuse le scuole ed essendo impossibile ogni tipo di mobilità – non c’era la possibilità di avere baby-sitter o aiuto dai nonni – tutta la cura della casa e dei figli ricadeva sulle ricercatrici donne. Quindi la differenza di produttività è una specie di specchio dello sbilanciamento della distribuzione dei carichi di lavoro familiare tra i generi nel paese, e potrebbe costituire un serio ostacolo nel processo verso la parità di genere”.

Questo gap è evidente anche in altri Paesi. Un report pubblicato lo scorso maggio ha rilevato che le scienziate, in Australia, hanno quasi il doppio di probabilità in più di svolgere lavori precari e hanno quindi maggiori probabilità di perdere il lavoro e le opportunità di carriera. Lo scorso aprile Elizabeth Hannon, vicedirettrice del British Journal for the Philosophy of Science, ha notato che il numero di articoli che riceveva dalle donne era diminuito drasticamente. Non è stato così per gli uomini. “Mai visto niente di simile”, ha commentato su Twitter. “Ho sentito molte storie di donne che hanno abbandonato progetti, che non sono state in grado di portare avanti collaborazioni, e così via. È estremamente preoccupante, soprattutto per la filosofia, che ha già tanto lavoro da fare in termini di parità di genere”, racconta. Il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una serie di storie emblematiche: scienziate che troppo prese dagli impegni in casa non sono riuscite a portare avanti le loro ricerche.

“La parità di genere non è ancora pienamente compiuta, la discriminazione femminile esiste sotto una forma meno evidente, più sottile e subdola di radice culturale”, commenta Livia Turco, presidente della Fondazione Nilde Iotti. “Negli anni Settanta abbiamo combattuto per le leggi diritti delle donne, con la legge sul divorzio, la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, sulla parità del lavoro tra uomo e donna e tante altre conquiste fondamentali ottenute grazie all’impegno di donne in politica come Nilde Iotti che ha speso la sua vita per questo. Ora lo svantaggio femminile – continua – consiste in un soffitto di cristallo in cui il raggiungimento della parità di diritti viene impedito per discriminazioni e barriere di origine socioculturale e ostacoli di natura sociale apparentemente invisibili anche se insormontabili. Parliamo della mancanza di sostegno alla famiglia, di disparità di stipendio oltre che un clima culturale che non sostiene l’avanzamento delle donne e questo accade purtroppo anche tra gli scienziati, nonostante la scienza si basi sui valori di condivisione dei dati e collaborazione, doti in cui le donne eccellono”. Infine, la presidente della Fondazione Nilde Iotti conclude: “Un ringraziamento va alle scienziate che sono state una voce autorevole che ci ha aiutate in questo anno difficile. Hanno dimostrato di avere talento scientifico ed umano. Questi talenti devono essere riconosciuti anche per coinvolgere sempre tante più donne nella ricerca scientifica”.

Foto di archivio

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“500 pacchi in una sola ora”. L’iniziativa solidale delle Scatole di Natale fa il pieno: “Il Covid ha aiutato a sensibilizzare”

Sono migliaia le adesioni arrivate all’iniziativa solidale Scatole di Natale, lanciata da Marion Pizzato, che in pochi giorni attraverso i social è riuscita a organizzare una rete diffusa in tutta la città di Milano. Una risposta che va oltre le aspettative dei volontari. E in effetti, nella parrocchia di Santa Maria Nascente, le auto cariche di scatole colorate arrivano senza sosta. Ciascuna viene catalogata e smistata. “Nessuno si aspettava un successo del genere”, racconta Luana Garbuglia, una delle organizzatrice dell’iniziativa, “in una sola ora abbiamo raggiunto i 500 pacchi che, una volta raccolti, verranno offerti ai bisognosi. Ci sentiamo davvero di dire grazie alle tante persone che stanno contribuendo all’iniziativa“. Merito sicuramente del tam tam sui social che ha permesso una diffusione del massaggio solidale “ma forse”, conclude Luana, “il Covid questa volta ha aiutato a sensibilizzare le persone”. La raccolta proseguirà fino al week end del 12-13 dicembre

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Lidia Menapace è morta per Covid a 96 anni. Addio alla partigiana combattente che rifiutò le armi: femminista, pacifista e voce libera

E’ morta all’età di 96 anni Lidia Menapace. Da alcuni giorni era ricoverata per Covid nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Bolzano. L’ex senatrice è deceduta alle ore 3.10, come apprende l’agenzia Ansa. L’Italia perde oggi una delle sue partigiane combattenti. Se ne va una voce sempre libera, punto di riferimento della lotta per le donne, per i diritti di tutte e tutti, per la pace. “Lotta” e categoricamente mai “guerra”, parola che rifuggiva in tutte le sue implicazioni. Ci lascia oggi un’amante della politica fatta di azioni (e gesti) e mai di parole urlate. Fino all’ultimo assetata di partecipazione, perché è nel confronto che nascono le idee. Disse: “La lotta è ancora lunga” perché “quello che abbiamo ottenuto è ancora recente e fatica a durare”. E anche per questo, la sua assenza si farà ancora più sentire mentre il Paese cerca di immaginarsi un futuro fuori dalla pandemia. Ecco, forse a questa Italia più di tutto mancherà l’immaginazione di Lidia Menapace: lei che l’enciclopedia delle donne di Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti definisce “l’anticipatrice” e che è sempre stata in prima fila nell’immaginare il nuovo. Perché era nei suoi interventi, 60 anni fa come oggi, che all’improvviso diventavano possibili altre strade, altri mondi, altre soluzioni.

Menapace è il cognome del marito Nene, medico trentino con cui ha condiviso la vita. Lidia Brusca nasce a Novara nel 1924 e da giovanissima diventa staffetta partigiana (nome di battaglia Bruna) nella formazione della Val d’Ossola. “Anche se mai ho voluto toccare le armi”, ci teneva a dire. “Benché abbia sempre rifiutato di portare armi vengo alla fine ‘congedata’ col brevetto di “partigiano combattente”(ovviamente al maschile) e col grado di sottotenente e divento furiosamente antimilitarista“, raccontò in un contributo pubblicato dalla Libera università delle donne. Della sua storia partigiana ha parlato fino al 25 aprile scorso, nell’ultima intervista a Gad Lerner: “Contesto l’idea che le donne potessero essere solo staffette perché la lotta di liberazione è una lotta complessa”. E “il Cnl del Piemonte mi disse che potevo essere partigiana combattente anche senza portare armi”. Di noi dicevano che “eravamo le donne, le ragazze, le puttane dei partigiani”. Ma “senza le donne che ricoveravano l’esercito italiano in fuga non avrebbe potuto esserci la resistenza“. E anche per questo, nonostante Togliatti avesse chiesto alle donne di non partecipare alla sfilata della Liberazione a Milano “perché il popolo non avrebbe capito”, lei Lidia Menapace quella sfilata la fece comunque. “Sono rimasta partigiana tutta la vita, perché farla è una scelta di vita“. Un racconto limpido che disarmava nel suo essere incontestabile. Ci provarono i renziani ai tempi del referendum sulla Costituzione ad aprire distinzioni tra “partigiani veri” che votavano a favore contro gli altri che si battevano in difesa della Carta. Lidia Menapace, intervistata a Di Martedì, ci rise sopra: “Devono ripassare un po’ la storia”. Non c’era molto altro da dire.

Lidia Menapace si laurea a 21 anni nel 1945 con il massimo dei voti in letteratura italiana. Come ricorda l’Enciclopedia delle donne, in occasione di un incontro a Genova nel 2011 raccontò che il giorno della sua laurea un professore la lodò dicendo che il suo lavoro era “frutto di un ingegno davvero virile”. Naturalmente non gliela fece passare, ma alla sua replica venne bollata come “un’isterica”. Quella frase non l’ha mai dimenticata e fu, a suo modo, l’inizio di tante battaglie. Dopo la guerra Lidia Menapace si è impegnata con la Fuci – Federazione Universitaria Cattolica Italiana e nel 1964 è stata la prima donna eletta nel Consiglio provinciale di Bolzano con la Democrazia cristiana insieme a Waltraud Deeg. In quella stessa legislatura è stata anche la prima donna ad entrare nella giunta provinciale, come assessora effettiva per affari sociali e sanità. Nel 1968 però, lascia la Democrazia cristiana e dopo esseri professata marxista perde ogni possibilità di fare carriera all’università Cattolica (dove insegnava). Nel 1969 fu tra i fondatori nel primo nucleo de “Il Manifesto” per il quale ha scritto fino agli anni ’80. Nel 1973 fu tra le promotrici del movimento Cristiani per il Socialismo. Dal 2006 al 2008 è stata senatrice di Rifondazione comunista. Avrebbe dovuto diventare presidente della commissione Difesa, ma perse il posto per le sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori: “Solo in Italia vengono pagate con i fondi pubblici”, disse a Trieste. Bastò perché al suo posto andasse Sergio Di Gregorio dell’Italia dei valori. Finisce il suo impegno in Parlamento, ma non per questo interrompe l’attività politica. Nel 2011 è entrata nel Comitato Nazionale dell’Anpi. Nel 2013 venne lanciata una raccolta firme perché fosse nominata senatrice a vita. Tra le promotrici Monica Lanfranco che scrisse: “E’ probabilmente la miglior testimonianza di come il Paese nel suo complesso, e la sinistra in particolare, non sappia valorizzare i suoi talenti”. Senatrice a vita Lidia Menapace non lo diventerà mai. Ma il suo impegno in prima fila continua: dalla campagna per il no al referendum Renzi alla candidatura con Potere al popolo nel 2018.

Lidia Menapace è stata una femminista, in molti casi la prima a portare avanti temi che poi sarebbero diventati cruciali. “Nei paesi formalmente democratici, non si può più escludere un genere da alcuni diritti. Bisogna però stare attenti. Conviene buttarsi al massimo nelle lotte paritarie. Cominciare a protestare subito se le bambine hanno minor accesso all’istruzione o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia”, ha detto a ilfattoquotidiano.it nel 2013. Ma nella sua lotta c’era una consapevolezza che arrivava da lontano: “Mia mamma ha cognato un codice etico per le due figlie”, raccontò nel 2016 nel documentario “Non si può vivere senza una giacchetta lilla”.Siate indipendenti economicamente e poi fate quello che volete. L’importante è che siate indipendenti per le calze. Non si può essere indipendenti per la testa e non nei piedi”. La libertà economica come punto di partenza imprescindibile per avere l’emancipazione delle donne: tutt’oggi le battaglie femministe partono da quel semplice e ancora così fragile assunto. Ma non solo. E’ stata la prima Lidia Menapace, scrive sempre l’enciclopedia delle donne, a “mettere l’accento sull’importanza del linguaggio sessuato come strumento fondamentale contro il sessismo“. Anticipando, ancora una volta, battaglie che sono oggi quanto mai attuali. Scrive nel 1993 nella prefazione di “Parole per giovani donne”: “Se è tanto poco, dicevo, perché non si fa? Non si fa perché il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria”. La risposta per tutti coloro che ancora oggi si ostinano a non declinare al femminile sindaco, avvocato e ministro.

A lei si deve una delle definizioni più belle del Movimento femminista: lo ha chiamato “carsico”, come un fiume che “sprofonda” e riemerge in spazi e tempi apparentemente lontani. Lidia Menapace credeva nella potenza degli incontri, del “parlarsi di persona”, scambiare gesti ed espressioni. Comunicare guardandosi in faccia e capire andando a vedere. I suoi tour per l’Italia, la sua spinta continua a viaggiare fino all’ultimo per andare là dove veniva invitata. Perché l’immaginazione per avere sfogo ha bisogno di sensazioni ed emozioni raccolte in prima persona. Per trovare i suoi scritti bisogna cercare le tracce tra articoli (Marea, Liberazione, Il paese delle donne) e libri (da “Economia politica della differenza sessuale” a Resisté, Il dito e la luna). Lidia Menapace credeva nella politica, ma prima tutto credeva nella politica di pace. “Insieme ad altre ho dato vita a una Convenzione permanente di Donne contro le guerre che ha una articolazione teorica di nome Associazione “Rosa Luxemburg”, spiegò sempre nell’intervento per l’università delle donne, “vogliamo costruire una cultura politica che escluda la guerra come strumento per il governo dei conflitti. Rosa con i suoi scritti e la vita ci fornisce tracce di pensiero e pratiche di azione di grande respiro e attualità, anche per una ipotesi rivoluzionaria non leninista-militarista ma sociale e quasi senza stato. E anche molti suggerimenti di analisi economica. Rosa era ebrea, come si sa, e quando fuggì dalla Polonia nativa, che era sotto gli Zar, per andare in Germania fu preceduta dai suoi compagni del partito socialista polacco con una lettera ai compagni del partito socialdemocratico tedesco in cui si diceva: “arriverà da voi Rosa Luxemburg, non lasciatevi sedurre da quella ragazzotta ebrea polacca”: carini,no?”.

Ma di tante cose che ha scritto Menapace, più di tutto forse oggi vale la pena ricordare le parole per l’amico Alexander Langer pubblicate sul Manifesto a luglio 1995: “Che vuole dirmi Alex Langer con la sua morte così “ostentatamente” celebrata? Non sopporterei lo spreco del suo gesto. E allora ripercorro qualche memoria di un’amicizia intensa, affettuosa, calda, anche se saltuaria, fatta spesso solo di incontri nelle stazioni dei treni per raggiungere riunioni, dibattiti”, è il suo attacco. E continua: “Si può reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari, sciocchi, vani e pericolosissimi? Mentre le mediocri biografie di personaggi per lo più meschini occupano colonne e colonne di giornali? Voci e intrighi si svolgono intorno a qualsiasi vicenda, tutto è grigio e noioso? E strumento del dibattito politico diventa il pitale che misura la gettata del piscio?”. Quindi chiude: “I pericoli ci sono e sono veri. Che ci vuole infine ancora per bucare le nebbie dei nostri cervelli, il lardo delle nostre coscienze?”.

Neanche una settimana fa abbiamo dovuto salutare la partigiana Ibes Pioli, partigiana e anche lei tra le prime a battersi per i diritti delle donne in Italia. Oggi diciamo addio a Lidia Menapace. E come ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella, che pochi mesi fa ha parlato del dolore per gli anziani punto di riferimento che sono stati decimati dal Covid, le assenze sono sempre più pesanti.

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Corpus, il teatro che sopravvive al Covid si esibisce in piazze e carceri: “In un momento così difficile, teniamo alta l’immaginazione”

Mentre i luoghi della cultura sono deserti, gli eventi dal vivo sospesi e i lavoratori dello spettacolo fanno i conti con una produzione azzerata, c’è un teatro che continua ad esibirsi pur nel rispetto delle restrizioni dettate dal Covid-19. E porta in scena Corpus, progetto di ArteStudio, avviato il 20 novembre e in corso fino al 21 dicembre. Coinvolge circa dieci associazioni romane, si inserisce nel palinsesto culturale “Romarama 2020” promosso da Roma Capitale ed è realizzato in collaborazione con Siae. Non ha spettatori, ma un pubblico attivo e come palcoscenico usa strade, piazze, carceri, strutture sanitarie quali le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) e altri spazi extrateatrali, incluse le piattaforme di streaming. Obiettivo: scoprire con quale corpo siamo al mondo oggi. “Nel nostro tempo, quello della protesi tecnologica del computer – spiega Riccardo Vannuccini, direttore artistico di ArteStudio e attore– ci siamo chiesti che fine fa il nostro corpo: dopotutto è lui che soffre i colpi della vita ed è lui che rimonta l’esistenza”. E’ stato ideato come il primo tassello di un progetto triennale per l’avviso pubblico ‘Contemporaneamente Roma 2020-21-22’, ma il momento storico che stiamo vivendo ha imposto una rimodulazione di tutti gli spettacoli e una riflessione sul ruolo profondo che la manifestazione può assumere ora che siamo costretti a stare distanti. “A volte si pensa alla nostra categoria come agli attori che declamano Molière, ma il teatro è più che altro uno strumento per comprendere gli accadimenti della vita e risolverli – racconta Riccardo Vannuccini – il teatro è chiamato a capire il mistero della vita e della morte. Quindi proveremo a riflettere anche sulla pandemia”.







Il progetto nasce dalla volontà di rappresentare il corpo dall’esterno: “Non è una rassegna – chiarisce l’associazione – è una pista fatta di luoghi, scene, documenti e figure che raccontano l’immagine del nostro corpo mentre ci doppia e ci osserva, occupando gli spazi urbani di Roma”. Le performance sono molte e diverse tra loro: donne in burqa nero che camminano avanti e indietro per Villa Borghese, attori che si esibiscono con guanti gialli igienizzati o respiratori ma anche tributi a Piero Manzoni, letture sceniche, laboratori sul Frankestein e workshop che mettono al centro il corpo. ArteStudio lavora con l’anatomia da molti anni e da sempre porta il teatro anche fuori dalle sale con le poltrone rosse. Opera in sei istituti penitenziari del Lazio, realizza attività artistiche anche nei centri di igiene mentale, nelle strutture sanitarie, nei centri di accoglienza per rifugiati e nelle zone di guerra. “Il teatro secondo noi non è una terapia, non è che se reciti tre volte Amleto da delinquente diventi una persona perbene né entriamo in strutture come il carcere per giudicare. Molte di queste persone, però, non hanno mai capito e visto altra possibilità se non quella di delinquere. Noi cerchiamo di mostrare loro che non hanno solo questo destino. Dopo di che ciascuno decide se seguitare a delinquere, nel caso del detenuto, oppure no”. Per i cittadini fragili, colpevoli di reato ma anche senza tetto o malati psichiatrici, attività come la loro permettono concretamente di scorgere un’alternativa a chi non ne vede nessuna. Tanto più in periodo Covid-19, quando nelle strutture detenitve è precluso quasi ogni altro ingresso dall’esterno per ragioni sanitarie. “Nella mia esperienza – racconta Vannuccini, che fa questo lavoro da trent’anni – ho visto persone scontare pene importanti, che avevano commesso reati gravi, ma ora hanno ricominciato, hanno costruito qualcosa fuori e insegnano inglese o yoga. Come c’è chi continua a delinquere: non ci assumiamo la responsabilità di salvare nessuno ma facciamo un percorso insieme, imbarcati tutti nella stessa barchetta”.

Alcuni lo chiamano “teatro del possibile”, altri “alla Deleuze”: nei fatti, in tempi di pandemia, è quasi uno strumento di sopravvivenza e di conservazione dei tratti fondamentali della specie umana. “L’uomo è l’unico essere vivente che si guarda vivere, disegna nelle grotte non per fare il ritratto al toro ma per dire con chi vive, ed è la sua immaginazione che lo mette al mondo. Quindi quello che vogliamo fare in un momento così difficile, oltre a sostenere il lavoro dei nostri attori, è tenere alta l’immaginazione, salvaguardare questo potere che è una caratteristica essenziale dell’essere umano: noi siamo al mondo attraverso l’immaginazione”.

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Premio Valeria Solesin a tredici tesi di laurea sul “talento femminile”: così portano avanti gli studi della ricercatrice

Per il quarto anno consecutivo sono state premiate le tesi di laurea ispirate agli studi di Valeria Solesin, la ricercatrice tragicamente scomparsa nell’attentato del Bataclan a Parigi. Tredici quest’anno le vincitrici, con un ex aequo alla dodicesima posizione. “Sono giovani donne e giovani uomini di grande qualità e grande capacità di studio”, ha detto la mamma di Solesin Luciana Milani nel corso della cerimonia che quest’anno è stata trasmessa in streaming. “Se si facesse un’antologia dei temi toccati, sarebbe veramente un’agenda per un mondo migliore”.

Il premio dal titolo “Il talento femminile come fattore determinante per lo sviluppo dell’economia, dell’etica e della meritocrazia nel nostro Paese” è nato ed è stato pensato per dare un seguito alle ricerche di Valeria Solesin. Solesin, demografa e sociologa di formazione, aveva come obiettivo quello di studiare il comportamento riproduttivo contemporaneo in Italia e in Francia e di metterlo in relazione all’occupazione femminile. Al centro dei suoi studi all’Istituto di demografia della Sorbona c’era in particolare “la transizione al secondo figlio” e quali fattori rendano più difficile in Italia scegliere di avere una seconda gravidanza. Nel 2013 scrisse l’articolo “Allez les filles au travail“, che in Italia venne pubblicato da Neodemos, nel quale si concentrava “sulle conseguenze dell’arrivo dei figli sull’attività professionale delle donne”. Il premio, giunto ormai alla quarta edizione è frutto della collaborazione tra Forum della Meritocrazia e Allianz Partners, e realizzato con il Patrocinio del Comune, della Città Metropolitana di Milano e di Fondazione Cariplo.

Le tesi di laurea premiate cercano proprio di dare un seguito agli studi di Valeria Solesin. Come ha ricordato Milani, al centro c’è “il grande tema della contrapposizione tra la famiglia e il lavoro, in ambito femminile, con i dati delle donne che rinunciano al lavoro perché hanno la maternità”. “E’ veramente un tema importantissimo”, ha detto, “che deve essere risolto in qualche modo”. Perché, “quello che si può anche paventare è che le donne più istruite abbiano veramente più difficoltà a causa della maternità”. Poi, ha continuato Milani, “c’è il tema della politica bulla. E’ veramente molto centrale. C’è questo richiamo al mattoncino che ognuno di noi può portare avanti. Anche perché la politica dell’io io io ha un po’ stufato. E’ molto bello avere la consapevolezza che tutti noi possiamo partecipare a un bene comune”.

La cerimonia è stata aperta da un intervento di Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità. Sono state premiate tredici vincitrici, con un ex aequo alla dodicesima posizione. I lavori sono stati selezionati dal Comitato Scientifico su 48 candidature pervenute da tutta Italia. Sette i riconoscimenti assegnati a tesi che hanno affrontato temi di natura sociale, giuridica, di politica pubblica e istituzionale, analizzando anche fenomeni di attualità come il movimento #MeToo e il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nei processi di evoluzione socioculturale. Sei invece i premi andati a lavori di stampo economico, che hanno indagato sugli effetti della diversità di genere nel mondo dell’impresa e della finanza, mettendo in evidenza l’impatto positivo del talento femminile su risultati e performance anche attraverso esperimenti ad hoc.

“Questa è un’edizione ‘speciale’ del Premio Valeria Solesin, per tanti motivi”, ha dichiarato Paola Corna Pellegrini, CEO di Allianz Partners, Vice Presidente del Forum della Meritocrazia e ideatrice del Premio. “Ricordiamo il quinto anniversario della scomparsa di Valeria nel pieno della seconda ondata di una pandemia che ha sconvolto le nostre vite, portato il dolore della perdita in tante case, messo in crisi la nostra economia. Una crisi in cui, ancora una volta, sono le donne a rischiare di pagare il prezzo più alto. Lo dicono i dati ISTAT su disoccupazione e inattività. Lo dice il recente Gender Equality Index 2020 dell’’EIGE, che vede l’Italia al 14° posto, lontana dalla vetta e sotto la media UE. Lo mostra una ricerca IPSOS secondo cui il 74% delle donne italiane porta sulle spalle tutto il peso della gestione familiare”. E, ha concluso Corna Pellegrini: “Eppure sappiamo che la strada per superare questa crisi, la via verso un futuro più giusto, prospero e sostenibile passa dalla valorizzazione del talento femminile, dall’affrontare quel gender gap che, se colmato, porterebbe secondo il FMI a una crescita del Pil globale del 35% entro il 2025. In questo contesto non semplice, l’entusiasmo, l’impegno e la passione dei giovani che hanno partecipato al Premio rappresentano una straordinaria iniezione di fiducia. Nei loro lavori c’è la visione e il progetto di un domani diverso”.

Secondo Maria Cristina Origlia, presidente del Forum della Meritocrazia, “nell’urgenza di rigenerazione che stiamo vivendo diventa ancora più importante inserire il tema della valorizzazione del talento femminile nell’ambito più ampio dell’affermazione del merito”. E “le pari opportunità e l’equilibro di genere sono uno dei sette pilastri alla base di un eco-sistema meritocratico assieme alla trasparenza, alla mobilità sociale, alla libertà di fare impresa, alla qualità del sistema educativo, all’attrattività dei talenti, alle regole. Tutte pre-condizioni di una maggiore giustizia sociale e di uno sviluppo socio-economico sostenibile e inclusivo capace di comprendere e trarre vantaggio dalla ricchezza e dal potenziale innovativo delle diversità, non solo di genere”.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare “FORZA RAGAZZE, AL LAVORO! La parola ai giovani per un mondo equo, inclusivo e meritocratico”, libro curato da Paola Corna Pellegrini. Partendo dalla genesi del Premio Valeria Solesin, l’opera intreccia le storie, i sogni e le proposte contenute nei lavori vincitori delle prime 3 edizioni. E’ possibile rivedere l’intera cerimonia di premiazione in streaming su www.premiovaleriasolesin.it

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Giornata contro la violenza sulle donne, anche la Polizia ha fatto grandi passi avanti

Il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, una ricorrenza fondamentale per il progresso della nostra società. Sono stati fatti grandi passi avanti sul terreno dell’uguaglianza, ma continuano a esistere ahimè situazioni inaccettabili di violenza, sottomissione, disparità e discriminazione, anche sul luogo di lavoro. Certo le Forze Armate e le polizie non si possono ritenere esenti da questo genere di problemi. Ricordo bene il racconto di una mia amica che nei primi anni Ottanta, in una Polizia di Stato già smilitarizzata, era costretta incinta col pancione a fare le guardie al porto di Venezia.

Se oggi una barbarie del genere appare del tutto impensabile, questo è solo merito dei sindacati di polizia. Anche dopo la legge di riforma del 1981, non fu affatto semplice scardinare i retaggi di quella cultura maschilista imperante nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. Le istanze di pari opportunità e di tutela della maternità delle donne in divisa hanno trovato ascolto con troppo ritardo e solo grazie alla tenacia delle poliziotte sindacaliste. Penso, per esempio, alle battaglie fatte dal Coordinamento donne del Siulp.

Negli anni Settanta, molte donne si erano ritagliate anche un ruolo attivo nel movimento per la riforma della Polizia. Nonostante il timore di ritorsioni e rappresaglie, fecero sentire forte la loro voce. Allora facevano parte di un corpo separato – il Corpo della Polizia femminile fu istituito il 7 dicembre del 1959 – che si occupava solo di reati dei minori e di prostituzione, con compiti da “assistenti sociali” malgrado titoli e preparazione specifica. “È ora che ci riconoscano per quello che siamo: funzionari di Pubblica sicurezza e non assistenti sociali“: le loro rivendicazioni finiscono su Panorama nella primavera del 1975.

Michele Di Giorgio, nel saggio Per una polizia nuova (Viella, 2019), riporta la missiva sofferta e ispirata che un’assistente della polizia femminile spedì al senatore Sergio Flamigni, convinto sostenitore della sindacalizzazione. Era la fine degli anni Settanta, la legge sulla smilitarizzazione tardava ad arrivare, la repressione da parte dei vertici era sempre dietro l’angolo e tra i “poliziotti democratici” cominciava a diffondersi un certo scoramento.

“Ho sempre tante cose da dire e problemi da porre – scriveva la poliziotta il 23 luglio del 1979 – d’altra parte cerco di portare un contributo d’informazione e di conseguente chiarezza, certa come sono che solo svelando meccanismi e marchingegni possiamo sventare e vanificare manovre e giochi anti-riforma, anti-progresso, anti-Paese. La situazione comunque permane grave. Ci siamo visti da poco, eppure in questo breve arco di tempo, ancora lutti, ancora dolori! L’assassinio di Giuliano, come l’omicidio di Ambrosoli ci ricordano che se lasceremo ancora gli onesti soli, isolati e identificabili, ne faremo dei facili bersagli. Credo che l’Italia abbia soprattutto ‘fame di onestà’; non resta che continuare la lotta”.

Ebbene oggi percepisco quella stessa passione nelle donne che si sono avvicinate ai nuovi sindacati militari, in un clima politico per nulla favorevole e con resistenze conservatrici molto forti. Le ragazze delle Forze armate chiedono di poter conciliare appieno l’attività lavorativa col diritto alla maternità. È vero che nei corpi militari il personale femminile è presente da vent’anni, ma persistono senza dubbio incrostazioni maschilistiche che devono essere finalmente rimosse.

Monica Giorgi, presidente del Nsc (Nuovo Sindacato Carabinieri), ne è convinta e ripone, come me, grande fiducia nel ruolo delle organizzazioni sindacali per le pari opportunità e per i diritti delle madri lavoratrici. In un webinar organizzato il 20 novembre scorso dalla senatrice Bruna Piarulli – che ha di recente presentato un buon disegno di legge sulla libertà sindacale dei militari – ha sottolineato come i vecchi organi di rappresentanza non abbiano mai dato molto spazio alle donne, mentre i sindacati hanno invece compreso che “laddove si deve scegliere e decidere per il futuro di tutti non è pensabile che non vi siano donne”. Come darle torto?

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