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Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti: “Il pericolo non è solo alle frontiere”

La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. “Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”. Qualcuno, insomma, trae profitto controllando e sfruttando le vite altrui. Ioana Bauer, presidente del Board of Directors – eLiberare, descrive il fenomeno così. Insieme ad ActionAid, l’organizzazione si occupa di proteggere i diritti delle donne e dei minori in Romania, uno dei Paesi – di transito – dove si sono diretti molti profughi dall’Ucraina. Secondo i dati ufficiali forniti dal ministero dell’Interno di Bucarest, al 7 aprile il loro numero era di oltre 650mila unità dall’inizio della guerra. È attesa, dalle ong locali, una seconda ondata a seguito del prolungarsi del conflitto. Con queste cifre cresce il rischio che chi emigra – donne e bambini soprattutto – venga sottoposto a forme di sfruttamento. Fra quelli europei, la Romania è il Paese dove si trova il maggior numero di vittime di tratta o di persone costrette a lavorare in condizioni che compromettono la loro sicurezza, salute e dignità. Circa il 50% sono minori.

Diritti e prevenzione – “La tratta si può prevenire, ma è importante lavorare su più fronti. Prima di tutto, ricordare alle potenziali vittime che hanno dei diritti”. Spiega Bauer. “Di questo abbiamo paura, che dopo mesi di guerra le persone non sappiano più cosa spetta loro e cosa no. Spesso chi scappa non sa che avrebbe dovuto e potuto richiedere una forma di protezione, sia questa temporanea o no”. Ecco perché eLiberare si impegna per fare formazione su pericoli, rischi, e su come affrontarli. Il suo staff ha riassunto alcune regole, basilari ma fondamentali, in volantini che vengono distribuiti alla frontiera. “Prima di tutto: nessuno è autorizzato a chiederti favori – di qualsiasi genere – in cambio di aiuto. Poi: tieni stretti i tuoi documenti, sono loro la tua ancora di salvezza. Non cederli mai. Le autorità te li chiederanno, ma devono fornirti precise informazioni di quando ti verranno riconsegnati”. Fra i suggerimenti, continua Bauer, c’è anche la formulazione di un codice linguistico apposito, mediante ‘password’: “Basta una parola semplice, concordata con amici o con persone che lavorano con gruppi umanitari. Sarà la chiave con cui comunichi, solo a chi vuoi tu, che hai bisogno di aiuto”. Il telefono è un’altra ancora cui aggrapparsi. Mai consegnarlo, tenerlo sempre carico. Si raccomanda, nei limiti del possibile, di avere una sim card per ogni Paese in cui si viaggia. eLiberare ha inoltre una linea di aiuto disponibile, che risponde 24 ore su 24 e sette giorni su sette, e che funziona su WhatsApp. Infine l’invito a rivolgersi a persone in uniforme.

Minori –A essere esposte sono in grande maggioranza le donne, ma non solo. I minori non accompagnati sono fra le categorie più a rischio: secondo i dati Unicef, a fine marzo i bambini in fuga dall’Ucraina erano 2 milioni, circa la metà dei profughi. Secondo l’Ong circa 1.1 milione sono arrivati in Polonia, mentre centinaia di migliaia sono arrivati in Romania, Moldavia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Per cercare di ridurre il pericolo di tratta Unicef sta puntando ad aumentare i ‘blue dots‘, nei Paesi che accolgono i profughi, fra cui la stessa Romania. Si tratta di sportelli con funzioni multiple: forniscono informazioni alle famiglie in viaggio, aiutano a identificare minori soli e lavorano per tutelarli dal rischio di sfruttamento. “Devono registrarsi nello Stato in cui arrivano in modo tale da ottenere un tutore legale, senza il quale non possono prendere decisioni”, prosegue Bauer. “A causa della guerra è concesso superare i confini senza un certificato di nascita. Significa che, forse, alcuni bambini si dichiarano più grandi di quanto in realtà non siano”.

Non solo frontiere – “Ancora è difficile dire che influenza abbia avuto il conflitto fra Kiev e Mosca sul traffico di essere umani”, spiega Bauer. “Ma è stato chiaro fin da subito che alcune vittime erano state trasportate all’interno dell’Ucraina e spostate dal Paese insieme ai trafficanti stessi. La destinazione era, nella maggior parte dei casi, la Gran Bretagna o l’Europa Occidentale”. Le traiettorie sono, spiega Bauer, determinate dalla domanda: “Dove c’è ricerca di lavoro a basso costo o di sfruttamento sessuale, lì si traccia il sentiero per la tratta. Spesso, il meccanismo viene innescato da annunci fasulli sui social network, che promettono salvezza. “I trafficanti sono acuti. Sanno adattarsi. E nascondersi: non operano per forza sui confini fra Paesi in guerra”. Insieme ai complici agiscono nella quotidianità: “Possono essere i vicini di casa, che vivono a pochi metri di distanza. Al parco, può essere un anziano che offre un aiuto a una donna in difficoltà. In casa, un marito caduto in disgrazia che chiede alla moglie di prostituirsi”. Secondo i dati consultabili sul sito di eLiberare, il 73% delle vittime di tratta dalla Romania sono state reclutate da persone che conoscevano. In comune hanno tutti una sola cosa: “Vendono sogni. Esattamente quelli che vuoi tu e che pensi non realizzerai mai”.

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Violenza sulle donne, la Camera discute il finanziamento di 400 euro al mese per le vittime: in aula sono in otto

A Montecitorio si discute su come contrastare la violenza sulle donne. Interventi che devono essere strutturali e incentivati con apposite risorse inserite nella prossima manovra di bilancio. Peccato che in aula, mentre parla la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, i presenti siano solo otto. Lo denuncia il deputato del Partito Democratico Filippo Sensi con un tweet: “Mozione contro la violenza sulle donne, in otto, alla presenza della ministra Elena Bonetti (così si fa). Lunedì, quello che vi pare. No”. Lunedì è il 25 novembre, la giornata dedicata al tema. “Le donne devono essere libere di poter denunciare e sapere che c’è uno Stato che accoglie le loro richieste d’aiuto e le protegge. Quest’anno festeggiamo i dieci anni della convenzione di Istanbul” dove “l’Italia fu tra le prime firmatarie. Oggi ci poniamo ancora di più nel solco di questa convenzione”. Ha detto Bonetti.

“Il dipartimento per le Pari opportunità sta portando avanti un approfondimento sugli effetti della pandemia”, ha spiegato la ministra che poi ha aggiunto: “Oggi serve una regia condivisa anche a livello territoriale” considerati anche “i dati emersi durante la pandemia dove registriamo un aumento di donne uccise dal loro partner o dall’ex. Inoltre è stato riscontrato anche un aumento delle richieste al 1522“, un dato che per Bonetti non deve essere letto solo come negativo perché dimostra che “la prospettiva di aiuto abbia agevolato l’arrivo delle richieste e consentito di mettere in campo azioni preventive”. La ministra ha poi illustrato le diverse misure come il “Reddito di libertà” erogato dall’Inps: “Un finanziamento che prevede fino a 400 euro al mese alle donne fino a 12 mensilità” per vittime di violenza con una “condizione economica disagiata” o come lo strumento al vaglio della Corte dei Conti quale il “micro credito di libertà“. Misure quindi “strategiche, sistematiche e strutturali messe in campo dal governo”, ha ribadito la ministra, per affrontare la violenza contro le donne.

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Malattie rare, il Senato ha approvato il testo unico: è legge. Dal fondo per il sostegno ai caregiver alla ricerca: cosa prevede

Il Testo Unico Malattie Rare è legge. Oggi 3 novembre è stato approvato all’unanimità in via definitiva dal Senato, un risultato di oltre 3 anni e mezzo di lavoro difficile e intenso, portato avanti tra il mondo delle associazioni nazionali di riferimento e la politica. L’Osservatorio Malattie Rare (OMaR), che rappresenta circa 250 associazioni e aveva iniziato a sollecitare il Parlamento a partire dalle elezioni politiche del 2018 su pressione del mondo delle organizzazioni, esprime “grande soddisfazione”: “il Testo Unico Malattie Rare è finalmente una legge dello Stato, la prima che definisce organicamente le malattie rare, i diritti delle persone coinvolte e il quadro organizzativo, in precedenza vi erano solo decreti ministeriali”, commenta a Ilfattoquotidiano.it Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttrice dell’OMaR. “Oggi si festeggia, ma da domani si ricomincia a vigilare sul rispetto dei tempi di attuazione, nessun ritardo può essere accettato. E’ evidente però – aggiunge Ciancaleoni Bartoli – che siamo di fronte ad una legge quadro, con cui sono state poste le fondamenta di un cambiamento, ma c’è molto ancora da fare a partire dai prossimi decreti attuativi”. La storia che ha portato all’approvazione della prima legge sulle malattie rare viene ripercorsa anche in un video, reso pubblico oggi su YouTube da OMaR.

Il commento della politica dopo l’approvazione, tardiva, della prima legge sulle malattie rare – Il percorso legislativo si è concluso su impegno in particolare della deputata di Coraggio Italia Fabiola Bologna (segretaria della Commissione XII Affari sociali della Camera) e della senatrice Udc Paola Binetti (Presidente dell’Intergruppo parlamentare per le malattie rare) che sottolineano l’importanza di questo Testo Unico ma aggiungono: “Ora serve approvare e finanziare il nuovo Piano Nazionale Malattie Rare”. E’ intervenuto sul tema anche il sottosegretario alla Salute con delega alle malattie rare Pierpaolo Sileri: “Sono molto felice di aver presenziato alla conclusione dell’iter parlamentare del disegno di legge sulle malattie rare. È un testo – afferma Sileri – frutto di una proficua collaborazione interparlamentare e inter-istituzionale, che ha visto il contributo fattivo delle parti interessate, in primis le associazioni dei pazienti, che sono state ascoltate e coinvolte”. Precisa però che “non è certo un punto di arrivo ma al contrario il dito premuto sullo start del timer per scandire i tempi della definizione e della emanazione dei relativi decreti attuativi, su cui metto il mio personale impegno”. Su questo, aggiunge il sottosegretario, “sarà d’aiuto anche il Tavolo tecnico in tema di malattie rare, istituito su mio impulso presso il Ministero della Salute, che ha già individuato le priorità di azione e le possibili proposte di intervento”.

Cosa è stato approvato oggi con il Testo Unico Malattie Rare – Sono diversi gli aspetti che la nuova legge ha stabilito. Per la prima volta in Italia viene istituito il Fondo di solidarietà di 1 milione di euro all’anno, a partire dal 2022, per il sostegno al lavoro di cura e assistenza. Secondo le associazioni “si tratta di una novità assoluta, ma le risorse sono molto basse e sono da incrementare perché ampiamente insufficienti rispetto alle esigenze”, spiega OMaR. Per la prima volta inoltre vengono riconosciuti i malati rari, dando corpo ad una serie di norme dedicate a loro. Ad esempio, c’è il riconoscimento di un incentivo fiscale per la ricerca scientifica, con un credito di imposta del 65%, in favore dei soggetti, pubblici o privati, per le spese sostenute per i progetti sulle malattie rare e rarissime. “Siamo davvero felici che le Istituzioni del nostro Paese abbiano voluto lanciare un segnale di interesse concreto per i pazienti e le famiglie che affrontano una malattia genetica rara e per la ricerca a loro dedicata. Proprio a causa della loro rarità, queste patologie tendono a essere trascurate dai finanziamenti pubblici e privati, motivo per il quale esistono realtà come la nostra Fondazione, che aprono strade per aumentare la conoscenza e dare vita a nuove cure” ha affermato Francesca Pasinelli, Direttore Generale di Fondazione Telethon.

Verrà creato un Piano Nazionale delle Malattie Rare e anche un Comitato Nazionale con la partecipazione delle associazioni di riferimento – Inoltre entro 3 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, è stato stabilito nero su bianco la creazione di un nuovo Piano Nazionale delle Malattie Rare, “siamo molto contenti di questo atto ma dobbiamo anche affermare con molta chiarezza che per rendere operativo ed efficace il Piano servono nuovi finanziamenti da stanziare magari già attraverso la prossima Legge di Bilancio”, dice a ilfattoquotidiano.it la direttrice di OMaR. Altra novità rilevante è che il ministero della Salute si è impegnato (attraverso un suo decreto) a istituire, entro due mesi, un Comitato Nazionale per le malattie rare, una nuova cabina di regia al cui interno è prevista la presenza anche di associazioni ed enti del Terzo Settore. Infine vi sono due importanti accordi che devono essere presi in sede di Conferenza Stato-Regioni: uno è quello relativo all’approvazione del Secondo Piano Nazionale Malattie Rare e riordino della Rete, “un atto atteso dalle associazioni ormai da tantissimi anni, che deve essere adottato, in sede di prima attuazione, entro tre mesi”, precisa OMaR. Vi è poi un secondo accordo di competenza della Conferenza Stato-Regioni, con cui dovranno essere definite le modalità per assicurare un’adeguata informazione dei professionisti sanitari, dei pazienti e delle famiglie, da adottarsi (sempre entro 3 mesi). “In ogni caso – afferma Ciancaleoni Bartoli – entro 6 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta, e quindi entro aprile-giugno, tutti questi atti dovranno essere disposti. Solo verso la fine del 2022 potremo cominciare a vedere i reali effetti di questa Legge. I tempi sono questi, e bisognerà attenderli, ma non un giorno di più”, conclude la direttrice di OMaR.

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Rodotà era per l’acqua pubblica: ora serve un presidente della Repubblica per i beni comuni

Nel 2013, per la prima volta in Italia, si presentò alle elezioni politiche nazionali un movimento di cittadini che si aggregò e concretizzò grazie alla forza istrionica di Beppe Grillo, megafono di rottura nella politica italiana e all’utilizzo massivo di alcuni nuovi strumenti digitali di e-democracy, sviluppati e organizzati da Gianroberto Casaleggio.

Programma e candidature in Parlamento si formarono attraverso l’utilizzo di una piattaforma di voto online e con lo stesso meccanismo si decise di individuare il nome del futuro Presidente della Repubblica. Il voto online dei cittadini scelse il costituzionalista Stefano Rodotà e ciò scatenò una mobilitazione di piazza molto intensa a sostegno del grande professore e giurista che aveva presieduto la famosa “Commissione Rodotà”. Era il 2007 quando il Ministero della Giustizia decise di istituire la Commissione sui Beni Pubblici, presieduta da Rodotà, per elaborare uno schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici.

Il tema della commissione era scivoloso perché bisognava realizzare un lavoro propedeutico alla privatizzazione di alcuni gruppi di cespiti pubblici (immobili e crediti) ma anche valutare che le dismissioni, con eventuale vendita e riaffitto dei beni, fossero fatte nell’interesse della collettività con uno sguardo a medio e a lungo termine – dopo un’epoca in cui in tutto il mondo si erano svenduti i beni di famiglia del Paese, con rari vantaggi della collettività e una clamorosa perdita di competenze, spesso per finanziare spesa corrente, spesso per regalarli a imprenditori amici, piuttosto che per vera visione strategica.

Un momento storico che ha fatto la ricchezza della classe dirigente imprenditoriale apicale, non sempre meritevole di capacità, del nostro Paese. I nostri padri hanno costruito l’Italia con le loro tasse, i loro soldi, lavorando duramente con un solo stipendio a famiglia e permettendo ai figli di diplomarsi o laurearsi. Quelle tasse hanno costruito autostrade, telefonia fissa, la rete di rame, acquedotti e oggi tutto questo è stato sottratto alla collettività per finire nelle mani di poche persone che ne raccolgono i benefici.

La crescita continua della ricchezza degli uomini e delle società più ricche del pianeta dimostra che colossi e multinazionali hanno tutta la forza e l’intenzione di chiedere e conquistare sempre più ricchezza e influenza. I deboli, figli o nipoti di quei padri che pagavano le tasse per ricostruire l’Italia, sono in stato di povertà, senza un lavoro, sottopagati anche per le condizioni dell’ecosistema in cui sono vissuti, e tutti noi, con l’impegno civile e la politica, dovremmo fare di tutto per cambiare le condizioni distruttive di questi ecosistemi che li schiacciano nella povertà.

Quando parliamo di beni comuni non stiamo parlando solo di immobili ma anche di frequenze, beni finanziari e immateriali (marchi, brevetti, opere dell’ingegno, informazioni pubbliche). È evidente che in una società così concepita, che ha condotto fino a oggi un modello di sfruttamento orientato al profitto, si stanno esaurendo o compromettendo beni vitali come l’acqua, che pur non potendo seguire la logica del prodotto da vendere sul mercato continua purtroppo a rispondere a quelle logiche.

La soluzione non sarà l’efficientamento (che pure è urgente) o la tecnologia (che può essere utile), ma finché chiunque consumerà l’acqua che vuole, purché paghi, e finché le aziende guadagneranno in funzione dei litri d’acqua venduti, siamo in un circolo vizioso mortale.

Il costituzionalista Stefano Rodotà fu promotore ed estensore dei quesiti referendari per l’acqua pubblica che ebbero nel 2011 uno straordinario successo di popolo, di democrazia e partecipazione, ma l’opposizione del Partito Democratico e del centrosinistra ad eleggerlo Presidente della Repubblica ha sicuramente tarpato un percorso di rinnovamento della politica di cui il M5S si era fatto portavoce. La storia tuttavia ci obbliga a tornare su quello stesso percorso interrotto e l’occasione potrebbe essere ancora una volta l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

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Referendum cannabis, il 58% degli italiani è a favore. Per 8 persone su 10 toglie mercato alla criminalità organizzata: il sondaggio di Swg

Il 58% degli italiani è a favore della legalizzazione della cannabis. Lo dice un sondaggio commissionato da magazine BeLeaf e dalla campagna Meglio Legale all’istituto di ricerca Swg. L’indagine (quantitativa) è stata condotta fra il 22 e il 27 settembre con una rilevazione con metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview), su un campione di 1.200 soggetti maggiorenni residenti in Italia. Fra loro, i favorevoli appartengono soprattutto alle fasce d’età tra i 18-34 anni e 35-44 anni, entrambe al 66%. Sono in prevalenza elettori di Pd e M5s: rispettivamente il 74% e l’81%. Quattro elettori su dieci di Lega e Fdi – partiti contrari alla legalizzazione – dichiarano invece di approvarla.

Tra le motivazioni principali c’è l’obiettivo di togliere mercato alla criminalità organizzata: è così per otto persone su dieci. Tra le ragioni che spingono i sostenitori del sì c’è anche il “rendere più sicura la sostanza usata” (in 4 su 10) e il “rendere più libero e consapevole il consumo” (3 su 10). Stando a quanto emerge dal sondaggio, è a favore chi è molto informato sulla materia (58%). Guardando ai dati dello scorso anno raccolti dal sondaggio Eurispes del luglio 2020, il favore risulta aumentato di circa il 10%. A quella data, infatti solo il 47,8% di cittadini si diceva d’accordo con la legalizzazione. Tra le domande poste dal sondaggio SWG anche una sull’attuale legge riguardante la coltivazione domestica di cannabis: il 56% degli intervistati si è espresso, infatti, contrario alla norma in vigore che punisce fino a 6 anni di reclusione chi coltiva cannabis anche se per uso personale. I principali oppositori alla norma sulla coltivazione si trovano tra i laureati (il 62%), tra gli elettori del M5S (60%) e del PD (69%) che si sono dichiarati fortemente intenzionati a cambiare l’attuale legge sulla coltivazione domestica.

Alla conferenza stampa di presentazione – insieme a Riccardo Bennati (Ricercatore SWG) e Stefano Cagelli (Direttore BeLeaf Magazine) – sono intervenuti anche i membri del comitato Referendum Cannabis Legale Marco Cappato (Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni), Antonella Soldo (Coordinatrice di Meglio Legale) e Riccardo Magi (+Europa) che hanno commentato così la nuova ricerca: “Una maggiore consapevolezza fa diminuire la paura, risponde a dubbi e perplessità, di conseguenza fa aumentare il numero di persone favorevoli alla legalizzazione. Anche per questo useremo le settimane rimaste per aprire occasioni di dibattito in ogni città e invitare la Rai e gli altri organi di informazione ad affrontare un tema che è più che sentito tra i cittadini”.

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Un tappeto di colori invade Piazza Duomo: a Milano arrivano le coperte di Viva Vittoria contro la violenza sulle donne – FOTO











Un tappeto di colori ha invaso la Piazzetta Reale di Milano, di fianco al Duomo. Almeno 5mila coperte fatte a maglie o all’uncinetto sono state stese a terra per la mega installazione del progetto Viva Vittoria, per combattere la violenza contro le donne, che, dopo aver fatto tappa a Roma, davanti a Castel Sant’Angelo a fine settembre, è arrivato nel capoluogo lombardo.

Iniziata a Brescia nel 2015, si tratta a tutti gli effetti di un’opera di design creata con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere e per sostenere il reinserimento in società delle donne che hanno subito violenza. L’opera è composta da migliaia di quadrati di maglia a ferri o uncinetto cucini insieme con un filo rosso, simbolo dell’unione fra le donne, fino a formare migliaia di coperte.

L’iniziativa milanese ha avuto il sostegno del sindaco Beppe Sala e ha visto la partecipazione di Alessandra Kustermann, ginecologa primario della clinica Mangiagalli dove ha creato il centro Soccorso Violenza Sessuale e Domestica.

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Referendum cannabis, sono 4mila i Comuni in ritardo sulle certificazione delle firme. Roma e Torino i più lenti: l’elenco

La proroga del governo ha dato un altro mese di tempo ai promotori del referendum sulla cannabis legale, ma la burocrazia e i ritardi dei Comuni continuano a minacciare il successo della campagna. Le firme raccolte online hanno superato in queste ore il traguardo di 600mila, ma se non arriveranno le certificazioni dalle amministrazioni, non sarà possibile consegnarle in tempo. Ecco perché i promotori hanno deciso di diffondere la lista delle amministrazioni più lente, con in testa Roma e Torino e promettono nuove diffide se la situazione non sarà risolta in breve tempo.

Fino a giovedì 30 settembre – rende noto il comitato del referendum – sono stati consegnati solo poco più di 402mila certificati, ne mancano quindi ancora almeno 100mila. Le amministrazioni più in ritardo sono: Roma, (41.904), Torino (14.078), Napoli (8.019), Palermo (3.825), Parma: (2.706), Cagliari (2.201), Catania (1.960) e Venezia (1.410). Ci sono numerose richieste pendenti anche per Salerno, Trieste, Modena, Genova, Reggio Calabria, Barletta, Ravenna, Guidonia Montecelio, Vicenza e Verona. Le numerose diffide però – 1888 negli scorsi giorni – sono riuscite a smuovere la burocrazia di diversi piccoli comuni. “Questi numeri – dichiara Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni e presidente del comitato promotore – confermano che le firme esistono, come buona parte della documentazione”. Il problema secondo lui sarebbe duplice” la pubblica amministrazione non è pienamente digitalizzata e non ha le necessarie risorse umane, neanche in momenti elettorali e referendari come in questa estate”. In queste ore, dopo le denunce del comitato, si è risolta la situazione di Bologna che fino a ieri era ancora in ritardo sulle consegne. E oggi ha sottoscritto il referendum anche il sindaco dem di Bologna Virginio Merola: “Una decisione opportuna”, ha detto, “per allineare questo referendum agli altri che avevano già avuto la proroga. Ci tengo però a ringraziare molto i nostri dipendenti dell’ufficio elettorale che ieri pomeriggio sono riusciti a consegnare al comitato promotore tutti i certificati elettorali dei residenti bolognesi che hanno sottoscritto il referendum attraverso lo Spid. Un grande lavoro in un periodo decisamente pieno visti gli adempimenti relativi al voto amministrativo“.

Intanto la raccolta firme continua online: “Siamo subissati da richieste di centinaia di persone che vogliono continuare” hanno dichiarato Antonella Soldo, Riccardo Magi e Marco Perduca tra i promotori del referendum “prossima renderemo note le modalità della ri-organizzazione della campagna raccolta firme fino al 28 ottobre – giorno in cui andremo in Cassazione”.

Il referendum cannabis è promosso dalle Associazioni Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone e dai partiti +Europa, Possibile, Radicali italiani, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista e Volt. È ancora possibile firmare su www.referendumcannabis.it.

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Alto Adige, non capisco perché non unificare i percorsi di accesso alla professione di maestro

Maestre in Alto Adige? Sì, anche solo con il diploma. A stabilirlo la delibera numero 751 del 31 agosto, che permette anche solo ai possessori di diploma di scuola media superiore l’accesso ai percorsi abilitanti per la professione di insegnante di scuola primaria negli istituti madrelingua tedeschi e ladini.

Ma non è tutto: il documento legislativo della Giunta della provincia autonoma di Bolzano da una parte fa riferimento e inserisce in modo esplicito che gli insegnanti delle scuole tedesche e ladine siano di madrelingua tedesca (la questione non è semplice da spiegare, ma in Alto Adige le persone hanno la facoltà e la libertà di autodichiararsi appartenenti a un gruppo linguistico diverso per quanto, fino a prova contraria, la nazionalità resti italiana); dall’altra però – ed è la vera novità – autorizza al percorso per l’insegnamento persone che abbiano il solo diploma, di qualsiasi tipo.

Tutto avviene nelle stesse settimane in cui – qualche centinaio di chilometri più a sud, in ottemperanza peraltro alla normativa europea – avviene l’esatto contrario: che alcuni diplomati vengano esclusi dall’insegnamento in quanto sprovvisti di laurea.

Ma tornando al requisito previsto per madrelingua tedeschi e ladini, pare proprio che l’assise del Consiglio non abbia minimamente tenuto conto del terzo articolo della Costituzione secondo cui “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo avviene peraltro a discapito degli insegnanti italiani che proprio negli scorsi mesi hanno annunciato un’azione di diffida contro la Provincia di Bolzano e ministero dell’Istruzione.

Da questo punto di vista infatti la questione sembra davvero arcaica, con la suddivisione di percorsi di formativi differenziati a seconda dell’appartenenza al gruppo linguistico. Tanto varrebbe unificare, come peraltro avviene nella società dove buona parte dei cittadini considera semplicemente una ricchezza conoscere ugualmente bene sia l’italiano che il tedesco.

Se poi però vogliamo aggiungere un tassello riporto le parole di Diego Nicolini, consigliere 5Stelle: “Si potrebbe addirittura insinuare che con questa delibera l’Alto Adige-Südtirol si pone fuori dall’Europa. È la prima volta del resto che sento parlare all’interno di un atto legislativo direttamente di madrelingua, ma soprattutto anche a livello europeo viene richiesta la laurea per insegnare, non solo il diploma”.

Semplificando? Tutti parlano dell’importanza della formazione scolastica, la realtà però è che mancano insegnanti e dunque al posto di puntare a una formazione sempre più alta a Bolzano si assumono anche solo i diplomati.

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Svizzera, oggi si vota in un doppio referendum per aumentare le tasse sui grandi capitali e legalizzare i matrimoni gay

Oggi la Svizzera è chiamata alle urne: si vota in un doppio referendum per aumentare la tassazione dei grandi capitali e per legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In realtà, le nozze omosessuali erano state approvate in parlamento già lo scorso anno, ma i partiti conservatori hanno raccolto abbastanza firme – 50 mila – per rimettere in discussione la legge. I sondaggi però indicano – soprattutto da parte di donne e giovani – una netta maggioranza, tra il 63 e il 66%, della popolazione a favore del diritto. Se le previsioni dovessero esser confermate, l’Italia rimarrebbe uno dei pochi paesi europei – insieme a Polonia e Ungheria – a non consentire i matrimoni omosessuali.

All’inizio del 2020 i seggi elettorali svizzeri avevano già segnalato un cambio di sensibilità: un altro referendum aveva infatti reso reato l’omofobia. Un notevole passo avanti – secondo gli analisti – per un Paese in cui, nonostante la depenalizzazione dell’omosessualità nel 1942, la Polizia ha continuato a tenere “registri gay“, come eventuale prova d’immoralità in caso di crimini. Con il voto di quest’anno la Svizzera aggiornerebbe la norma sulle unioni civili del 2007 e potrebbe così allinearsi alle legislazioni di Francia, Germania, Austria, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. Il quesito referendario include anche la possibilità di adozioni congiunte, non solo del figlio del proprio partner. Le coppie di donne avranno inoltre accesso alla donazione di spermatozoi, anche se i figli avranno diritto a conoscere l’identità del padre biologico. Rimangono infatti vietati l‘anonimato per il seme, ma anche la donazione di ovuli e l’utero in affitto. Le unioni civili già registrate si trasformerebbero poi in nozze, garantendo anche diritti come l’acquisizione della cittadinanza, se uno dei componenti della coppia fosse straniero. Il fronte del “No” è sostenuto da un trio di partiti nazionalisti e conservatori, guidato dal partito popolare svizzero di destra (Udc). La sua campagna elettorale si è concentrata prevalentemente sui diritti dei minori, con cartelloni che mostrano bambini in lacrime e slogan che affermano che la nuova legge “ucciderà il padre”. Il governo ha provato a rassicurare, appellandosi ai casi di famiglie omogenitoriali già esistenti.

L’altro quesito è stato presentato invece dai giovani Socialisti e chiede di “sgravare i salari e tassare equamente il capitale per lottare contro le disparità nella ripartizione della ricchezza e dei redditi”. Se approvato, i guadagni provenienti da dividendi, azioni, affitti e interessi sul patrimonio saranno soggetti a un’imposta aggiuntiva, del valore di poco meno del doppio di quella ordinaria. Per un sondaggio del primo settembre le probabilità che il nuovo sistema tributario passi sono in bilico, con il 40% dei voti favorevoli, contro il 55% dei contrari. La maggioranza degli svizzeri ha già votato per corrispondenza e le urne chiuderanno alle ore 12. Si attendono i primi esiti nel pomeriggio.

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Roma, con i tagli al monte ore gli operatori che assistono i disabili a scuola rischiano di sparire

di Giuseppe Mammana

È ripartito solo da qualche giorno l’anno scolastico e continuano i problemi per gli ex assistenti educativi culturali, ora operatori educativi per l’autonomia (OEPA).

Parliamo del servizio di assistenza scolastica in favore dei ragazzi con disabilità che frequentano le scuole materne fino alle medie di Roma Capitale. La titolarità del servizio spetta al Comune ma nel lontano 1999 venne esternalizzato alle cooperative sociali. La fornitura tramite cooperativa e l’aggiudicazione attraverso le gare d’appalto comporta un ribasso consistente del costo della manodopera: per ogni ora di assistenza scolastica il Comune versa 21 euro lordi l’ora e al lavoratore arrivano circa 7 euro netti. Mentre non è previsto alcun compenso economico nei casi in cui la scuola è chiusa o durante le giornate d’assenza del ragazzo. In quasi tutti i capitolati d’appalto è prevista la sospensione della retribuzione dopo il quinto giorno di assenza.

Dopo un’estate turbolenta trascorsa senza percepire stipendi a causa della chiusura della scuola e la beffa dell’approvazione di una delibera di indirizzo che non dà alcuna garanzia su un’eventuale internalizzazione. Gli OEPA sono tornati in classe e hanno visto un’importante diminuzione del proprio monte ore.

A Roma il tredicesimo, il decimo, il settimo e il secondo Municipio stabiliscono che ai nuovi utenti debba essere applicato un massimo di dieci ore. All’undicesimo, le ore assegnate per il servizio OEPA sono le medesime. Ma il Municipio, in una lettera inviata alle scuole, si riserva di valutare la situazione e capire solo in un secondo momento se incrementarle. Al nono, ai nuovi utenti è assegnato un massimo di tredici ore a bambino.

I tagli hanno riguardato anche i ragazzi che già usufruivano del servizio di assistenza scolastica. Nel decimo la riduzione è di quattro ore a bambino rispetto all’anno scorso

Insomma, i tagli hanno riguardato in modo trasversale tutti i Municipi. Il rischio dietro l’angolo, è che questa sia solo l’inizio di una progressiva riduzione delle ore e questo processo possa accelerare la scomparsa di quest’importante figura.

Ma non solo: si rischia di pregiudicare gli interventi inclusivi nelle scuole, di mandare in frantumi gli importanti cambiamenti legislativi approvati negli ultimi anni e di lasciare sempre più soli i ragazzi con disabilità e le loro famiglie.

La delibera di indirizzo, approvata il 20 luglio da Roma Capitale, prevede un impegno da parte dell’amministrazione di rilevare il fabbisogno del personale OEPA. E di predisporre gli atti, per procedere al reclutamento degli operatori, come stabilito dal documento previsionale relativo al fabbisogno triennale 2021-2023 del personale dirigente e non dirigente. In quest’ultimo documento, a pagina 30, per l’anno 2023 viene individuato in trecento persone il numero di posti disponibili sotto la denominazione “profilo professionale da definire”.

Ma restano numerosi punti interrogativi.

In primis, bisognerà capire la volontà politica della futura amministrazione comunale, fra poche settimane si terranno le elezioni e non tutte le forze politiche saranno disponibili a superare il sistema delle cooperative sociali. Molti esponenti del Pd sono contrari all’internalizzazione, come Giovanni Zannola, che il 16 ottobre del 2020 quando si doveva votare per la reinternalizzazione del servizio attraverso un’azienda speciale, si astenne, insieme a molti altri suoi colleghi.

In secondo luogo, non è ancora chiaro quali siano i “veri” destinatari dell’intervento. Nella tabella relativa al personale da assumere, accanto alla denominazione “profilo professionale da definire” si fa riferimento a tre diversi profili professionali (b,c, d). La categoria b rimanda al profilo professionale degli OEPA come stabilito dal CCLN. Mentre la categoria c e d, fa riferimento a figure professionali completamente diverse (la prima alle maestre dell’infanzia, la seconda rimanda ad altre categorie come gli assistenti sociali).

In terzo luogo, non si comprende il senso di tale provvedimento. L’assunzione di trecento persone su un totale della forza lavoro che si aggira intorno alle tremila unità rappresenterebbe il 10% del personale, il più grande taglio ai servizi sociali di Roma Capitale degli ultimi anni. Un provvedimento di questo tipo, senza alcuna definizione riguardo al futuro degli altri lavoratori, si delinea come una clamorosa sconfitta per tutto il comparto OEPA di Roma Capitale.

Le domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per queste 2.700 persone? Perché l’amministrazione comunale non considera prioritaria la reinternalizzazione di tutto il comparto OEPA?

L’articolo Roma, con i tagli al monte ore gli operatori che assistono i disabili a scuola rischiano di sparire proviene da Il Fatto Quotidiano.

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