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Le big tech sono troppo grandi per rispettare la legge. Almeno finché tolleriamo la situazione

Le tasse saranno anche “bellissime” (cit. Padoa Schioppa), perché hanno consentito alle nazioni di crescere, ma non c’è dubbio che nella storia siano state una delle maggiori fonti di ingiustizie, e probabilmente alla fine abbiano prodotto più dolori che piaceri. In particolare, quando a doverle pagare implacabilmente fino a privarsi del necessario sono solo quelli che lavorano e faticano per condurre alla fine una vita modesta. Magari mentre ai ricchi, a quanti già possiedono e guadagnano molto – ovviamente con tutti i crismi di legge, a testimonianza che nulla può essere più iniquo delle leggi – il Fisco chiede ben poco, certamente molto meno in proporzione a tutti gli altri.

Ora – in un periodo come il presente, in cui pare che i ceti medi non siano tenuti in grande considerazione dalla politica – pare che qualcosa si stia muovendo, ma cambierà qualcosa? I primi a darsi da fare sono stati gli australiani, intenzionati a far pagare a Google e Facebook l’utilizzo dei dati e delle informazioni disponibili in rete, cui le multinazionali accedono gratuitamente, salvo poi rivenderle a caro prezzo. Da seconda anche l’Unione Europea ha mosso i primi passi per arrivare a un sistema di imposizioni fiscali che escluda alcuni privilegi, al momento amorevolmente riservati alle grosse multinazionali e ai paradisi fiscali. Ancora non è stata presa nessuna decisione ultimativa, ma alcune buone intenzioni sono sul tavolo.

Infine, anche gli Stati Uniti con il nuovo presidente Biden, sembrano volersi avviare sulla strada di una maggiore equità fiscale, mettendo fine all’assurda situazione per cui le grandi multinazionali, le banche, le finanziarie, le compagnie del Websoft (Microsoft, Alphabet-Google, Amazon) grazie a sedi fiscali di comodo, riescono a strappare aliquote fiscali ridicole e profitti inimmaginabili per qualsiasi altro mortale.

Resta in ogni caso sconsolante vedere come nell’epoca di Internet, in cui l’analfabetismo è stato debellato da diversi decenni, in cui le informazioni in apparenza circolano liberamente, in anni in cui la maggior parte dei cittadini sia convinta di vivere in regimi democratici, i popoli continuino a tollerare, senza un minimo di rivolta, di vivere secondo la legge economica di Superciuk, in cui regolarmente e con l’avallo delle leggi si ruba ai poveri per dare ai ricchi. Eppure, è così.

Mentre un lavoratore italiano con un reddito appena superiore ai 29mila euro lordi deve rinunciare al 38% del suo guadagno, le grandi imprese del Websoft hanno fatturati da capogiro, accumulano liquidità da far invidia a qualsiasi banca (500 miliardi nel 2018), capitalizzano più del doppio del Pil italiano, ma pagano tasse nel complesso non oltre il 14% dei guadagni (ovviamente stimati, ma non dichiarati).

In Italia, ad esempio, la misera cifra sborsata all’Erario da queste compagnie supera di poco i 70 milioni, a fronte di un fatturato non inferiore ai 2,5 miliardi (gli studi di settore valgono solo per i comuni mortali) e se capita che per sbaglio un pm accerti l’esistenza di qualche forma di evasione, allora ci pensa il Fisco, solerte nel trovare accordi al ribasso con i grandi evasori, a premiare quelle frodi che la legge dovrebbe punire (es. Apple nel 2015, a fronte di un’evasione accertata di 880 milioni, chiuse con un accordo da 380). Come si dice, anche lo Stato italiano: forte con i deboli, ma debolissimo con i forti.

Ora, come abbiamo detto, pare che qualcosa si stia muovendo, ma noi non siamo particolarmente ottimisti. Certe imprese non sono diventate, come vorrebbero farci credere, too big to fail, sistemiche alla funzionalità del mercato: sono semplicemente diventate troppo grandi per essere ricondotte all’interno di una legalità vincolante per tutti. Aziende come Amazon, Apple, Microsoft, Alphabet, molte società cinesi e molte banche d’affari sono diventate – con la colpevole copertura di molti governi e il tacito silenzio degli elettori – soggetti troppo voluminosi per poter essere obbligati al rispetto delle leggi ordinarie.

Essi hanno una forza di interdizione, un peso economico e politico superiore allo stesso già malmesso rule of law. Come nel XVII secolo durante la Guerra dei Trent’anni, signorotti alla von Wallenstein potevano disporre di eserciti personali con più di 50mila soldati in grado di decidere le sorti di una guerra combattendo per questo o quello stato, nella moderna nuova economia digitale molte imprese sono cresciute a dismisura, approfittando di vuoti legislativi consapevoli e spesso colpevoli. E ora sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo con il mercato e con le leggi, lasciando che queste debbano essere osservate solo dai pesci piccoli.

È chiaro che i timidi provvedimenti del presidente Biden, come le leggi europee o australiane, ben poco potranno contro lo strapotere di Apple, Google, Morgan Stanley, enormi conglomerati cinesi sostenuti dallo stato, se non ci sarà una presa di consapevolezza da parte dei cittadini che i profitti di queste, oltre un certo limite, sono un danno per la convivenza e il mercato, pesanti limiti alla crescita naturale per lavoratori, famiglie, piccoli imprenditori, per quel ceto medio che rappresenta il 75% della popolazione dei paesi sviluppati e che in teoria dovrebbe assicurare lo sviluppo e la democrazia.

Negli anni ’20 i Mucrackers, giornalisti chiamati spregiativamente così perché denunciavano le pessime condizioni dei lavoratori americani, in realtà salvarono l’America e contribuirono alla messa in pratica di leggi e regolamenti che consentirono lo straordinario sviluppo della ricchezza negli Usa, affossando le aspirazioni monopolistiche dei Robber Barons. Il bivio, prima che i mostri economici e dittatoriali prefigurati dall’orwelliano 1984 diventino una realtà irreversibile, è ormai prossimo: sarebbe meglio rimboccarsi le mani e far sentire la nostra voce.

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Banche, anche se la Bce dà l’acqua il cavallo non la beve

Le stanno tentando tutte pur di permettere al sistema bancario di riprendere a finanziare l’economia reale. Ma sembra sempre molto difficile.

Dopo il discutibile quantitative easing, la garanzia statale totale sui finanziamenti previsti da decreto liquidità, le agevolazioni in termini di garanzie offerte da Medio Credito Centrale per operazioni finanziarie direttamente finalizzate all’attività d’impresa, le banche continuano a tenere il freno a mano tirato sulla concessione di finanziamenti. Ma pochi ricordano che la Bce di Mario Draghi nel 2019 è intervenuta a sostegno delle banche con ulteriori due misure, individuate con due acronimi inglesi: il tiering e il dual rate.

Prima di capire cos’è il tiering occorre fare una precisazione sui depositi in eccesso delle banche europee. In generale, ogni istituto di credito del vecchio continente è obbligato a detenere in Bce un certo ammontare di fondi che prendono il nome di riserve obbligatorie minime. Su queste riserve in eccesso le banche oggi pagano un tasso di deposito negativo (oggi a -0,50%). Vi sembrerà strano e vi starete chiedendo: “Ma come è possibile che se do una somma di denaro alla banca centrale, debba anche ripagarla per il fatto che me la detenga?”.

Si tratta, infatti, di un deterrente per le banche affinché, in un periodo in cui la liquidità è aumentata, non trattengano in Bce più riserve del dovuto sottraendole alla più rischiosa attività di impiego, cioè di concedere prestiti.

Ma nonostante il tasso negativo, il rubinetto continuava ad essere chiuso perché la misura erodeva progressivamente gli utili delle banche. E allora è stato introdotto il tiering che non è altro che una soglia di esenzione per le banche dal pagamento del tasso negativo sulla liquidità che hanno depositata presso la banca centrale. Solo quando la loro liquidità supera tale soglia, oggi pari a 6 volte il coefficiente minimo di riserva, sarà applicato sulla parte eccedente il tasso negativo del -0,5% attualmente in vigore.

Il secondo dispositivo, il dual rate, ha invece l’obiettivo di consentire alle banche commerciali di offrire alla clientela condizioni di finanziamento più favorevoli. Anche in questo caso occorre premettere che per le banche commerciali normalmente il margine di interesse, cioè la differenza tra il tasso dei prestiti e quello dei depositi, deve essere maggiore di zero. Ma i tassi negativi della Bce anche sui depositi delle eccedenze di liquidità avevano stravolto questa equazione fondamentale per il conto economico delle banche.

A quale prezzo le banche avrebbero dovuto vendere denaro alle imprese e ai cittadini se pagavano interessi alla Bce sia quando depositavano i loro depositi che quando prendevano a prestito? Sicuramente, e aggiungerei giustamente, ad un tasso più alto rispetto agli standard di mercato.

Allora è arrivato il dual rate con il quale si è deciso di adottare per le banche un tasso d’interesse sui prestiti dalla Bce addirittura inferiore rispetto a quello fissato per i depositi presso lo stesso istituto centrale. A condizione, però, che quei soldi siano dati alla economia reale. Infatti, se le banche che richiedono i prestiti a lungo termine della Bce rispettano determinati requisiti di impiego (prestano soldi), esse si vedranno applicare il tasso di un 1% inferiore rispetto a quello al quale depositano liquidità presso la banca centrale.

Nonostante tutto ciò, tranne qualche eccezione, nell’ambito del sistema bancario non si intravedono significativi segnali di ripresa. Si mette l’acqua ma il cavallo non beve. Un tema da affrontare con urgenza (quanto silenzio in questi mesi) evitando, almeno per una volta, la narrazione delle banche “brutte, sporche e cattive”. Perché la sopravvivenza delle banche è fondamentale per la ripresa del nostro paese. La “bankemia” potrebbe fare più vittime del Covid-19 fino a quando il dottore è più grave dell’ammalato.

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Customer experience, in un settore in rapido cambiamento è questo a fare la differenza

Centri silenziosi, vie della moda deserte, centri commerciali vuoti, negozi che abbassano le saracinesche. Uno scenario che fino a qualche anno fa sembrava impossibile immaginarsi ma che oggi, dopo il knock out delle chiusure forzate per effetto della pandemia, è realtà! La causa, però non è solo il Covid! Il virus ha solo avuto l’effetto di accelerare un processo di consapevolezza.

Il settore della vendita al dettaglio è totalmente cambiato e, come in ogni altro settore, chi non si adatta è destinato al fallimento. Perché in un mondo in cui uno shop viene scelto basandosi su un giudizio osservato sino all’ultima virgola vi è la necessità di rendersi conto che ciò che differenzia un rivenditore da un altro è la customer experience, cioè l’esperienza complessiva che i clienti vivono durante tutta la loro relazione con l’azienda.

I vecchi concetti di marketing, assorbiti solo teoricamente dagli imprenditori, ribadiscono che la strada da percorrere è quella di essere la fonte per risolvere il problema dei clienti o di regalare un’emozione piacevole o ancora di aver rettificato una ingiustizia. Ma dalla teoria alla pratica c’è di mezzo l’organizzazione della cassetta degli attrezzi dell’imprenditore che presenta una enorme lacuna: non si raccolgono ed elaborano i dati dei clienti (anche potenziali).

I dati dei clienti, infatti, sono l’elemento essenziale per migliorare la customer experience. Non solo dati anagrafici o relativi agli acquisti già effettuati ma è necessario conoscere anche le connessioni emotive (ad esempio quella relativa alla coda per entrare nel negozio), le risposte ai desideri più reconditi (ad esempio il processo di restituzione dell’oggetto acquistato), per la vendita al dettaglio del futuro.

Immaginiamo un concessionario automobilistico che vende auto personalizzabili in tutto. Le infinite opzioni del colore, della finitura, delle motorizzazioni, dei servizi integrati, ecc. portano il consumatore a pensare e ripensare sin quando sceglierà l’opzione più semplice: non comprare affatto.

Ancora una volta chi ha, invece, la possibilità di utilizzare i dati potrà restringere il campo delle opzioni per offrire un prodotto mirato al singolo e convincere i consumatori della necessità di dover vivere quel tipo di esperienza e prima ancora di educarli sui benefici di quella esperienza. E poi, dopo l’acquisto, capire se quel tipo di esperienza lo ha soddisfatto!

Ciò che il consumatore desidera è che tu anticipi le sue esigenze in un modo che non può articolare da solo. Pertanto, il rivenditore di domani potrebbe avere meno articoli e maggiore attenzione al cliente. E questo potrebbe essere un vantaggio, perché meno prodotti da supportare significa un budget inferiore.

In sintesi la customer experience inizia molto prima che il cliente metta piede all’interno del negozio e finisce molto dopo. Non dimentichiamo che, negli ultimi 10 anni, ci sono stati tre fondamentali cambiamenti di contesto che spesso gli imprenditori fanno fatica a considerare.

Innanzitutto bisogna fare i conti con il forte incremento della comunicazione. Siti di recensioni come TrustPilot e TripAdvisor rendono certo che ogni qualvolta qualcuno parla di una brutta esperienze, le persone si allontanano sempre più anche da ciò che gli viene consigliato da amici e parenti.

In secondo luogo occorre tener presente l’aumento del numero di canali. L’immediatezza del mobile può fare la fortuna o distruggere, ad esempio, un film nel momento in cui viene proiettato per la prima volta, semplicemente attraverso i commenti scritti persino mentre si è seduti in sala per la visione;

Infine è sicuramente aumentata la percezione delle aspettative. Siti come Amazon dimostrano come dovrebbe essere realizzato un servizio al consumatore ed i clienti sono meno disposti che mai a sopportare un servizio scadente. Un dato, quindi, è certo: i consumatori di domani non continueranno a fare shopping negli stessi rivenditori d’oggi. Ma gli imprenditori, soprattutto i piccoli, non vogliono accettarlo.

Nei processi di riorganizzazione di imprese del settore della grande distribuzione che mi sono trovato ad interfacciare in questi ultimi anni ho riscontrato, quasi sistematicamente, che i rivenditori di oggi non sanno chi sono i loro clienti o, quando li riconoscono, sanno solo una piccola parte di loro che è ancora peggio visto che, in tal modo, non si riesce a capire quali sono i loro desideri reali, di avere, insomma, il quadro completo.

In conclusione, ciò che il cliente si aspetta e desidera sta cambiando rapidamente. I migliori rivenditori di domani saranno, almeno un po’, come i migliori rivenditori del lontano passato. Venderanno un chiaro vantaggio, in un modo divertente, che risolve una situazione riconosciuta dal cliente. E lo faranno ovunque il cliente desideri fare acquisti, sia che si tratti di un centro commerciale che di uno store virtuale. Il domani è qui, è tempo di iniziare però.

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Ristori, stanziamento a rischio in caso di crisi di governo. Gualtieri: “Non deve accadere”. Faraone (Iv): “Pronti a votare lo scostamento”

Non solo il Recovery plan, atteso al più presto a Bruxelles e su cui Italia viva minaccia la crisi di governo. Sul tavolo di Palazzo Chigi l’altro dossier urgente è quello del nuovo scostamento di bilancio, indispensabile per poter erogare i ristori alle partite iva che verranno colpite dalle restrizioni anti-Covid nelle prossime settimane, a partire da quelle che si trovano nelle cinque Regioni da oggi in zona arancione. Il presidente del Consiglio Conte ha annunciato che la proposta di autorizzare l’erogazione di nuove risorse in deficit verrà presentata in settimana in Consiglio dei ministri per poi approdare in Parlamento per il via libera. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervistato sul Corriere della Sera, ne ha ufficializzato l’entità: “Stiamo valutando un intervento da un punto e mezzo di Pil“, cioè pari a circa 24 miliardi. Un miliardo e mezzo sarà impiegato per la campagna di vaccinazione contro il coronavirus, altri tre andranno alla Sanità, mentre le restanti risorse – ha chiarito il ministro – sono destinate ai ristori da qui alla fine della pandemia, al sostegno ai Comuni e alla copertura della cassa integrazione. Un punto ribadito anche dalla ministra del Lavoro Catalfo al Tg1.

“Lo scostamento di bilancio e il nuovo decreto sui ristori”, ha aggiunto Gualtieri, sono due interventi “indispensabili e urgenti, soprattutto alla luce della necessità di proseguire con le misure restrittive di contenimento della pandemia“. A suo parere, quindi, “non vanno messi a rischio“. Il timore della maggioranza è che l’intera partita possa essere congelata in caso di crisi di governo. Basta guardare al calendario: il primo dossier, non più rinviabile, è quello del Recovery e il nuovo Consiglio dei ministri è stato fissato per martedì. Il vertice sullo scostamento di bilancio, quindi, dovrebbe essere convocato nei giorni a seguire. Ma se Matteo Renzi dovesse decidere di staccare la spina a Conte, costringendolo a salire al Quirinale, tutto verrebbe rinviato. A mandare un messaggio a Iv è Luigi Di Maio, che su Facebook scrive: “La crisi economica non aspetta la politica. Chi governa deve dettare i tempi della ripresa, dunque nelle prossime ore chiudiamo il Recovery e consegniamolo al Parlamento, mettiamoci al lavoro sui progetti di rilancio del Paese”, a partire proprio dai “ristori per autonomi, imprenditori, commercianti e tutti quelli che hanno avuto un notevole calo del fatturato a causa del covid”. Per Di Maio, infatti, “il Paese non può e non deve restare fermo. I politici sono pagati per lavorare, non per litigare. Ogni ministro, ogni membro di governo, ogni parlamentare è chiamato a dare il massimo, sempre. Le trame di palazzo, i giochini, non dovrebbero nemmeno sfiorarci”.

Il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone, ha chiarito nel pomeriggio che il suo partito “non farà mancare come sempre il proprio voto” sullo scostamento in Parlamento. “Quando è stato deciso che a Natale tante attività economiche sarebbero state chiuse o avrebbero ridotto drasticamente il proprio orario di apertura per un incremento dei contagi abbiamo promesso rapidissimi ristori che potessero compensare le perdite”, ha dichiarato in una nota. “La promessa va mantenuta senza se e senza ma. Chiediamo quindi al governo di presentare in fretta il provvedimento di scostamento in Parlamento”.

È di fronte a questo scenario di incertezza che va letto l’appello congiunto delle 5 Regioni che da oggi sono in zona arancione. I presidenti di Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, Calabria, Sicilia chiedono con una lettera al governo “di fornire doverose e puntuali rassicurazioni circa un’immediata messa in campo di ristori e la loro quantificazione“. Questo per evitare, scrivono Zaia, Bonaccini, Fontana, Spirlì e Musumeci – “ulteriori penalizzazioni alle categorie colpite e per scongiurare il rischio che interi comparti vengano definitivamente cancellati dalla geografia economica delle nostre Regioni”. Riferendosi all’ordinanza del ministro della Salute di inserirle in zona arancione, i 5 governatori dicono di prendere atto di questa decisione “con la piena consapevolezza che la stessa è stata adottata in base ai dati elaborati dalle Autorità scientifiche e alle indicazioni della Cabina di Regia, a fronte della preoccupante diffusione del virus Covid 19“. “Nel farlo, tuttavia – proseguono -, non si può fare a meno di rimarcare quale ricaduta drammatica il provvedimento abbia su imprenditori e operatori impegnati in attività produttive, commerciali, ricettive, turistiche, gastronomiche, sportive e ricreative”.

Stando a quanto trapelato finora sui nuovi ristori, l’intenzione del governo non è più quella di varare decreti ad hoc a cadenza praticamente mensile, ma di stanziare fin da subito i fondi che serviranno fino alla fine della pandemia. C’è inoltre l’ipotesi di abbandonare il calcolo degli indennizzi in base ai cali di fatturato rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso, per passare a periodi di tempo più larghi, ad esempio a semestre. Si punterebbe poi ad estendere gli aiuti a tutte le categorie che in modo diretto o indiretto hanno subito gli effetti delle norme anti-Covid, non legandoli più all’elenco dei codici Ateco. Di conseguenza è allo studio un sistema di perequazione tra quanto spetterebbe con i nuovi meccanismi di calcolo e quanto liquidato finora. Sul tavolo c’è infine un’ulteriore sospensione delle cartelle o una nuova rottamazione.

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Le nuove regole sono un’opportunità per i debitori. E che le banche si lecchino le ferite

Non vi fate ingannare. Le banche già lo sapevano da quasi tre anni e stanno utilizzando strumentalmente una opportunistica apologia della crisi per non far emergere i loro già gravosi problemi inerenti la gestione dei crediti difficili, i cosiddetti Npl (non performing loans), e indurre il governo a intervenire nei confronti di Bruxelles per sospendere o comunque arginare gli effetti della disposizione che, varata in sede europea nel luglio 2018 (!!), entrerà in vigore dal 1° gennaio del 2021. Cosa dice questa legge?

La Banca centrale europea chiede alle banche di svalutare completamente in tre anni i crediti deteriorati non assistiti da garanzia ipotecaria e in 7-9 anni se coperti da garanzie reali al fine di non consentire alle banche magheggi sui loro bilanci. Cosa significa “svalutare completamente”? Iscrivere in bilancio l’intera perdita.

La Bce non ha più potuto fare finta di non vedere! Cosa hanno combinato di preciso le banche in merito alla valutazione nei loro bilanci degli Npl? Semplice, non li hanno valutati come tali. Continuavano a tenere iscritti in bilancio crediti putrefatti come poste sane, nel gergo “in bonis”. In diritto si chiama falso in bilancio.

Un esempio? In Monte dei Paschi di Siena, secondo quanto riportato da Il Fatto, nel febbraio 2019 sono scattati controlli della Vigilanza di Francoforte mirati a verificare, tra l’altro, la veridicità della posta di bilancio degli accantonamenti per le perdite su sofferenze (Npl) derivanti da crediti incagliati (Utp) con anzianità superiore ai sette anni.

Ben venga quindi questa legge. Le banche si lecchino le loro ferite e se proprio vogliono evitare il fallimento di una consorella aumentino le loro quote di partecipazione al Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi). Ma, ecco il punto, cosa stanno facendo i rappresentanti del sistema bancario in questi giorni, a poche ore dalla entrata in vigore della legge, dimostrando la consolidata attitudine a gestire l’immediato senza alcuna visione strategica?

Si stanno preoccupando, bontà loro (!!!), delle sorti di milioni di imprenditori e cittadini che dal 2021, complice un’altra assurda legge, potranno finire molto più facilmente nella lista dei “cattivi pagatori” e precludersi, in tal modo, l’accesso al credito. E quindi paventano la minaccia della chiusura dei rubinetti del credito sperando che il governo faccia un intervento di doppia pressione sulle istituzioni europee per arginare gli effetti di entrambe le leggi. Quanta ipocrisia!

Il credito bancario è già fermo da oltre un decennio (meno 200 miliardi di euro dal 2008 al 2019), 16 milioni di italiani già sono segnalati come lebbrosi nelle banche dati creditizie da anni e per pochi spiccioli, per cui utilizzare strumentalmente questa “evangelica preoccupazione per il prossimo” per portare subdolamente a casa invece il risultato di una sospensione della legge sul calendar provisioning fornisce una idea precisa del livello del nostro top management bancario.

Stiano zitti e facciano invece parlare i veri danneggiati. Quelli che, finora (e da ora) non hanno potuto restituire i soldi ricevuti in prestito dalle banche. Le quali, però, hanno perpetrato abusi (usura, anatocismo, e tante altre irregolarità) nei loro confronti. Quelli che, questa volta, hanno, invece, un’arma a loro disposizione.

Possiamo per una volta, appunto, fregarcene delle banche e sostenere che tale misura, se tecnicamente seguita da professionisti esperti del settore, può risultare determinante per risolvere (forse inconsapevolmente) il problema degli imprenditori e dei cittadini – che, sebbene vessati dalla banche, vogliono comunque arrivare a una transazione per il rimborso, ripulirsi delle macchie bloccanti presenti nelle banche dati (Centrale Rischi, Crif, Experian, ecc) e ripartire con la possibilità di accedere al mercato del credito?

E inoltre, diciamolo con estrema trasparenza senza aver paura di vederci scomunicare dalla comunità dei buonisti formali, mai come in questo caso la tanto vituperata lentezza della nostra giustizia civile per arrivare a una sentenza definitiva (mediamente sette anni) è manna caduta dal cielo per chi avvia un’azione giudiziaria contro la banca per vedersi riconosciuto l’indebito percepito e fare una transazione.

Non è istigazione a delinquere. E’ solo un consiglio per difendersi in maniera più efficiente dagli abusi bancari. Questo combinato disposto (magistratura lenta e disposizioni della Bce) ci permette di fornire ai tanti debitori qualche consiglio utile e di carattere generale su come affrontare una situazione di criticità, soprattutto in relazione a quelle condizioni limite in cui, ignari delle vessazioni subite, ci si sente come stritolati dalle spire di un sistema che non lascia respiro e si teme di “perdere tutto”.

Alla banca si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Che significa “contestare”? Leggete quanto già detto su queste colonne e avrete la soluzione.

Auguri e che il 2021 sia un anno migliore – non solo per le banche.

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Giornata mondiale della pace, in Manovra ancora soldi per spese militari. Ora basta

Il primo gennaio di ogni anno, a partire dal 1968, si celebra per volere dei pontefici la “Giornata mondiale della pace”. Nel 2021 essa acquista senza dubbio un significato particolare, perché l’umanità sta affrontando la tragedia della pandemia e quindi risulta ancor più inaccettabile che le spese per gli armamenti continuino a crescere, sottraendo risorse preziose alla sanità e alla salute delle persone.

Partendo dalle conseguenze economiche devastanti della crisi attuale, Papa Francesco, nel suo messaggio, rilancia la proposta di Paolo VI all’assemblea Onu del 4 ottobre 1965: “Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato a rendere normali i conflitti nel mondo? Come convertire il nostro cuore alla pace nella solidarietà e nella fraternità?”. Quello che sta accadendo mette in luce la grande dispersione di risorse in armi, che invece potrebbero essere utilizzate “per la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari”. Per questo Francesco, rivolgendosi ai capi di Stato, chiede di “costituire con i soldi delle armi e delle spese militari un Fondo mondiale per eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo”.

In effetti andrebbe rispolverata quella bella frase pronunciata da Sandro Pertini – che resta di gran lunga il miglior Presidente della Repubblica che l’Italia abbia avuto – nel messaggio di fine anno del 1979: “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai”. Pertini era stato comandante partigiano e la barbarie della guerra la conosceva bene in prima persona. Oggi i conflitti, molto più che in passato, appaiono come annientamento e distruzione senza limiti, come carneficina ottenuta scientemente con le più sofisticate apparecchiature tecnologiche. Adesso più che mai dobbiamo ripetere, con Omero, che polemos kakos, che la guerra è un male.

L’auspicio di Pertini è rimasto certo inascoltato, se le spese militari nel nostro Paese continuano a crescere da anni: nel 2020 abbiamo speso oltre 26 miliardi (un miliardo e mezzo in più del 2019), cioè 70 milioni al giorno. Peraltro, mentre crescevano le spese per gli armamenti, aumentavano i tagli alla sanità pubblica, e ora ne subiamo le drammatiche conseguenze. Il risultato è che mancano i posti letto e i ventilatori polmonari, ma abbiamo gli F35.

A fine novembre apprendiamo ahimè che nella legge di bilancio per il 2021 si stima siano stati stanziati ben 6 miliardi per l’acquisto di “nuovi sistemi d’arma”. Non si è fatta attendere la reazione del sindacato Sibas-Finanzieri, che con un accorato appello alla politica chiede meno spese militari e più spese sociali per sanità e istruzione: “Ci chiediamo – si legge nel comunicato stampa del 30 novembre – se sia oggi eticamente sostenibile, in piena crisi sanitaria, spendere 6 miliardi per l’acquisto di nuove armi. Noi del Sibas-Finanzieri ci auguriamo che sul tema si apra un adeguato dibattito e che quelle risorse possano essere invece destinate alla sanità pubblica e alla pubblica istruzione. Non abbiamo bisogno di cacciabombardieri, ma di reparti efficienti di terapia intensiva! Non vogliamo missili, ma scuole sicure!”.

Questa pandemia ci offre davvero un’occasione storica per ridefinire le priorità, per capire come spendere meglio il denaro dei contribuenti che finisce negli “arsenali”, e magari anche per chiederci se le cosiddette “missioni di pace” si possano veramente conciliare col “ripudio della guerra” sancito a chiare lettere nella nostra Costituzione. Rileggiamolo l’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Più chiaro di così?

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Cambiano le regole sui conti bancari. Ecco il regalino di fine anno, altro che rinascita

In questi ultimi giorni dell’anno trionferà una forma scontata di retorica speculare. Quella del 2020 come il peggiore della storia recente, da lasciarsi alle spalle con tutto il suo carico di disgrazie e restrizioni provocato dall’emergenza seguita al Covid-19, a cui si affiancherà quella di un 2021 destinato a segnare la rinascita generale grazie al vaccino e a un’economia che potrà ripartire col vento in poppa.

Come in tutte le forme di retorica, c’è ovviamente una parte di verità, ma proprio la retorica serve invece a nascondere alcuni dati essenziali grazie a cui scoprire che il 2020 non è stato per nulla un incidente di percorso, una disgrazia piovuta su un mondo felice, e soprattutto il 2021 non si presenta affatto come l’anno della rinascita. Anzi. Certo, il vaccino. Certo, la fine di un incubo per milioni di persone in tutto il mondo. E certo, la possibilità di sconfiggere il terribile virus e poter tornare a una vita “normale”.

Ma proprio su questo “normale” bisognerebbe concentrare la nostra attenzione, per accorgerci di un “regalino” di fine anno che dà la misura chiara e netta di quanto la retorica di cui sopra finisce col nascondere il dato essenziale. Quello per cui il vero virus dell’Occidente è un altro ed è questo a costruire un ambiente fervido per la comparsa di tanti altri virus devastanti, di cui il Covid-19 rappresenta il caso più impressionante ma non certo quello più grave.

Sto parlando del nuovo regolamento sui conti bancari imposto dall’Eba (l’autorità bancaria europea). In base a tale regolamento, è notizia di questi giorni, basteranno soltanto 100 sporchi euro di rosso sul conto per vedersi bloccato dalla propria banca qualsiasi tipo di pagamento (utenze, stipendi, rate di finanziamenti, contributi previdenziali etc.).

Ciò varrà per le imprese come anche per qualunque cittadino privato: se in tre mesi non si riuscirà a coprire quei cento euro di rosso, la banca segnalerà il cliente alla centrale rischi classificando la sua “enorme” esposizione come “credito malato”.

Guarda caso proprio tra Natale e Capodanno, nel mezzo delle festività più sentite (e forse più ipocrite…) dell’Occidente, viene suggellato questo ennesimo scempio sociale. Una misura che dovrebbe destare scandalo e sconcerto in qualsiasi momento, ma che grida vendetta in un contesto in cui famiglie, lavoratori, piccole e medie imprese sono falcidiate da una crisi economica che era già devastante e che si è fatta mortale per molti (troppi) a causa degli effetti della pandemia.

Qui torniamo alla retorica di cui parlavamo all’inizio, quella che vorrebbe convincerci del 2020 come annus horribilis, nel momento stesso in cui ci promette un 2021 di salvezza grazie al vaccino e al superamento della pandemia.

Ragioniamoci un attimo: il 2020 anno orribile per chi, se i dati economici ci dicono che le classi economicamente più ricche hanno visto aumentare a dismisura i loro profitti proprio nel periodo dei vari lockdown e della crisi che ha gettato nel disagio e nella miseria milioni di famiglie?! E ciò, in larga parte, proprio grazie alle speculazioni finanziarie sulla pelle di artigiani e piccole imprese costrette al fallimento?!

Ma soprattutto, quale 2021 di rinascita se queste sono le premesse?! A cosa mai servirà immunizzare milioni di persone dal Covid-19, se quelle stesse persone sentiranno stringere sul collo il laccio mortale di un potere finanziario che non guarda in faccia nessuno, dettando l’agenda politica a governi ridotti a notai di misure destinate a distruggere la vita delle rispettive popolazioni?!

E ancora, ma dove sono, di grazia, le varie Sardine, i girotondi, la Sinistra, sempre pronti a mobilitarsi legittimamente quando al governo c’è Matteo Salvini e si tratta di difendere la vita e la dignità degli immigrati o in genere degli emarginati?! Sono forse questi dei giorni di vacanze sacre e inviolabili, per cui è lecito aspettarsi qualche iniziativa dopo che anche la Befana avrà svolto il suo compito?! Torneranno a ricordarsi della Costituzione dopo il 7 gennaio?

Voglio sperare che tutti i governi politici d’Europa, a cominciare da quello italiano, si stiano dando seriamente da fare per impedire questo ulteriore scempio sociale, recuperando dignità e capacità di azione rispetto al potere finanziario cui risultano tristemente genuflessi da troppo tempo. Ne va della pace e della stabilità sociale, perché la corda della sopportazione popolare rischia di spezzarsi da un momento all’altro.

In caso contrario, altro che 2020 anno orribile da lasciarsi alle spalle e 2021 anno della rinascita. Se non ci diamo da fare, qui e ora, per sconfiggere il virus finanziario dell’Occidente, il 31 brinderemo tristemente soltanto all’essere sopravvissuti. Fino a qui.

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Turismo, ‘l’esperienza Italia’ sarà la prima a riprendersi. Ma serve modernizzare l’offerta

Lo Unwto (United Nation World Tourism Organization) parla di un crollo mondiale del turismo del 70%. La domanda principale è come affrontare questa crisi. Lo Iata (International Aviation) stima che si tornerà, in termini di voli e turismo ad esso legati, all’epoca pre-Covid entro il 2024. Una stima rivedibile ma che, se aggiungiamo il tema sanitario a quello economico scatenato dalla crisi (per dirla semplice niente soldi poche vacanze, ricordate il 2009) definire una data precisa è ancora un atto quasi di fede.

Come Italia abbiamo un patrimonio che ci invidia il mondo e, cosa importante, un patrimonio che attira clienti/turisti che spendono. Bene inteso il turista mordi e fuggi che ti atterra nell’aeroporto lontanuccio così risparmia quei 5 euro fa sempre bene, ma il turista che arriva qui e spende una settimana per immergersi nell’Italian way, decisamente piace di più.

È su questo che dovremmo puntare, soprattutto come crescita di tutte quelle realtà che, pur se geograficamente e tecnologicamente più lontane dai grandi centri urbani, sempre più negli ultimi anni (2020 escluso ovvio) sono divenuti un’esperienza che all’estero è molto richiesta. Resta da capire come molte piccole realtà di qualità possono promuoversi presso gli operatori esteri (agenzie di viaggio, pr, butler di famiglie nobili).

“La domanda di italianità è cresciuta molto, come piattaforma online di turismo abbiamo rilevato una crescente domanda di esperienze, soprattutto da grandi network, clienti ricchi per semplificare” mi spiega Alessandro Mancini Ceo di Connect2Italy. La sfida adesso è accrescere la proiezione turistica.

Le fiere del turismo B2b, come il Itb di Berlino o il Bit di Milano, nel 2020 non hanno avuto luogo (il che impatta il turismo 2021). Non è sicuro che le fiere avranno luogo nel 2021. Tuttavia il sistema turistico non può limitarsi a dipendere dalle fiere di settore. È plausibile utilizzare questi mesi di ferma obbligata per investire nelle proprie risorse: aggiornando l’offerta, ristrutturando, investendo su e-commerce digitali etc. Lo conferma un Four Season di Milano che ha di recente annunciato una temporanea chiusura per aggiornare i suoi servizi e offerta.

L’opportunità digitale è un fenomeno che molti retailer hanno valorizzato in questi mesi. Per quanto di solito si faccia riferimento ai siti b2c (per utenti/consumatori) molte sono le soluzioni digitali con cui le aziende di servizi come il turismo, possono trovare clienti on line.

“Molte strutture stanno approfittando di questa pausa per partecipare con nuovi stili di promozione. Con le fiere cancellate i siti di e-commerce b2b (per soli operatori del settore nda) sono un’ottima soluzione per trovare clienti risparmiando le costose fiere di settore, che al momento sono bloccate”, mi spiega il co-founder di Connect2Italy.

Lo scenario turistico italiano nel 2021 è stimato in crescita, seppur con numeri in lenta evoluzione. Se consideriamo sia l’incoming straniero che la domanda interna “l’esperienza Italia” come confermato da Mancini, sarà la prima a riprendersi.

Alessandro Mancini ed i suoi hanno creato una sorta di Club che raccoglie il mondo in una piattaforma online, all’interno vi sono i buyers interessati a comprare esperienze e luoghi made in Italy, senza muoversi dalla propria scrivania.

Ovviamente molto sta alla scelta dei singoli albergatori, ristoratori e altre realtà legate al mondo esperienziale turistico italiano, di affrontare una scelta di modernizzazione sia digitale che in termini di proposizione commerciale, mirando ad una sempre maggior autenticità e qualità dell’offerta turistica.

Se consideriamo che l’Enit aveva pianificato una crescita superiore ai 18 miliardi, generate dal turismo estero verso l’Italia, per il 2020, si comprende come le premesse economiche e di interesse siano presenti. Ovviamente non sarà facile, ma siamo in Italia: qui di facile non c’è mai nulla. Ma come italiani ci siamo abituati nel tempo ad affrontare ogni sfida.

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Il Banco Bpm chiude trecento filiali. E noi diciamo addio a forme di credito differenziate

I tecnicismi ci interessano molto poco, i dettagli che saranno ovviamente concordati con i sindacati passano in seconda fila. Non importa quante filiali verranno chiuse esattamente e dove. Quanti uomini, quante donne e in quale ruolo verranno allontanati, se vecchi, giovani, licenziati o esodati, premiati o semplicemente incoraggiati.

La sostanza è che anche il Banco (ora) Bpm si prepara a dare un altro colpo di grazia alla sua struttura – magari in vista di inopinate acquisizioni – liberandosi proprio nel periodo natalizio di oltre 1500 dipendenti e chiudendo 300 filiali, proseguendo un trend dimagrante già inaugurato da tempo, portando a termine la strada già percorsa da quasi tutti gli altri istituti di credito, apparentemente verso una configurazione delle banche fondata sulla macelleria sociale, non sappiamo se solo del personale o anche della clientela (con la benedizione, e se possibile l’incoraggiamento, della Bce, della Banca d’Italia, del Governo e dell’Abi).

Mettendo così una pietra tombale sulla speranza collettiva che possano esistere forme di credito differenziate, e non solo un credito – fintanto che la Legge non interverrà nuovamente – lontano, per non dire contro, gli interessi e le finalità dei piccoli risparmiatori, dei lavoratori, dei piccoli e medi imprenditori. In breve, con questi provvedimenti prendiamo atto che abbiamo scritto la parola fine di quello che si chiamava Credito Popolare.

Per questo, rifiuto qui l’analisi dei dettagli di queste decisioni, perché quello che conta è solo la sostanza, che è particolarmente grave e dolorosa. Infatti alcuni di noi, insieme a qualche milione di altri italiani, credevano, hanno creduto e credono tuttora nella possibilità di un Credito Popolare, cioè di quella forma di esercizio delle attività bancarie per finalità mutualistiche e popolari.

Per queste hanno lavorato e si sono dedicati alle numerose realtà inaugurate a fine ‘800 non sognatori o baloss qualsiasi, ma gente del calibro di Angelo Messedaglia, probabilmente il più grande economista italiano e tra i maggiori europei dell’800, o Luigi Luzzatti, ministro e capo del governo di altissimo profilo, autore di provvedimenti fondamentali per lo sviluppo economico e civile dell’Italia. Nulla di trascendentale, semplicemente istituti creditizi tagliati a misura del territorio, attenti a quei ceti medi che dovevano crescere e che fino ad allora erano stati esclusi.

Tutti sappiamo poi che gli uomini, non solo gli italiani, riescono a rovinare anche le idee migliori. Parlando di Credito Popolare, tutti conosciamo gli abusi, le deviazioni dalla strada maestra, i cattivi esempi che non mancarono negli anni a seguire.

E quando qualcuno decise che tutte le banche avrebbero dovuto essere uguali (1992 circa), imprese per fare profitti e non più soggetti con finalità di interesse pubblico, anche le popolari si adeguarono e abbiamo avuto in questo modo la Popolare di Vicenza con Zonin, e poi Montebelluna, Lodi e molti altri casi scandalosi e imperdonabili, ancor più dolorosi perché perpetrati all’ombra di etichette tanto linde quanto ingannatrici. E infine, la disgraziatissima e insensata legge di abolizione di fatto e di diritto delle banche popolari, nulla di più che una certificazione dell’esistente, una specie di atto da Maramaldi.

In quegli anni, bene o male, nonostante la Borsa, che sotto la guida di Fabio Innocenzi aveva portato con sé anche le drammatiche vicende di Italease, Lodi e quant’altro, e il successivo crollo del valore azionario, nonostante la fusione (poco più che un assorbimento da parte dei milanesi) del Banco Popolare (divenuto Banco Bpm), se non altro ci era rimasta una speranza, l’aspirazione che la grande tradizione del credito popolare in qualche modo non fosse del tutto morta e anzi in qualche modo potesse prima o poi riprendersi.

Una strada difficile, che aveva bisogno di un minimo di slanci ideali e dell’antico desiderio del mondo bancario di essere di aiuto al proprio paese, non di fare solo profitti. Una speranza vana perché sono i fatti che sostanziano le parole e non viceversa, e proprio questi siamo ora qui a ricordare.

Non sappiamo se quest’ultima decisione di ulteriori, pesanti tagli per il Banco Bpm porterà a risultati positivi, ma tutti ce lo auguriamo. Anche se temiamo di no, nonostante la fissazione per i profitti e la prospettiva di cortissimo periodo cui si inserisce, perché le banche non sono imprese a sé stanti. Sono emanazione del territorio, non della finanza internazionale o di astruse autorità centrali.

Se il territorio produce e funziona, le banche godono, fanno profitti e lo sostengono nei processi di arricchimento, senza dover ricorrere a trucchetti o peggio a comportamenti, diciamo, poco comprensivi della realtà territoriale. Se il territorio fatica, anche le banche vanno in crisi anche se si dimenticano delle loro radici, dei loro successi, della loro funzione storica e dell’umanità che in loro ha creduto e con loro è cresciuta. E se poi si pensa di risolvere ogni cosa con tagli e licenziamenti…

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Gualtieri: “Semplifichiamo regime fiscale degli italiani dal 2021. Giusto che si paghi meno ma che paghino tutti”

“Nel 2021 semplificheremo il regime fiscale degli italiani, applicando il principio sempreverde secondo cui è giusto che si paghi meno perché pagano tutti”. Sono le parole del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ad Assisi ha annunciato la revisione del sistema fiscale del nostro Paese a partire dall’anno prossimo. Il titolare del Tesoro ha parlato anche di Recovery Fund, ripercorrendo le linee guida presentate dal governo al Parlamento nei giorni scorsi. “La riduzione delle imposte è una spesa strutturale”, ha precisato, “quindi non finisce quando finirà la spinta del Recovry. Quest’ultimo servirà per sostenere e finanziare l’entrata a regime della riforma fiscale, per esempio migliorando il contrasto all’evasione fiscale o la digitalizzazione dei pagamenti”.

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