Archivio Tag: Francia

Christine Lagarde al vertice della Bce: l’avvocata d’affari che dopo il caso Grecia si è pentita della politica di austerità

Quando arrivò a Bercy modificò radicalmente il modo di lavorare. Al ministero dell’economia francese puntualità ed efficienza divennero le due parole d’ordine. Non tutti apprezzarono e i nemici si moltiplicarono. Ma questo non le impedì di far carriera. Anzi. Da allora Christine Lagarde, appena indicata come futuro governatore della Banca centrale europea, ha collezionato un successo dopo l’altro: prima donna al ministero dell’economia con l’ex presidente Nicolas Sarkozy, prima donna nominata direttore generale del Fondo monetario internazionale ed infine, a 63 anni, prima donna a guidare la politica monetaria dell’Unione.

Non caso, già nel 2018, la rivista statunitense Forbes l’aveva indicata come la terza donna più influente del mondo, dopo la cancelliera Angela Merkel e l’ex premier britannico Theresa May. “Ha saputo imporre la calma senza porsi come una persona moralmente superiore – spiegò un funzionario del ministero dell’interno al giornale francese La Tribune dell’ottobre 2010 – Oggi è molto apprezzata perché porta un tocco di umanità”. Proprio lei che dal suo metro e ottanta d’altezza, con andatura altera e abbigliamento elegantemente austero, sembra guardare tutti dall’alto verso il basso. Forse anche perché essere donna di potere in un mondo di uomini non è affatto facile: “Si perdona meno un orlo disfatto ad una donna che un vestito un po’ stropicciato ad un uomo”, come ha più volte avuto modo di ribadire. Figurarsi poi, una donna che ha anche il coraggio di dichiarare pubblicamente una vita sessuale appagante anche “oltre i 50 anni”.

Di certo, nel suo percorso lineare, un tocco di “umanità” lo ha lasciato l’affare Tapie per il quale la Corte di giustizia della République l’ha ritenuta responsabile di “negligenza” nel 2016. La colpa? Per i giudici, da ministro, ha trattato con troppa “leggerezza” la gestione di un contenzioso costato oltre 440 milioni alle casse dello Stato francese. Una sentenza storica pronunciata nella sala dove nel 1793 Maria Antonietta venne giudicata per aver “dilapidato i beni della Francia”. Ma, si sa, errare humanum est. Così, già ai vertici dell’Fmi, madame Lagarde è risultata “colpevole, ma non condannata” come riferisce il giornale Le Monde del 22 dicembre 2016. Il simbolo di una “giustizia a due velocità” in un verdetto “politicamente criticabile” che in compenso non ha avuto alcun effetto sulla carriera di Madame Lagarde.

Sposata con l’imprenditore Xavier Giocanti, madre di due figli avuti dall’ex marito, l’analista Wilfrid Lagarde, il futuro governatore non è esattamente il prototipo del politico francese. E forse anche per questo è al tempo stesso temuta e apprezzata dal presidente Emmanuel Macron che non vorrebbe subirne la popolarità in Patria. Parigina per nascita, madame Lagarde è però fuori dai giri dell’Ecole nationale d’administration (Ena) attorno alla quale ruota buona parte della politica francese. Anche perché non è riuscita a superare l’esame di ammissione per ben due volte. Ma è senza dubbio un brillante avvocato d’affari che, dall’età di 17 anni, si è formato negli Stati Uniti e che ha saputo combinare il savoir faire francese alla praticità americana.

Prima figlia di quattro, unica donna, ha avuto un’infanzia segnata dalla morte del padre. La mamma, docente di lettere classiche, le ha insegnato con i fatti l’importanza dell’indipendenza che ha consentito alla famiglia di andare avanti nonostante il grave lutto. E la Lagarde è stata l’allieva perfetta: da scout ha subito mostrato doti di leadership diventando chef de sizaine, responsabile del team. “Non ho mai funzionato da sola, sia che con i miei fratelli che nella vita” ha confessato all’Agence France Presse dello scorso 2 luglio. Persino nel nuoto, dove si specializza nel sincronizzato, sport in cui la sintonia di squadra è tutto. “ Ho avuto fortuna perché sono cresciuta in un ambiente allo stesso tempo intransigente e tollerante, cristiano e impegnato, più a sinistra che altrove – ha raccontato al giornale francese La Tribune in un’intervista dell’ottobre 2010 –. Molto presto (…) sono andata a vivere negli Stati Uniti e mi son aperta al mondo. Questa dimensione mi ha trasformato in profondità. Quando ci si ritrova soli in una cultura, in una lingua e in una modalità di funzionamento che vi sono estranei, ci si rinforza”. E forse anche qualcosa in più perché la relazione fra Stati Uniti e Europa è diventata una costante nella vita della Lagarde e lo resterà per sempre. 

Agli inizi della carriera, dopo l’Università a Paris Nanterre, la giovane Lagarde inizia uno stage nello staff del deputato americano William Cohen che in seguito diventerà segretario della Difesa durante la presidenza di Bill Clinton. Nel 1981, a Parigi, entra nello studio legale Baker & McKenzie per diventarne il numero uno diciotto anni dopo. La carriera politica inizia con Jacques Chirac e Jean-Pierre Raffarin. Così, agli inizi del 2000, l’avvocato d’affari si trasforma in economista con visioni sempre fuori dagli schemi. Sul caso Lehman si sente di puntualizzare che le cose sarebbero andate diversamente se ci fosse stato un team femminile a gestire la partita “perché le donne hanno un approccio al rischio diverso”. Sulla vicenda della crisi greca, da capo dell’Fmi, ammette che forse l’eccessiva politica di austerità è stata un errore. Sull’ambiente sostiene l’odiata carbon tax è l’unica via d’uscita e sulla globalizzazione ritiene che Donald Trump abbia ragione quando chiede “un migliore rispetto delle regole del gioco e anche dell’ambiente e in funzione specifica dell’obiettivo di inclusione dei popoli” come spiega in un’intervista a Les Echos del novembre 2018.

Ma dal prossimo novembre il suo campo d’azione sarà l‘Europa in cui ha ancora fiducia; non ne teme l’implosione. Anche perché l’Italia “tiene molto alla zona euro”. C’è da scommettere che la sua sarà una politica accomodante, sempre nei limiti del mandato della Bce sull’inflazione, in continuità con il percorso già delineato da Mario Draghi. Una nuova avventura che inizierà consapevole del fatto che “la riuscita non è mai qualcosa di acquisito. È un combattimento perpetuo. Ogni mattina, bisogna portare il proprio contributo e ridare prova delle proprie capacità – si legge sul sito di La Tribune in un’intervista dell’ottobre 2010 -. Ciò che ha richiesto anni ad essere costruito, può affondare l’indomani. Sono profondamente convinta della necessità di andare avanti passo dopo passo, di rimettersi in questione tutti i giorni, essendo coscienti della fragilità del nostro percorso”. Ma anche della fragilità dell’economia mondiale e soprattutto di quella europea.

L’articolo Christine Lagarde al vertice della Bce: l’avvocata d’affari che dopo il caso Grecia si è pentita della politica di austerità proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Vincent Lambert, il caso si riapre: corte di Cassazione di Parigi annulla la sentenza che vietò ai medici di staccare la spina

Il caso di Vincent Lambert si riapre, un’altra volta. Il 42enne tetraplegico, da oltre dieci anni in stato vegetativo, in Francia è diventato il simbolo del dibattito sul fine vita e da tempo continua la lotta tra la moglie e i medici da una parte, che vogliono staccare la spina, e i genitori che si oppongono dall’altra. Oggi la corte di Cassazione di Parigi ha cancellato la sentenza della Corte d’appello (dichiarandola non competente) che il 20 maggio scorso accolse il ricorso presentato in extremis dai genitori per proseguire l’idratazione e l’alimentazione del figlio all’ospedale di Reims, mentre i medici erano già pronti a staccare la spina.

La decisione della Corte – ha detto il legale della moglie di Vincent contraria all’accanimento terapeutico – riapre dunque la possibilità di sospendere le cure. La spina può essere staccata “già da ora”, ha dichiarato l’avvocato ai cronisti che lo attendevano al palazzo di giustizia, aggiungendo: “Nessun ricorso è ormai possibile perché non c’è più alcun giudice a cui rivolgersi”. L’odierno pronunciamento della Cassazione scrive a suo avviso la parola “fine” al caso Lambert. Ma è arrivata la secca replica dei genitori di Vincent. Per voce del loro legale, Pierre e Viviane Lambert, vicini ai cattolici integralisti della Fratellanza Sacerdotale San Pio X, hanno paventato una denuncia per omicidio se il figlio verrà lasciato andar via.

Il 20 maggio scorso, dopo una guerra decennale tra fazioni politiche, familiari e tribunali, il medico annunciò – come previsto – che avrebbe interrotto i trattamenti che tengono Lambert artificialmente in vita. Polemiche, disperazione dei genitori, poi la sera stessa il colpo di scena: con la Corte d’appello di Parigi che ordinava la ripresa immediata di quei trattamenti almeno fino a quando un comitato dell’Onu per i diritti dei disabili, al quale i genitori avevano inviato uno dei tanti ricorsi, non si sarebbe espresso. Per i magistrati della Cassazione, però, i giudici d’appello non erano competenti a esprimersi. L’ordine di proseguire le cure, impartito poco più di un mese fa, è dunque da considerarsi nullo.

È dal 2013 che la famiglia si divide sulla sorte di Vincent. La moglie Rachel, suo nipote e sei fratelli e sorelle hanno accettato la decisione dei medici. Papà Pierre e mamma Viviane sono invece contrari, così come un fratello e una sorella. Il medico curante, Vincent Sanchez, è stato colui che aveva ufficializzato la decisione di lasciarlo andare, condivisa da almeno una ventina di equipe mediche durante questi anni di battaglia legale. Al momento, resta valido quanto prescritto dalla legge in vigore, approvata nel 2016, e cioè nessuna eutanasia o suicidio assistito ma l’autorizzazione alla sospensione dei trattamenti in caso di “ostinazione irragionevole”.

L’articolo Vincent Lambert, il caso si riapre: corte di Cassazione di Parigi annulla la sentenza che vietò ai medici di staccare la spina proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Francia, uomo apre il fuoco davanti a una moschea di Brest, poi si suicida: “Due feriti, anche l’Imam”

Si è suicidato l’uomo in fuga e ricercato dalla polizia dopo aver aperto il fuoco davanti a una moschea di Brest, nel nord della Francia, ferendo due persone questo pomeriggio. A dare la notizia sono fonti della polizia che citano media locali.

Tra i primi a diffondere la notizia della sparatoria era stato il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, precisando in un tweet che la polizia è “mobilitata”. Secondo il quotidiano locale Le Telegramme, l’uomo ha aperto il fuoco a più riprese davanti alla moschea del quartiere di Pontanezen. Due persone sono rimaste ferite: “I due uomini erano coscienti quando sono arrivati i soccorsi”, ha raccontato un testimone al giornale locale, precisando che i due sarebbero stati colpiti alle gambe. Uno dei due sarebbe l’imam della moschea, Rachid El Jay, noto per le polemiche suscitate da alcune sue prediche pubblicate su Internet in cui condanna le donne o la musica come “creature del diavolo”, riporta il sito di Le Parisien.

“I nostri servizi sono mobilitati per fermare l’autore degli spari che hanno ferito due persone, davanti alla moschea di Pontanézen, a Brest. Ho chiesto ai prefetti di rafforzare la sorveglianza dei luoghi di culto nel Paese”, aveva poi scritto su Twitter Castaner.

L’articolo Francia, uomo apre il fuoco davanti a una moschea di Brest, poi si suicida: “Due feriti, anche l’Imam” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Alessandro Arlotti, l’italiano di Francia che l’under 21 ha strappato ai cugini rivali

Il capitano dell’U17 del Monaco, Alessandro Arlotti, è una promessa del calcio transalpino (o quasi). Nasce in Francia, a Nizza, il 2 aprile 2002 da genitori italiani e dal 2016 ad oggi ha messo a segno più di 60 gol e 30 assist nei campionati giovanili.

A fine agosto 2017 la federazione francese prova ad inserirlo nella rappresentativa U16 dopo essersi messo in mostra con la maglia del Monaco, ma per lui il passaporto francese tarda ad arrivare. La legge prevede infatti che per avere lo status di cittadino francese – condizione necessaria per indossare la maglia della Nazionale – un bambino nato in Francia da genitori stranieri possa beneficiare del diritto di cittadinanza solo dopo aver risieduto per almeno cinque anni nello Stato francese.

La famiglia Arlotti, però, ha vissuto esclusivamente nel Principato di Monaco (non considerato suolo francese) e tuttora non ha intenzione alcuna di trasferirsi altrove. Conclusione? Il 16 gennaio del 2019, la Federazione Italiana coglie la palla al balzo e porta in azzurro Alessandro con l’U17 in occasione dell’amichevole contro la Spagna e facendolo giocare nel quarto d’ora finale. Un evento che ha creato non pochi rimpianti nella federazione francese. Un mese più tardi anche il primo gol in azzurro contro la Serbia.

Il percorso calcistico di Arlotti inizia all’età di quattro anni nel club de La Turbie e tra i suoi primi ricordi legati al calcio riemerge il giorno che affrontò e batté proprio il Monaco. All’età di sette anni, dopo aver affrontato nuovamente il club del Principato, l’allenatore avversario lo invita ufficialmente ad entrare nella squadra da lui allenata, senza sostenere alcun provino. Una strada da privilegiato che non fece tentennare nemmeno un secondo la famiglia Arlotti ad accettare, per il figlio, la soluzione prestigiosa. Fu il coronamento di un sogno che dura ormai da oltre dieci anni.

Nel Principato si posiziona immediatamente nel ruolo di interno di centrocampo, per poi indietreggiare in cabina di regia. Ma l’evoluzione negli anni lo porta a spostare il proprio raggio d’azione 20 metri più avanti, posizionandosi sulla trequarti offensiva. La buona tecnica di base, unita alla sua capacità di smarcarsi e di inserirsi nelle difese avversarie, fanno del classe 2002 un prospetto sul quale puntare in futuro, soprattutto negli ultimi 30 metri, magari alle spalle di una prima punta di peso. La progressione palla al piede e la propensione nel superare l’uomo in dribbling si rivelano armi preziose sulle quali costruire la manovra offensiva. Ben strutturato anche sul piano fisico, dimostra sempre impegno anche nei duelli aerei. Il suo istinto lo porta sempre a dare tutto per la sua squadra, mantenendo una certa eleganza e coordinazione nelle movenze.

La maglia azzurra per il giovane Alessandro è ormai diventata un’abitudine, con la federazione francese che difficilmente se ne farà una ragione. Magari tra un decennio ci ritroveremo a esultare a un suo gol in Nazionale contro la Francia, proprio come nel 2006, quando l’Italia salì sul tetto del Mondo battendo i rivali dell’Esagono e riempendo di gioia le case degli italiani – compresa quella monegasca della famiglia Arlotti.

L’articolo Alessandro Arlotti, l’italiano di Francia che l’under 21 ha strappato ai cugini rivali proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Renault-Nissan, sale la tensione: Francia e Giappone mediano, e Fca sta a guardare

Potrebbe non essere ancora del tutto chiusa la vicenda FCA-Renault: secondo quanto riporta Reuters, ci sarebbe un riavvicinamento fra le due aziende, determinate a portare dentro al progetto anche Nissan, vero ago della bilancia. Infatti, il presidente di Fca, John Elkann, e quello di Renault, Jean-Dominique Senard, avrebbero discusso della possibilità di far ripartire il progetto. Tuttavia, come aveva suggerito il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, la priorità del colosso dell’auto transalpino è rafforzare l’alleanza coi giapponesi di Nissan: “Dobbiamo essere sicuri che il nostro partner Nissan e il Giappone siano d’accordo con ciò che vorremmo fare. Abbiamo bisogno di individuare ed affrontare le riserve da parte nipponica”.

A tal fine il Governo di Parigi (che detiene il 15% della Renault) sarebbe disposto anche a fare un passo indietro, riducendo la sua quota azionaria in Renault. Il vero obiettivo dei francesi è arrivare a una vera e propria fusione, ipotesi che però Nissan rifugge con forza: anzi, il gigante di Yokohama, secondo quanto riportato dalla stessa Reuters, vorrebbe che Renault riducesse in maniera significativa la sua quota in Nissan (oggi superiore al 43%). Una conditio sine qua non per avallare il matrimonio con FCA.

Un’impasse che sta portando i rapporti franco-nipponici al vertice della tensione: il primo a bruciarcisi le mani era stato l’ideatore della fusione Renault-Nissan, il grande capo dell’Alleanza Carlos Ghosn, finito addirittura in carcere a seguito di un’indagine interna avviata sul versante giapponese. Dopo l’arresto di Ghosn il cda di Nissan ha dato vita a una commissione ad hoc, pensata per riformare la governance della compagnia: in ballo ci sarebbe la separazione fra funzioni di vigilanza e quelle esecutive, istituzione di comitati interni per la delibera di nomine, retribuzioni e i controlli e l’aumento dei consiglieri da otto a undici, di cui sette indipendenti.

Il prossimo 25 giugno sarebbe già in programma un’assemblea degli azionisti di Nissan per portarsi avanti su questi temi, in parte già approvati dal cda della compagnia. Tuttavia Renault, intimorita dalla possibilità che il nuovo assetto organizzativo le possa far perdere influenza su Nissan, ha già comunicato all’amministratore delegato del partner, Hiroto Saikawa, che non sarà presente all’assemblea: un’assenza che non renderà possibile il raggiungimento del quorum necessario a procedere (due terzi del capitale sociale) alle varie approvazioni. Una decisione bollata come “oltraggiosa e irresponsabile” da parte di Nissan.

Non è escluso, peraltro, che Renault stia usando questa strategia per obbligare i giapponesi a sedersi al tavolo delle trattative ad analizzare tutti i dossier sul tavolo: dalla fusione Renault-Nissan ai futuri rapporti con FCA. “La Nissan ritiene che la nuova posizione della Renault su questo argomento sia deplorevole perché è in contrasto con gli sforzi della società per migliorare il proprio governo societario”, rispondono dal Giappone, pronti a richiedere l’uscita completa della Francia dal capitale sociale della Losanga.

Nelle ultime ore, comunque, Le Maire e l’omologo giapponese, Hiroshige Seko, hanno convenuto sul “desiderio condiviso di mantenere e rafforzare” l’Alleanza ventennale tra Renault e Nissan. “Ogni incomprensione tra i due Paesi è stata chiarita”, ha detto Le Maire al termine dell’incontro. “Se dobbiamo ridurre la quota di Renault in Nissan per avere una governance migliore, più efficiente e che prende decisioni più velocemente, siamo aperti a farlo”, ha ribadito Le Maire, intervistato dal Nikkei. Addirittura, da Parigi fanno sapere che “se la fusione Renault-Nissan è un problema per il nostro partner giapponese, non la forzeremo. Troveremo un’altra soluzione”. Segnali di un disgelo che farà da catalizzatore al matrimonio FCA-Renault? Complicato, per ora.

L’articolo Renault-Nissan, sale la tensione: Francia e Giappone mediano, e Fca sta a guardare proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Renault-Fca, le nozze saltano. La Francia blocca tutto e Torino ritira la proposta

“Il Cda non è stato in grado di prendere una decisione a causa dell’auspicio espresso dai rappresentanti dello Stato francese di rinviare il voto ad un consiglio ulteriore”. Questa, in parte, la breve nota diffusa al termine del secondo consiglio di amministrazione di Renault, convocato per proseguire l’analisi della proposta di fusione avanzata da FCA la scorsa settimana.

Non si è fatta attendere la risposta di Torino, che ha ritirato l’offerta presentata al gruppo francese. Questo il comunicato diffuso al termine di una riunione dei vertici del sodalizio italo-americano: “Il Consiglio di Amministrazione di Fiat Chrysler Automobiles riunitosi questa sera sotto la presidenza di John Elkann ha deciso di ritirare con effetto immediato la proposta di fusione avanzata a GroupeRenault. FCA continua ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti. E’ tuttavia divenuto chiaro che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo. FCA esprime la propria sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare alsuo Presidente, al suo Amministratore Delegato ed agli Alliance Partners, Nissan Motor Company e Mitsubishi Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta di FCA. FCA continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente”.

Il WSJ riporta i retroscena che avrebbero portato al nulla di fatto, ovvero quelle “condizioni politiche” a cui si fa riferimento nella nota: Nissan sarebbe finalmente uscita allo scoperto, intimando ai suoi due rappresentanti nel cda di ritirare l’appoggio alla proposta di fusione. A quel punto sarebbero nate le perplessità del rappresentante dello stato francese, per il quale era imperativo salvaguardare l’alleanza con i giapponesi. Di qui l’impasse che ha fatto saltare il banco, annullando in sostanza l’effetto positivo dell’intesa trovata in precedenza tra Parigi e Torino, a cui doveva far seguito l’opera di persuasione di Renault nei confronti dell’alleato giapponese, che evidentemente non è andata a buon fine.

Del resto l’aria che tirava si era capita dalle dichiarazioni di ieri dello stesso ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che frenava forse proprio perché conscio delle difficoltà: “Prendiamo il tempo di fare le cose per bene: è un’operazione di grande portata, che punta a creare un campione mondiale dell’auto: nessuna precipitazione”. Anche se era chiaro che la proposta di FCA rappresentasse un crocevia storico per Renault: “Questo progetto di fusione è, l’ho sempre detto, un’opportunità, perché permette di consolidare il paesaggio automobilistico mondiale e creare un campione europeo globale, guadagnando i necessari margini di manovra per finanziare le auto elettriche e i veicoli autonomi”, aveva ribadito Le Maire.

Oltre al nodo della sede operativa a Parigi, restava sul tavolo quello occupazionale, come ricordato sempre dal ministro transalpino: “Servono garanzie sui siti industriali. Io mi metto al posto dei dipendenti che ci ascoltano, magari dagli stabilimenti industriali di Renault a Sandouville o dai centri di ricerca a Cléon o altrove, si chiederanno, ‘qual è il nostro avvenire?’. Il mio ruolo, come azionista di riferimento, è garantire a questi dipendenti e ai francesi che i siti industriali verranno tutelati”.

Alla domanda su un ipotetico rischio di tagli ai posti di lavoro in Francia, il ministro aveva assicurato su come l’argomento fosse in discussione: “Se potessi mantenere questo impegno, la fusione sarebbe già stata registrata. Lo stato sta osservando con fermezza gli interessi industriali di Renault e gli interessi industriali della Francia. Vogliamo fare questa fusione, ma non lo faremo a ogni condizione”. Inoltre, tra le (tante) richieste a FCA elencate da Le Maire, c’era pure che la fusione rientrasse nel quadro della storica alleanza Renault-Nissan e che la futura entità industriale partecipasse alla filiera di batterie elettriche promossa di recente dai governi di Parigi e Berlino.

Le operazioni erano state seguite anche da Roma che, tuttavia, aveva mantenuto una posizione  attendista sulla vicenda: “Il nostro governo è aperto agli investimenti, a patto che portino impatti positivi in termini di crescita economica e dell’occupazione nel nostro paese e per i nostri cittadini”, aveva detto il sottosegretario dello Sviluppo economico, Michele Geraci, spiegando però che l’esecutivo non ha in programma di comprare quote di Fca nel breve periodo.

“L’azienda è naturalmente libera di agire nell’interesse dei suoi azionisti e come governo ci assicuriamo che ci sia un impatto positivo sull’incremento della produzione e sulla creazione di lavoro”, aveva spiegato Geraci, ribadendo che “FCA fa l’interesse degli azionisti e il governo si occupa dell’impatto a livello macro”. Pertanto, in merito al matrimonio con Renault “la decisione spetta agli azionisti dell’azienda”, cioè a FCA. Insomma, non era chiaro se il governo volesse far parte della partita o meno: ma, col passare delle ore, le possibilità di intervento dell’Esecutivo sul tavolo delle trattative fra i due colossi dell’auto si era ridotto esponenzialmente.

Problema peraltro evidenziato anche dai sindacati: “Il governo italiano non può non avere una discussione con un altro governo, quello francese: mi sembra che sia in atto un isolamento di questo Paese nel ridisegno dei poteri dell’Europa, e nei poteri economici delle grandi filiere industriali, quindi non ci siamo”, aveva affermato il vicesegretario nazionale della Cgil, Vincenzo Colla, parlando della fusione Fca-Renault. “Quell’operazione modifica l’assetto industriale del nostro Paese in positivo o in negativo, non è che critichiamo ‘a prescindere’: ma il come si uscirà dalla filiera dell’automotive incide sulla storia futura manifatturiera di questo paese, perché lì ci sono le grandi filiere di cambiamento. Renault ha la filiera elettrica, la Fiat è molto in ritardo: capire le economie di scala positive nel nostro Paese vuol dire che lì dietro ci sono migliaia e migliaia di posti di lavoro”.

In serata, però, era arrivata anche la replica d’ufficio del Movimento 5 Stelle alle posizioni francesi: “Grave l’affermazione attribuita al ministero francese che pretenderebbe la sede a Parigi e dividendi straordinari. Questi toni non sono adeguati”, avevano detto Jessica Costanzo, deputata M5S e i gruppi consiliari M5S del Piemonte e di Torino: “Il governo francese sembra sul piede di guerra per quella che è un’operazione che deve tener conto degli interessi dei lavoratori italiani e del nostro Paese. Ricordiamo che la proprietà Fca dovrebbe ascoltare il governo prima di procedere in operazioni così grandi, anche in considerazione che Fca (originata dalla fusione di Fiat e Chrysler) ha beneficiato per decenni di cospicui aiuti statali. Il governo sta osservando con attenzione il susseguirsi degli eventi e noi siamo pronti a far valere i diritti e gli interessi del nostro Paese e di questo territorio proponendo l’istituzione di un tavolo di coordinamento con i governi italiano e francese insieme alle due aziende per analizzare ogni aspetto dell’operazione, con particolare attenzione alle esigenze dei lavoratori”. Parole tardive che, ad accordo saltato, sono ormai anche inutili.

L’articolo Renault-Fca, le nozze saltano. La Francia blocca tutto e Torino ritira la proposta proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Fca-Renault, una fusione in cui Parigi ha peso mentre Roma subisce. E Cdp non ha mai investito nel settore auto

In assenza di una strategia industriale di lungo periodo, gli Agnelli dialogano più facilmente con la Francia di Emmanuel Macron che con il premier Giuseppe Conte. E avviano una discussione sulle prospettive delle nozze fra Fca e Renault che porteranno alla nascita del terzo gruppo automobilistico al mondo. Con il risultato che Parigi potrà far valere il suo peso, mentre Roma rischia di subire un’operazione dalle pesanti ricadute economiche e sociali sul Paese.

Eppure, lo ricordano casi come Termini Imerese, il settore dell’automotive è particolarmente importante per l’Italia. Secondo uno studio di Cassa Depositi e Prestiti, Sace Simest e Anfia datato 28 febbraio scorso, il comparto automobilistico “è infatti un anello chiave dell’industria italiana: con 93 miliardi di euro di fatturato – da solo equivale al 5,6% del Pil italiano -. Dà occupazione a ben 250mila addetti, pari al 7% dell’intero settore manifatturiero”. Non a caso il report si preoccupa delle “nuove sfide per mantenere un ruolo centrale nell’economia italiana” in una fase di consolidamento internazionale. E l’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, evidenzia come “l’automotive rappresenta una parte rilevante del patrimonio industriale del Paese, con importanti riflessi sull’economia nazionale anche in termini di indotto”.

Ciononostante, il braccio finanziario del Tesoro non è entrato nel capitale di Fca, ma ha preferito fare altre scelte di investimento. Nelle infrastrutture, la cassaforte dei risparmi postali degli italiani ha messo i soldi in Snam, togliendo le castagne dal fuoco all’Eni. Nelle telecomunicazioni, ha puntato centinaia di milioni sull’indebitata Telecom Italia e ha creato la rivale Open Fiber assieme all’Enel. E ora, nelle costruzioni, sta studiando un progetto per la creazione di un campione nazionale che ruoti attorno a Salini Impregilo e provveda possibilmente anche al salvataggio di Astaldi. Nell’automotive Cassa Depositi e prestiti è invece pressoché assente.

E pensare, in questa fase, la presenza dello Stato in Fca sarebbe stata strategica come dimostra quanto sta accadendo a Parigi che è proprietaria del 15% di Renault. Una quota che, post-fusione, sarebbe dimezzata lasciando alla holding della famiglia Agnelli, Exor, il ruolo di primo socio del gruppo con il 14,5 per cento. L’ipotesi però non piace al sindacato d’Oltralpe. Non a caso, temendo che la fusione Fca-Renault porti in dote riorganizzazioni degli impianti e tagli ai lavoratori, il sindacato CGT ha chiesto allo Stato di conservare “una minoranza di blocco”.

“Se una tale fusione (…) dovesse realizzarsi, saranno ancora una volta i lavoratori che pagheranno nuova soppressioni di posti di lavoro – spiega la CGT in una nota – In ogni caso, il governo deve conservare una minoranza di blocco che permetta di far prevalere gli interessi francesi”. Un tema caro anche al governo di Édouard Philippe che ha messo già le mani avanti. In un’intervista rilasciata a BFM-TV, la portavoce dell’esecutivo, Sibeth Ndiaye, ha tenuto a puntualizzare che “bisogna vedere a quali condizioni – l’operazione – verrà realizzata. Dovrà essere favorevole allo sviluppo economico e industriale di Renault”. Per l’edizione online di Le Monde di lunedì 27 maggio, Ndiaye “ha anche stimato che un tale progetto è suscettibile di rispondere alle problematiche di sovranità economica europea e francese.” Tutto da vedere se sarà utile anche all’Italia.

L’articolo Fca-Renault, una fusione in cui Parigi ha peso mentre Roma subisce. E Cdp non ha mai investito nel settore auto proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Europee 2019, chi prevedeva un funerale dell’Ue è rimasto deluso. Ma ora l’Italia è più isolata

L’Europa si sveglia da un incubo, alimentato da una certa soggezione pure mediatica di fronte alla martellante propaganda populista ed euro-scettica: l’essersi lasciata tirare dentro un vortice di sovranismo, che l’avrebbe trascinata in un gorgo fino a tornare alla casella di partenza del processo d’integrazione, il cui anno zero è l’immediato dopoguerra, un continente annichilito da distruzioni e devastazioni. L’Italia ci si sveglia dentro: è l’unico grande Paese dell’Unione in cui sovranisti e ‘democrazia diretta’ sono maggioritari; e le cui forze di governo non fanno riferimento a nessuna delle grandi famiglie politiche europee che, nei prossimi cinque anni, governeranno l’integrazione. A prescindere dal mutare degli equilibri interni nazionali, il nostro Paese conta ora meno in Europa: non ha alleati che le possano essere utili e non dà riferimenti.

L’Italia e, in misura minore, la Francia si confermano il tallone d’Achille di un’Europa che, altrove, esce confortata e rafforzata nel progetto d’integrazione da queste elezioni, che profezie di cassandre annunciavano come un funerale dell’Unione. In Italia e in Francia le sirene di sovranisti e populisti, xenofobi e adepti della democrazia diretta, confermano una forte presa sull’opinione pubblica. Ma se in Italia la Lega è per la prima volta il primo partito e c’è una maggioranza assoluta sovranista – populista, in Francia, Marine Le Pen è davanti al presidente Emmanuel Macron, ma il suo partito era già stato primo cinque anni fa e aveva avuto più voti in percentuale, mentre altre forze populiste eterogenee arretrano.

Altrove, i partiti sovranisti non sono la prima forza in nessun Paese e neppure sfondano, nonostante gli annunci grancassa dell’immediata vigilia; anzi, spesso arretrano, come in Austria, o al massimo mantengono le loro posizioni, come in Germania e in Olanda, dove però si frantumano, o in Svezia e Finlandia. Nel Gruppo di Visegrad: in Polonia, è avanti il partito di governo, nazionalista, che sta con i conservatori a Strasburgo – gli europeisti lo tallonano, 44% a 38% -; e, in Ungheria, stravince Fidesz del premier Viktor Orban, che per ora sta con i popolari.

I risultati del voto britannico vanno letti a se stante, non hanno valenza europea: avranno influenza sugli sviluppi prossimi venturi della politica britannica, specie sugli equilibri interni ai grandi partiti tradizionali – i conservatori e i laburisti -, ma non sulle scelte dell’Unione. Perché la Gran Bretagna non dovrebbe più farne parte, se e quando il fantasma della Brexit si materializzerà. E, in ogni caso, il voto non è un plebiscito pro Brexit: anzi, forze molto europeiste, come liberaldemocratici e verdi, moltiplicano i suffragi e fanno partita pari con i ‘brexiteers’.

I dati sono ormai affidabili, se non definitivi. Il primo, e significativo, è l’affluenza in netto aumento nei principali Paesi europei, almeno rispetto alle precedenti elezioni europee: Francia, Germania, Spagna, dove c’è stato un vero e proprio boom. In Ungheria, alle 15, l’affluenza aveva già superato il 30%, che era stato il dato finale cinque anni or sono. Anche la partecipazione al voto vede l’Italia in controtendenza: è in lieve flessione.

Il dato di partenza era un Parlamento europeo con 221 popolari e 191 socialisti: da soli, facevano la maggioranza assoluta, 412 seggi su 751. C’erano poi 67 liberali, 50 verdi, 70 conservatori – gruppo che dovrebbe restare solido nella componente polacca, ma perdere molta forza in quella britannica. I gruppi a vario titolo euro-scettici erano l’Enf sovranista del duo Salvini – le Pen (37 seggi), quello ‘della democrazia diretta’ dei ‘Brexiteers’ e del M5S (48 seggi) e il Gue della sinistra euro-scettica (52 seggi). Una quindicina di cani sciolti completavano l’Assemblea.

Nel nuovo Parlamento europeo, secondo ripartizioni provvisorie, ma affidabili, il Ppe s’arroccherà sui 180 seggi e i socialisti sui 150. Una perdita complessiva di 80 seggi, compensata per tre quarti dalle avanzate dei liberali, che saliranno oltre i 100 seggi, forse a 107, con i francesi di En Marche e gli spagnoli di Ciudadanos, e dei Verdi, oltre i 70. Restano circa 260 seggi, un terzo del totale, che andranno però distribuiti fra vari gruppi: i conservatori vecchio stampo, che non sono europeisti, ma neppure anti-europei, e gli euro-scettici dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per quelli ‘della democrazia diretta’, che non hanno coesione fra di loro e che devono ancora decidere se e come aggregarsi nell’Assemblea di Strasburgo.

Si profila un quadrilatero europeista nettamente maggioritario – popolari, socialisti, liberali, verdi -, nel cui ambito sono possibili diverse maggioranze politiche. Non c’è, invece, una maggioranza popolare – conservatori con i sovranisti moderati, che qualcuno in Italia continuava a prospettare, nonostante le smentite, a nome dei popolari, di Angela Merkel.

Il quadro lo avranno più chiaro, ma non ancora definito, i leader dei 28 quando, domani, martedì 28 maggio, si riuniranno a Bruxelles per cominciare a dipanare la matassa delle nomine ai vertici delle Istituzioni comunitarie: i presidenti di Commissione europea e Consiglio europeo, il ‘ministro degli Esteri’, il presidente del Parlamento europeo e, in prospettiva, il presidente della Banca centrale europea. Un negoziato estremamente incerto, che deve tenere conto di equilibri politici, nazionali, demografici, geografici e di genere.

Ma un punto pare assodato: l’Italia ha oggi tre di quei posti chiave – una congiuntura eccezionale – e non ne avrà più nessuno. Inoltre, la sua prima scelta come commissario rischia d’essere bocciata dal Parlamento europeo, che ha il potere di farlo; e poi di ritrovarsi con un portafoglio di scarso valore.

Diamo uno sguardo ai risultati della Germania e di alcuni altri Paesi. In Germania, i partiti cardine dei due principali gruppi del Parlamento europeo, Cdu/Csu (quasi – 8%) e Spd (quasi – 12 %) non escono bene. Ma l’emorragia dei loro voti è tutta a favore dei Verdi, che quasi raddoppiano i suffragi in percentuale, strappano un milione di voti a ciascuna delle due formazioni e diventano la seconda forza politica tedesca, grazie soprattutto ai giovani fra i 18 e i 24 anni.

La Germania, che non ha la soglia, manda a Bruxelles 28 popolari, 22 verdi, 15 socialdemocratici, 10 sovranisti d’Alternativa per la Germania – l’Afd resta al di sotto del 13% datole dai sondaggi -, sei liberali, cinque della Linke che sta nel gruppo degli euroscettici di sinistra; una dozzina di seggi vanno a partiti minori – esempio: due agli animalisti, uno ai Pirati e uno ai federalisti di Volt.

In Austria, vincono i popolari del giovane cancelliere Sebastian Kurz, che hanno ben più d’un terzo dei voti e sette seggi, davanti ai socialdemocratici in lieve flessione, ma che sono il secondo partito e mantengono i loro cinque seggi, mentre la destra xenofoba accusa il colpo dello scandalo che ha appena travolto il suo leader Heinz-Christian Strache e abbattuto l’alleanza di governo coi popolari e cala nettamente rispetto alle politiche 2017 e rispetto alle europee 2014 – tre seggi contro quattro.

In Olanda, si conferma la vittoria a sorpresa dei laburisti del candidato socialista alla presidenza della Commissione europea Frans Timmermans, davanti ai liberali del premier Mark Rutte, candidato a un ruolo europeo nel prossimo futuro, e ai cristiano-democratici. La destra sovranista e xenofoba si spacca e non avanza: complessivamente sta al 15%, ma Geert Wilders e il suo Pvv, alleati di Salvini e della Le Pen, sono drasticamente ridimensionati al 4%. In Belgio, il voto europeo è abbinato a quello nazionale, ma la vocazione europeista del Paese, che fa il record d’affluenza, oltre il 90% – il voto è obbligatorio -, non è in discussione.

In Spagna e in Portogallo, l’angolo di Europa dove la sinistra ancora vince e governa, i socialisti sono la forza di riferimento – e in Spagna la destra di Voz non va oltre i tre seggi -. Lo spagnolo Pedro Sanchez si propone come leader dei socialisti europei, in un dialogo con la Merkel, portavoce del Popolari, e con Macron, che diventa l’alfiere dei liberali.

In Grecia, tornano a vincere i conservatori di Nea Demokratia che stanno nel Ppe, con oltre un terzo dei voti, davanti alla sinistra di Syriza del premier Alexis Tsipras, con più d’un quarto dei suffragi. Arretra la formazione di estrema destra Alba Dorata, che perde quasi il 40% dei suoi voti.

L’articolo Europee 2019, chi prevedeva un funerale dell’Ue è rimasto deluso. Ma ora l’Italia è più isolata proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Francia, 8 giornalisti e il patron di Le Monde convocati dai servizi dopo articoli su armi in Yemen e l’affaire Benalla

Otto giornalisti e il patron di Le Monde sono stati convocati dai servizi segreti francesi dopo una serie di articoli sulla copertura della guerra in Yemen e l’affaire Benalla. L’accusa ipotizzata è quella di “minaccia al segreto della difesa nazionale”. Quaranta redazioni, in un editoriale pubblicato su le Monde, hanno preso posizione nelle scorse ore e hanno denunciato: “Si tratta”, si legge, “di nuovi tentativi di intimidazione di giornalisti che non fanno altro che il loro lavoro. Ovvero rivelare ai cittadini informazioni di interesse pubblico”. Anche il Sindacato nazionale dei giornalisti francese (Snj) ha condannato l’atto: “Sta succedendo qualcosa di malsano in questo Paese. C’è la volontà di intimidire i cronisti e le loro fonti. E’ uno scandalo”. La portavoce del governo Sibeth Ndiaye, su Europe 1, ha invece ribattuto: “I giornalisti sono giudicabili come gli altri. E’ normale che uno Stato protegga le informazioni di difesa militare”. A febbraio scorso il giornale Mediapart aveva rifiutato la perquisizione della redazione dopo la pubblicazione di una serie di audio sull’affaire Benalla.

Chi è stato messo sotto accusa e perché – Il 21 maggio la giornalista di le Monde Ariane Chemin ha ricevuto la notifica della convocazione davanti agli agenti della Dgsi (servizi segreti francesi) per il 29 maggio prossimo. Verrà sentita nell’ambito di un’inchiesta nata in seguito ai suoi articoli sugli affari di Alexandre Benalla, ex capo della sicurezza di Macron accusato di vari reati tra cui violenza e falso. Chemin ha rivelato che un sotto ufficiale dell’aeronautica militare, Chokri Wakrim, compagno dell’ex capa della sicurezza di Matignon Marie-Elodie Poitout. Le inchieste di Chemin hanno rivelato che era legato da un contratto con un uomo d’affari russo e in seguito è stata aperta un’indagine per corruzione. Sempre per questo motivo è stato convocato anche il patron di le Monde Louis Dreyfus.

Tra i convocati risulta anche Valentine Oberti: come riferito da le Monde, la giornalista è stata chiamata a febbraio scorso per riferire su alcune informazioni contenute nei suoi articoli che riguardavano le vendite di armi francesi all’Arabia saudita. Sono stati sentiti anche il fotografo e il fonico che lavorano con lei a le Quotidien. Sempre a proposito dell’uso di armi francesi, ma in questo caso in Yemen, a metà maggio sono stati convocati dai servizi segreti francesi 3 giornalisti (i due fondatori di Disclose e il cronista di Radio France Benoit Collombat). Sempre per questa vicenda, in un secondo momento è stato chiamato come testimone anche un collaboratore del sito Disclose.

 

 

 

 

 

L’articolo Francia, 8 giornalisti e il patron di Le Monde convocati dai servizi dopo articoli su armi in Yemen e l’affaire Benalla proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Christchurch, Stati e colossi del web firmano appello per maggiori controlli contro terrorismo online. Trump si rifiuta

L’amministrazione Trump non aderirà a quello che è stato ribattezzato l’Appello di Christchurch che ha l’obiettivo di bloccare o limitare la diffusione di contenuti violenti o terroristici sui social media, dopo la strage in due moschee del marzo scorso nella città neozelandese che è costata la vita a 51 persone. La Casa Bianca ha motivato la decisione citando il rispetto della libertà di espressione e della libertà di stampa: “Nonostante gli Stati Uniti non siano attualmente nella condizione di unirsi all’endorsement, continuiamo a sostenere gli obiettivi complessivi contenuti”, hanno comunicato.

All’iniziativa, voluta da Francia e Nuova Zelanda, hanno aderito multinazionali come Microsoft, Twitter, Facebook, Google e Amazon che hanno firmato un piano in nove punti. L’impegno è stato preso a Parigi durante un incontro all’Eliseo tra il presidente francese, Emmanuel Macron, la premier neozelandese, Jacinda Ardern, e altri capi di Stato e di governo insieme ai colossi del settore tecnologico.

La proposta nasce in conseguenza della dinamica con cui si è consumata la carneficina nella cittadina neozelandese, con il terrorista e suprematista bianco, Brenton Tarrant, che diffuse le immagini della strage con una diretta Facebook, aumentando così il rischio di un effetto emulazione tra altri radicalizzati collegati alle piattaforme web frequentate dal neonazista. “L’attacco terroristico a Christchurch è stato una tragedia terribile. E quindi è giusto che ci riuniamo, risoluti nel nostro impegno a garantire che stiamo facendo tutto il possibile per combattere l’odio e l’estremismo che portano alla violenza terroristica“, si legge nella dichiarazione congiunta delle cinque compagnie.

Le aziende hi-tech si impegnano a inasprire i termini d’uso contro il terrorismo, a investire in tecnologie in grado di individuare e bloccare la diffusione di contenuti estremisti, anche in diretta, a fornire report periodici ad hoc sulla trasparenza e a dare agli utenti più strumenti per segnalare contenuti inappropriati. Lo sforzo è anche congiunto nel condividere lo sviluppo tecnologico, creare un protocollo di crisi, educare e sensibilizzare contro l’odio e il bigottismo. “Il terrorismo e l’estremismo violento sono problemi sociali complessi che richiedono una risposta da parte di tutta la società – continuano – Da parte nostra, gli impegni che stiamo assumendo oggi rafforzeranno ulteriormente la partnership che governi, società e industria tecnologica devono avere per affrontare questa minaccia”.

“L’Italia sostiene il ChristchurchCall per eliminare i contenuti terroristici ed estremistici violenti online. Restiamo pienamente impegnati a combattere il terrorismo e l’estremismo violento e ad assicurare che Internet sia libero, aperto e sicuro”, si legge in un tweet della Farnesina.

L’articolo Christchurch, Stati e colossi del web firmano appello per maggiori controlli contro terrorismo online. Trump si rifiuta proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Translate »