Archivio Tag: Giustizia & Impunità

Tangenti Milano, il Riesame dispone la scarcerazione di Tatarella: l’ex consigliere di Fi accusato di corruzione va ai domiciliari

L’ex consigliere comunale milanese Pietro Tatarella, candidato alle europee non eletto ed ex vicecoordinatore lombardo di Forza Italia, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Dopo essere stato arrestato lo scorso 7 maggio nella maxi inchiesta milanese su un giro di tangenti e appalti pilotati, è stato scarcerato su decisione del Tribunale del Riesame di Milano. Tatarella è accusato di associazione per delinquere, corruzione e finanziamento illecito.

Per la difesa, il politico di Forza Italia “non è stato corrotto” dall’imprenditore della Ecol-service Daniele D’Alfonso e, se i pm vogliono ipotizzare che abbia preso soldi per facilitarlo negli appalti Amsa (l’azienda milanese dei rifiuti), al massimo si può contestare un “traffico di influenze illecite” che non giustifica, da codice, la custodia cautelare in carcere. Questo ha sostenuto l’avvocato Nadia Alecci che difende Tatarella assieme al collega Luigi Giuliano. Per l’accusa, invece, l’allora consigliere berlusconiano chiedeva soldi a D’Alfonso senza farsi problemi: per i magistrati di Milano – titolari dell’inchiesta che ha portato in carcere e ai domiciliari 28 persone tra politici, amministratori e capi d’aziendaera a libro paga dell’imprenditore “con evidente mercimonio delle sue funzioni pubbliche”.

Tatarella era presente all’udienza di questa mattina e davanti ai giudici ha detto: “Non ho mai creduto ad alcun complotto politico, è una vicenda che mi è capitata e ho scelto di difendermi nelle sedi opportune, mi sono dimesso per separare le questioni istituzionali e politiche da quelle giudiziarie”. Nell’istanza di scarcerazione, oltre ad indicare le ragioni per cui non ritengono possibile contestare la corruzione al politico, i legali Alecci e Giuliano spiegano che Tatarella il 14 agosto è stato trasferito “senza alcun avviso formale” e “inspiegabilmente” dal carcere di Opera a quello di Busto Arsizio e “di nuovo inserito in un contesto con limitate ore d’aria quotidiane e con ridotte possibilità di momenti di svago e socialità”. E la sua “psiche già minata da 4 mesi” di carcere viene messa “ancor più a dura prova” con questa “decisione”.

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Processo Eni Nigeria, l’ex manager Armanna al pm: “Bisignani importante per Descalzi”

Luigi Bisignani “non doveva essere fatto fuori e doveva essere remunerato” come lobbysta in quanto “era importante” per il futuro in Eni di Claudio Descalzi e “lo poteva appoggiare per la successione di Scaroni”; Obi Emeka, il presunto intermediario già condannato in primo grado a 4 anni, “lo potevano fare fuori, e Akinmade era l’unico interlocutore credibile”. È uno dei passaggi dell’interrogatorio dell’ex manager di Eni Vincenzo Armanna, tra gli imputati a Milano, assieme tra gli altri alla compagnia petrolifera italiana, al suo ad Claudio Descalzi e al suo predecessore Paolo Scaroni e a Shell, nel processo per corruzione internazionale sulla presunta maxi-tangente versata ai politici nigeriani con retrocessioni a “uomini italiani”. 

Armanna, definito l’”accusatore” di Descalzi e Scaroni, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha in sostanza ripetuto quel aveva messo a verbale negli interrogatori in fase di indagine, dando qualche chiarimento in più. Ha spiegato che l’allora ministro del petrolio Dan Etete, al quale è riconducibile Malabu (la società che deteneva la licenza di Opl245), gli aveva detto “che Obi non era il suo rappresentante” e nemmeno del Governo Nigeriano e di aver saputo dall’allora capo della divisione Esplorazioni, Roberto Casula, “che era stato imposto e indicato da Scaroni” anche se l’obiettivo – visto anche la sua richiesta “non giusta” per il suo intervento nell’operazione era di 200 milioni – era “defenestrarlo”.

Nel corso del suo interrogatorio, dove non sono mancate contraddizioni o passaggi poco chiari, Armanna, in riferimento a un colloquio avuto con Descalzi (che ha deciso di querelarlo per diffamazione) nella prima parte del 2010, ha spiegato che l’attuale ad in quel periodo “mi disse che Obi andava tenuto dentro l’affare perché Scaroni aveva ricevuto indicazione di Obi da Bisignani (anche lui imputato), a cui era molto legato”. Ancora più avanti l’ex manager ha aggiunto: “Penso che la vera preoccupazione di Descalzi era non inimicarsi Bisignani perché era importante per il suo futuro in Eni e lo poteva appoggiare per la successione di Scaroni”, precisando che avrebbero potuto pagarlo con “un contratto di consulenza come lobbysta”.

Stamane le difese avevano chiesto il rinvio dell’interrogatorio di Armanna, parlando di “menomata difesa” : hanno lamentato da una lato che il deposito da parte dei pm di alcuni atti integrativi (fanno parte dell’indagine su cosiddetto ‘falso complotto e presunti depistaggi) è avvenuto solo ieri a metà pomeriggio e quindi la mancanza dei tempi necessari per studiare le carte ma soprattutto hanno indicato come necessario fare seguire il controesame di Armanna “in tempi ravvicinati” e non a settembre, come era stato deciso alla scorsa udienza. Una storia pubblicata – su un vertice per far saltare il processo – pubblicata in esclusiva sul Fatto Quotidiano.

De Pasquale nell’opporsi alla istanza ha affermato riferendosi ai verbali depositati e per i quali Eni ha reagito sporgendo una serie di querele: “Credo che la cosa peggiore che possa capitare in un processo è venire a conoscenza di fatti di corruzione e intimidazione di persone che devono rendere interrogatorio. Nel corso dell’ultimo mese siamo venuti a conoscenza da una serie di atti che Eni, in ipotesi, attraverso alcuni suoi dirigenti, abbiano, in ipotesi, avvicinato Armanna per convincerlo a ritrattare“. Il Tribunale ha poi deciso di procedere con l’interrogatorio, senza domande relative ai nuovi atti depositati e oltre all’udienza del 22 ne ha fissate altre due per il 24 e il 25 luglio.

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Csm, ok a dimissioni anticipate Fuzio. Togato Criscuoli chiede aspettativa

È l’ultimo consigliere coinvolto nell’inchiesta sul Csm rimasto al suo posto, nonostante sia autosospeso ormai da settimane. Adesso Paolo Criscuoli ha chiesto di essere collocato in aspettativa. Il consigliere togato che si era autosospeso dopo il suo coinvolgimento – senza essere indagato – nella vicenda delle riunioni organizzate dal pm romano Luca Palamara, con Cosimo Ferri e Luca Lotti sulle nomine ai vertici delle procure, a cominciare da quella di Roma. Altri quattro consiglieri presenti a quegli incontri si sono intanto dimessi da Palazzo dei marescialli e sono stati riassegnati dal Csm ai loro uffici giudiziari di provenienza. Nei confronti di tutti loro, il pg della Cassazione Riccardo Fuzio e il ministro della Giustizia hanno promosso l’azione disciplinare.

Proprio oggi Palazzo dei Marescialli ha accolto all’unanimità le dimissioni anticipate dello stesso pg della Cassazione, che lascerà la magistratura domenica prossima e non il 20 novembre come era stato in un primo momento concordato con il Comitato di presidenza del consiglio superiore della magistratura. Fuzio ha comunicato nei giorni scorsi la decisione di andare via prima perché non c’erano più “le condizioni interne per garantire la piena funzionalità della Procura generale della Cassazione”. Un riferimento legato al fatto che il pg è stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Perugia per rivelazione di segreto d’ufficio. “Qualcuno ha messo in dubbio la mia lealtà e onestà professionale, fino al punto di ipotizzare che avessi potuto celare le carte relative alle intercettazioni con Palamara. E questo era inaccettabile”.

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Fondi russi alla Lega, l’avvocato Maeranda indagato. Gdf perquisisce casa di Vannucci “terzo uomo del Metropol”

Gli uomini della Guardia di Finanza hanno ricevuto ordine dalla procura di Milano di perquisire la casa di Francesco Vannucci, l’ex bancario di Suvereto, in provincia di Livorno, “terzo uomo” dell’affaire Metropol di Mosca. Vannucci è stato raggiunto da poco da quattro militari delle Fiamme Gialle di Milano. Nell’ambito dell’inchiesta, per corruzione internazionale, è indagato l’ex portavoce di Matteo Salvini, Gianluca Savoini. Quest’ultimo, presidente dell’associazione Lombardia-Russia, convocato lunedì dai pm, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Vannucci, il terzo italiano presente all’incontro nella capitale russa è l’uomo indicato con il nome di “Francesco” nell’ormai nota registrazione pubblicata dal sito americano BuzzFeed. Ieri ha contattato l’Ansa dicendo di essere stato presente al meeting nell’albergo moscovita “in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l’avvocato Gianluca Meranda”, il legale romano che nei giorni scorsi era già venuto allo scoperto. A Meranda è stato notificato un avviso di garanzia. Alla perquisizione dovrebbe essere presente anche il pm milanese Gaetano Ruta e un esponente dell’ordine degli avvocati di Roma, come previsto dalla legge.

“Lo scopo dell’incontro – aveva spiegato Vannucci – era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale. Non ci sono state situazioni diverse rispetto a quelle previste dalle normative che disciplinano i rapporti di affari”. Il professionista si è anche lasciato andare ad uno sfogo: “Sono profondamente dispiaciuto di essere indicato in modo a volte ironico, a volte opaco, con lo pseudonimo di ‘nonno Francesco”. “Confido nella serietà della magistratura italiana nel capire le chiare dinamiche di questa vicenda”, ha aggiunto Francesco Vannucci, dicendosi anche profondamente rammaricato di dover mettere a rischio la privacy sua e della sua famiglia.

I militari del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf stanno lavorando, anche grazie a documenti e foto acquisiti o da acquisire (in questi giorni si parla anche di un ulteriore audio). Insomma, con nuove audizioni e altri accertamenti si potrebbe capire di più su quanto accaduto nel lussuoso e storico albergo non molto distante dalla piazza Rossa: una trattativa, stando all’audio, che, secondo l’accusa, doveva portare molto denaro nelle casse della Lega – circa 65 milioni di dollari – e garantire una ‘retrocessione’ di soldi agli interlocutori russi. Un affare che però non è mai andato in porto.

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Fondi Lega, un collaboratore di Meranda: “Sono io il terzo italiano del Metropol”. La secca smentita di fonti inquirenti

“Ho partecipato all’incontro all’hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018 in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l’avvocato Gianluca Meranda“. Si fa avanti il terzo italiano, finora identificato come “nonno Francesco”, presente all’incontro con i faccendieri russi nei quali – come svelato dagli audio pubblicati da Buzzfeed – si discusse di un presunto affare per far arrivare in Italia fondi da destinare alla campagna della Lega per le Europee

Dice di chiamarsi Francesco Vannucci, 62 anni, di essere residente a Suvereto, in provincia di Livorno, e di essere “profondamente rammaricato” per “dover mettere a rischio la privacy sua e della sua famiglia”. Ha svelato lui stesso la sua identità tramite un messaggio Whatsapp inviato all’Ansa per spiegare di essere il “nonno Francesco” indicato nelle conversazioni assieme a Gianluca Meranda (anche lui ha svelato la propria identità autonomamente) e a Gianluca Savoini. Una ricostruzione al momento “smentita” e “non confermata” da fonti inquirenti e investigative. 

“Lo scopo dell’incontro – spiega – era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale. Non ci sono state situazioni diverse rispetto a quelle previste dalle normative che disciplinano i rapporti d’affari”, scrive Vannucci, rispondendo indirettamente anche all’inchiesta della procura di Milano per corruzione internazionale, attivata dopo le anticipazioni de L’Espresso nello scorso mese di febbraio, e nella quale figura come unico indagato proprio Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini e presidente dell’associazione Lombardia-Russia

“Sono profondamente dispiaciuto di essere indicato in modo a volte ironico, a volte opaco, con lo pseudonimo di ‘nonno Francesco’ – aggiunge Vannucci – Confido nella serietà della magistratura italiana nel capire le chiare dinamiche di questa vicenda”. Il collaboratore di Meranda non ha però voluto rispondere alle domande dell’Ansa sui temi dell’incontro del Metropole, testimoniati dall’audio di BuzzFeed, aggiungendo solo di non essere stato ancora ascoltato dai magistrati che si occupano del caso. La sua convocazione non è certa. Anzi, come scrive l’Adnkronos, l’identità di Vannucci viene smentita seccamente dai piani alti del Tribunale di Milano e poi da altri inquirenti “non confermata”. Fonti investigative invitano alla cautela perché la ricostruzione è finora “alquanto scivolosa”, scrive l’agenzia di stampa.

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Lega-Russia, per Gianluca Savoni invito a comparire in Procura a Milano

Ha ricevuto un invito a comparire per questo pomeriggio in Procura a Milano Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia indagato per corruzione internazionale nell’ambito dell’inchiesta della Procura milanese sui presunti finanziariamente russi alla Lega. Savoini con altri due italiani e tre russi ha partecipato a un incontro all’hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre scorso, la cui registrazione è stata diffusa dal sito americano BuzzFeed. Nell’incontro, le parti avrebbero discusso di un possibile finanziamento alla Lega per sostenere le spese della campagna elettorale

L’attività della procura milanese che indaga per corruzione internazionale su presunti finanziamenti russi destinati alla Lega procede senza sosta. Al quarto piano del Palazzo di giustizia, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è stato raggiunto nella sua stanza dai pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro per fare il punto dell’indagine prima dell’interrogatorio.

L’indagine, nata dopo un articolo dello scorso febbraio de L’Espresso, mette al centro l’incontro avvenuto al Metropol e l’audio di cui gli inquirenti erano già in possesso. Al centro dell’incontro d’affari, a cui prendono parte sei persone, ci sarebbe secondo la procura un’operazione sospetta di corruzione legata all’importazione in Italia di una grande quantità di petrolio che, nelle parole di chi starebbe trattando, in un anno dovrebbe far affluire 65 milioni di dollari nelle casse del Carroccio e permettere così al partito guidato da Matteo Salviniin missione a Mosca 9 volte in 4 anni sempre con Savoini – di affrontare la campagna elettorale delle ultime europee. Oltre a concentrarsi sui protagonisti dell’incontro coinvolti nel presunto affare, i pm si stanno focalizzando anche nel ricostruire l’ipotetico passaggio di soldi.

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Firenze, processo fatture false. Dagostino: ‘Pagai per sudditanza psicologica’. Renzi: ‘Se è reato chiamarsi così sono colpevole’

Dagostino in aula, Tiziano Renzi e Laura Bovoli a casa. Uno ha fatto dichiarazioni spontanee, gli altri hanno presentato memorie scritte. E tutti hanno confermato la rispettive tesi difensive portate avanti sin dall’inizio del processo in corso a Firenze per fatture false nell’ambito dello sviluppo dell’outlet The Mall di Leccio Reggello, in provincia di Firenze. I fatti ricostruiti dalle indagini risalgono al 2015 quando Dagostino era amministratore delegato della Tramor, società di gestione dell’outlet The Mall di Leccio Reggello (Firenze). L’imprenditore incaricò le società Party ed Eventi 6, entrambe facenti capo ai Renzi, di studi di fattibilità per lavori all’outlet. Nella fattispecie, Luigi Dagostino ha parlato di sudditanza psicologica nei confronti dei genitori dell’ex premier Matteo Renzi per motivare il pagamento delle due fatture incriminate (una da 140mila e l’altra da 20mila euro).

Tiziano Renzi e Laura Bovoli, invece, nelle memorie scritte presentate dal loro legale Federico Bagattini hanno sostenuto “che le due fatture sono assolutamente vere, relative a prestazioni effettivamente eseguite, e che tutte le tasse e le imposte relative a questa fatturazione sono state regolarmente versate”. La sentenza di primo grado è prevista per il 7 ottobre 2019, come annunciato in aula dal giudice Fabio Gugliotta. Nel corso dell’udienza odierna si è conclusa l’istruttoria, mentre a ottobre sono previste la requisitoria della pm Christine Von Borries, che parlerà per circa un’ora, e gli interventi dei difensori e delle parti civili, al termine dei quali è prevista la camera di consiglio. Sia i Renzi che Dagostino sono imputati per fatture false, ma all’imprenditore di origini pugliesi è contestato anche il reato di truffa.

Le parole di Dagostino – “Quando ho visto l’importo delle fatture sono rimasto perplesso, ma i coniugi Renzi erano i genitori del presidente del Consiglio, ho subito la sudditanza psicologica e ho ritenuto di non contestare le fatture” ha detto Luigi Dagostino nelle dichiarazioni spontanee. “Dopo questo fatto – ha aggiunto l’imprenditore – non ho più avuto rapporti di lavoro con Tiziano Renzi“. Tornando nel merito della questione, il general contractor ha sottolineato di non aver “fatto nessuna fattura falsa” e di non aver “truffato nessuno”. Al termine dell’udienza Dagostino si è fermato a parlare con alcuni cronisti: “In quel periodo parliamo di una delle persone più potenti d’Italia, per cui non è che mi metto a discutere con il padre del Presidente del Consiglio” ha affermato ancora, facendo riferimento all’importo, a suo avviso eccessivo, delle due fatture pagate alle aziende della famiglia Renzi, finite al centro dell’inchiesta che ha portato al processo.

Come detto, Dagostino è accusato tra l’altro di truffa, per aver attestato la veridicità di una delle due presunte fatture false – quella da 140mila – con Remì Leonforte, che gli era succeduto nell’incarico di amministratore della Tramor srl, la società che aveva commissionato gli studi di fattibilità alle imprese riconducibili ai Renzi e che poi fu acquistata dalla Kering. Dagostino ha spiegato che la Kering non ha subito alcun danno poiché ha acquistato la Tramor per un prezzo iniziale di 27 milioni di euro, dal quale però furono sottratti circa 4 milioni, relativi alle voci passive del bilancio della srl, tra cui appunto figurerebbero anche le fatture oggetto dell’inchiesta.

Le teoria difensiva dei Renzi – L’avvocato Federico Bagattini, uno dei legali dei genitori dell’ex premier, ha spiegato che nelle dichiarazioni spontanee “i coniugi Renzi hanno sostenuto quello che i loro difensori hanno già anticipato, e cioè che le due fatture sono assolutamente vere, relative a prestazioni effettivamente eseguite, e che tutte le tasse e le imposte relative a questa fatturazione sono state regolarmente versate”. Poi, riferendosi alle dichiarazioni spontanee rese in aula da D’Agostino, Bagattini ha sottolineato che se l’imprenditore avesse ritenute esose quelle due fatture, “avrebbe dovuto non pagarle”. Ma “se le ha considerate esose vuol dire che la prestazione c’era”. Sia i genitori dell’ex premier sia Dagostino avevano rinunciato a essere esaminati dalle parti nel corso dell’udienza precedente.

Le parole di Tiziano Renzi – “Ho sempre lavorato: non ho avuto bisogno di avere il figlio premier per lavorare”, “ho sempre lavorato e dato lavoro. Chi dice il contrario mente”. È quanto si legge in un passaggio della memoria scritta da Tiziano Renzi e che i suoi difensori hanno consegnato come dichiarazione spontanea al processo. “Non c’è nessuna fattura falsa, solo tante tasse vere – è stata la difesa – tutte pagate fino all’ultimo centesimo: questo è ‘oggettivamente esistente‘”. Il padre dell’ex premier ha anche aggiunto: “Mi indigno quando sento parlare di evasione, di lavoro nero, di assurdità che non mi hanno mai riguardato”. E ancora: “Quando mio figlio è diventato presidente della Provincia nel 2004 la prima conseguenza è stata abbandonare tutti i rapporti con società partecipate di enti pubblici, a cominciare da quello con la Centrale del Latte di Firenze. Se è un reato chiamarsi Renzi, allora sono colpevole – ha attaccato Tiziano Renzi – non c’è bisogno nemmeno di celebrare un processo. Giudicatemi, invece, per le prestazioni che ho svolto e per le tasse che ho pagato, non per il nome che porto” ha detto ancora, sottolineando che “sentirsi accusato di falsa fatturazione per chi ha sempre pagato tutte le tasse fino all’ultimo centesimo è avvilente”.

Le parole di Laura Bovoli – Si è scusata con il giudice Filippo Gugliotta per non essere comparsa “personalmente in aula” anche al fine di evitare “una nuova sovraesposizione mediatica”. Poi Laura Bovoli ha detto la sua: “Ho quasi 70 anni e non ho mai avuto nessun problema con la giustizia fino agli ultimi 12 mesi dove sono passata da cittadina reprensibile a criminale incallita – ha scritto la madre dell’ex premier Matteo Renzi – Da nonna premurosa al ‘lady truffa’, per quello che vedo i miei nipoti su social network. E non reggo l’emozione. E non mi va di piangere in pubblico“.

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Fondi russi alla Lega, l’inchiesta per corruzione accelera: pm e Finanza pronti a sentire Savoini, Meranda e D’Amico

L’inchiesta per corruzione internazionale su Gianluca Savoini accelera. Già da domani quando il presidente leghista dell’associazione Lombardia-Russia – secondo l’Ansa, potrebbe essere interrogato dai pm che coordinano l’indagine affidata al nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza. Il centro dell’inchiesta – nella quale si procede per corruzione internazionale – è come ormai noto la presunta trattativa sulla compravendita di petrolio, non andata a buon fine, avvenuta lo scorso 18 ottobre all’Hotel Metropol di Mosca. L’incontro, venuto alla luce dopo le inchieste dell’Espresso e di Buzzfeed, avrebbe dovuto portare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega. Trattativa di cui il segretario del partito e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, negando di aver “mai preso un rublo, un euro, un dollaro o un litro di vodka dalla Russia”, ha ripetuto di non sapere nulla e sulla quale ieri si è augurato che le “indagini facciano il loro corso in fretta“.

Già da domani i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro che insieme al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale hanno in programma una fitta attività istruttoria. E il primo punto nell’agenda sarebbe appunto l’interrogatorio di Savoini che – secondo l’audio pubblicato da Buzzfeed e da mesi agli atti del fascicolo – con altri due italiani e tre russi avrebbe tentato l’affare: un presunto accordo sulla vendita a una società intermediaria di circa 3 milioni di tonnellate di petrolio scontato del 6 per cento. Petrolio poi rivenduto a prezzo pieno in Italia, in modo da ottenere che una parte dello sconto spuntato, il 4 per cento, si trasformasse, questa è l’ipotesi, in una “retrocessione” per il movimento e il resto, almeno il 2, andasse sotto forma di “stecca” a funzionari russi. Fin qui la ricostruzione emersa finora.

Ma oltre a Savoini, inquirenti e investigatori, che stanno pensando pure a una rogatoria e ad accertamenti sui flussi di denaro Russia-Italia, dopo le opportune verifiche e procedure di identificazione, di certo convocheranno, o come persona informata sui fatti o come indagato, colui che ha affermato di essere il banchiere Luca” di cui si parla nella registrazione e cioè il secondo italiano presente al Metropol. Si tratta di Gianluca Meranda, avvocato con simpatie per Salvini, che dice di aver incontrato “in occasioni pubbliche” e di aver visto più volte Savoini. Meranda ha sostenuto pubblicamente di aver partecipato al vertice di nove mesi fa come “General Counsel di una banca d’affari anglo-tedesca (…) ed interessata all’acquisto di prodotti petroliferi di origine russa” aggiungendo che “i restanti interlocutori sono professionisti che a vario titolo si occupano di questa materia” e che “nonostante gli sforzi delle parti, la compravendita non si perfezionò“.

Ma nella lista delle persone da ascoltare non è escluso possa esserci pure Claudio D’Amico. Si tratta del “consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del vicepresidente Salvini, – ha spiegato oggi in una nota Palazzo Chigi dopo una serie di verifiche – il quale, tramite l’Ufficio di vicepresidenza” avrebbe “sollecitatol’invito di Savoini al Forum Italia-Russia, “in virtù” del suo ruolo di Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia e ha chiesto ai funzionari del premier di inoltrarlo agli organizzatori del Forum” organizzato il giorno precedente la trattativa. Su questo punto ieri lo staff del vice premier aveva dato una diversa versione sostenendo che Savoini “non era nella delegazione ufficiale“. Otre a questi e agli interrogatori di altre persone, all’identificazione degli altri partecipanti alla trattativa, prossimamente la Finanza potrebbe fare pure acquisizioni di documenti.

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Morace, la Dia fa sequestrare beni per 10 milioni a ex armatori della Liberty Lines

La Dia di Trapani ha sequestrato beni per un valore di oltre 10 milioni di euro alla famiglia Morace, ex proprietaria della compagnia di navigazione Liberty Lines, prima Ustica Lines. La famiglia è nota anche per l’arresto durante l’inchiesta Mare Nostrum, che aveva coinvolto Vittorio Morace, che era stato anche presidente della squadra di calcio trapanese, e il figlio Ettore.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso su richiesta congiunta del procuratore di Palermo e del direttore della Dia, senza misure di prevenzione e interessa beni mobili ed immobili, terreni, quote azionarie e rapporti finanziari, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro. Nello specifico si tratta di quote della Liberty per 5,5 milioni di euro, conti correnti per 2,3 milioni di euro e immobili per 2,4 milioni di euro, tutti riconducibili a Vittorio Morace. Una piccola parte è invece riconducibile al figlio Ettore, vengono invece sequestrate quote della Liberty Lines per 175mila euro.

Nel 2017 e 2018 i due Morace erano stati coinvolti nell‘inchiesta della procura di Palermo che aveva dimostrato come, avvalendosi di pubblici ufficiali corrotti e attraverso l’articolata predisposizione di bandi di gara ad hoc nel settore dei collegamenti marittimi con navi veloci con le isole Eolie ed Egadi, avrebbero ottenuto numerosi vantaggi amministrativi indebiti, beneficiando tra l’altro indebitamente di finanziamenti pubblici regionali per importi milionari, che gli consentivano di conseguire eccezionali utili d’impresa.

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Riforma Giustizia, Gratteri: “Dev’essere una rivoluzione. C’è tanta ipocrisia, chi ha potere non vuole essere controllato”

“La riforma della giustizia dev’essere una rivoluzione che, tenendo al centro la Costituzione, debba rendere ‘non conveniente’ delinquere”. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, davanti al pubblico di ‘Liguria D’Autore’ a Montemarcello (Ameglia, La Spezia), in dialogo con Peter Gomez e Gianluigi Nuzzi, ha illustrato alcune delle modifiche che farebbe al sistema della giustizia. Tra gli altri aspetti quello di ‘digitalizzare’ i procedimenti, e rivedere i criteri con cui si riconoscono i benefici ai detenuti perché attualmente uno dei punti più critici è proprio l’esecuzione della pena: “Spesso oggi in carcere sono i mafiosi le persone a ottenere benefici mentre i più poveri scontano la pena fino all’ultimo giorno”.

Mostrare i ‘muscoli’ con i pattuglioni di polizia per le strade a colpire gli ultimi anelli della catena delle mafie come possono essere i piccoli spacciatori “può aiutare a dare consenso, ma non serve a nulla, la presenza massiccia di polizia per le strade o per le scorte è uno strumento da anni ’50, oggi servirebbe più investigazione informatica, persone capaci di effettuare intercettazioni e interpretarle, per risalire la catena di comando e colpire alla radice le organizzazioni criminali”.

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