Archivio Tag: Giustizia & Impunità

Erika e Omar, vent’anni fa, commisero un delitto terrificante. Ma con loro cambiò l’investigazione

Vent’anni fa la tranquilla e un po’ banale provincia di Alessandria veniva sconvolta da un orrendo omicidio. Una mamma ed un bambino vengono trucidati tra le mura domestiche. Nella villetta famigliare erano presenti la figlia più grande con il suo giovane fidanzatino. Novi Ligure e tutta Italia non possono immaginare che due adolescenti possano aver ucciso la madre di lei ed il suo fratellino.

I ragazzi si difendono facendo intendere che sarebbero entrati in casa dei rapinatori stranieri. Chiusi assieme in una stanza della locale caserma delle forze dell’ordine, i due ragazzi crolleranno, intercettati mentre organizzano le versioni difensive in vista dell’interrogatorio. Il caso è chiuso.

Dopo vent’anni quella vicenda è ancora oggetto di attenzioni, non per l’efferatezza dell’omicidio. Quel caso ha rappresentato infatti l’avvento, anche in Italia, delle squadre scientifiche investigative. Non che prima non esistesse la polizia scientifica ma il metodo d’indagine del RIS di Parma seppe essere decisamente innovativo. L’intuizione del Colonnello Luciano Garofano, allora comandante di quel reparto, rappresentò una novità assoluta per il nostro Paese: l’indagine scientifica non può essere un frammento dell’investigazione, ma deve “vivere” e coordinarsi con gli altri elementi raccolti dall’inchiesta.

La plastica realizzazione di questa filosofia investigativa venne messa in pratica da Luciano Garofano utilizzando una prova nuovissima: la Bloodstain Pattern Analysis (BPA). Questa è una metodologia che, grazie a complessi calcoli geometrici ed analizzando le macchie di sangue rinvenute sulla scena del crimine, permette di ricostruire una sorta di immagine tridimensionale della “crime scene”, posizionando all’interno di questa gli autori e le vittime del delitto. Nel caso di Novi Ligure, l’idea del Colonnello Garofano fu quella di verificare le dichiarazioni dei ragazzi accusati proprio introducendo questa innovativa tecnica.

La storia del processo penale ha visto un altro caso in cui la BPA fu utilizzata in modo determinante. Il riferimento è all’omicidio di Cogne. In questa occasione il giudice affermò, non con qualche difetto motivazionale nell’interpretazione della prova, che l’assassino, al momento del fatto, indossava il pigiama di Annamaria Franzoni. Questa prova fu decisiva per la condanna della donna.

Nell’altrettanto noto caso di Erba, gli investigatori non chiesero ai RIS di Luciano Garofano di eseguire il medesimo accertamento sulla tenda prospicente il corpo di Valeria Cherubini, una delle vittime della strage dell’11 dicembre 2006. Anche in questo caso, come nel delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure, la BPA sarebbe stata assai utile per verificare le dichiarazioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano, poi condannati per la strage.

Ciò che è, ancora oggi, determinante, è però l’intuizione di Luciano Garofano e cioè che la prova del DNA, elemento utile per individuare l’autore di un delitto, se unita alla BPA, dice molto di più e questo proprio nell’ottica di armonizzare la prova genetica con gli altri elementi del processo: le eventuali dichiarazioni confessorie, le testimonianze ed ogni altro elemento dell’indagine. La BPA permette proprio questo: rendere la prova del DNA un dato che “vive” sulla scena del crimine e “fa vivere” (o meglio, rivivere) la scena del crimine nella sua dinamica fenomenologica. Da quando conosco Luciano Garofano la sua dottrina investigativa è sempre stata quella di armonizzare le indagini scientifiche con il complesso probatorio a disposizione.

La vicenda di Novi Ligure può essere ricordata anche per un’altra ragione, del tutto extraprocessuale. Il riferimento è a quella forma di “crime” da me definita “pop justice”, già più volte analizzata in questo blog.

La “pop justice” si realizza nell’abbandono della sorpassata giustizia mediatica che era finalizzata ad utilizzare il clamore mediatico per ottenere un esito desiderato in ambito processuale. E facendo ciò, si pone piuttosto sul piano del reality show, dove il male viene venduto come merce vertiginosa e attraente (secondo la visione della contemporaneità narrata dal filosofo Baudrillard) in modo del tutto distaccato dalla vicenda reale, quasi rendendo le vittime, gli autori del delitto, gli avvocati e gli investigatori come personaggi letterari (o meglio, come detto, di un reality show) che “dialogano” in una sorta di “libro giallo” della contemporaneità, le cui puntate sono scandite, con curiosità intrigante, nelle trasmissioni televisive di approfondimento.

Erika e Omar, vent’anni fa, hanno commesso un delitto terrificante ma, certamente, non avrebbero mai immaginato di essere promotori di tante novità, sia sul piano investigativo sia di sociologia del crimine.

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Massoneria, la legge Anselmi non è un vecchio arnese. L’inchiesta di Paola lo conferma

Il protagonismo delle logge massoniche in alcune zone del nostro territorio nazionale è molto forte. Così mi disse tempo fanno un massone pentito Cosimo Virgilio che ha consentito di scoperchiare diverse cupole del malaffare. In una intervista comparsa su Il Fatto Quotidiano, Virgilio raccontò che le logge locali svolgono un fondamentale ruolo di ricomposizione di interessi economici e sociali.

In effetti, sono diverse le inchieste che puntano il dito su presunte logge massoniche: proprio ieri, mercoledì, la Procura di Paola, in provincia di Cosenza, ha messo sotto inchiesta diciotto persone tra Calabria e Basilicata accusandole di aver condizionato gli appalti nella zona dell’alto Tirreno calabrese. I reati contestati sono truffa, turbata libertà degli incanti, corruzione e… violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete e massoniche.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Paola, Pierpaolo Bruni, ha visto l’attuazione di numerose perquisizioni durante le quali sembra siano state trovate diversi elementi utili agli inquirenti. Vedremo come proseguirà la faccenda. Intanto, è importante che ci sia uno strumento di legge che, per quanto poco severo e arrugginito, possa essere usato nei tribunali di fronte a gruppi che fanno della segretezza e del vincolo massonico prima ancora che una caratteristica associativa una barriera di opacità verso il resto del mondo e della legalità.

Paradossalmente quella legge non servì a niente contro gli appartenenti alla P2 nonostante venne approvato proprio dopo la scoperta della loggia di Licio Gelli nella quale erano confluiti i vertici dello Stato e gli alti ranghi della Pubblica Amministrazione, i quali se la cavarono in un modo o nell’altro perché uno Stato compromesso non li inchiodò alla loro infedeltà.

Nella scorsa legislatura Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, chiese una riforma della Legge Anselmi per renderla più stringente. Aveva ragione. E’ necessaria che la segretezza sia bandita dalla vita pubblica e che alle cariche istituzionali di ogni livello sia proibito di iscriversi ad associazioni segrete, con o senza grembiulino e compasso.

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Aggressione contro troupe Rai, arrestati 3 ultras della Lazio. Altri due già ai domiciliari

Calci, pugni e spintoni, anche dopo essere caduto a terra. La scena di violenza è accaduta la mattina del 20 dicembre scorso nei confronti di una troupe della Rai che stava realizzando alcuni servizi sulla pandemia per conto della trasmissione Storie italiane. Nel corso della mattina la Digos e i carabinieri della Compagnia Roma Trionfale hanno arrestato altre tre persone ritenute responsabili dell’aggressione, dando esecuzione alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Si trovano già ai domiciliari altre due persone accusate di aver partecipato all’aggressione, arrestate lo scorso 13 gennaio. I cinque sono ultras laziali già noti per il coinvolgimento in episodi di violenza da stadio.

L’aggressione era scaturita mentre gli operatori stavano effettuando alcune riprese a Ponte Milvio. I due operatori televisivi, dopo alcune tappe cittadine, avevano raggiunto la zona per documentare la presenze di un gruppo di persone che si intratteneva in piazza senza mascherine protettive. Il gruppo di circa 10 persone, infastidito dalla presenza della telecamera, ha aggredito la troupe scagliandosi contro il cameraman che è stato inseguito e ripetutamente colpito con calci e pugni, anche mentre era a terra.

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Riceveva il reddito di cittadinanza ma girava in Ferrari: denunciato. A Brescia 23 indagati per aver preso il sussidio senza averne diritto

Viaggiava tra la Svizzera e l’Italia con una Ferrari cabriolet, promuoveva la sua attività sui social e partecipava a scommesse sportive. Nel frattempo percepiva il Reddito di cittadinanza: per questo un 46enne di Brescia è stato denunciato nell’ambito di un’inchiesta che ha portato all’iscrizione di 23 persone nel registro degli indagati. L’accusa della Procura di Brescia è di aver indebitamente ottenuto il sussidio economico. Dall’inchiesta, svolta dalla Guardia di Finanza, è emerso che i 23 coinvolti hanno percepito, senza averne titolo, erogazioni per oltre 180mila euro.

Tra i beneficiari della misura di sostegno economico, i militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Brescia hanno scoperto il caso del 46enne. L’uomo, un consulente fiscale che svolge la propria attività professionale tra la Svizzera e l’Italia, promuoveva sui social i suoi spostamenti, i suoi viaggi e il suo lavoro nei confronti di una clientela abbiente.

Il 46enne ha richiesto il Reddito di cittadinanza all’Inps allegando una Dichiarazione Sostitutiva Unica incompleta che, di conseguenza, ha prodotto un valore Isee falso. In questo modo il consulente è riuscito a percepire il sussidio mensile da maggio 2019 a novembre 2020, per un totale di oltre 14 mila euro. Dagli approfondimenti, si è scoperto che il consulente è stato fermato alla frontiera con la Svizzera alla guida di una Ferrari 458 cabriolet presa a noleggio. Inoltre, nel periodo in cui percepiva il sussidio, ha vinto alle scommesse sportive 23mila euro.

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Tunisia, dieci anni dopo la rivoluzione la giustizia si fa ancora attendere

Dieci anni dopo la rivoluzione tunisina, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime della repressione che segnò l’ultimo mese al potere dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali attendono ancora giustizia.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione nazionale d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani, dal 17 dicembre 2010 al 14 gennaio 2011 le forze di sicurezza uccisero 132 manifestanti e ne ferirono almeno 4000.

Dopo la rivoluzione venne adottato un sistema di giustizia transizionale e fu istituita una Commissione per la verità e la dignità. Dall’avvio dei suoi lavori, nel 2016, la Commissione ha raccolto oltre 60.000 testimonianze. Nel 2018 ha trasmesso 12 richieste di rinvio a giudizio che hanno dato luogo a dieci processi di fronte alle sezioni speciali, appositamente create, dei tribunali tunisini.

Nel corso di 23 udienze complessive, spesso con gli imputati assenti dalle aule di giustizia, sono stati ascoltati decine di testimoni e sopravvissuti. Ma, trascorsi dieci anni, in nessun processo si è ancora arrivati alla richiesta di condanne.

Non si tratta di una vicenda del passato. Tra gli imputati vi sono funzionari del ministero dell’Interno ancora in carica che, sopravvissuti alla fine dell’era Ben Ali, continuano a beneficiare dell’impunità sebbene sospettati di torture e uccisioni.

Che non si tratti di una vicenda del passato lo testimonia anche la lotta della famiglia di Marwen Jamli, un ragazzo di 19 anni ucciso a Thala l’8 gennaio 2011. Il padre, Kamel Jamli, ha trascorso gli ultimi 10 anni chiedendo giustizia ai tribunali militari di Kef, Tunisi e Kasserine: “Dobbiamo far sì che nostro figlio non sia morto invano, abbiamo il dovere di combattere per la giustizia in modo che a nessun altro succeda quello che è capitato a lui. Adesso siamo al tribunale di Kasserine, non importa quanto siamo stanchi o quanto diventeremo vecchi. Conosciamo i responsabili della morte di nostro figlio, sappiamo che sono ancora in servizio. Pretendiamo almeno che confessino, dicano la verità ed esprimano rimorso”.

Chiudo con le parole di Mimoun Khadraoui, il cui fratello Abdel Basset venne ucciso dalla polizia a Tunisi il 13 gennaio 2011: “Le persone che più hanno creduto alla giustizia transizionale sono le famiglie dei martiri della rivoluzione. La prova è che dopo 10 anni siamo ancora qui. Siamo stanchi e frustrati ma non ci arrendiamo. Non si tratta solo del diritto della nostra famiglia alla giustizia o della storia di mio fratello, ma del diritto del popolo tunisino alla verità e alla giustizia”.

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Alberto Genovese accusato di violenza sessuale da altre due donne. Le denunce salgono a sei

Altre due denunce per violenza sessuale, che portano il totale a sei. Si aggrava ancora la posizione di Alberto Genovese, l’imprenditore finito in carcere a San Vittore il 6 novembre con l’accusa di aver stordito con un mix di droga e stuprato una 18enne durante una festa nel suo attico a Milano. Da quanto si è appreso, altre due giovani hanno presentato denuncia in Procura e sono già state ascoltate nell’inchiesta coordinata dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Rosaria Stagnaro. L’ex imprenditore è stato iscritto automaticamente nel registro degli indagati per questi presunti episodi: i pm potranno ora effettuare approfondimenti su eventuali riscontri ai racconti messi a verbale dalle ragazze.

Con queste ultime due denunce arrivano quindi a sei le accuse di violenza sessuale nei confronti di Genovese. Oltre alla 18enne che lo ha denunciato raccontando di essere stata stuprata il 10 ottobre, e che ha portato in carcere Genovese, un’altra giovane di 23 anni aveva denunciato l’imprenditore per una violenza subita a Ibiza la scorsa estate. “Da quando sono entrata in camera e ho tirato una striscia di stupefacente di colore rosa che io pensavo fosse 2CB, non ricordo più nulla”, aveva fatto mettere a verbale la ragazza. Poi a metà dicembre erano state presentate due ulteriori denunce da due giovani assistite dall’avvocato Ivano Chiesa, storico legale di Fabrizio Corona. I presunti episodi di violenza raccontati dalle ragazze seguono delle dinamiche comuni: avvenuti a festini tra Milano, Ibiza e Mykonos e sempre dopo il consumo di droghe offerte dall’ex imprenditore.

Una delle presunte violenze sarebbe anche stata registrata nei filmati delle telecamere interne dell’attico di lusso, soprannominato ‘Terrazza sentimento’. Immagini che gli investigatori della Squadra mobile stanno analizzando da settimane, anche perché si sospettano che possano documentare altre violenze. In corso ci sono indagini anche sul fronte patrimoniale e finanziario di Genovese, per verificare eventuali profili di violazioni fiscali e di presunto riciclaggio, accertamenti collegati a quelli sul giro di droga per le feste. Nell’inchiesta sono indagati anche l’ex fidanzata di Genovese, per concorso nella violenza a Ibiza denunciata dalla 23enne, e il suo cosiddetto ‘braccio destro’ Daniele Leali per cessione di cocaina.

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Vaccino Covid, l’imposizione non è improbabile: la ragione riguarda gli indennizzi

Ormai abbiamo capito da anni che il sistema finanziario mondiale si regge sul principio della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite. Finché i mercati tirano, i grandi investitori fanno affari d’oro con interessi in doppia cifra; quando le borse crollano, e le banche “too big to fail” scricchiolano, non di rado interviene “Pantalone” con vari meccanismi di salvataggio pubblico o di nazionalizzazione.

Ora, la domanda da porsi è: rischiamo di replicare un simile schema anche rispetto ai danni collaterali che il prossimo vaccino potrebbe portare con sé? In Canada, il ministro della Sanità Patty Hajdu ha appena annunciato che chi accuserà reazioni gravi per effetto della somministrazione del vaccino anti-Covid potrà chiedere e ottenere un pubblico risarcimento. Nel Regno Unito già si parla di un piano “nazionale” di indennizzi.

In generale, le aziende di Big Pharma sono state molto attente nell’inserire clausole di salvaguardia da qualsiasi azioni risarcitoria dovesse essere promossa per danni vaccinali. L’agenzia Reuters, il 31 luglio scorso, ha diffuso la notizia che AstraZeneca non sarà tenuta a risarcire danni vaccinali perché “la pharma britannica ha raggiunto questo accordo con la maggior parte dei Paesi con i quali ha stipulato un contratto di fornitura”.

Questa è la vera ragione per cui l’imposizione di un obbligo vaccinale in Italia è tutt’altro che improbabile. Infatti, nel nostro paese l’unica legge sugli indennizzi per danni da vaccino (la 210/92) prevede – affinché lo Stato se ne faccia carico – che quel vaccino sia obbligatorio, sia pure con i distinguo di cui ci apprestiamo a dire.

A questo punto, però – e preliminarmente – la domanda ineludibile diventa: è lecito ordinare a tutti, per legge, un vaccino? O è, piuttosto, preferibile ricorrere a un modo più “gentile”, come direbbe il premier Giuseppe Conte, per proporlo, anziché imporlo? I vaccini fanno davvero (sempre) bene? E se, invece, fanno (talvolta) male, è giusto che il cittadino danneggiato sia risarcito? Ed è giusto che di questo risarcimento debba farsi carico lo Stato e non invece le aziende che godono di tutti i miliardari ritorni economici del relativo business? Tutte queste domande erano già scottanti prima dello tsunami Covid-19. Oggi, alla luce di quanto accaduto, sono quesiti addirittura incendiari.

Perciò, è di grande interesse una recente sentenza della Corte Costituzionale, la numero 118 del 23 giugno scorso, con la quale la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’articolo 1, comma 1 della succitata legge 25 febbraio del 1992, numero 210. Ma perché la norma in oggetto è finita all’attenzione della Corte Costituzionale?

Tutto nasce da una eccezione di incostituzionalità sollevata dalla Cassazione. Secondo la Suprema Corte, infatti, quell’articolo sarebbe contrario alla nostra Carta fondamentale, perlomeno laddove prevede il diritto all’indennizzo solo a beneficio di coloro i quali riportano pregiudizi a causa di un vaccino obbligatorio; e non anche a favore di chi a quel vaccino si è sottoposto spontaneamente. Magari sulla base di una mera “raccomandazione” della pubblica autorità.

Ebbene, la Corte Costituzionale ha dato ragione ai giudici del Palazzaccio. In buona sostanza, i magistrati della Consulta hanno rilevato come, nel caso di specie, la cosiddetta “raccomandazione” si fosse in realtà tradotta in una “ampia e insistita campagna di informazione” da parte delle autorità sanitarie. Per effetto della quale una giovane pugliese era stata convocata presso gli ambulatori dell’Asl mediante una missiva che presentava la vaccinazione contro l’epatite A “non tanto come prestazione raccomandata, ma quasi come se fosse stata obbligatoria”. La pronuncia fa seguito a due analoghe sentenze del Giudice delle Leggi: la numero 107 del 2012 (in materia di morbillo) e la numero 268 del 2017 (in materia di vaccino antinfluenzale).

In effetti, e a ben vedere, la differenza tra “obbligo” e “raccomandazione”, nella pratica medico-sanitaria, è assai meno marcata di quella che separa i due concetti nei rapporti giuridici. Tradotto: le chiamano raccomandazioni, ma in realtà qualsiasi cittadino le percepisce, recepisce e interpreta come coercizioni. Soprattutto perché l’uomo della strada è portato, di regola, a riporre “affidamento nei confronti di quanto consigliato dalle autorità sanitarie” (parole della citata sentenza). Tutto ciò ha condotto la Corte Costituzionale alla declaratoria di illegittimità.

Ora, è evidente come questa pronuncia apra scenari da monitorare, atteso che il governo sta per intraprendere la strada, da molti auspicata, di una vaccinazione di massa contro il nuovo Coronavirus. Un’attenzione doverosa non solo nel caso in cui si dovesse optare per un imperativo esplicito, ma anche in quello in cui si dovesse propendere per una sorta di “moral suasion” concepita per indurre “spontaneamente” il maggior numero di persone a vaccinarsi. Alla fine, in entrambi i casi, pagherebbe lo Stato.

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Striscia la notizia, l’ex inviato barese Mingo condannato a un anno e 2 mesi: per i giudici ha truffato Mediaset

Truffa, falso e diffamazione. Con queste accuse il Tribunale di Bari ha condannato a un anno e 2 mesi di reclusione l’ex inviato di Striscia la notizia Domenico De Pasquale (in arte Mingo) e Corinna Martino, amministratore unico della Mec Produzioni Srl di cui il marito Mingo era socio. Stando all’ipotesi accusatoria Mingo ha truffato Mediaset con la complicità di sua moglie, facendosi pagare alcuni servizi relativi a fatti inventati ma spacciati per veri, e facendosi anche rimborsare costi non dovuti per figuranti e attori. Gli imputati sono stati ritenuti responsabili di quattro truffe relative ad altrettanti falsi servizi realizzati per il tg satirico, andati in onda tra il 2012 e il 2013.

Per altri tre episodi è stata dichiarata la prescrizione, come per le presunte simulazioni di reato, e per altre tre truffe e una contestazione di calunnia il Tribunale ha assolto nel merito gli imputati “perché il fatto non sussiste”. Mingo è stato condannato anche per aver diffamato, nel 2015, gli autori di Striscia la Notizia, accusandoli di essere gli “ideatori dei falsi servizi”. Alle costituite parti civili, Mediaset, Antonio Ricci e altri nove tra autori e produttori della trasmissione, gli imputati dovranno risarcire i danni. Per quattro persone, inoltre, il Tribunale ha disposto la trasmissione alla Procura dei verbali delle dichiarazioni rese durante il processo per procedere nei loro confronti per falsa testimonianza. Completamente estraneo ai fatti, come emerso sin dall’inizio, Fabio De Nunzio, che con De Pasquale componeva la coppia di inviati pugliesi Fabio&Mingo: come reso noto anche dal programma di Antonio Ricci, il “buon Fabio” era completamente ignaro della truffa.

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Ex llva, Fabio Riva assolto anche in appello: non sussiste la bancarotta della holding che controllava l’impianto siderurgico di Taranto

Il fatto non sussiste. Anche la corte d’appello di Milano ha assolto Fabio Riva dall’accusa di bancarotta della holding Riva Fire che controllava l’ex Ilva di Taranto. Dopo l’assoluzione in primo grado, quindi, anche i giudici dell’appello hanno stabilito che Fabio Riva non ha responsabilità penali nel crac della società che gestiva l’acciaieria ionica e l’intero gruppo della famiglia. Anche la Procura generale aveva chiesto la conferma dell’assoluzione per Riva, difeso dai legali Salvatore Scuto e Gian Paolo Del Sasso, unico ad aver scelto il rito abbreviato. A febbraio 2018, il fratello Nicola Riva aveva patteggiato una pena a 3 anni mentre Adriano Riva, fratello di Emilio, l’ex patron del colosso siderurgico scomparso nel 2014, aveva concordato con la procura una pena di 2 anni e 6 mesi.

Nelle 127 pagine della sentenza di primo grado, il giudice Castellucci aveva affermato che nella gestione dell’Ilva di Taranto la famiglia Riva, tra il 1995 e il 2012, aveva investito “in materia di ambiente” oltre un miliardo di euro e “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti”. Parole che sembrano in netto contrasto con le accuse formulate dalla Procura di Taranto secondo la quale la famiglia Riva avrebbe invece gestito lo stabilimento siderurgico con la logica del “minimo sforzo e massimo guadagno” al punto da causare il disastro ambientale e sanitario al centro del processo Ambiente svenduto. I magistrati tarantini, infatti, avevano chiesto e ottenuto il sequestro di 8 miliardi e 100 milioni di euro come ingiusto risparmio che i Riva avrebbero incassato non ammodernando la fabbrica. Il sequestro era poi stato annullato dalla Cassazione. La vicenda, però, è ancora pendente dinanzi al tribunale ionico che sta celebrando il maxi processo Ambiente svenduto.

Nella sua sentenza, però, il giudice Castellucci aveva precisato che l’obiettivo del processo celebrato a Milano non era dimostrare “se siano stati commessi reati ambientali e l’individuazione degli eventuali soggetti responsabili”, ma “se vi sia stata una sistematica e deliberata manomissione della ricchezza sociale tramite il mancato sostenimento dei costi per la tutela ambientale e sanitaria, che, prevedibilmente, una volta accertato dalle autorità competenti, avrebbe contribuito a determinare il dissesto” societario. E nei primi due gradi di giudizio, quindi, i magistrati milanesi hanno affermato che Fabio Riva non aveva alcuna responsabilità. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza d’appello, va ricordato che il giudice Castellucci aveva sostenuto che “alla luce dell’ammontare dei costi complessivamente sostenuti” dai Riva era evidente come non vi fosse il “depauperamento” dei beni contestato inizialmente dall’accusa. Il giudice inoltre, aveva aggiunto che “l’unico depauperamento che può essere astrattamente ipotizzato è quello relativo al mancato rispetto della normativa europea prescritta con l’Aia riesaminata” che anticipava solo per l’Ilva l’obbligo di “adeguamento alle nuove e gravose prescrizioni”.

Anche la sentenza di secondo grado, quindi, dà torto alla Procura di Milano che aveva contestato una serie di operazioni societarie finalizzate a generare “un illecito arricchimento” della famiglia Riva ai danni dell’Ilva. Non solo. Già il giudice Castellucci aveva sancito che la famiglia Riva aveva “condotto la società a posizionarsi in vetta al mercato siderurgico europeo” e che pianificava un importante progetto di rilancio che non si è verificato “per l’avvenuto commissariamento ambientale di Ilva”.

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Salvo Pogliese, il sindaco reintegrato dal Tribunale in primo grado condannato per le spese pazze

Quattro anni con il fardello di un’inchiesta sulle spalle e la scelta di candidarsi ugualmente a sindaco di Catania. L’elezione, a giugno 2018, e dodici mesi con la fascia tricolore. A luglio scorso la doccia gelata: condannato in primo grado a quattro anni e tre mesi per peculato e sospeso per 18 mesi con l’applicazione della legge Severino. Poi il nuovo colpo di scena e il reintegro in municipio dopo un ricorso al tribunale Civile. Per Salvo Pogliese la vicenda però è tutt’altro che chiusa, anche perché a occuparsi nel merito della vicenda sarà la Corte Costituzionale. Nell’attesa l’ex eurodeputato e coordinatore regionale di Fratelli d’Italia in Sicilia orientale riprenderà lo scranno lasciato vacante in municipio per 135 giorni. In una città già profondamente segnata da un dissesto che supera il miliardo di euro.

Al centro della vicenda Pogliese ci sono quelle che sono state ribattezzate le spese pazze all’Assemblea regionale siciliana. Cioè l’utilizzo dei fondi del gruppo parlamentare durante il mandato da deputato regionale e capogruppo del Popolo delle Libertà. Sotto la lente d’ingrandimento della procura di Palermo, in un’inchiesta con decine di ex deputati siciliani indagati e processati, finì la gestione di circa 50mila euro che, secondo i magistrati, Pogliese avrebbe utilizzato per usi impropri. Un lungo elenco in cui figuravano 1200 euro per la sostituzione di maniglie e serrature in un studio professionale riconducibile alla famiglia, 30mila euro per dei pernottamenti in albergo a Palermo ma anche 280 euro per pagare la retta scolastica di uno dei figli. Il sindaco etneo si era difeso sostenendo che quei soldi erano stati anticipati per pagare le spese del gruppo e, successivamente, parzialmente recuperati.

Una tesi che però non ha mai convinto i magistrati che a settembre dello scorso anno chiesero la condanna a quattro anni e tre mesi per peculato. Dieci mesi dopo la scelta del collegio giudicante, presieduto da Fabrizio La Cascia, di accogliere per intero la tesi dell’accusa. Il resto della vicenda rimanda all’attualità: applicazione della legge Severino e sospensione per 18 mesi. Pogliese, che dovrà affrontare il processo d’appello, ha deciso di anticipare i tempi e rivolgersi anche al tribunale civile di Catania con un corposo ricorso firmato dagli avvocati Eugenio Marano, Claudio Milazzo e con la collaborazione del costituzionalista Felice Giuffrè.

Sette motivi di presunta illegittimità nell’applicazione della legge Severino che però non hanno convinto del tutto i magistrati della prima sezione civile, presieduta da Massimo Escher. Come emerge dall’ordinanza tutti i rilievi, eccetto uno, sono stati bollati come “manifestatamente infondati”. Nell’elenco dei legali di Pogliese c’era la “violazione del principio di presunzione di non colpevolezza” in quanto la sentenza per peculato è ancora di primo grado. Altro rilievo è quello sulla competenza della prefettura di Catania nel disporre la sospensione. Poi le questioni sulla disparità di trattamento, con la legge Severino che dispone la sospensione soltanto per le cariche regionali e locali ma non per quelle nazionali ed europee. A fare scattare il reintegro invece i dubbi sulla durata della sospensione: 18 mesi validi per qualunque tipo di condanna. Per i giudici bisognerebbe calcolare invece uno stop proporzionato ai fatti contestati a Pogliese. A esprimersi nel merito sarà però la Corte costituzionale. Intanto il sindaco torna in municipio “con il cuore colmo di gioia”.

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