Archivio Tag: Giustizia & Impunità

Certosa di Trisulti, il Tar dà ragione all’associazione vicina a Bannon: il Ministero condannato a pagare le spese del processo

La Certosa di Trisulti resta in gestione alla Dignitatis Humanae Institute, l’associazione ultra cattolica che fa capo a Steve Bannon, ex braccio destro di Donald Trump, che vorrebbe creare nell’ex convento di Collepardo, in provincia di Frosinone, la scuola internazionale del sovranismo. A stabilire le sorti della splendida abbazia del 1200 è il Tar di Latina che ha accolto il ricorso presentato dagli americani, rigettando l’ordine di sfratto partito lo scorso ottobre dal Ministero dei Beni Culturali guidato da Dario Franceschini che aveva annullato l’assegnazione della gestione del monastero benedettino sulla base della mancanza di requisiti da parte della Dignitatis, diretta dall’inglese Benjamin Harnwell. La decisione è stata motivata dal fatto che l’atto di autotutela del Mibact è partito troppo tardi, oltre (anche se di poco) il limite dei diciotto mesi di tempo dopo l’assegnazione della concessione. Un errore formale che però ha fatto vincere la partita in primo grado alla coppia Bannon-Harnwell, condannando il Ministero al pagamento delle spese processuali, circa 6.000 euro, oltre a quelle generali.

Come ricostruisce La Stampa, la vicenda è iniziata due anni fa, quando la Certosa di Trisulti è stata affidata alla Dignitatis Humanae, roccaforte del pensiero sovranista americano di cui non si conoscono i finanziatori e che all’epoca era presieduta Raymond Burke.Già al momento dell’assegnazione erano emerse le prime criticità, perché si era scoperto che “la gara per la concessione era stata vinta grazie ad un curriculum che poi si è rivelato quanto meno gonfiato, con alcune fondamentali carte falsificate”, come scrive il quotidiano torinese. “Secondo il Mibact la Dignitatis Humanae aveva acquisito la personalità giuridica richiesta dalla gara solo dopo la pubblicazione del bando e l’esperienza almeno quinquennale dichiarata nel campo della tutela dei beni culturali in realtà non sarebbe mai esistita – si legge su La Stampa -. Non solo. Alcuni documenti fondamentali per garantire la solidità finanziaria del progetto di gestione dell’abbazia di Trisulti sono risultati falsificati”.

La scorsa estate il Mibact aveva inviato poi un’ispezione a sorpresa nel monastero, contestando tra le altre cose la mancata manutenzione dell’abbazia e poi il 16 ottobre dello scorso anno il ministero guidato da Dario Franceschini ha avviato la procedura per la revoca della concessione, che il Tar di Latina ha però ora respinto.

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Anm, Giunta a rischio scioglimento. Si dimettono il presidente Luca Poniz (Area) e il segretario Giuliano Caputo (Unicost)

Un comitato direttivo durato dieci ore dopo una giornata tesissima apre la crisi all’interno della Giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Al termine della riunione fiume si sono dimessi il presidente, Luca Poniz (Area), e il segretario, Giuliano Caputo (Unicost). All’ordine del giorno c’era la mozione di Magistratura indipendente sull’anticipazione delle elezioni per il rinnovo dei vertici da ottobre a luglio e le modalità del voto telematico. Ma l’assemblea delle toghe è stata teatro di una polemica tra i gruppi sulla questione delle nuove intercettazioni, apparse nei giorni scorsi sulla stampa, emerse dagli atti dell’inchiesta di Perugia, quella che vede come principale protagonista Luca Palamara, ex presidente Anm.

Dalle carte degli inquirenti umbri continuano a emergere manovre di palazzo per piazzare candidati benvoluti, alleanze tra correnti, carriere indirizzate. Uno scandalo – con le correnti che si dividevano le nomine – che l’anno scorso aveva provocato un doppio terremoto all’interno del Consiglio superiore della magistratura e nella Anm stessa. E che aveva portato alla poltrona di presidente Luca Poniz, esponente di Area, la corrente di sinistra delle toghe che appariva la meno esposta. Oggi Area e Unicost, hanno lasciato la giunta e poi è arrivato il passo indietro dei due vertici. Per ora resta in giunta – che rischia quondi lo scioglimento – il gruppo di Autonomia e Indipendenza, che ha un solo rappresentante, Cesare Bonamartini, vicesegretario. La riunione, che ha bocciato la mozione di Mi sull’anticipo delle elezioni, e ha quindi confermato il voto a ottobre, si è riconvocata per lunedì, per individuare una nuova composizione che gestisca il governo dell’Associazione fino alle elezioni.

Oggi Poniz, che era stato eletto presidente proprio dopo il caos generato dall’inchiesta di Perugia con il coinvolgimento di magistrati, aveva tentato di rintuzzare gli strali dicendo: “Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l’emergenza ci ha costretti un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva a una gestione per proteggere una posizione o mantenere l’assetto di rapporti politici, è una cosa che non si può tollerare”. Poniz, in apertura del comitato direttivo centrale, aveva così replicato alle accuse rivolte ai vertici dell’Anm, che sono in regime di prorogatio dato che le elezioni, previste a marzo scorso, sono slittate a causa dell’emergenza sanitaria. A chiedere che il voto si tenga al più presto, a luglio, è stata Magistratura Indipendente, ritenendo l’attuale giunta delegittimata, anche in relazione a quanto emerso dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia. “Non vogliamo stare un minuto di più – aveva assicurato Poniz – la richiesta di anticipare il voto l’avrei fatta subito. Io e il gruppo di Area siamo a disposizione riteniamo che questa esperienza non possa proseguire ci mettiamo a disposizione ma evitando che questa situazione sia usata strumentalmente per attaccare l’Anm. Il nostro è solo un gesto di responsabilità per consentire alla giunta di funzionare e andare al voto quanto prima nell’interesse di tutti e consentire all’Associazione di sottrarsi a questi attacchi che nuocciono a chi li fa e naturalmente a tutti noi che lavoriamo con massima serietà e rigore”.

Tra l’altro l’Anm non ha ancora avuto dalla Procura di Perugia gli atti completi dell’inchiesta, chiusa il 20 aprile sul caso di Luca Palamara: “Abbiamo chiesto gli atti il 4 maggio scorso prima che su alcuni giornali venissero pubblicati stralci di conversazioni – ha ricordato Poniz -. Non abbiamo ricevuto risposta per cui giovedì scorso abbiamo nominato un difensore che ha già interloquito con la procura. È l’ennesima richiesta, già rivolta lo scorso anno. All’epoca ci fu risposto che erano atti non ostensibili per ragioni di segretezza. Non è vero che gli atti sono pubblici e consultabili – ha chiarito – noi non siamo un giornale, ma riteniamo di essere un soggetto qualificato per la richiesta. Per questo abbiamo agito con fermezza e convinzione per trarre da quegli atti una conoscenza diretta, non filtrata, non selezionata con lo stesso scrupolo e rigore con cui abbiamo agito in questi anni e che ha caratterizzato il nostro approccio a questo tema”.

Sabato mattina contro l’Associazione nazionale magistrati si era scagliato un ex Guardasigilli in una intervista a Italia Oggi: “È del tutto evidente che l’Associazione nazionale magistrati è diventata un’organizzazione che parassita lo Stato e permette di condizionare le scelte del Csm, perché influisce sull’elezione dei suoi membri. Si comporta come un partito politico. Contesta le decisioni del parlamento, del governo o del ministro della Giustizia ogni due minuti. E un organismo che non si capisce più bene che cos’è, ma che comunque sembra votato a mal fare. Attenta quotidianamente all’autonomia e all’indipendenza del singolo magistrato, fa mercimonio di nomine, promozione, carriere, elezioni Csm e perfino sentenze. Dove siamo? L’Anm andrebbe sciolta. E una libera associazione, non un organo costituzionale. Fa del male ai magistrati e alle istituzioni, dunque è una minaccia”.

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Corruzione nella sanità siciliana, le intercettazioni: “Incasso quindicimila euro per nove anni senza fare un’emerita…”

“Salvo fammi dire però che è scontato che è il cinque netti dei contratti…”. Parlavano così gli indagati intercettati dagli agenti della Guardia di Finanza che hanno ricostruito, anche attraverso le intercettazioni, il tariffario da rispettare negli appalti della sanità siciliana: il 5% del valore della commessa aggiudicata. La maxi operazione ha svelato un intreccio perverso su un sistema che avrebbe consentito di pilotare appalti milionari della sanità in Sicilia. L’indagine, che coinvolge imprenditori e funzionari pubblici, ha portato all’arresto di dieci persone accusate, a vario titolo, di corruzione. Gli investigatori avrebbero accertato un giro di mazzette che ruotava intorno alle gare indette dalla Centrale unica di committenza della Regione siciliana e dall’Asp 6 di Palermo per un valore di quasi 600 milioni di euro. Il quadro che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta è desolante. “All’assistenza tecnica mi busco io personalmente quindici mila euro al mese… io per nove anni m’incasso quindici mila euro senza fare un’emerita m…”. E ancora: “Quando abbiamo cambiato la busta e loro fatto il ribasso lo sapevano”. Tra gli arrestati c’è anche Antonio Candela, attuale Coordinatore della struttura regionale per l’emergenza Covid-19 in Sicilia. Candela, che è ai domiciliari, è stato Commissario straordinario e Direttore generale dell’Asp 6 di Palermo. Proprio alcune gare indette dall’Asp di Palermo, secondo gli inquirenti, sarebbero al centro di un giro di mazzette.

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Coronavirus, gli ispettori del ministero sul Trivulzio: “Inerzia dei vertici”. L’accusa alla Regione Lombardia: “Sulle Rsa si è mossa tardi”

Da una parte c’è stata “una certa inerzia” da parte dei vertici dell’Agenzia di tutela della salute (Ats) e del Pio Albergo Trivulzio, che “si sono attivati con consapevole ritardo“. Dall’altra, i ritardi sono imputabili anche alla Regione Lombardia che non ha “applicato in maniera tempestiva le misure” previste dal governo per tutelare gli ospiti delle residenze per anziani. Sono le accuse contenute nella relazione degli ispettori del ministero della Salute, riportata da Repubblica, su quanto accaduto al Pio Albergo Trivulzio di Milano. La Procura indaga sulla catena di scelte e responsabilità che ha portato i pazienti Covid nelle case di riposo della Lombardia, con tutto quello che questa mossa ha rappresentato in termini di contagio e numero delle vittime. Anche oggi, intanto, i carabinieri del Nas hanno effettuato ispezioni nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) del Pavese e della Bergamasca.

Venerdì il governatore Attilio Fontana si è detto sereno per la maxi-inchiesta, perché “non abbiamo assolutamente sbagliato niente”. Il presidente della Regione più colpita dal coronavirus scarica le responsabilità sull’Ats e ha sottolineato che il provvedimento è stato preso “sulla base delle risultanze tecniche” e ha permesso di liberare “posti in ospedale“. È proprio questo l’errore che gli ispettori ministeriali imputano alla Regione, perché “le azioni di contenimento indicate dal ministero della Salute non sono state applicate in maniera tempestiva e hanno seguito un doppio binario a due velocità”, si legge nella relazione riportata da Repubblica. Mentre si tutelavano gli ospedali, nelle residenze per anziani “non sembra si sia creato un raccordo rapido e il massimo sforzo che sarebbe dovuto avvenire – sottolineano gli ispettori – anche per le caratteristiche di fragilità dei pazienti ricoverati”.

La relazione getta ombra però anche sull’operato dell’Ats e dello stesso Pio Albergo Trivulzio. “Pur consapevoli della fragilità dei pazienti e della necessità di proteggere loro e gli operatori sanitari, si sono attivati con considerevole ritardo“, recita la relazione. Che più nello specifico ricostruisce “l’inerzia dei vertici”, a partire da quella circolare ministeriale del 22 gennaio che dispone l’isolamento dei pazienti positivi in un’area dedicata e raccomanda la fornitura di dispositivi di protezione a tutti gli operatori sanitari. Secondo gli ispettori, passa un mese prima che queste disposizione vengano attuate, mentre “e attività ambulatoriali e i ricoveri sono stati sospesi solo il 13 marzo”. I ritardi che gli ispettori imputano ai vertici proseguono anche dopo questa data. Secondo la relazione riportata da Repubblica, le mascherine risultano distribuite solo il 24 marzo, quando arrivano i primi rifornimenti della Protezione civile.

Gli ispettori confermano quindi i ritardi, ma anche quella che loro ritengono una scelta grave compiuta dalla Regione Lombardia: lo spostamento dei malati Covid nelle strutture per anziani. A loro dire questa decisione ha violato le direttive nazionali: saranno le indagini della Procura a tentare di spiegare di chi sono le responsabilità e quanto questa scelta abbia contribuito a far esplodere la diffusione del coronavirus e aumentato il numero delle vittime.

Proseguono le indagini e proseguono anche le ispezioni dei Nas in Lombardia. L’Eco di Bergamo riporta delle visite dei carabinieri nelle Rsa bergamasche per “creare una lista di strutture da sottoporre eventualmente alla Procura“. Un’altra ispezione alla residenza per anziani “La Certosa di Pavia”, nella frazione Samperone del comune di Certosa (Pavia), dove dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus si sono registrati 33 morti. La Rsa, gestita dal gruppo Korian (che fornisce assistenza ad altre 44 strutture in Italia), ha 120 posti letto. Attualmente sono ospitati 86 anziani e buona parte del personale è a casa in malattia, in attesa di poter effettuare il tampone per rientrare al lavoro. Il Giornale di Brescia riferisce invece di un incontro avvenuto tra il direttore di Ats Brescia, i Nas e i vertici della Procura che hanno aperto nove inchieste e che vogliono fare luce sui decessi nelle Rsa: in Provincia sono 168 le morti accertate Covid e più di 500 complessivamente.

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Coronavirus, finalmente anche la giustizia scopre lo smart working e diventa digitale

di Antonio Tesoro *

Doveva arrivare un virus, non informatico, a digitalizzare definitivamente la giustizia. Per la prima volta, 19 anni fa, con il D.p.r. n.123 del 2001, è stata regolamentata la disciplina sull’uso di strumenti informatici e telematici nel processo civile, amministrativo e dinanzi alle sezioni giurisdizionali della Corte dei conti. Poi una lunga sperimentazione a fasi alterne e con non poche resistenze fino all’obbligatorietà con il d.l. n.90 del 2014 del deposito telematico nel processo civile, che ha fatto nascere il 30 giugno 2014 il tanto temuto processo civile telematico (Pct).

L’operatività tuttavia è rimasta ridotta in quanto l’obbligo di deposito telematico si applicava solo ai ricorsi per decreto ingiuntivo, mentre per i giudizi ordinari era riferito soltanto ai procedimenti iscritti a ruolo dal 3 giugno 2014; dal 31 dicembre 2014 l’obbligo è stato esteso a tutti i procedimenti con riferimento agli atti cosiddetti “endoprocessuali”, lasciando la scelta di deposito cartaceo o telematico degli atti introduttivi dei giudizi.

Intanto il 1° gennaio 2017 anche la giustizia amministrativa diventa telematica con il processo amministrativo telematico (Pat) e un cosiddetto “doppio binario”, che solo dal 1° gennaio 2018 dispone l’obbligo di svolgimento di tutti i giudizi innanzi alla giurisdizione amministrativa con modalità telematiche.

La giustizia tributaria comincia a muovere i primi passi verso l’informatizzazione del processo a decorrere dal 1° luglio 2019 con la nascita del processo tributario telematico (Ptt) obbligatorio per tutte le parti del processo che dovranno notificare e depositare gli atti processuali, i documenti e i provvedimenti esclusivamente con modalità telematiche.

Negli ultimi anni, insomma, avvocati e giudici non solo sono stati catapultati in un mondo virtuale, fatto di strumenti elettronici sconosciuti ai più – firma digitale, Pec, redattori, punti di accesso, moduli Pdf, Pagamenti Telematici – ma sono stati chiamati a inseguire la costante, veloce e incessante evoluzione del sistema.

Adesso che un virus impone a tutti di restare a casa il “sistema giustizia telematica” diventa stabile e il ministro della Pubblica amministrazione chiede l’utilizzo del digitale non più in via sperimentale, assegnando risorse e dotazioni. La giustizia telematica dimostra di aver retto lo stress della pandemia, è finalmente apprezzata e diventa una risorsa stabile che consente di essere ampliata con le udienze telematiche ed avviata anche nel settore penale.

Oggi con il Covid-19 è necessario per tutti l’obbligo di fruizione di strumenti tematici che il d.l. 17 marzo 2020 n. 18 incentiva; e questo a partire dall’utilizzo del pagamento del contributo unificato telematico all’art. 83 comma 11: “Gli obblighi di pagamento del contributo unificato … sono assolti con sistemi telematici di pagamento”, fino allo svolgimento delle udienze in videoconferenza, peraltro già previsto, a seguito dell’emanazione del d.l. 8 marzo 2020, n° 11 dal Direttore Generale dei Sistemi Informativi Automatizzati (Dgsia) che ha emanato un provvedimento ad hoc (come previsto dall’art. 2, comma 2, lett. F e comma 7, del d.l. 8 marzo 2020, n. 11).

I collegamenti da remoto per lo svolgimento delle udienze civili saranno organizzati dal giudice utilizzando Skype for Business o Teams e per le udienze penali mediante l’utilizzo degli strumenti di videoconferenza già a disposizione degli uffici giudiziari e degli istituti penitenziari. Un nuovo mondo giustizia!

Gli avvocati auspicano però l’introduzione di un processo telematico unico, con regole tecniche condivise per una fruizione semplice anche da parte di chi non è avvezzo alla tecnologia.

Infine c’è ancora un aspetto da non sottovalutare: la questione delle notifiche a mezzo Pec ancora oggi non regolamentate per la mancanza del Registro Ipa, ossia dell’elenco ufficiale da cui sia possibile estrarre validamente l’indirizzo da utilizzare per le notifiche tematiche alla Pa.

Pertanto, o si rende valido e utilizzabile tale registro o si obbligano tutte le pubbliche amministrazioni a comunicare immediatamente il proprio indirizzo Pec al registro PP.AA. per eseguire le notifiche telematiche, prevedendo in caso di omessa comunicazione specifiche sanzioni, come fra l’altro previsto dalla legge forense nel caso di inadempimento dell’avvocato all’obbligo di comunicare il suo indirizzo di posta certificata.

Covid-19 ha un effetto positivo, è l’occasione per l’avvio di una nuova giustizia, di uno “smart working” della giustizia che potrà consentire a tutti gli operatori del diritto di semplificare gli adempimenti anche di udienza, rendendo più fruibile e anche più celere lo svolgimento dei processi per una giustizia finalmente effettiva e certa, quantomeno nei tempi.

* Avvocato civilista, mi occupo in particolare di diritto del lavoro e delle esecuzioni civili. Ho la passione per il diritto delle nuove tecnologie e Privacy e ho fondato a Messina il CSIG (Centro Studi Informatica Giuridica). Mi piace insegnare e sono stato responsabile nazionale dipartimento PCT AIGA e membro del tavolo ministeriale permanente per lo sviluppo del PCT, componente della commissione paritetica presso per il Tribunale di Messina per l’avvio e la risoluzione delle problematiche inerenti il PCT. Ho collaborato alla redazione di due Volumi editi CEDAM in materia di GDPR ed oggi sono Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Messina.

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Coronavirus, chi non rispetta le regole paga solo una piccola multa. E per me è davvero assurdo

Ormai tutti dovrebbero aver capito che in tempi di coronavirus bisogna fare tutto il possibile per evitare ogni contatto. Insomma, per la vita nostra e dei nostri cari, bisogna stare a casa. Ed è sacrosanto che questo imperativo, con le relative, minime eccezioni (salute, necessità ecc.) sia stato imposto e sanzionato con legge. Così come è sacrosanto che venga fatto rispettare.

Eppure sabato il ministero dell’Interno ha fatto sapere che oltre 70mila persone sono state denunciate alla magistratura per violazione delle norme governative sui divieti di spostamento; con la contestazione, così come per legge, del reato di cui all’art. 650 del codice penale il quale prevede l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 206 euro per “chi non osserva i provvedimenti legalmente dati dall’Autorità per ragioni di…. igiene”.

Leggendo questo articolo e queste sanzioni, qualche giornale ha esaltato il rigore di questa scelta (“Si tratta di un reato penale”, come se un reato potesse essere non penale) e della possibilità di arresto. La verità è un’altra. L’art. 650 c.p. prevede una contravvenzione “bagattellare”, che, di regola, può essere estinta con una oblazione, pagando la metà del massimo della pena pecuniaria; e cioè 103 euro. Senza subire nessun processo, senza sporcarsi la fedina penale e senza pagare l’avvocato. Purché, ovviamente, la si faccia prima di arrivare al processo. Oppure, se si riceve una condanna con decreto penale, chiedendone la revoca (per proporre oblazione) entro 15 giorni. Altro che “pena severa”, altro che possibilità di arresto. Con 103 euro si risolve tutto.

E questo è veramente assurdo. Occorre intervenire subito e modificare la legge, prevedendo adeguate sanzioni specifiche per chi viola i divieti e gli obblighi in tema di coronavirus. Con due strade possibili: quella penale con un reato speciale munito di sanzioni veramente dissuasive per entità della pena e per provvedimenti accessori immediati (ad esempio, divieto di uscire dalla propria abitazione senza un consenso scritto dell’Autorità, caso per caso). Oppure imponendo, la prima volta, una adeguata sanzione amministrativa (ad esempio fino a 10.000 euro) e, in caso di recidiva, prevedendo l’obbligo della denunzia penale (con un nuovo, speciale reato).

L’importante è eliminare il rinvio all’art. 650 c.p. che, purtroppo, non è certamente adeguato a contrastare comportamenti di incoscienti che costituiscono una minaccia alla salute e alla vita di tutti.

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Carceri, Bonafede: “Atti criminali di pochi”. Italia viva: “Via il capo del Dap”. Grasso: “Gestione carente, operatori soli e senza mascherine”

“Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali”. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, intervenendo in Senato pochi giorni dopo la rivolta nelle carceri legata all’emergenza coronavirus, ha voluto sottolineare come “le immagini dei disordini e gli episodi più gravi” siano “ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti”: “La maggior parte di essi, infatti”, ha detto ancora, “ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza”.

Nell’Aula di Palazzo Madama, in replica al Guardasigilli, non sono intervenute solo le opposizioni, ma anche esponenti della stessa maggioranza. Il primo è stato il capogruppo di Italia viva Davide Faraone che ha chiesto sia rimosso il responsabile del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: “Ha gravissime responsabilità”, ha detto. “Quello che è accaduto nelle carceri era prevedibile. Se i detenuti fossero stati responsabilizzati sulle misure probabilmente tutto ciò non sarebbe accaduto. Lei ministro avrebbe dovuto anticipare quello che è capitato. Non si può far finta di niente: bisogna agire su chi è stato responsabile”. Una posizione condivisa anche dall’ex presidente del Senato ed esponente di Leu Pietro Grasso, anche lui in maggioranza: “Molto carente è stata la gestione del capo del Dap. Gli operatori sono stati lasciati soli rispetto alla situazione. Da parte del vertice del Dap ci sono stati gravi ritardi e indecisioni”, ha dichiarato. “Dov’era durante le rivolte? Mi ha stupito leggere che solo ieri sono state mandate le mascherine in carcere”.

Bonafede in Aula ha anche riferito sui numeri delle persone coinvolte: gli “atti criminali” sono stati portati avanti “da almeno 6000 detenuti su tutto il territorio nazionale”, ha detto. “Oltre 40 i feriti della polizia penitenziaria cui va tutta la mia vicinanza e l’augurio di pronta guarigione) e purtroppo 12 i morti tra i detenuti per cause che, dai primi rilievi, sembrano perlopiù riconducibili ad abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini”. Per quanto riguarda il carcere di Foggia, penitenziario che ha riportato “gravi danni strutturali”, Bonafede ha confermato che sono “16 i detenuti ancora latitanti che erano soggetti al regime di media sicurezza”. Quanto al carcere di Modena, teatro della rivolta più cruenta, “gran parte dell’istituto è diventato inagibile”.

E per far fronte a questa situazione eccezionale, ha continuato Bonafede, il governo sta valutando nuove misure: “La task force all’interno del Ministero” sulle carceri “sta preparando possibili interventi per garantire, da un lato, i poliziotti penitenziari e, dall’altro lato, i detenuti. Ma bisogna mantenere la calma ed essere uniti con una consapevolezza. Questo è un momento difficile per il Paese, ma è nostro dovere chiarire, tutti insieme, che lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all’illegalità”.

Per quanto riguarda le rivendicazioni di alcuni, sulle condizioni di vita dentro le carceri, Bonafede ha dichiarato: “E’ giusto ascoltare le rivendicazioni che arrivano anche dai detenuti che rispettano le regole e che dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo avere anche il coraggio e l’onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni e addirittura le violenze contro gli agenti della polizia penitenziaria”.

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Intercettazioni, l’approvazione della riforma mi riempie di amarezza

Mi sforzerò per non farmi sopraffare dall’amarezza per l’approvazione del Senato della cosiddetta “riforma delle intercettazioni”.

Ho la fortuna e l’onore di poter esercitare la professione di avvocato penalista. Nel processo penale, sempre più spesso la regina della prove è costituita dalle intercettazioni telefoniche e ambientali. Spesso indispensabili all’accertamento della verità. Che io mi trovi a ricoprire il ruolo di patrono della parte civile o quello dell’imputato, ho la pessima abitudine di non limitarmi a studiare quelle indicate nelle informative della polizia giudiziaria o riassunte nelle trascrizioni dei cosiddetti brogliacci. Io me le ascolto tutte dopo aver chiesto copia dei relativi audio. Ne ho facoltà e diritto. Fino ad oggi.

La dottoressa Raffaella D’Atri, classe 1969, dirige l’Ispettorato del Lavoro di Rimini così come negli anni 2014-2016, quando venne delegata anche per la direzione della Dtl di Ravenna “per sopperire a momentanea carenza strutturale”. Raddoppio dell’incarico a titolo gratuito e temporaneo.

Nel dicembre 2014 viene aperta dalla Procura di Ravenna un’inchiesta a carico di alcuni funzionari della Direzione Territoriale della città per corruzione e truffa. I cosiddetti pubblici dipendenti assenteisti e furbetti del cartellino. Un’inchiesta che presto trova ampio risalto sui media locali e non solo, tra il giusto sdegno generale.

Tra ottobre e novembre 2015 vengono effettuate intercettazioni ambientali e telefoniche. Il 21 dicembre 2015 la dottoressa D’Atri viene iscritta nel registro degli indagati. A gennaio tutta la stampa dà ampio risalto al coinvolgimento della nota dirigente nell’inchiesta. A febbraio le locandine dei giornali di tutta la Romagna sono interamente occupate dalla notizia delle perquisizioni e sequestri eseguiti nel suo ufficio e nella sua casa.

Il 21 settembre 2016 la Procura di Ravenna chiede il suo rinvio a giudizio esclusivamente sulla base delle dichiarazioni di due funzionari dello stesso ufficio di Ravenna che la accusano di essere stata informata delle truffe perpetrate dai dipendenti assenteisti e furbetti del cartellino, ma di non aver fatto nulla. Quindi complice. Nonostante ciò, nel novembre 2016 decido ugualmente di chiedere e ottenere dalla Procura di Ravenna copia degli audio di tutte le intercettazioni.

Il quadro che ne emergeva era tanto dirompente quanto imbarazzante: non solo le accuse delle due funzionarie dei confronti della dottoressa D’Atri erano del tutto destituite di fondamento, ma vi emergeva la piena prova che la povera dottoressa D’Atri era temuta e odiata proprio da quegli stessi furbetti del cartellino che si preoccupavano della sua eventuale presenza in ufficio. Lei dirigeva a tempo pieno Rimini e poteva essere presente a Ravenna solo un giorno o due alla settimana.

Il Gup del Tribunale di Ravenna, dopo aver in un primo momento rigettato la mia richiesta di trascrizione di quelle intercettazioni, ha preso atto della presenza di quegli audio da me segnalati. Dopo nove udienze ha pronunciato sentenza di non luogo a procedere per la dottoressa Raffaella D’Atri, scagionandola da ogni infamante accusa.

Oggi, grazie a questa riforma, la dottoressa D’Atri sarebbe stata rinviata a giudizio e, molto probabilmente, condannata. Chi l’ha concepita non sa cosa vuol dire fare l’avvocato penalista.

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Anno giudiziario, Davigo interviene a Milano e gli avvocati lasciano l’aula. Presidente corte d’Appello: “Blocco prescrizione? Qui le ricadute sui tempi saranno contenute”

Gli avvocati della Camera penale di Milano lasciano l’aula del Palazzo di giustizia, dove si sta tenendo l’inaugurazione dell’anno giudiziario, appena il consigliere del Csm Piercamillo Davigo prende la parola. Gli avvocati della Camera penale si erano rivolti al Csm ritenendo inopportuna la presenza di Davigo, presenza invece rivendicata e sostenuta dai magistrati. I legali hanno sventolato tra le mani un foglio con l’intestazione della Gazzetta ufficiale e la scritta “Costituzione della Repubblica”. I legali hanno esibito cartelli con scritti gli articoli 24,27 e 111 della Carta, che a loro dire, sono stati violati dalla riforma della prescrizione e hanno organizzato un flash mob nell’atrio del Palazzo di Giustizia. .

“BLOCCO PRESCRIZIONE? A MILANO RICADUTE CONTENUTE” – “Fra le numerose altre riforme del settore penale, vanno certamente prese in esame le problematiche connesse alla discussa riforma della prescrizione”. Lo ha detto la presidente della Corte d’Appello di Milano Marina Tavassi in un passaggio del suo intervento in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. “I temuti effetti del blocco o della sospensione della prescrizione avranno per la nostra sede giudiziaria una ricaduta contenuta in termini numerici e di possibile dilatazione dei tempi del giudizio”, ha aggiunto Tavassi. “I dati statistici dei Tribunali e della Corte – ha proseguito Tavassi – testimoniano che il crescente miglioramento della funzionalità complessiva del sistema determina una costante diminuzione dei casi di prescrizione” che nel distretto giudiziario milanese ammontano al 2,91% del totale, una percentuale “di gran lunga inferiore al dato nazionale che è pari al 24%”. Tavassi ha però aggiunto: “Se la prescrizione rappresenta una patologia del sistema, al tempo stesso l’istituto della cosiddetta sospensione non può essere un rimedio all’irragionevole durata del processo, problema che deve essere risolto per altre vie”

DI MATTEO A PALERMO – “Il Csm deve finalmente dimostrare con i fatti di voler cambiare pagina, abbandonando per sempre quelle logiche che lo hanno trasformato in un centro di potere lontano, quando addirittura non ostile ai magistrati più liberi, indipendenti e coraggiosi”. A dirlo è stato il consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo, durante il suo intervento all’inagurazione dell’anno giudiziario in corso nel palazzo di giustizia di Palermo.

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Carola Rackete, Cassazione rigetta il ricorso della procura Agrigento contro scarcerazione. L’avvocato: “Non andava arrestata”

È stato respinto dalla Cassazione il ricorso della Procura di Agrigento contro l’ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete, la comandante della nave Sea watch3 approdata a Lampedusa forzando il blocco.

“Non conosciamo ancora le motivazioni”, ha detto l’avvocato Leonardo Marino all’agendia Adnkronos, “ma adesso sappiamo con certezza che avevamo ragione noi: Carola Rackete non andava arrestata. Vedremo adesso se la Procura di Agrigento darà seguito a questa pronuncia della Cassazione o se andrà avanti su questa sua tesi, che riteniamo folle. Arrestata perché aveva salvato vite umane”. E ha concluso: “In quel periodo ricordo una particolare tensione politica e adesso siamo felici per l’esito di questa vicenda. I giudici della Cassazione hanno dato ragione a noi”.

L’articolo Carola Rackete, Cassazione rigetta il ricorso della procura Agrigento contro scarcerazione. L’avvocato: “Non andava arrestata” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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