Archivio Tag: Giustizia & Impunità

Amadeo Matacena, revocati arresto e sequestro. L’ex parlamentare: “Giustizia dopo tante ingiustizie”

Sulla testa dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena non pende più l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei suoi confronti, per intestazione fittizia, nell’ambito dell’inchiesta “Breakfast” per la quale nel 2014, su richiesta del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, erano stati invece arrestati l’ex moglie Chiara Rizzo e l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola. Entrambi sono stati accusati, e condannati in primo grado, per aver aiutato Matacena a rifugiarsi a Dubai, dopo la condanna definitiva per concorso esterno con la ‘ndrangheta rimediata da quest’ultimo nel processo “Olimpia”.

Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Vincenza Bellini, che, su istanza degli avvocati Marco Tullio Martino e Renato Vigna e con il parere negativo della Procura, ha revocato il mandato di arresto per l’ex parlamentare e il decreto di sequestro con il quale erano stati applicati i sigilli ai beni di Matacena. I legali hanno prodotto anche una perizia d’ufficio, disposta dalla Corte d’Appello nell’ambito di un altro procedimento, secondo cui sarebbe stata accertata “la provenienza lecita del patrimonio societario sequestrato al Matacena ed oggetto delle intestazioni fittizie contestate” nell’inchiesta “Breakfast”.

“Fatti nuovi” che, secondo il gip, però non sono “idonei ad infirmare il giudicato cautelare formatosi in punto di gravità indiziaria”. Quest’ultima, infatti, è stata confermata dal gip sulla cui decisione, invece, ha pesato il fatto che Matacena da una decina d’anni ormai è latitante negli Emirati Arabi. L’esclusione “in fase cautelare” dell’aggravante mafiosa, contestata dalla Direzione distrettuale antimafia, e “il lungo tempo trascorso dalla data del commesso reato”, per il gip “hanno certamente influito sulle esigenze cautelari che, allo stato, possono ritenersi non più esistenti”. In altre parole, la latitanza di Matacena e la lentezza della procedura di estradizione hanno premiato l’ex parlamentare condannato definitivamente per mafia nel processo “Olimpia”. A distanza di 8 anni dall’operazione “Breakfast”, infatti, la normativa che impone il requisito dell’attualità ha fatto cadere le esigenze cautelari. Il processo, quindi, ci sarà prima o poi. Ma da Dubai, però, Matacena festeggia come se fosse stato assolto nel merito. Dopo aver ringraziato sua moglie e i suoi avvocati, infatti, all’Ansa ha dichiarato che “alla fine la verità è venuta a galla. “Adesso manca solo la ciliegina sulla torta: la sentenza della Corte Europea e giustizia, dopo tanta ingiustizia, sarà fatta!”.

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Alessia Pifferi, il pm: “Capace di commettere atrocità”. Contestato l’omicidio volontario aggravato

Una persona “capace di commettere atrocità“, pericolosa e che non ha avuto “scrupoli”, volendo portare avanti le sue relazioni, ad abbandonare da sola in casa per quasi “sette giorni” nella “culletta” sua figlia Diana di un anno e mezzo, facendola morire di “stenti”. Una mancanza di quell’accudimento costante per i bambini così piccoli. Il pm di Milano, Francesco De Tommasi, contesta per questo ad Alessia Pifferi, 37 anni, l’omicidio volontario aggravato anche da premeditazione e futili motivi. Le indagini sono state affidate alla Squadra Mobile che ha raccolto una serie di testimonianze da cui emerge che l’indagata aveva raccontato una serie di bugie a chi le stava accanto, compreso l’uomo di Leffe (Bergamo) con cui aveva una relazione e in casa del quale aveva partorito la figlia di cui non si sa chi sia il padre. Al compagno avrebbe detto che Diana era al mare con la sorella.

Agli inquirenti la 37enne – che durante l’interrogatorio è apparsa lucida – ha spiegato di essere “disoccupata”, ma indagando si è scoperto che aveva entrate con cui riusciva a mantenersi e proprio su questo aspetto, con l’analisi di chat sequestrate nel suo telefono, la Procura sta facendo approfondimenti, a partire anche da quelle frequentazioni di uomini conosciuti sui social. La bimba sarebbe stata abbandonata anche in altre occasioni: tra marzo e aprile scorso la piccola era stata lasciata per una sera per incontrare un uomo, di cui nell’interrogatorio non ha saputo ricordarsi il nome. Colui che, però, stando al verbale della 37enne, le avrebbe dato la “boccetta di En”, un potente tranquillante che, si ipotizza, lei potrebbe aver fatto assumere alla piccola otto giorni fa per stordirla, ma anche in altre occasioni. “Le ho dato solo qualche goccia di tachipirina, perché aveva male ai denti”, ha sostenuto lei, che inizialmente quando è rientrata a casa mercoledì mattina aveva detto, stando alla deposizione di una vicina, che qualcuno aveva lasciato la porta dell’abitazione aperta e che dentro ci doveva essere una fantomatica baby sitter che era scappata.

Anche coi familiari – madre e una sorella – avrebbe mantenuto spesso un atteggiamento di “distanza”, condito pure di racconti non veri. Agli stessi agenti intervenuti quel mattino avrebbe detto di essere una “psicologa infantile”. Nei prossimi le verrà contestato anche l’accusa di “abbandono di minore” per gli episodi precedenti: almeno due o tre fine settimana, dallo scorso giugno in poi, quando lei aveva riallacciato la relazione col compagno di Leffe, che per un periodo si era interrotta. Oggi è stata sentita dal gip Fabrizio Filice, ma il suo legale, l’avvocato Raffaella Brambilla, non ha voluto chiarire in che modo abbia provato a giustificare il suo comportamento. Era consapevole, e l’ha già detto, che “poteva andare così”, che Diana poteva morire senza essere nutrita e accudita per tutti quei giorni. Il pm ritiene che non ci sia alcuna esigenza di richiedere una perizia psichiatrica o di effettuare una consulenza sullo stato mentale della donna, che è sembrata lucida, presente a se stessa e con una volontà, espressa a ‘intermittenza’, di fare finta che quella figlia non esistesse, perché bloccava le sue relazioni, la sua vita. Sabato il gip deciderà sulla richiesta della Procura di convalida del fermo e di custodia in carcere.

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Giovanni Melillo dice parole sante: serve nuova collaborazione tra legislatore, magistrati e servizi

Nelle parole del procuratore nazionale antimafia ed anti terrorismo, Giovanni Melillo, trovo l’urgenza di riannodare un filo che forse negli ultimi anni è andato assottigliandosi pericolosamente. Quello della leale collaborazione tra legislatore e magistratura sul terreno degli strumenti necessari a proseguire nello sforzo per la liberazione dell’Italia dalle mafie. Infatti in uno dei passaggi più interessanti della intervista concessa a Bianconi su il Corriere, Melillo, riferendosi al ruolo di Spatuzza nel fare chiarezza sulla strage di Via D’Amelio, osserva:

“Anche per non rischiare di perdere di vista l’importanza, assolutamente fondamentale nel contrasto alle mafie, dello strumento dei collaboratori di giustizia, per cui tanto si spese Giovanni Falcone. Anzi, da tempo è matura l’esigenza di assicurare al sistema di protezione dei collaboratori reali standard di modernità ed efficienza; ancora oggi, ad esempio, per un’inerzia legislativa davvero incomprensibile, manca una disciplina dei documenti di copertura che impedisca, come purtroppo è accaduto, che una cosca mafiosa rintracci il collaboratore che ne ha svelato i delitti attraverso mirati accessi abusivi alle informazioni dei sistemi sanitari, previdenziali e fiscali”

Parole “sante” e come sappiamo l’altra grande smagliatura è quella relativa alla protezione da riconoscere alle donne che con i loro figli, intendono rompere con le famiglie mafiose di provenienza, pur non potendo diventare collaboratrici di giustizia. Nella passata legislatura, quella conclusasi nel 2018, sono stato il presidente del V comitato della Commissione parlamentare antimafia, quello che si occupava proprio di testimoni, di collaboratori e di vittime di mafia, negli anni nei quali il dott. Melillo era impegnato al ministero della Giustizia, abbiamo avuto quindi modo di conoscerci e di confrontarci su questi temi. Ecco perché, per me, hanno un valore particolare quelle affermazioni sui collaboratori: allora riuscimmo, grazie alla sintonia tra governo e Parlamento, ad approvare all’unanimità una riforma del sistema tutorio dei testimoni di giustizia (che andrebbe oggi sottoposta a verifica e sicuramente più puntualmente attuata), ma non arrivammo a rivedere le norme relative ai collaboratori, sull’importanza dei quali ci siamo più volte soffermati.

Ma l’intervista a Melillo è importante per almeno altre tre ragioni, che mi pare descrivano un programma di azione. Il richiamo forte alla deontologia professionale dei procuratori, che a detta di Melillo, hanno talvolta peccato di superficialità, vanità e persino di approcci autoritari ed autoreferenziali, al fine di difendere al meglio l’indipendenza dei procuratori stessi, evitando di prestare il fianco a “falli di reazione” (li chiamo io così!) da parte della politica, che abbiano come conseguenza l’appiattimento pericoloso del lavoro dei pm. Il riferimento preciso alla collaborazione con il Dis e cioè con il dipartimento incardinato presso la presidenza del Consiglio dei ministri che coordina il lavoro dei due servizi di informazione per la sicurezza della Repubblica, l’Aisi e l’Aise, al fine di accedere ordinatamente a materiali utili alla comprensione delle “pagine più oscure” (cit. Bianconi) del nostro Paese.

Sono convinto che potrà essere una collaborazione utile ora che, essendo passati da quei fatti circa trent’anni, ed essendo cambiati in modo sostanziale le mappe geopolitiche, gli assetti di potere e financo i servizi segreti stessi, qualche speranza di fare le domande “giuste” ed ottenere qualche risposta, c’è. Infine per quella frase:

Per la responsabilità della mia funzione non posso che chiedere pubblicamente scusa per tutte le omissioni e gli errori, ma anche per le superficialità e persino le vanità che hanno ostacolato la ricerca della verità sulla strage

Quando a chiedere pubblicamente scusa è un rappresentate dello Stato credibile, come in questo caso, c’è da pensare che le scuse siano la manifestazione evidente di una volontà rinnovata ad andare fino in fondo, senza pagare un dazio ancora una volta troppo alto alla sostenibilità del sistema. Le parole di Melillo, mi hanno fatto pensare ad altre, analoghe, quelle pronunciate da Gabrielli sulla mattanza al G8 di Genova. Quando Gabrielli pronunciò quelle parole era capo della Polizia, oggi è il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con la delega alla sicurezza della Repubblica, cioè è il capo del capo del DIS. Se son rose…

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Caso Nada Cella, diffuso nuovo audio della testimone anonima: “Eravamo in cinque, non so perché le altre non parlano”

La super-testimone dell’omicidio di Nada Cella che la procura di Genova sta cercando di identificare, non era sola quando ha visto una donna, identificata in Annalucia Cecere, ex insegnante oggi indagata per omicidio volontario, uscire sporca di sangue dal portone di via Marsala, dove si trovava lo studio del commercialista dove è stata trovata morta la segretaria. “Io non faccio il nome, ma eravamo in diverse, io non so perché le altre non parlano”, si sente dire nella nuova intercettazione audio diffusa, risalente all’agosto del 1996, pochi mesi dopo l’omicidio. “Ma pensi un po’ che a me il sospetto è venuto al pomeriggio, quando l’ho saputo. E ho detto ‘Madonna, ma dici che questa mattina ‘quella’ è andata a fare una cosa così?’. Poi abbiamo parlato con qualche ragazza tra noi ha detto sì, che ha l’ardire, quando dice ‘ti spacco la testa in due’”. Nello stralcio precedente, appunto, la stessa voce anonima, raccontava di aver visto una donna uscire dal portone dell’omicidio il giorno del delitto pochi istanti dopo l’accaduto nascondendo qualcosa nel suo scooter e risultando sporca di sangue.

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Omar Confalonieri, pm ascoltano tre donne. Una denuncia: “Nel 2013 la droga negli arancini. Sul pc trovai video pornografici”

Drogata e poi violentata, un incubo durato dieci ore. È questa l’accusa che una donna di 39 anni, residente a Milano, muove contro il 48enne Omar Confalonieri, l’agente immobiliare arrestato lo scorso 8 novembre dai carabinieri di Corsico per aver avvelenato due apertivi in un bar e averli portati a una coppia di clienti, che si trovavano con lui per valutare l’affitto di un box. Il veleno avrebbe provocato lo stordimento di entrambi e Confalonieri ne avrebbe poi approfittato per stuprare la donna.

Dopo i casi simili di Bergamo e Monza, entrambi del 2007, dove Confalonieri fu accusato di violenza sessuale e fu prosciolto nel primo ma condannato nel secondo, la presunta nuova vittima racconta una vicenda avvenuta a Milano nel 2013. Con una particolarità: lei è una parente acquisita dell’agente immobiliare. Lo conosce, talvolta lo incontra. Come quel pomeriggio, quando entra in un negozio per acquistare biancheria intima e si accorge della presenza dell’uomo. Che poi la accompagna a casa, dopo essersi fermato in una rosticceria per comprare due arancini siciliani. Secondo la vittima, è lì dentro che finisce la droga, sempre la stessa: farmaci a base di benzodiazepine. La donna si sveglierà dieci ore dopo in stato confusionale e con i ricordi annebbiati. Dopo qualche giorno riesce a ricostruire, anche se solo in piccola parte, ciò che è avvenuto. Così, davanti ai suoi familiari, telefona a Confalonieri.

Gli chiede conto del giorno precedente, di cosa ci fosse nel cibo, dei video pornografici trovati sul suo pc. Decide di registrare la telefonata, che ora è nelle mani della Procura. Si sente la voce agitata dell’agente immobiliare che prova a giustificarsi: le spiega che assume degli ansiolitici e che lei deve aver bevuto dal suo bicchiere, dove ce n’era ancora traccia. La donna non crede alla spiegazione, si fa visitare da un medico e si rivolge a un avvocato, ma ricorda poco, pochissimo. E alla fine decide di non avere elementi per una denuncia. Quando l’agente immobiliare viene arrestato, lo legge sui giornali e apprende i dettagli dal racconto delle vittime. Un po’ alla volta la memoria si fa più nitida. La mente torna a otto anni prima. Lui che la tocca nelle parti intime, le mostra filmati pornografici e le dice cosa gli piacerebbe fare. Sono gli stessi trovati il giorno dopo sul suo pc, a cui non riusciva a dare una spiegazione. Ricorda l’agente immobiliare sopra di lei e tutto il resto. Rivive quelle dieci drammatiche ore e ieri pomeriggio, davanti a pubblici ministeri Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, mette ogni cosa nero su bianco. Infine consegna il materiale che ha conservato, senza più guardarlo, dal 2013 a oggi, tra cui un referto del Centro antiviolenza della clinica Mangiagalli di Milano. Lo sconvolgente racconto della donna sembra avvalorare la tesi della Procura: Confalonieri sarebbe uno stupratore seriale. Ora i magistrati cercano conferme a queste nuove accuse.

Sempre oggi i pm hanno ascolto altre due presunte vittime di Confalonieri, che però non sarebbero riuscite a riferire i fatti con precisione né a fornire riscontri sufficienti: il modus operandi, secondo quanto emerge dalle loro testimonianze, è sempre lo stesso, ma i ricordi sono ancora flebili. Al contrario del racconto della 39enne, dettagliato e circostanziato. Sarebbero inoltre in corso indagini su alcune telefonate acquisite agli atti, dalle quali si evincerebbe come i familiari dell’agente immobiliare fossero a conoscenza dei suoi comportamenti e dei suoi metodi per avvicinare le vittime, drogarle e violentarle.

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Bimba abbandonata, indagine della procura di Novara. Il Tribunale di Torino ha avviato la procedura di adozione

La Procura di Novara ha aperto un fascicolo a modello 45, senza indagati né ipotesi di reato, sulla vicenda della bimba di un anno abbandonata in Ucraina, dopo essere stata concepita da una madre surrogata e arrivata in Italia nei giorni scorsi. Una coppia di Novara, che aveva fatto ricorso a questa tecnica di procreazione, aveva poi deciso di non tenere la bambina. Intenzione confermata nei giorni scorsi davanti ai pm novaresi. Nel frattempo la bambina è stata affidata temporaneamente ad una coppia dal Tribunale per i Minorenni di Torino, che ha anche avviato la procedura di adozione per la piccola.

I genitori italiani erano andati in Ucraina nell’agosto del 2020 – in una delle parentesi concesse dal Covid per gli spostamenti aerei – per coronare il loro desiderio di avere un figlio attraverso una madre surrogata. Dopo il riconoscimento della bambina, la coppia è rientrata però in Italia, affidando la piccola ad una baby-sitter reperita sul posto attraverso un’agenzia interinale. Al compimento del primo anno di vita della minore, non avendo più notizie dai genitori e non avendo più ricevuto il compenso pattuito anche per il sostentamento della bambina, la baby-sitter si è rivolta al consolato italiano per denunciare quanto accaduto.

La vicenda è stata sottoposta alla Procura della Repubblica territorialmente competente in Italia ed alla Procura dei Minori, che hanno accertato la reale intenzione dei genitori di non voler riprendere la bambina. È stato così incaricato lo Scip (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) per il rimpatrio della piccola, in stretto contatto con il Consolato italiano a Kiev chiamato a rilasciare i documenti necessari per il viaggio. Gli operatori di polizia hanno chiesto la collaborazione della Croce Rossa Italiana, con una consolidata professionalità proprio nelle missioni più delicate, che ha inserito nel team operativo una pediatra ed una crocerossina. La bimba ha viaggiato con i suoi peluche preferiti, consegnati al momento della partenza dalla baby-sitter che le ha fatto da mamma.

Per la bimba c’è già una coppia pronta ad accoglierla. Maria Sole Giardini, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni e affetta dalla sindrome di Rokitansky (rara malattia caratterizzata dall’assenza di utero) si è offerta insieme al marito. “Tutti conoscono l’appello diffuso con mio marito per trovare una donna che ci aiuti a coronare il nostro sogno di avere un figlio in Italia. Pochi sanno che contemporaneamente abbiamo iniziato l’iter per l’adozione nazionale. Lungaggini burocratiche e assenza di bambini in stato di abbandono ci obbligano a un’attesa senza certezze. Non si tratta di come un bambino nasce ma dell’amore che si è disposti a dargli. E’ per questo che io e mio marito Sergio siamo disponibili ad accogliere la bambina nata in Ucraina”.

Foto di archivio

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Green pass falsi ai vip di Roma, sequestrati nove qr code: c’è anche quello di Pippo Franco

I Carabinieri del Nas, su ordine della Procura di Roma, hanno sequestrato nove green pass falsi tra cui quello intestato all’81enne attore comico Pippo Franco, già candidato alle comunali della Capitale con una delle liste civiche a sostegno di Enrico Michetti. Nell’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, si ipotizza il reato di falso per l’attestazione di esenzioni non dovute o addirittura di dosi di vaccino in realtà mai ricevute.

I certificati fasulli erano rilasciati da un medico di base e da un odontoiatra con studio in zona Colli Albani, già perquisito: secondo le accuse erano destinati a sportivi, imprenditori, manager ed esponenti dell’alta società, tra cui un ex magistrato. I qr code sono stati disattivati presso il database del ministero della Salute: a quanto si apprende, sono stati utilizzati da alcuni indagati anche per accedere a locali pubblici.

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Martina Rossi, la Cassazione: “Unica verità processuale è che per morì per sfuggire a un tentato stupro”

A poco più di tre settimane dalla sentenza i giudici della Cassazione hanno depositato le motivazioni del verdetto che ha confermato 3 anni di reclusioni per i due imputati nel caso di Martina Rossi. “L’unica verità processuale che risulta trovare conferma nella valutazione dei molteplici indizi esaminati risulta essere quello del tentativo di violenza sessuale” scrivono i magistrati della IV sezione penale. Lo scorso 7 ottobre gli ermellini hanno confermato la sentenza d’appello per Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, i due aretini condannati per tentata violenza sessuale di gruppo: altri due reati ovvero l’omissione di soccorso e la morte in conseguenza di altro reato sono prescritti. La studentessa ventenne genovese morì il 3 agosto 2011 precipitando dalla terrazza dell’hotel Santa Ana a Palma di Maiorca.

“I giudici del rinvio hanno ritenuto certa la compresenza di Albertoni e Vanneschi all’interno della stanza 609 quando Martina precipitò dal balcone così come si sono illustrati i motivi di ordine logico in base ai quali è stato escluso che Vanneschi stesse dormendo, ed è stata ravvisata la natura sessuale dell’aggressione ai danni di Martina”. “Il fatto che anche Vanneschi fosse coinvolto nel tentativo di violenza sessuale con un ruolo quanto meno agevolativo è stato chiarito dalla Corte fiorentina attraverso un ampio ragionamento, che parte da elementi deduttivi riferiti ai momenti in cui Martina si trovava nella stanza 609, alla presenza di entrambi” gli imputati “e fino al momento della sua caduta dal balcone di quella stanza” si legge nelle motivazioni.

“Del pari si è avuto modo di ricordare in che modo sia Albertoni che Vanneschi cercassero, fin dalla prima fase delle indagini, di inquinare il quadro probatorio, concordando con gli altri due occupanti della stanza 609 una versione di comodo” sottolineano i giudici della Cassazione. “Martina, dopo essere salita nella stanza 609 con un paio di pantaloncini corti, precipitò dal sesto piano senza i pantaloncini ma solo con le mutandine – proseguono i supremi giudici – Le compagne di stanza di Martina riferiscono entrambe che la ragazza salì verso la stanza 609 indossando un paio di pantaloncini corti e una maglietta, mentre quando precipitò dal sesto piano non indossava più i pantaloncini e aveva indosso solo gli slip, oltre una maglietta”.

Per la Cassazione infine, “non vi sono elementi di sorta per poter accreditare la tesi del consumo di stupefacenti da parte di Martina assieme ad Albertoni, ricavata dalle asserzioni dello stesso imputato, una tesi che oltre a collidere con il dato oggettivo dei risultati negativi degli esami di laboratorio viene fondata su fragili basi deduttive”. Alla conferma delle condanne in Cassazione si è arrivati dopo l’Appello bis di Firenze che ha condannato i due imputati a 3 anni per tentata violenza sessuale di gruppo. In primo grado davanti al Tribunale di Arezzo il 14 dicembre 2018 Vanneschi e l’amico Albertoni vennero condannati a 6 anni di reclusione per tentato stupro e morte in conseguenza di altro reato. Il 9 giugno 2020 la Corte d’appello di Firenze li aveva poi assolti “perché il fatto non sussiste”. La Cassazione però il 21 gennaio scorso ha annullato la sentenza di assoluzione disponendo un nuovo processo per i due imputati. Da lì si è arrivati all’appello bis a Firenze, confermato dai supremi giudici lo scorso 7 ottobre.

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Calabria, l’ex assessore regionale Talarico condannato in primo grado a cinque anni per scambio elettorale politico-mafioso

Cinque anni di carcere per scambio elettorale politico-mafioso. È la condanna dell’ex presidente del consiglio regionale e assessore al bilancio della Calabria, Francesco Talarico, che chiude il processo “Basso Profilo” celebrato, in primo grado, con il rito abbreviato. Con 21 condanne e 4 assoluzioni, la sentenza del gup Simona Manna conferma, in sostanza, le accuse formulate nella maxi-inchiesta dalla Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri, che aveva chiesto 8 anni per il politico calabrese, segretario regionale dell’Udc.

Assolto dal reato di associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso, Talarico è stato riconosciuto però colpevole per quanto accaduto alle elezioni politiche del 2018 quando era candidato nel collegio di Reggio Calabria e secondo gli inquirenti ha “letteralmente svenduto il suo futuro incarico, mettendo in relazione faccendieri, soggetti di palese estrazione ndranghetista con un parlamentare europeo”. Il riferimento è al segretario nazionale dell’Unione di Centro Lorenzo Cesa, indagato in un primo momento dalla Dda di Catanzaro che poi, nei suoi confronti, ha chiesto l’archiviazione.

I quattro assolti sono l’amministratore delegato di Sicurtransport spa Luciano Basile, Francesco Mantella, Rodolfo La Bernarda e il notaio Rocco Guglielmo. Stando all’indagine, coordinata dai pm Paolo Sirleo e Veronica Calcagno, l’assessore Talarico sarebbe stato appoggiato dalla cosca De Stefano tramite il consulente di Invitalia Natale Errigo, imparentato con alcuni esponenti della famiglia di ‘ndrangheta, e tramite il reggino Antonino Pirrello, condannato a 4 anni di carcere. Quest’ultimo è il titolare di un’impresa di pulizie con commesse in enti pubblici.

Uno dei principali indagati dell’inchiesta, invece, è Antonio Gallo, l’imprenditore che si sarebbe rivolto a Errigo e Pirrello per conto del candidato dell’Udc finito prima ai domiciliari e poi all’obbligo di dimora. L’assessore, in sostanza, avrebbe avuto rapporti con Antonio Gallo che, in cambio del suo appoggio elettorale, avrebbe ottenuto l’interessamento del politico alle sue imprese. Anche se non ha retto l’associazione a delinquere, nelle carte di“Basso Profilo, la Dda parla di “un comitato d’affari”, una sorta di “connubio diabolico tra imprenditori e politici”.

Da una parte Antonio Gallo e dall’altra l’assessore calabrese al Bilancio Francesco Talarico. Il 7 maggio 2017 i due imputati sono andati a Roma dove, al ristorante “Tullio”, hanno incontrato il deputato Cesa. In quell’occasione c’erano anche due consiglieri comunali calabresi, Tommaso e Saverio Brutto (anche loro imputati nello stralcio con il rito ordinario) che, già allora, erano intercettati dalla Dia. Se sia stato un semplice pranzo o qualcosa di più non è stato possibile appurarlo. Essendo Cesa all’epoca parlamentare, infatti, gli investigatori hanno dovuto staccare il trojan, inoculato nel cellulare di uno dei Brutto, senza poter ascoltare i discorsi tra il segretario dell’Udc e l’imprenditore Gallo.

Quello su cui però gli inquirenti non hanno dubbi sono gli accordi presi in campagna elettorale da Talarico e in particolare quelli con l’imprenditore Gallo dal quale avrebbe ricevuto “il sostegno elettorale – scrivono i pm – in cambio dell’impegno ad appoggiarlo per l’ottenimento, con modalità illecite, di appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici economici e società in house, attraverso la mediazione dell’europarlamentare Lorenzo Cesa, con il quale il Talarico avrebbe effettivamente promosso un incontro”. “Frà (Talarico, ndr)..noi ora dobbiamo parlare con Cesa.. – sono le parole di Tommaso Brutto finite in un’intercettazione – io mi devo risolvere il problema di mio figlio e gliela dobbiamo mettere anche sul piano Frà che noi qui dobbiamo tenere un partito, dobbiamo tenere una segreteria… dobbiamo tenere…mio figlio è disoccupato, io ho un mezzo inc…”.

Sono stati i due Brutto a creare l’impalcatura della rete di relazioni arrivata fino alla segreteria nazionale dell’Udc. Per gli inquirenti, infatti, Tommaso e Saverio Brutto hanno individuato Gallo quale figura imprenditoriale in grado di insinuarsi efficacemente nel settore degli appalti: “Lo mettevano in contatto con Francesco Talarico, per creare un connubio efficace volto a reperire appoggi a livello politico e con il maresciallo Ercole D’Alessandro della Guardia di Finanza, per potere disporre di notizie di tipo investigativo”.

Gli inquirenti hanno monitorato le riunioni “politiche” degli indagati. In una di queste – “i presenti manifestavano l’auspicio di ottenere importanti commesse presso Enti nazionali quali Enel, Eni, Arpacal, Calabria Verde, Tim”. “Oltre agli appalti presso i citati Enti, – scrivono sempre i magistrati – la carica di parlamentare europeo di Cesa attirava l’attenzione di tutti gli interessati per gli investimenti in Albania e comunque nell’est Europa, potendo egli aprire canali importanti per vendere i prodotti commercializzati da Gallo presso enti pubblici stranieri, ospedali, cliniche, facendo leva proprio sulla sua attuale carica di europarlamentare”.

Non solo voti ma anche soldi. “Devo concretizzare… Facciamo le cose solo per gli altri?” si domanda infatti Talarico in merito all’aiuto concesso all’imprenditore legato ai clan. “Ti serve in tutti i sensi Francù… – lo tranquillizza Tommaso Brutto – economicamente… Nella campagna elettorale… si muove, non è che dici tu è uno che si tira indietro… questo non si spaventa… non ha la mano corta eh!.. azziccato! è azziccato, Franco, ma sai perché? perché…. (è un generoso) bravo!… non è fesso!”.

Voti ma anche soldi. Quelli servono sempre per la campagna elettorale e il futuro assessore regionale al Bilancio puntava al 5% degli affari che avrebbe fatto fare a Gallo attraverso Cesa: “Noi – dice – vediamo qual è la fornitura in base al discorso… noi sappiamo preciso… il 5%… Lorè (Cesa ndr), questo c’ha il 5%.. capito… ora vediamo… facciamo le cose… fatte bene… e poi lo stabiliamo con lui! quante ne da, quanto ne (inc)… naturalmente che rimane cose… per noi… per voi, no… che facciamo…”.

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Parma, funzionario Arpae arrestato per corruzione: fatture false in cambio di denaro, culatello, cene e cioccolatini. Altri 13 indagati

Ancora Parma, ancora frodi fiscali e società cartiere, ancora false fatturazioni per creare crediti fiscali a compensazione di quanto doverosamente dovuto all’erario. L’ultima operazione del comando provinciale della Guardia di Finanza mette sotto indagine 14 persone per cinque delle quali scattano le misure cautelari in carcere e ai domiciliari, oltre ai sequestri preventivi, decisi dal Gip su richiesta della Procura della Repubblica guidata dal dott. D’Avino. Ma in questa operazione, che ha portato alla luce operazioni illecite per almeno due milioni di Iva evasa, c’è anche dell’altro. C’è soprattutto, secondo i finanzieri, il lavoro costante di un funzionario pubblico corrotto, tecnico della sede di Fidenza dell’Arpae, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, che anziché difendere l’ambiente difendeva gli interessi di imprenditori della provincia disposti a pagare per ottenere commesse, corsie preferenziali e false certificazioni nelle operazioni di movimentazione e trasporto degli inerti.

Il controllore, al quale la comunità si rivolge per la verifica della correttezza degli atti e per la tutela ambientale, che si mette al servizio di chi quegli atti e quella tutela li vuole bypassare. Questo funzionario dell’Arpae è finito in carcere e le autorità di lui, come degli imprenditori e dei professionisti coinvolti nella vicenda, fornisce solo le iniziali: F.C. Cosa ci guadagnava FC nell’agevolare gli imprenditori e in particolare il titolare di una azienda operante nel settore dell’autotrasporto (DP le sue iniziali)? Scrive la Procura di Parma che il funzionario pubblico era “al soldo” dell’imprenditore: “Si era creato un vero e proprio rapporto di asservimento a fronte di una altrettanto vera e propria retribuzione dell’ordine di 2mila euro al mese”. Ma i servizi e i favori si erano poi estesi ad altri imprenditori sempre operanti in attività poste sotto il controlla dell’agenzia Arpae. Anche in questi casi il funzionario riceveva compensi in denaro, non disdegnando però regalie varie come cedole per carburanti, culatello di Parma e altri salumi, pranzi pregiati a base di pesce, pasta e tartufi, vino e biscotti, cioccolatini. Gli episodi accertati di corruzione quantificano la cifra di 25mia euro ma in casa del funzionario i finanzieri hanno sequestrato anche 50mila euro in contanti.

In cambio FC cosa faceva? La lista degli illeciti è piuttosto corposa: per conto dell’impresa collusa operava da venditore dei materiali inerti trasportati fissando i prezzi, e allo stesso tempo eseguiva le analisi della terra, preparava i documenti per il trasporto e le comunicazioni agli Enti preposti. Compiva personalmente i controlli per evitare che lo facessero altri tecnici, suggeriva stratagemmi per evitare sanzioni dall’Arpae, forniva le sue consulenze utili ad assicurarsi un contratto di esclusiva nella gestione di una cava. Le ipotesi di corruzione contestate al dipendente dell’Agenzia riguardano specifici episodi riferiti alle attività anche di altri quattro imprenditori della zona. Il funzionario si adoperava per neutralizzare gli effetti delle ispezioni, per nascondere svasamenti illeciti di materiali, per informare gli imprenditori di imminenti controlli attraverso la rivelazione di segreti d’ufficio.

Le misure cautelari non riguardano però solo i protagonisti di questi episodi. Agi arresti domiciliari sono finiti un commercialista della provincia di Roma e un suo collaboratore che alle medesime imprese mettevano a disposizione società cartiere aperte per creare crediti fiscali fittizi, successivamente ceduti poi alle imprese al fine di abbattere il pagamento delle imposte. Lo facevano nell’anno 2020 attraverso svariati artifici, che arricchiscono il già complesso bagaglio di capacità truffaldine nell’evasione d’imposta diffuso endemicamente in regione. Venivano simulate operazioni straordinarie, come “associazioni in partecipazione”; si materializzavano costi di “ricerca e sviluppo” in realtà mai realizzati; si inserivano società di consulenza di comodo, intestate a prestanome, come filtro nell’attività di compravendita dei crediti tributari, utilizzando i loro conti correnti per pagare tutti i soggetti coinvolti nell’operazione. Pagamenti che per non lasciare tracce avvenivano spesso anche in questo caso con l’acquisto di beni e servizi: dai negozi di elettronica a quelli di estetica, dai bar ai ristoranti, dalle librerie alle boutique di abbigliamento.

La Guardia di Finanza ha compiuto una ventina di perquisizioni a Parma e provincia, e impiegato 50 uomini, per chiudere le indagini con l’esecuzione delle misure cautelari. Ora la parola passa al Tribunale.

L’articolo Parma, funzionario Arpae arrestato per corruzione: fatture false in cambio di denaro, culatello, cene e cioccolatini. Altri 13 indagati proviene da Il Fatto Quotidiano.

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