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Enti di formazione: ecco a chi sono destinati i contributi pubblici

di Barbara Pigoli* e Giovanni Galvan**

La formazione continua e le politiche attive del lavoro sono risorse imprescindibili per accompagnare il sistema Paese nell’acquisire le competenze per affrontare la delicata fase di ripresa dall’emergenza epidemiologica da Covid-19. Per il pieno compimento della transizione digitale, dell’innovazione dei sistemi produttivi, a favore della competitività, della rivoluzione green, della transizione ecologica e della valorizzazione del capitale umano a favore dell’occupabilità.

Al netto di tanto pregevoli quanto sporadici casi in cui risponde ai concreti fabbisogni di sviluppo di imprese e lavoratori, troppo spesso la formazione è difficilmente oggetto di reale progettualità strategica e condivisione con le parti sociali. La tendenza da parte delle piccole imprese a non mettere in atto progettualità a lungo termine, quindi il rischio di non disporre di adeguate competenze in grado di innovazione e apprendimento, ed escludere sistematicamente dal processo di sviluppo di nuove competenze i lavoratori svantaggiati, è estremamente elevato.

I corsi di formazione vengono tipicamente organizzati per assolvere a un adempimento normativo, come risposta a fabbisogni di breve periodo, o, peggio, per “sfruttare” i finanziamenti disponibili con contenuti “a caso” proposti senza adeguata analisi della domanda da parte dell’ente di formazione di turno.

Ma come funziona il mercato degli enti di formazione, e da chi è composto? Le competenze statali in materia di formazione continua si basano sull’attività di soggetti privati, autorizzati dalle amministrazioni regionali (tramite formale procedura di accreditamento) ad erogare attività di formazione, pagata con finanziamenti pubblici.

Qui si innesta un problema strutturale, che merita di essere messo in luce: gli Enti cui è delegato il sistema di formazione nazionale (servizio pubblico) sono soggetti privati (tipicamente società di servizi), che operano con logiche di mercato, mentre, sul piano economico e finanziario, devono la propria sussistenza ai bandi delle regioni o dei fondi interprofessionali, la cui pubblicazione non ha data certa e la cui aggiudicazione non è garantita (ogni singolo progetto viene sottoposto a valutazione di finanziabilità o meno di volta in volta).

Da più di trent’anni il legislatore ha previsto uno strumento, poco noto ai più: la Legge 40 del 14 febbraio 1987, finalizzata a garantire continuità gestionale e di governance alle strutture di coordinamento nazionale degli Enti di formazione privati che operano a livello locale su più amministrazioni regionali. A partire dalla Legge 40/87, che prevedeva “norme per la copertura delle spese generali di amministrazione degli Enti privati gestori di attività formative”, e tramite una serie di provvedimenti successivi, di cui quello attualmente in vigore è il DM 107/2015, il Ministero del Lavoro concede agli Enti privati, che svolgono attività rientranti nell’ambito delle competenze statali sulla formazione, contributi per le spese generali di amministrazione relative al coordinamento operativo a livello nazionale degli Enti medesimi, non coperte da contributo regionale.

I contributi vengono erogati sulla base della capacità realizzativa degli Enti richiedenti. L’importo messo a disposizione dal Ministero del Lavoro per questo capitolo di spesa è indicato di anno in anno nella Legge di Stabilità (per l’anno 2020 sono stati stanziati 13 milioni di euro, a valere sul Fondo Sociale per Occupazione e Formazione – capitolo 2230 piano di gestione n. 2), e viene ripartito proporzionalmente al numero di Ore Formazione Allievo (denominate Ofa in gergo dagli addetti ai lavori) realizzate dagli Enti di formazione, attraverso le emanazioni regionali, durante l’anno precedente.

In passato il beneficio era concesso solo ai soggetti non profit, mentre oggi l’opportunità è aperta anche agli Enti profit (che operano con logiche di mercato), all’unica condizione che rendicontino ore di formazione pagate da finanziamenti pubblici, in modalità non profit, ovvero secondo la normativa prevista nei Regolamenti degli Accreditamenti regionali (Aiuti di Stato o De minimis).

Dato che si tratta di una normativa obbligatoria per la gestione dei finanziamenti, quanto sopra esposto equivale a dire che il contributo è “concedibile” a tutti i soggetti privati che utilizzano i finanziamenti pubblici per erogare la formazione, che operano in più di una regione e che sono dotati di struttura tecnica ed organizzativa idonea allo svolgimento delle attività formative.

Anche le condizioni di rappresentanza e legame con il mondo del lavoro da parte degli Enti beneficiari si sono completamente perse negli anni (l’Art 1 comma 2 della Legge 40/87 indicava come beneficiari del contributo gli enti privati emanazione o delle organizzazioni democratiche e nazionali dei lavoratori dipendenti, dei lavoratori autonomi, degli imprenditori, o di associazioni con finalità formative e sociali, o di imprese e loro consorzi, o del movimento cooperativo), tant’è che dal 2006 (Art 20bis del D.L. 30 dicembre 2005, n. 273, convertito dalla L. 23 febbraio 2006, n. 51) è stato soppresso ogni riferimento alle organizzazioni di rappresentanza.

Nel 2020 solo 33 soggetti, in rappresentanza delle rispettive Reti, hanno beneficiato dei 13 milioni di euro disponibili, sui circa 6.000 enti accreditati presso le regioni. Trattandosi di una leva strategica per la crescita e per il sostegno alle Reti di interesse nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, la Legge 40/87 meriterebbe una maggiore diffusione, in termini di comunicazione e assistenza tecnica all’accesso, e, perché no, qualche forma di recupero dalla ratio originaria, che incentivava logiche di servizio pubblico, e non di mercato, e diretta correlazione con i fabbisogni espressi dai corpi intermedi o dai rappresentanti delle parti sociali.

*Da sempre impegnata nel sistema della formazione continua e delle politiche attive per la formazione, per 11 anni ho diretto un ente di formazione di Confindustria. Attualmente opero come libera professionista.
**Autore del libro I Fondi Interprofessionali cosa sono, cosa offrono, come funzionano. Direttore Tecnico della rivista Forme. Dal 2004 ad oggi consulente di Fondolavoro, Fondoprofessioni, Fon.Ter, Fondo Pmi Confapi, e valutatore di Fonservizi e Fondoprofessioni.

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Recovery plan, Landini a Sky Tg24: “Vogliamo valutare i progetti e vedere quanti posti di lavoro creano”

“Vogliamo valutare i progetti e vedere quanti posti di lavoro creano, quante cose affrontano ma vogliamo anche capire cosa si incentiva e quali vincoli ci sono”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini a ‘L’ospite’ su Sky TG24 circa il Recovery plan, sottolineando che “ci attendiamo nei prossimi giorni che ci arrivi un calendario di incontri per confrontarci”.

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Marittimi fermi a causa della pandemia, la petizione al governo per sostenere i lavoratori: “Invisibili ed esclusi dai sussidi. Conte ci ascolti”

C’è chi si è ritrovato per mesi senza lavoro, né possibilità di accedere ai ristori governativi legati al Covid19. O chi è rimasto bloccato in nave, in attesa di rimpatrio per mesi, non senza rischi sanitari. E soprattutto chi, tra contratti di lavoro ‘congelati’ dalle compagnie di crociera e personale ridotto al minimo, oggi ne paga ancora le conseguenze. A raccontare le difficoltà del settore marittimo sono due lavoratori siciliani, ‘portavoce’ di un gruppo di membri d’equipaggio e ufficiali italiani, che hanno lanciato una petizione sulla piattaforma Change.org alla quale hanno aderito circa 35mila persone, in attesa di essere ricevuti al ministero dei Trasporti a Roma: “Il nostro settore è in forte crisi, paghiamo mesi di stop. Ora con l’ultimo dpcm le navi saranno di nuovo ferme (durante le festività natalizie fino al 6 gennaio, ndr), ma noi abbiamo un urgente bisogno di sussidi economici. Anche perché molti non hanno potuto accedere, a causa di vincoli stringenti, ai fondi previsti in passato, a causa dei ritardi nei rimpatri durante la prima fase della pandemia”, spiega Miriam Pia De Maria. “Il personale impegnato è stato notevolmente diminuito, così come i passeggeri che possono avere accesso. Nei periodi di fermo dovuti al Covid-19 parte dei nostri colleghi sono però stati comunque costretti a restare in nave per garantire la manutenzione e il sostentamento delle imbarcazioni”, aggiunge Salvatore Caltabiano.

La richiesta all’esecutivo, oltre a quella di poter avere accesso a nuove risorse economiche, è quella di veder riconosciuta la loro categoria: “Oggi un marittimo è quasi inesistente, non ci sono nemmeno numeri certi sui lavoratori del settore (38mila, tra bordo e nave, secondo uno studio Inps-Cnel del 2019, ndr) per l’assenza di un ente che ci tuteli. Chiediamo che il nostro lavoro sia considerato una professione usurante e maggiore attenzione dall’esecutivo. Oggi ci sentiamo dimenticati dalle istituzioni”

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Sciopero dei dipendenti pubblici, perché Simona e Paolo saranno in piazza il 9 dicembre

Simona lavora in Regione Sardegna, è stata assunta tramite una selezione riservata alle categorie protette. E’ in categoria A, la più bassa, contribuisce al meglio alle attività del suo assessorato. Ha problemi di salute, spende molto in medicine, ha uno stipendio che si aggira attorno ai 1.000 euro netti (è entrata da poco), ma almeno rispetto ai colleghi comunali ha una mensilità in più.

Naviga nell’oro, insomma.

Vive in un quartiere di Cagliari bellissimo e malfamato, col mare di fronte e solamente case popolari intorno. Prima erano affittuari, col marito e i figli, ed ora mettono insieme i soldi per riscattare quella piccola sicurezza. 60 metri quadri di sicurezza.

Il marito sta peggio: ha problemi di salute più gravi, ma deve continuare a lavorare. Sanità, ospedale cagliaritano, fa il lavoro dell’OSS, sta in corsia da quando era ragazzino. Ma ora, a più di 60 anni, tutto è diverso. Quello che prima si faceva prima in tre ora lo fa da solo. Con la schiena rotta alzare le persone è più difficile.

Il sindacato l’altro giorno ha detto loro che bisogna scioperare, per le assunzioni, la sicurezza ed il salario. Era ora!

Non arrivano a fine mese. Come diceva la canzone, “anche gli operai vogliono i figli dottori”, e loro ci hanno provato. Un figlio studia a Torino Scienze Infermieristiche, un altro per fortuna è rimasto a Cagliari, è un po’ indietro con gli studi e fa Ingegneria.

Non è stato semplice. Non lo è stato mai, e non lo è neanche adesso.

Durante le assemblee (le video-assemblee, perché anche il sindacato ormai usa Zoom), hanno sentito delle polemiche di quelli che hanno stipendi a molti zeri, e che magari vivono negli attici del centro, per cui “non è opportuno che gli statali scioperino” e che “con tutti quelli che stanno peggio, con la pandemia in corso, perché scioperano i garantiti?”. Non hanno capito perché queste polemiche.

Ma non lo sanno questi signori, che poi signori non sono, che chi sciopera perde un giorno di lavoro, retribuzione lorda? Chi sta peggio cosa ci perde? Sì, è vero, c’è chi sta peggio, ma chi lavora a nero (e nel loro quartiere ce ne sono) neanche sa cosa è lo sciopero, e neanche lo può usare. Se loro lo possono usare, dove sta il problema? Ci saranno dei disservizi, dei problemi, ma se serve a creare disservizi e problemi per un giorno, per poi non averli più, perché non farlo?

Alzi la mano, o alzi il mouse, chi pensa che oggi non sia necessario un piano straordinario delle assunzioni nella sanità e nella pubblica amministrazione? E sulla sicurezza, ancora c’è qualcuno che pensi non sia giusto protestare? Con quello che abbiamo vissuto?

Sul rinnovo del contratto, poi, Simona e Paolo non sono neanche contenti della richiesta dei sindacati: se c’è stato il mancato rinnovo per 10 anni, ed il costo della vita è invece aumentato, quei soldi quando li recuperano? Ma sanno che bisogna stare uniti, e non si lamentano. È vero, c’è la crisi, ma è dal 1990 che sentono parlare di crisi, e poi però i ricchi sono sempre più ricchi, ed i poveri sempre più poveri. Insomma, la crisi esiste per i poveri e basta.

Che poi loro, in quartiere, non sono i poveri. Ma sanno bene cosa vuol dire stringere la cinghia.

Ci vediamo distanziati, in piazza, il 9.

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Lavorare meno ma meglio aumenta benessere e produttività: le otto ore sono un’illusione

Nel mio ultimo post sono partito dal concetto di società della stanchezza (del filosofo Byung- Chul Han) e sulla nostra interiorizzazione crescente della ‘iper-performance’ come valore fondante. Nel libro Up! La vita è una sola avevo già mostrato in modo approfondito la crescente ‘insostenibile pesantezza dell’essere’ con l’aumento incontrollato di ansia e depressione in tutte le fasce della popolazione, quantificandone anche i costi sociali, sanitari, di perdita di produttività.

Lo smart working è la soluzione? Il fatto che aumenti la produttività del 15-20% (rilevazione aprile 2020, Osservatorio smart working del PoliMi) può essere buono in una logica di iper-performance, ma può essere non buono per il benessere delle persone al lavoro. Questo ‘plusvalore’ produttivo inatteso vogliamo incamerarlo in modo capitalistico o tradurlo – almeno in parte – in valore per le persone, ad esempio in riduzione dell’orario?

Perché oggi sono anche chiari gli effetti nefasti dell’home working iperconnesso, in cui gli scambi (Whatsapp, Skype, Teams etc.) a volte si protraggono fino alla mezzanotte del sabato, sia nel profit che – più grave – nel non profit. Lo dice bene Ricarda Zezza in un articolo su Il Sole24 Ore del 20 novembre 2020, Agende piene di impegni: dove è finito il tempo per pensare?: “Ci tirano per il collo dentro a un susseguirsi demoniaco di impegni. E’ il nuovo presenzialismo, è l’apoteosi dell’ always on che aveva cominciato a fare capolino con la posta elettronica sui telefonini. I nostri nuovi calendari tutti digitali fanno peggio: ci fanno vedere gli spazi liberi come tempo perso”. Forse sarà smart, ma di certo poco fair e per niente healthy!

Per questo preferisco usare l’espressione Fair working (su ispirazione dei concetti di equità, giustizia e riappropriazione del valore del Fair Trade). E allora, perché non ragionare su ipotesi di efficace e produttiva riduzione dell’orario di lavoro, a partire dalle numerose ricerche ed esperienze concrete disponibili?

Sempre più su basi scientifiche viene mostrata la insostenibilità delle 40 ore, di concentrarsi davvero in modo ottimale per tutte le otto ore di lavoro – spesso frammentate da pause, visite sui social, distrazioni inevitabili. Un breve divertente excursus divulgativo lo trovate nel video Science Finally Says We Should Never Work 40 Hours A Week – researches. Otto ore di lavoro pieno e produttivo sono una illusione, al di la delle ricerche, anche nel buon senso manageriale.

Lavorare di più aumenta la produttività? Secondo i dati Istat, in Italia si lavora 33 ore a settimana, 3 di più rispetto alla media europea, 4 rispetto alla Francia e 7 rispetto alla Germania. Tuttavia la nostra produttività è la penultima in Europa; peggio di noi, al solito, solo la Grecia.

Una ricerca italiana di Domenico De Masi (autore del recente Smart Working-La rivoluzione del lavoro intelligente) pienamente in linea con questo quadro, commissionata da Mercedes Italia, mostra come i manager tedeschi della casa automobilistica abbiano un carico di obiettivi superiore del 30% ai manager italiani, ma lavorino il 30% in meno di questi raggiungendo il 30% di obiettivi in più. “I manager italiani odiano la famiglia?” si chiede De Masi con il suo ineguagliabile umorismo. Di certo un problema di cultura, quella italiana più centrata sulle ore, quella tedesca e anglosassone più sugli obiettivi. I risultati mi sembrano evidenti: più ore non vuol dire più produttività.

Si pu0 lavorare meno e aumentare la produttività? La Ducati (Gruppo Audi), già dal 2014 dopo un referendum vinto con il 75% dei sì e in accordo con i sindacati, impegna i lavoratori per circa 30 ore settimanali pagate 40, compresi turni nel weekend, con livelli di saturazione degli impianti quasi totale. Secondo Mario Morgese, responsabile Hrm Ducati, la produttività è aumentata del 40% e l’assenteismo diminuito.

In tutt’altro settore, quello finanziario, dove i parametri di produttività sono facilmente stimabili e la tensione alla performance spasmodica, la Principal Carter and Benson ha introdotto con grande soddisfazione i 4 giorni a settimana. Secondo il Ceo, William Griffini, “conta la qualità della testa che ci metti sul lavoro più che le ore…”.

Microsoft ha sperimentato la giornata di 4 giorni lavorativi in Giappone, nel progetto Work Life Choice Challenge Summer 2019, concedendo alle sue 2300 persone 5 venerdì liberi ad agosto 2019 senza abbassare gli stipendi. Non solo gli impiegati nel 92% dei casi sono stati più soddisfatti, ma la produttività è aumentata del 40%, con il 25% di tempo in meno di pause, l’uso dell’elettricità calato del 23%, il consumo di carta/stampe del 59%.

In Germania e Olanda sono diverse le sperimentazioni di meno ore-stessa o maggiore produttività. Rheingans Digital Enables (qui dal minuto 5.30) si è spinta persino ad una giornata di 5 ore lavorative pagate in pieno.

Ma lo studio-esperienza più completa è in Nuova Zelanda, ad opera del movimento ‘Four Day Week’ creato da Andrew Barnes e documentato nel White Paper The four-day week guidelines for an outcome-based trial – Raising productivity and engagement, redatto in collaborazione anche con Auckland University of Technology (Aut). La riduzione dell’orario di lavoro a 4 giorni a settimana a parità di salario è stata sperimentata in modo progressivo, volontario, e poi adottata con elevati risultati di produttività, diminuzione dello stress, miglioramento del life balance, aumento del coinvolgimento e benessere dei lavoratori, aumento della fiducia tra i lavoratori e tra il lavoratori e dirigenti, diminuzione dell’assenteismo, maggiore attrazione dei talenti. A patto, dicono i manager – sia chiaro che la diminuzione del tempo a parità di salario implichi il mantenimento della produttività – del raggiungimento degli obiettivi e la stessa ‘cura’ dei clienti.

Andrew Barnes racconta la sua iniziativa e i risultati in un Ted Talk e mette l’accento anche sugli effetti collaterali positivi, come quelli della decongestione del traffico e della riduzione dell’inquinamento.

In The Case for the 6-Hour Workday, dell’autorevolissima e iper-manageriale Harvard Business Review dell’11 dicembre 2018, Steve Glaveski riporta un suo esperimento in Australia, nella gestione efficace del tempo, da 8 a 6 ore al giorno, con un aumento della produttività. Una ricerca del 2018 su 3000 impiegati del Workforce Institute at Kronos riporta la convinzione degli impiegati di poter fare lo stesso lavoro in molto meno tempo, nelle condizioni giuste.

Per riassumere i risultati e le esperienze, ad oggi ciò che inizia a configurarsi – la prudenza è d’obbligo – è che:

1. Otto ore di lavoro pieno e produttivo sono una illusione.

2. Lavorare più ore non porta maggiore produttività.

3. ‘Lavorare meno, ma meglio’ fa aumentare la produttività, il benessere, la fiducia, l’engagement, diminuire stress ed inquinamento.

Perché quindi non sperimentare queste soluzioni su larga scala, sia nel profit che nel non profit, per un periodo limitato? Il Terzo Settore non dovrebbe essere il campo ideale di sperimentazione? Siamo pronti per provarci? Lo scopriremo insieme nel prossimo post. Vorrei concludere citando la premier neozelandese, Jacinda Ardernin una recente intervista a Presa Diretta: “Questo è un momento eccezionale e dovremmo essere pronti a prendere in considerazione idee straordinarie”.

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L’odissea di chi cerca lavoro nella Milano del Covid. Tra domande umilianti, contratti di 15 giorni e salari sotto la soglia di povertà

Colloqui di lavoro con domande come “Lei è fidanzata?”. Contratti che i tribunali hanno già dichiarato incostituzionali. Stipendi da 800 euro per 54 ore di lavoro a settimana ma “senza pausa pranzo, non c’è il tempo”. Scene dalla Milano del Covid, dove tanti hanno perso il posto nonostante il blocco dei licenziamenti semplicemente perché erano precari e i loro contratti sono andati in scadenza: 110mila i posti persi in Lombardia solo nei primi 6 mesi del 2020, secondo la Cisl. Il crollo dell’occupazione (-2,4% in regione, mai così male dal 2009) dipende da terziario e servizi, settori nei quali tra 2015 e 2019 si sono concretizzati il 73% degli avviamenti al lavoro. Che in tre casi su quattro sono avvenuti con contratti “flessibili“: a tempo determinato (51,5%), in somministrazione con agenzie interinali (15,2%), con contratti a progetto (3,2%) o in apprendistato (3,3%). Più semplici da interrompere, per le aziende. E quando il lavoratore lasciato a casa si rimbocca le maniche per trovare una nuova chance si vede offrire compensi inferiori alla soglia Istat di povertà assoluta per quest’area del Paese.

L’incarico sparito e il Ccnl incostituzionale – L’ultimo colloquio di Valentina, 28enne siciliana laureata in comunicazione e marketing, senza lavoro da marzo quando ha perso il suo stage a 650 euro mensili, sembra uscire da un film dell’assurdo. “Appena riesci mandaci i tuoi documenti così da mandarti il contratto”, le scrive un’agenzia interinale di Milano convocandola per il giorno successivo nella sede di una multinazionale. “Vestita di nero maglioncino/camicia, pantalone elegante nero, scarpa nera (non da ginnastica)” è l’outfit consigliato. “Capelli in ordine, trucco sobrio”. Nemmeno due ore dopo la retromarcia: “Il cliente ci ha revocato l’incarico”. Per “rimediare” le viene proposta una collaborazione occasionale: la svendita di un noto marchio di moda in via Savona. Contratto intermittente di 15 giorni. Significa che in astratto potrebbe lavorarne anche soltanto due. Settore di lavoro e Ccnl? “Servizi ausiliari fiduciari”. È lo stesso della security e dei servizi di sicurezza. Con mansioni che vanno dall’accoglienza alla movimentazione delle merci in magazzino. “Uno dei peggiori dal punto di vista retributivo”, dice al fattoquotidiano.it l’avvocato Lorenzo Venini, giuslavorista dello studio legale Diritti e Lavoro di Milano che segue in cause e vertenze numerosi sindacati e lavoratori di Lombardia ed Emilia-Romagna. “Il Tribunale di Torino“, nella causa intentata da un addetto, “lo ha dichiarato incostituzionale perché prevedeva delle retribuzioni troppo basse”. Ledendo l’articolo 36 della Costituzione in base al quale “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Il mancato rinnovo comunicato 24 ore prima. E le offerte tutte inferiori alla Naspi – Da quando è iniziata la pandemia Valentina non ha visto un euro, nessun bonus o ammortizzatore sociale. Niente cassa integrazione o Fis perché non è mai stata una dipendente. Niente bonus partita iva perché non è una libera professionista. Niente disoccupazione (Naspi) perché mai assunta per davvero se non a colpi di stage. È andata meglio a Chiara, commessa del centro di Milano. Lavora(va) per conto di ottod’Ame, marchio toscano di moda con target medio-alto. Tutto incentrato, a livello di marketing, sull’empowerment femminile. A cominciare dalle testimonial che il brand si sceglie, in televisione quanto su Instagram, e dal nome della chat di lavoro fra colleghe e manager: “Girl’s power”. Chiara e alcune sue colleghe sotto lockdown sono state avvisate con 24 ore di preavviso che il loro contratto (da trasformarsi obbligatoriamente in tempo indeterminato per effetto del decreto Dignità) non sarebbe stato rinnovato. Da quel momento prende la Naspi: 871 euro per i primi mesi e poi a scendere. Cerca lavoro a Milano. In una dozzina di colloqui realizzati da maggio a ottobre nel settore retail nessuna offerta ha superato per importo la disoccupazione.

800 euro al mese per 54 ore a settimana – Per chi si è ritrovato a casa, il lavoro quotidiano diventa quello di trovarne un altro. Giornate passate al pc a inviare curricula e leggere le recensioni delle aziende su Indeed; al telefono per i pre-screening; a colloquio con addetti delle risorse umane o con i nuovi software che automatizzano e sostituiscono l’HR nell’attività di selezione. Uno spaccato del mondo del lavoro fatto di misere retribuzioni e domande umilianti. Uno showroom di moda a Milano offre 800 euro al mese per 54 ore settimanali (9 al giorno, 6 giorni su 7) senza pausa pranzo “perché spesso non c’è il tempo”. Per le donne è normale sentirsi chiedere in fase di selezione se sono fidanzate, o di mettere “in ordine di gerarchia le voci realizzazione personale e professionale, affetti e famiglia”.

In alcuni franchising del gruppo Gabetti – settore immobiliare e real estate a cui fanno capo Gabetti, Grimaldi e Professionecasa – propongono un rimborso spese da 450 euro mensili per un full time. Pagamenti in ritenuta d’acconto e apertura della partita Iva superati i 5mila euro all’anno. Contattato dal fatto.it Gabetti fa sapere in una lunga mail che “per coloro che svolgono attività commerciali, la formula offerta normalmente è di lavoro autonomo” e precisa che “ogni filiale è un’azienda a parte, con un proprio imprenditore, con potere di scelta sulle politiche retributive”, anche se il gruppo “conta sempre nel buon senso comune per quel che concerne l’organizzazione del lavoro e le dinamiche retributive all’interno delle agenzie”.

Per le “giovani leve della comunicazione” 600 euro – Chi entra ora nel mondo del lavoro parte spesso da uno stage. Da Barabino&Partners, una delle principali agenzie di comunicazione d’Italia, con clienti di peso nel panorama industriale, finanziario e immobiliare, per chi è alla prima esperienza professionale si sono inventati il progetto “La Cantera”. Come il nome che si dà al vivaio del Barcelona Futbol Club. È dedicato ai giovani talenti e “favorisce la nascita e gli sbocchi professionali di giovani leve intenzionate a intraprendere il “mestiere” della comunicazione”, si legge sul sito della società. Per i futuri comunicatori è pronto sulla scrivania anche il biglietto da visita da sfoggiare. La retribuzione però non è quella di Lionel Messi. Ma 600 euro al mese in stage. Il fondatore dell’agenzia, Luca Barabino, difende il progetto nel merito e nei numeri: “In 10 anni ha introdotto nel mondo del lavoro professionale e “vero” oltre 80 ragazzi – dichiara al fatto.it – Riceviamo circa 1.200 candidature l’anno, anche internazionali, con continue richieste di partnership da università e scuole di formazione superiori o master”, dice aggiungendo che secondo statistiche interne chi ha fatto quello stage in seguito trova lavoro in una media di 24 giorni. E i 600 euro non sono “salario o retribuzione alla prima esperienza, questo è un progetto formativo di sei mesi per ragazzi neolaureati che vengono affidati a un tutor dove è molto più il prendere che il dare, da non confondere con i tirocini in altri ambiti”.

Anche nel ristorante stellato per i camerieri c’è il “fuori busta” – C’è infine chi il lavoro non lo ha perso, per ora. Come Stefano, cameriere di un ristorante stellato con menù degustazione da 120 euro a persona. Sono coloro che adesso vanno “ristorati” come da nuova formula della politica nazionale. Guadagna(va) mille euro al mese di stipendio prima del Covid. Compreso il “fuori busta”, il nero, che alimenta il settore del food e non solo: secondo gli ultimi dati Istat nel 2018 sono state 3,6 milioni le unità di lavoro irregolari. La cassa integrazione però non si calcola sul “nero”. Per mesi Stefano ha dovuto vivere con cifre intorno ai 500 euro. E oggi che Milano è prima ripartita per poi – forse – fermarsi di nuovo con il nuovo Dpcm, a parità di stipendio ha dovuto accettare un aumento delle mansioni, sia in sala da pranzo che fuori.

I driver di Enjoy e il contratto cambiato in corsa – Oppure i driver di Enjoy. Una trentina su Milano. Movimentano la flotta di Fiat 500 o Fiat Doblò rosse fiammanti del car sharing di Eni. Durante il regime di cassa integrazione parziale hanno denunciato l’aumento degli obiettivi giornalieri (13 auto a testa) già di per sé in crescita, perché ora le macchine vanno disinfettate da cima a fondo. Non sono lamentele fini a se stesse quelli dei driver. Molti di loro ringraziano di non aver perso il lavoro. Ai sacrifici però ci sono abituati. È passato più di un anno da quando formalmente il loro datore di lavoro è cambiato. Erano assunti a tempo indeterminato da Adecco con contratti di somministrazione per prestare servizio presso Leasys, società nata come joint venture fra Fiat ed Enel e oggi spa del gruppo Fca specializzata nel leasing, noleggio a lungo termine e gestione della flotta per conto di clienti. Tra cui proprio Enjoy. Nel 2019 ai lavoratori viene chiesto (“ imposto” dicono loro) di dare le dimissioni da Adecco. Per essere ri-assunti da Professional Solutions. Che è sempre una società del gruppo Adecco Italia: il ramo d’azienda specializzato nei servizi di outsourcing. Un giochino che ai dipendenti è valso il riconoscimento della quattordicesima ma gli è costato 100 euro di stipendio mensile in busta paga, oltre al premio di produzione Fca (1.350 euro nel 2019) che prima gli veniva corrisposto e oggi non più. Sentito dal fatto.it, il gruppo Adecco fa sapere che gli obiettivi giornalieri per i driver cambiano perché dipendono dal momento e dalla fase di lavoro. Quanto alla retribuzione, spiega che quando nel 2019 c’è stato il cambio di appalto per la manodopera è stato modificato anche il contratto collettivo nazionale di riferimento. È per questo motivo che i lavoratori si sono visti diminuire l’importo in busta paga di circa 100 euro mensili.

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Reddito di cittadinanza, in agosto i nuclei beneficiari salgono a 1,16 milioni: su del 25%

Nel mese di agosto, mentre chi poteva permetterselo partiva per le ferie post lockdown, le famiglie beneficiarie di reddito e pensione di cittadinanza sono salite a 1,3 milioni: +23% rispetto a gennaio. Secondo i dati aggiornati dell’Inps, le singole persone coinvolte sono aumentate del 20% passando da 2,562 milioni di gennaio a 3,081 milioni ad agosto. Di questi, oltre 2 milioni sono residenti a Sud e nelle isole, circa 633mila al Nord e 422mila al Centro.

Per il solo reddito, l’incremento dei nuclei che lo ricevono è stato del 25% rispetto a gennaio, con il totale salito a 1,16 milioni, e le singole persone coinvolte sono cresciute del 21%, a 2,9 milioni. Tra i beneficiari, 2,6 milioni sono cittadini italiani, 133mila cittadini europei e 267mila cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno.

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Decreto Rilancio, “per la cassa integrazione rischio buco da giugno”. Nuova cig in deroga con anticipo dell’Inps, tempi lunghi per l’avvio

Confermata la promessa di una svolta sulla cassa integrazione in deroga, che da ora in poi andrà chiesta non alle Regioni ma direttamente all’Inps che entro 15 giorni potrà anticipare il 40% della somma dovuta. Ma sul fronte della cig ordinaria per Covid la versione definitiva del decreto Rilancio appena pubblicato in Gazzetta ufficiale – una settimana dopo il varo in Consiglio dei ministri – non risolve il problema del “buco” che rischia di aprirsi a metà giugno, quando molte aziende finiranno le settimane di cassa e dovranno attendere settembre per chiederne altre. Il testo contiene poi, come previsto, la proroga del divieto di licenziare, che si allunga a cinque mesi a far data dal 17 marzo. Ma resta l’incognita dei tre giorni rimasti “scoperti” tra la scadenza del cura Italia e l’entrata in vigore del nuovo provvedimento.
Per gli ammortizzatori, chiesti finora per 7,2 milioni di persone, vengono stanziati in tutto oltre 18 miliardi. E la novità delle ultime ore è che per recuperare risorse a copertura del maxi provvedimento da 266 articoli il governo ha dato fondo ai 3 miliardi che erano stati stanziati l’anno scorso per il bonus Befana con cui avrebbe dovuto essere premiato chi paga con moneta elettronica.

La cassa ordinaria e il rischio buco a giugno – Ai datori di lavoro che hanno ridotto l’attività a causa della pandemia viene data la possibilità di chiedere altre nove settimane di trattamento di integrazione salariale o assegno ordinario con causale Covid, dopo le nove concesse con il cura Italia. Arriva uno stanziamento di 11,5 miliardi, che finalmente sbloccherà le domande rimaste incagliate causa esaurimento dei fondi. Ma c’è un altro problema, fa notare Vincenzo Silvestri, consigliere nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro: “La proroga prevede che altre 5 settimane possano essere chieste entro il 30 agosto e le successive quattro dall’1 settembre al 31 ottobre”. Risultato: “La stragrande maggioranza delle aziende, che ha iniziato la cassa a marzo, ha finito le prime nove settimane già ora. Chiedendone subito altre cinque, finirà anche quelle poco dopo la metà di giugno”. E a quel punto rimarrà a secco, perché per la nuova domanda si dovrà attendere settembre. Nel frattempo i licenziamenti sono giustamente bloccati, per cui l’impresa, anche se alle prese con un forte calo del fatturato, dovrà pagare i dipendenti con le proprie forze. L’unica deroga è prevista per le aziende dei settori del turismo, fiere, congressi e spettacolo, alle quali sarà consentito chiedere altre quattro settimane anche prima di fine agosto.

Le novità per velocizzare la cassa in deroga… – Anche per la cig in deroga le settimane aggiuntive seguono lo schema “5+4”. La principale novità sta però nell’iter della richiesta e dell’erogazione, che ridimensiona il ruolo delle Regioni colpevoli secondo il governo di eccessive lentezze nell’autorizzazione delle domande: ad oggi meno di 200mila beneficiari sono stati pagati, un quinto di quelli per cui l’Inps ha ricevuto gli estremi. Da ora in poi i trattamenti in deroga saranno concessi direttamente dall’istituto previdenziale, “previa verifica del rispetto dei limiti di spesa“. La domanda andrà presentata entro 15 giorni dalla sospensione dell’attività lavorativa e l’Inps dovrebbe autorizzarla e disporre l’anticipazione del 40% delle ore autorizzate entro 15 giorni da quando la riceve.

…e il rischio di nuovi ritardi: “Acconto non prima di luglio” – L’avvio della nuova procedura sarà però tutt’altro che rapido: prima (entro 15 giorni) va emanato un decreto interministeriale di Lavoro ed Economia per regolare le modalità di attuazione e la ripartizione delle risorse. Inoltre l’Inps deve regolamentare le modalità operative del procedimento. E comunque per far partire le domande bisognerà aspettare 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Secondo il consulente del lavoro Enzo De Fusco, “le molte aziende che hanno già terminato le vecchie 9 settimane non potranno presentare le domanda prima di fine giugno” e “non è difficile prevedere che il pagamento del solo acconto delle prime 5 settimane non arriverà prima di metà luglio. Quindi i lavoratori anche con questa nuova procedura dovranno attendere due mesi prima di vedere una parte dei soldi della cassa integrazione”. Peraltro, con il metodo dell’acconto “i lavoratori potrebbero essere costretti a restituire le somme ricevute dall’Inps, visto che in questa fase di incertezza l’effettiva cassa integrazione utilizzata sul singolo lavoratore potrebbe risultare inferiore al 40% dell’acconto che è calcolato invece sulle ore programmate”.

Parte l’iter per i prestiti del fondo Sure – Il decreto fa anche partire l’iter per la partecipazione dell’Italia al fondo Sure, lo strumento di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nello stato di emergenza che insieme ai prestiti della Bei e del Mes fa parte del primo “pacchetto” approvato dall’Eurogruppo e dai leader europei. Viene stanziato per ora un miliardo come “controgaranzia” per consentire la partecipazione dell’Italia sia al fondo di garanzia paneuropeo della Banca europea degli investimenti (Bei) sia al Sure. Quest’ultimo ha a disposizione 100 miliardi per concedere agli Stati membri che siano interessati dei prestiti a condizioni favorevoli e bassi tassi con cui finanziare schemi come la cig (“regimi di riduzione dell’orario lavorativo e misure analoghe, comprese quelle destinate ai lavoratori autonomi”). La relazione tecnica ricorda che in base al regolamento gli Stati membri possono controgarantire lo strumento prestando garanzie incondizionate per un importo parametrato al reddito nazionale. Dunque “qualora l’Italia optasse per la stipula dell’accordo, controgarantirebbe rischi per un ammontare pari a 3,184 miliardi di euro“. A firmare l’accordo di garanzia dovrà essere il Tesoro.

Gli aiuti di Regioni e Province per evitare licenziamenti – L’articolo 60 del capo II, dedicato agli aiuti di Stato, stabilisce poi che anche Regioni e province potranno muoversi autonomamente per riconoscere sovvenzioni con cui coprire i costi salariali ed evitare così i licenziamenti. Le sovvenzioni devono avere durata non superiore a un anno e non superare l’80% della retribuzione mensile lorda dei lavoratori beneficiari.

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Cassa integrazione, Inps: “Pagamento alle Poste se l’Iban è sbagliato. Errori nelle coordinate stanno causando ritardi”

Chi non sta ricevendo la cassa integrazione a causa di un errore nell’Iban o mancata corrispondenza tra il suo codice fiscale e quello del titolare del conto corrente potrà ritirare la somma alle Poste. Lo ha fatto sapere l’Inps, spiegando che la decisione è stata presa vista la situazione emergenziale e la necessità di rendere subito disponibili le somme dell’integrazione salariale. Che stanno arrivando con grande ritardo: basti dire che – su 8,4 milioni di beneficiari di cassa ordinaria e assegno ordinario – 5,5 milioni hanno ricevuto l’ammortizzatore solo grazie al fatto che lo ha anticipato l’azienda. Gli altri stanno ancora aspettando. Quanto alla cassa in deroga gestita dalle Regioni, solo 109mila l’hanno ricevuta a fronte di 280.633 piccole aziende che hanno fatto domanda per più di 1 milione di lavoratori.

Nella fase di liquidazione delle prestazioni di integrazione salariale a pagamento diretto, spiega l’Inps, si registrano anche casi di coordinate bancarie che risultano errate, in particolar modo per la presenza di codici Abi/Cab allo stato non censiti o non più in uso. Questo “determina ritardi nel pagamento”, in quanto comporta la necessità di richiedere all’azienda o al consulente di correggere l’errore e di rifare la domanda. “Nella situazione emergenziale in atto – scrive l’istituto – in considerazione della necessità di rendere disponibili al lavoratore le somme dell’integrazione salariale nel più breve tempo possibile, in presenza degli errori suddetti il pagamento verrà effettuato attraverso l’utilizzo del bonifico domiciliato”.

Una volta disposto dall’istituto il bonifico, il lavoratore interessato riceve prima gli sms di notifica del pagamento e poi al suo indirizzo la comunicazione di liquidazione inviata da Postel, con la quale può riscuotere l’integrazione salariale presso qualsiasi ufficio postale con il proprio documento di identità in corso di validità e un documento attestante il codice fiscale (ad esempio, tessera sanitaria). Se il lavoratore interessato non riceve a breve la comunicazione da Postel, può accedere al “Riepilogo pagamenti” del servizio “Fascicolo previdenziale del cittadino”, per verificare e stampare il pagamento disposto, con l’importo, seguendo il percorso indicato.

Per i pagamenti delle successive mensilità il lavoratore potrà comunque avvalersi dell’accredito su conto corrente o su carta ricaricabile dotata di Iban, purché gli strumenti di riscossione risultino intestati a lui o cointestati, comunicando il nuovo codice Iban al suo datore di lavoro.

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Coronavirus, la denuncia del sindacato: “Operatori ai varchi del cantiere del Morandi lavorano senza le adeguate protezioni”

“Gli operatori ai varchi del cantiere del ponte Morandi lavorano senza le adeguate protezioni e in condizioni igienico sanitarie non in linea con il Dpcm dell’11 marzo”. La denuncia è di Gianluca Mennuti, segretario nazionale di Confintesa Sp (Sicurezza privata), che nei giorni scorsi ha mandato una segnalazione allo Spresal Asl 3 e alla questura di Genova, chiedendo interventi urgenti. “Nessuno vuole che si vada in cassa integrazione – aggiunge Mennuti – ma viviamo in un momento d’emergenza dove la tutela di tutti deve essere garantita al massimo. Auspichiamo che le prefetture si attivino per garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori”.

Mascherine chirurgiche consegnate senza involucri, occhiali protettivi e tute monouso assenti: sono queste le condizioni in cui lavorerebbero gli “opl”, operatori di portierato logistico (di cui molti della ditta Sicuritalia), al cantiere del nuovo ponte sul Polcevera. Secondo il commissario per la ricostruzione, Marco Bucci, le pratiche dentro il cantiere sono “un modello” e hanno ottenuto l’ok del Rina. La storia che raccontano gli operatori di portierato – e come mostrano diverse foto, tra cui quella scattata venerdì che pubblichiamo – è un altra, mentre tra gli operai c’è almeno un positivo. Oltre 35 uomini in dieci varchi da metà marzo sarebbero “obbligati” a misurare la febbre agli operai che fanno ingresso nell’area di lavoro. “Un’operazione che non rende possibile stare a distanza di sicurezza come prevede la normativa”, spiegano in molti. Alcuni di loro sono stati allontanati dal cantiere dopo essersi rifiutati di “misurare la febbre” senza aver ricevuto mascherine Ffp2 o Ffp3, le uniche filtranti e adatte a evitare il contagio da coronavirus. “Eppure – sostiene Mennuti – chi fa il nostro lavoro all’aeroporto le ha, indossa i guanti e le tute”.

Racconta un uomo che è stato trasferito in un supermercato e che fino ad alcuni giorni fa lavorava al cantiere: “Ci volevano obbligare a fare il rilevamento della temperatura dandoci una sola mascherina chirurgica, senza occhiali né tuta. Il termometro misurava sempre 34 gradi. Fino al giorno di Pasqua la febbre la prendeva un’infermiera, ma poi siamo rimasti solo noi”. “Ho scritto – dice il portiere – che non mi sarei prestato a fare l’operazione senza le protezioni adeguate. Non avevamo nemmeno fatto i corsi. Alla mail non hanno risposto, ma mi hanno dato un’altra mansione”.

“Tecnicamente – spiega un operatore – dovremmo stare dentro al gabbiotto, tirare fuori il braccio e misurare la temperatura. Ma non ci si riesce. Ci dobbiamo sporgere, uscire con metà corpo. È inevitabile avvicinarsi agli operai, che comunque non sempre hanno la mascherina. E ne basta uno positivo per ammalarci tutti”. “Vediamo molti operai con le mascherine – sottolinea – ma c’è anche chi non la ha. Ieri ho visto uno che scendeva da un escavatore senza. E molti manovali che indossano quella filtrante, la riusano fino a farla diventare nera. Un giorno ho chiesto a uno di loro perché fosse di quel colore e non bianca. Mi ha risposto che teneva la stessa addosso da 15 giorni”. “C’erano i rumeni – racconta un altro – che per un periodo le mascherine non le hanno avute. La moglie di uno di loro le cuciva in casa, per il marito e 20 colleghi. Erano di stoffa”.

“Un giorno sono passati quelli della Asl a controllare – ricorda – ma per noi le cose non sono cambiate. A me han dato un pugno di mascherine a mano, senza involucro. Chissà in quanti le avevano toccate. A un altro erano arrivate dentro a una cartellina trasparente coi buchi, di quelle che si usano per mettere i fogli di carta”.

Un altro “opl” che è stato trasferito racconta: “Finché c’era una cooperativa a misurare la febbre ce la cavavamo. Scansionavano i tesserini degli operai senza toccarli, facendoli mettere dentro una scatola. Poi ci hanno detto che dovevamo fare noi questa operazione. Abbiamo richiesto i Dpi”. Ma, continua il portiere, “non ci sono stati dati i guanti, i camici e gli occhiali ma solo un pugno di mascherine chirurgiche. Io e altri tre colleghi abbiamo chiesto di essere spostati perché non volevamo rischiare di perdere la salute. Lo hanno fatto. Ma chi ha il contratto a termine non ha osato protestare. Loro continuano a lavorare, anche con mascherine di cartapesta”.

Secondo il sindaco di Genova e commissario straordinario per la costruzione del ponte Morandi, Marco Bucci, le misure anti-Covid applicate al cantiere “sono diventate un sistema modello”, che ha ottenuto l’ok dal “Rina, il maggior ente di certificazione italiano”. Inoltre, precisano fonti vicine al commissario, nel cantiere “è stato applicato un protocollo anti-Covid rigido, i lavoratori sono sensibilizzati e tutte le aziende in sub-appalto sono state addestrati a rispettare tutte le norme”.

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