Archivio Tag: Lavoro & Precari

Salario minimo, Istat: “Per le imprese aggravio di costi di 4,3 miliardi”. Di Maio: “In manovra riduzione cuneo fiscale”

Un salario orario minimo fissato a 9 euro lordi sarebbe al momento “il più elevato tra i Paesi Ocse” e “anche della maggioranza dei contratti collettivi esistenti”. E comporterebbe per le imprese “un aggravio di costo pari a circa 4,3 miliardi complessivi“. Che, se non trasferito sui prezzi, porterebbe a una compressione di circa l’1,2% del margine operativo lordo ed allo 0,5% del valore aggiunto. Lo hanno ricordato in audizione alla Camera sul ddl del Movimento 5 Stelle i rappresentanti dell’Istat e dell’Ocse, ripetendo le cifre già rese note durante le audizioni in Senato. Il vicepremier Luigi Di Maio, durante la riunione convocata a palazzo Chigi sul salario minimo, ha ribadito che intende andare avanti perché “bisogna restituire dignità a milioni di lavoratori sottopagati”, aggiungendo però che “al contempo occorre aiutare anche le imprese uccise dalle tasse“. Dunque le due proposte, quella sul salario e quella sulla riduzione del cuneo fiscale (la somma di tasse e contributi), saranno parallele e la seconda, ha detto, verrà inserita nella prossima legge di Bilancio. Assecondando le richieste di Confindustria e della Lega.

Il presidente Istat Gian Carlo Blangiardo ha stimato in 2,9 milioni le persone coinvolte dal salario minimo per “un incremento medio annuo di 1000-1073 euro pro-capite con un incremento del monte salari di 3,2 miliardi”. La platea degli interessati al netto degli apprendisti scende a 2,4 milioni. Per la pubblica amministrazione l’impatto del salario minimo si tradurrebbe in maggiori costi di beni e servizi per 472 milioni di euro e di beni intermedi per 226 milioni, ha quantificato. Un aggravio che ammonterebbe a circa 700 milioni anche se “considerato che il monte salario sarà in parte assoggettato a Irpef e Irap in qualche modo questa cifra sarà ridimensionata”.

Andrea Garnero, economista del dipartimento lavoro e affari sociali dell’Ocse, ha sottolineato che 9 euro lordi è una cifra “molto elevata”. “Credo che dovrebbe essere definita successivamente”, ha aggiunto. “In Inghilterra ci hanno messo un anno mezzo con una Commissione. E’ consigliabile una certa prudenza sul livello iniziale e monitorare gli impatti”. Peraltro “il salario minimo non è la soluzione alla questione salariale italiana e ai problemi del mercato del lavoro, è solo mediamente efficace contro la povertà anche lavorativa”, ha spiegato. Più “legittima e condivisibile”, invece, l’ipotesi alternativa di estendere erga omnes i contratti collettivi. Con un suggerimento: “Garantire dei margini di flessibilità per adeguare il contratto collettivo nazionale alle esigenze aziendali e rispondere all’eterogeneità del paese e delle regioni evitando che i contratti pirata siano di fatto rimpiazzati da altre forme di non rispetto”. In Italia oggi “non c’è il Far West, visto che i quasi 900 accordi a livello di settore coprono pressoché la totalità”. Tuttavia, dice Garnero, “i contratti collettivi non sono sempre rispettati: stimo che il 12% dei lavoratori sia sottopagato, più al Sud che al Nord del Paese”.

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Dl Dignità, Lega vuol ammorbidire stretta su contratti a termine. Durigon: ‘Formule per usare ancora lavoro flessibile’

“In alcuni casi, alla fine di un contratto a termine, le aziende hanno preferito prendere un’altra persona sempre con un contratto a termine piuttosto che trasformare quello stesso rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato. È su questo punto che si può intervenire, affidando alla contrattazione più rappresentativa l’individuazione delle formule migliori per poter utilizzare ancora il lavoro flessibile“. Così Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro, intervistato dal Corriere della Sera conferma i contenuti di un ddl che verrà incardinato a fine mese in commissione Lavoro alla Camera e prevede modifiche al decreto Dignità firmato dal leader M5s Luigi Di Maio, in vigore dalla scorsa estate.

Il testo, i cui contenuti sono stati anticipati domenica dal Sole 24 Ore, ammorbidisce la stretta sui contratti precari introdotta dal dl Dignità che ha reso obbligatoria la causale in caso di proroghe dopo i primi 12 mesi: i contratti collettivi potranno, stando al ddl leghista, individuare “causali aggiuntive” rispetto a quelle previste dal dl dignità (“esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’attività, ovvero per esigenze sostitutive di altri lavoratori” e “esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria”). Allargando così la possibilità di ricorrere a rapporti a tempo.

“Non vogliamo smontare nulla – sostiene Durigon -, il nostro intervento non va contro il decreto “dignità” che ha fatto un bellissimo lavoro portando a un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Innanzitutto si tratta di un disegno di legge parlamentare e quindi in Parlamento ci sarà il modo di trovare una sintesi. E poi non si tratta di fare marcia indietro perché quel provvedimento ha funzionato benissimo. Semmai si può intervenire su alcune piccole zone d’ombra che, inevitabilmente, si sono manifestate dopo un anno”. Ovvero: “C’è stato un leggero aumento del turn over rispetto alle stabilizzazioni“. Di qui l’idea di “affidare alla contrattazione più rappresentativa l’individuazione delle formule migliori per poter utilizzare ancora il lavoro flessibile”.

La Cgil, che aveva contestato il decreto Dignità perché aprirebbe la strada a forme di precarietà ancora meno tutelate, chiede dal canto suo che “nessun intervento legislativo operi nuovamente sul decreto dignità e in particolare sui contratti a termine senza confronto con le parti sociali. Si affrontino e risolvano prima le tante vertenze aperte e si effettui la necessaria manutenzione del decreto rafforzando i percorsi di stabilizzazione dei lavoratori con la contrattazione nazionale”. Per la confederazione, “dopo alcuni mesi dalla sua attuazione, le criticità che avevamo espresso inizialmente si stanno purtroppo materializzando come sulla mancata scelta di apporre la causale fin dall’inizio del contratto, altrettanto sull’assenza di una causale per picchi programmabili, così come sull’impossibilità di affidare alla contrattazione nazionale una declinazione delle causali concordata. Se da un lato riscontriamo la stabilizzazione di buona parte delle figure più professionalizzate, dall’altro assistiamo, soprattutto tra le mansioni più fungibili, ad un aumento del turnover piuttosto che alla stabilizzazione delle professionalità con contratto a termine o in somministrazione. Siamo di fronte quindi ad un utilizzo spregiudicato delle imprese delle varie forme di assunzioni precarie”.

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Salario minimo, vicepresidente di Confindustria: “Finisce per togliere diritti e tutele”. M5s: “Non ha letto il ddl”

Confindustria va all’attacco della proposta di legge sul salario minimo del Movimento 5 Stelle. Il vice presidente Maurizio Stirpe, intervistato dal Corriere della Sera, sostiene che “il rischio è smontare il sistema dei contratti nazionali, che non regolano solo il salario ma anche tanti altri temi rilevanti, come ferie, malattia, straordinari“. E questo “finisce per togliere diritti e tutele ai lavoratori”. Il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha reagito scrivendo che facebook che “si farà, perché è nel contratto” e “perché già esiste in molti Paesi europei”. Mentre i senatori M5s in Commissione Lavoro contestano nel merito le affermazioni di Stirpe accusandolo di non aver letto con attenzione il testo.

Il numero due di viale dell’Astronomia ha detto che il salario minimo “se diventa una alternativa ai contratti collettivi, finisce per togliere diritti e tutele ai lavoratori. Un’azienda che dovesse rispettare solo il salario minimo, che il governo vuole fissare a nove euro lordi l’ora, non avrebbe più nessun interesse a fare contrattazione su altri temi”. Di qui, secondo lui, il rischio di “far saltare” le tutele su ferie, malattia, straordinari. Ma il ddl a prima firma Catalfo fa esplicito riferimento ai contratti collettivi e afferma che il salario “non può essere inferiore a quello previsto per la prestazione di lavoro dedotta in obbligazione dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria stessa“, oltre a non poter scendere sotto i 9 euro lordi l’ora. Che è proprio quello che chiede Stirpe: “La strada migliore è calcolare per ciascuno di questi settori un salario minimo a partire dai minimi contrattuali previsti nei comparti da un contratto nazionale. Naturalmente considerando quelli sottoscritti dalle organizzazioni di rappresentanza comparativamente più rappresentative e, quindi, tagliando fuori i contratti pirata”.

“Pur avendolo scritto nero su bianco nel testo del disegno di legge e ribadito più e più volte, c’è ancora chi, ultimo oggi il vicepresidente di Confindustria Maurizio Stirpe in un’intervista al Corriere della Sera, sostiene che con la nostra proposta sul salario minimo orario ci sarebbe una fuga dai contratti collettivi nazionali”, risponde il Movimento. “Niente di più sbagliato. Se chi critica il ddl a firma di Nunzia Catalfo lo avesse prima letto attentamente si sarebbe reso conto che è vero l’esatto contrario, infatti il nostro obiettivo è quello di stabilire che nessun lavoratore possa guadagnare meno di quanto previsto dai CCNL più rappresentativi e, comunque, mai meno di 9 euro lordi all’ora. Contemporaneamente, in questo modo viene rafforzata la contrattazione collettiva ‘sana’ e si contrastano i contratti pirata e il dumping salariale, quindi la concorrenza sleale”. 

Alla domanda su come Confindustria intenda muoversi se il governo andrà avanti, Stirpe risponde peraltro che “se proprio vuole andare avanti, senza ascoltare le nostre osservazioni e nemmeno quelle dei sindacati che la pensano come noi, almeno chiarisca che i nove euro comprendono i ratei di ferie, tredicesima e Tfr. Altrimenti il rischio di svuotare i contratti nazionali è davvero altissimo”. Poi però ventila un altro rischio: “I costi salirebbero, specie se si considera l’intera catena dei fornitori”. E “un aumento dei costi può essere scaricato sui prezzi. E qui ad essere danneggiati non sarebbero solo i lavoratori ma tutti i consumatori. Un po’ come per lo spread”.

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Whirlpool, Politico.eu: “Azienda informò Di Maio della chiusura di Napoli con una lettera a inizio aprile”

“Una lettera inviata da Whirlpool a Di Maio agli inizi di aprile – e di cui Politico ha preso visione – mostra che l’azienda ha informato il ministro di non essere più in grado di tener fede all’impegno preso nell’ottobre del 2018 di investire 17 milioni di euro nello stabilimento di Napoli, dove produce lavatrici di fascia alta, ‘poiché il segmento di mercato stava risentendo di un forte calo della domanda‘”. Lo riporta il sito Politico.eu.

Una rivelazione che, se confermata, avvalorerebbe quanto sostenuto il 12 giugno da Carlo Calenda: “Luigi Di Maio ha mentito al Paese e agli operai su Whirlpool – aveva detto il predecessore del capo politico del M5s al ministero dello Sviluppo economico durante lo speciale de L’Aria che tira su La7 – Sapeva della chiusura di Napoli da inizio aprile. Ha incaricato Invitalia di analizzare il nuovo possibile investitore in sostituzione di Whirlpool. Non ha ricevuto i sindacati che hanno chiesto incontro, ha aspettato le europee e poi ha fatto scene indecorose di finta indignazione. Si deve vergognare”.

L’11 giugno Di Maio aveva firmato gli atti di indirizzo per gli uffici del ministero del Lavoro, dello Sviluppo economico e Invitalia per “revocare i soldi degli italiani che sono stati dati a Whirlpool”, accusando la multinazionale di non aver “tenuto fede ai patti”.

Il caso era nato il 31 maggio, giorno in cui i sindacati avevano incontrato il management ed era trapelata l’intenzione del colosso statunitense degli elettrodomestici di di vendere lo stabilimento del capoluogo campano. Un dietrofront rispetto a quanto pattuito a ottobre, quando “con un accordo quadro sottoscritto in sede ministeriale, quindi con l’impegno anche del ministro Di Maio, Whirlpool aveva dato garanzie di investimenti e salvaguardia dell’occupazione in tutti gli stabilimenti del gruppo”, avevano denunciato i sindacati.

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Whirlpool, Di Maio: “Doverosa revoca incentivi”. L’azienda: “No disimpegno, al lavoro per soluzione”

“L’azienda ha dato massima apertura alle indicazioni del ministro Luigi Di Maio. A partire dalla settimana prossima siamo pronti a lavorare concretamente per trovare una soluzione che assicuri il massimo livello di occupazione e altrettanto assicuri la continuità dell’assetto industriale”. A precisarlo, il responsabile della comunicazione di Whirlpool ItaliaAlessandro Magnoni, al termine dell’incontro tenutosi oggi al Ministero dello sviluppo Economico.
Il tavolo si era aperto con le parole del ministro Luigi Di Maio, che aveva precisato come, dopo le interlocuzioni “non soddisfacenti”, la decisione di revocare gli incentivi fosse un “atto doveroso”. Poi, l’azienda ha precisato di non volersi disimpegnare da Napoli, tanto che lo stesso ministro – che non ha rilasciato alcun commento ai cronisti – ha poi rivendicato via Facebook: “L’azienda oggi al tavolo ha detto per la prima volta che non si disimpegnerà più dallo stabilimento. Ci aspettiamo risposte entro la settimana prossima”.  Sulla stessa linea i sindacati: “Diamo all’azienda una settimana per portare al ministero una proposta accettabile che salvaguardi il lavoro di tutti”, ha rivendicato Barbara Tibaldi della Fiom Cgil. Per poi spiegare: “Come intenderà non disimpegnarsi dovrà spiegarcelo, ma intanto l’impegno dell’azienda è che Napoli non chiude”.

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Whirlpool, Di Maio dopo il tavolo al Mise: “No a chiusura a Napoli è presupposto per il dialogo. Ora mi aspetto soluzioni”

L’annuncio di Whirlpool di non voler chiudere e nemmeno disimpegnarsi sul sito di Napoli “è il presupposto per ricominciare il dialogo. Da lunedì do per scontato soluzioni che ripartono dai pilastri di prima”. Il vicepremier Luigi Di Maio parla così ai lavoratori presenti sotto il ministero dello Sviluppo economico al termine del tavolo di crisi cono i vertici aziendali, i rappresentanti di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm e alcuni rappresentanti locali. Un incontro durato poco meno di un’ora è che ha portato solamente a un primo passo: la riapertura di un dialogo dopo lo strappo di martedì e la promessa di ritrovarsi tra una settimana per ragionare su come proseguire l’attività.

Ieri infatti Di Maio ha firmato la direttiva con cui avviare la procedura di revoca di 15 milioni di euro di incentivi dopo che Whirlpool ha annunciato di voler cedere lo stabilimento di Napoli – dove lavorano 420 persone – nonostante il piano di investimenti firmato lo scorso ottobre allo stesso ministero con i sindacati di categoria. “Whirlpool che oggi dice di voler chiudere lo stabilimento di Napoli non ha tenuto fede ai patti. Vediamo se così torna a più miti consigli”, aveva detto. Il gruppo aveva risposto sottolineando che non aveva “mai proceduto ad alcuna disdetta dell’accordo siglato” e aveva spiegato che “in linea con il piano industriale firmato lo scorso ottobre, l’Azienda non intende procedere alla chiusura del sito di Napoli, ma è impegnata a trovare una soluzione che garantisca la continuità industriale e i massimi livelli occupazionali del sito”.

Di fatto un’interlocuzione che si è ripetuta oggi al Mise. Di Maio ha chiarito quali sono i pilastri da cui ricominciare il dialogo: “No alla chiusura di Napoli, no al disimpegno di Whirlpool, mantenimento dei livelli occupazionali”. L’ad di Whirlpool Italia, Luigi La Morgia, ha manifestato il fastidio per le dichiarazioni e l’atto del ministro, ribadendo però la disponibilità al confronto. In questo. spiegano fonti del Mise, l’azienda ha confermato di non voler chiudere e nemmeno disimpegnarsi dal sito di Napoli, mostrandosi quindi disponibile a ragionare sul proseguimento dell’attività.

“L’azienda ha dato la massima apertura alle indicazioni del ministro Di Maio, a cominciare dalla settimana prossima siamo pronti a lavorare concretamente per trovare una soluzione che assicuri il massimo livello di occupazione e altrettanto assicuri la continuità dell’assetto industriale”, ha detto il responsabile della comunicazione di Whirlpool Italia, Alessandro Magnoni, al termine dell’incontro. “Siamo finalmente riusciti a riaprire uno spiraglio di dialogo con l’azienda, sulla base di un presupposto: che non si disimpegni da Napoli”, ha dichiarato il segretario nazionale della Uilm, Gianluca Ficco, pur segnalando che “sappiamo che non sarà facile passare da una dichiarazione aziendale generica di disponibilità a trovare una soluzione alla risoluzione effettiva della vertenza”.

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Arti Grafiche Boccia, anche il presidente di Confindustria manda i dipendenti in cassintegrazione: 3 mesi fino a settembre

Tre mesi di cassa integrazione ordinaria. Dal 3 giugno al 1° settembre 2019. Anche la Arti Grafiche Boccia, l’azienda del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, è costretta a far ricorso agli ammortizzatori sociali. L’accordo, firmato alla metà di maggio con le sezioni territoriali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom, Cisal e Ugl Grafici, prevede che la “cigo” riguardi un picco massimo di 50 sui 180 dipendenti per far fronte al “calo di commesse che rende necessario ridurre temporaneamente l’attività lavorativa”.

La crisi del mercato editoriale si fa sentire anche sul gigante fondato nel 1961 a Salerno da Orazio Boccia, nominato cavaliere del lavoro da Giorgio Napolitano, e oggi guidato dal figlio Vincenzo, dal 31 marzo 2016 presidente dell’associazione degli industriali. “In questo momento – spiegano fonti sindacali che hanno seguito da vicino il dossier – la rotazione riguarda tra le 15 e le 20 persone. Ogni 15 giorni è previsto un tavolo di confronto con le Rsu e i delegati sindacali per decidere come far girare su base settimanale i dipendenti in base alle loro mansioni e alle esigenze produttive, in modo da creare il minor numero di disagi al minor numero di lavoratori possibile. Lo scopo è quello di tornare a regime ai primi di settembre e superare questo momento di difficoltà”.

Un momento che va avanti da diverso tempo. La società “opera in un settore maturo ed altamente concorrenziale”, spiegava il fondatore Orazio nella relazione sulla gestione del dicembre 2017. Pochi mesi dopo, infatti, da via Tiberio Claudio Felice partiva la prima richiesta di cassa integrazione (che può essere concessa per un massimo di 52 settimane in 2 anni) e l’azienda otteneva un pacchetto di 3 mesi utilizzato tra il marzo e il giugno 2018.

Ora la cig serve di nuovo. Nell’accordo firmato il 15 maggio nella sede di Confindustria Salerno, che sancisce al 3 giugno l’inizio di “13 settimane consecutive di Cig Ordinaria”, si parla di “un calo di commesse che rende necessario ridurre temporaneamente l’attività lavorativa”. Un “andamento altalenante” lo definiscono i sindacati che hanno seguito e monitorano la vicenda, quello registrato nell’ultimo periodo dall’azienda che stampa diversi tra quotidiani e riviste, oltre a una lunga serie di prodotti che vanno dai cataloghi agli album delle figurine, dai volantini pubblicitari alla modulistica per le amministrazioni pubbliche.

Un momento di difficoltà che ha visto la Arti Grafiche Boccia chiudere il 2017 “con una perdita di 3 milioni” su un fatturato da 42,4 milioni, proseguono le fonti sindacali: il 2016 si era chiuso con un profitto netto di poco meno di 18mila euro, inferiore ai 27mila del 2015, a fronte di ricavi netti che da un anno all’altro erano passati da 39,7 a 38 milioni.

Un inizio d’estate gelido per i dipendenti che arriva dopo anni di investimenti. Nel maggio 2014 per la sede di Salerno la società aveva acquistato dal Gruppo Editoriale L’Espresso la “rotativa Cerutti S96 utilizzata fino al 2013 per stampare in esclusiva La Repubblica e il quotidiano La Città“, come si legge sul sito dell’azienda, e aveva lanciato un progetto definito “MONSTRE S96 per sottolineare le dimensioni della potente rotativa in grado di stampare ad una velocità oraria di 60mila copie“, proponendosi “come un centro stampa indipendente per la stampa di quotidiani locali, nazionali ed internazionali”. A novembre dello stesso anno era arrivata, poi, la fustellatrice Bobst SP104E con la quale l’azienda, “che negli ultimi anni ha investito più di 50 milioni di euro in nuovi macchinari”, aveva intenzione di rafforzare “la sua offerta nel segmento del packaging”.

Twitter: @marco_pasciuti

m.pasciuti@ilfattoquotidiano.it

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Rider, a Bologna l’incidente che costa la vita al 51enne Mario: postino di giorno e fattorino nel weekend

Era costretto a fare un secondo lavoro, come lo sono in molti nell’era del precariato e degli stipendi troppo bassi rispetto al costo della vita. Postino durante la settimana, fattorino nei weekend. Alla fine, per riuscire a mettere insieme uno stipendio adeguato, tante ore passate su uno scooter, per portare a domicilio una raccomandata o una pizza, ma sempre in pericolo nel traffico di Bologna. Ed è sulla strada, mentre tornava alla base dopo l’ennesima consegna, che ha perso la vita Mario Ferrara, 51 anni, in un incidente che ha ancora molti punti da chiarire. Quello che è certo è che lo scontro è avvenuto con una volante della Polizia, appena uscita per un allarme scattato in un negozio della zona. L’uomo è stato sbalzato dallo scooter e ha fatto un volo di diverse decine di metri, raccontano i testimoni. Soccorso dal 118 con un lungo intervento di rianimazione, è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale Maggiore. 

L’episodio è avvenuto domenica intorno alle 22 nel quartiere San Donato, a pochi passi dalla pizzeria Pantera Rosa, dove Ferrara lavorava, e ha scatenato la protesta dei Riders Union Bologna, la rappresentanza autonoma territoriale dei fattorini. Le loro battaglie sono da sempre quelle di chi lavora per i grandi nomi del food delivery, ma poco importa: “Anche se con una formula diversa, Mario rimane un precario del lavoro, proprio come chi consegna per Glovo, Deliveroo o UberEats”, spiega al FattoQuotidiano.it Tommaso Flachi, uno dei promotori del presidio di protesta indetto per lunedì alle 18 in Piazza del Nettuno. “Non è una fatalità. L’assenza di diritti e tutele, la mancanza di un’assicurazione, l’invisibilità cui ci vorrebbero costringere gridano vendetta”. 

LA DINAMICA – La cosa certa, per il momento, è che la volante si trovava su via del Lavoro quando si è scontrata con lo scooter di Ferrara, che proveniva da una laterale, all’incrocio con via Luigi Vestri. Gli accertamenti sono ancora in corso, con la polizia che sta ascoltando i presenti e visionando filmati di telecamere della zona. I due agenti sono rimasti lievemente feriti e sono stati visitati anche per lo stato di choc in cui li hanno trovati i soccorritori. 

I COLLEGHI – I colleghi di Ferrara, ancora scossi, ne parlano come una persona tranquilla e riservata: “Uno che lavora e non da problemi. Era con noi da circa due anni, faceva qualche fine settimana ogni tanto”, racconta Filomena Stasi. Ferrara, che non aveva figli, viveva con la sua compagna a Bologna già da qualche anno, lontano da gran parte della famiglia che invece abita in Puglia. Al lavoro settimanale alle Poste aveva affiancato quello di fattorino il sabato e la domenica, ma solo ogni tanto. I turni, come in ogni pizzeria, vanno dalle 19 alle 22 e 30, orario di punta delle consegne. “Erano circa le 10. Io ero in cassa, c’era tanta confusione e non mi sono accorta di nulla, ma chi stava in cucina, che affaccia sulla strada, ha sentito un rumore fortissimo, così come chi sta al piano di sopra. Abbiamo visto le luci della polizia e poco dopo qualcuno ci ha detto che il nostro fattorino aveva fatto un incidente”. Lo scontro, in realtà, è avvenuto molto prima lungo quella via, ma questo conferma il racconto di chi dice di aver visto il motorino di Ferrara a trenta metri dall’incrocio e lui sbalzato ancora più lontano.

I PRECEDENTI – La morte di Ferrara avviene in una città, Bologna, che nell’ultimo periodo ha visto incrementare gli incidenti con i fattorini coinvolti, così come accade a Milano, dove giovedì scorso sono finiti a terra quattro rider. In Italia i precedenti ufficiali sono due: Maurizio Cammillini, rider pisano di 29 anni che lo scorso che settembre si è schiantato per evitare di consegnare in ritardo due panini e un fritto, e Alberto Pollini, travolto il 1 dicembre a Bari da un’auto mentre con il suo scooter stava portando a un cliente la sua cena. Francesco Iennaco, 28 anni, invece ha perso una gamba a Milano dopo essere finito sotto un tram, in maggio.  “Non può essere un caso che Mario sia l’ultimo di una lunga serie di lavoratori che perdono la vita per consegnare una pizza o un panino in un contesto di peggioramento delle condizioni lavorative”, attacca Riders Union Bologna. “È arrivato il momento che le aziende e le istituzioni si facciano carico delle responsabilità che hanno portato all’ennesimo tragico epilogo. Lo ripetiamo da mesi: la parte datoriale deve ascoltarci e sedersi con le rappresentanze dei riders auto organizzati che chiedono i giusti riconoscimenti”. 

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Gabicce mare, sindaco Pd: “Giovani del Sud non vogliono più lavorare negli alberghi perché prendono il reddito”

“Faccio un appello a chi cerca un lavoro e soprattutto a coloro che abbiano voglia di lavorare. A tutti loro dico di venire a Gabicce Mare e chiedere all’associazione albergatori e ai vari hotel di essere disponibili a lavorare per l’imminente stagione. In base a quanto mi è stato spiegato dagli operatori, la carenza di personale è senza precedenti proprio perché mancano i destinatari del reddito di cittadinanza“. A dirlo è il sindaco Pd di Gabicce Mare, Domenico Pascuzzi, appena rieletto battendo i candidati di M5s e Lega. Pascuzzi, intervistato dal Resto del Carlino, ha sostenuto che il comune in provincia di Pesaro si trova “in emergenza vera” in vista della stagione estiva.

Come mai? “Molti giovani del sud che l’anno scorso avevano fatto la stagione nei nostri alberghi, quest’anno hanno risposto di non tornare perché stavano percependo il reddito. E se accettassero di tornare perderebbero l’assegno da oltre 700 euro che a loro basta per vivere”. Si riaccende così il dibattito sul reddito “troppo alto” rispetto agli stipendi medi, come lamentato da Confindustria e dall’ex presidente Inps Tito Boeri. L’appello di Pascuzzi è stato ripreso infatti dal sito del Sole 24 Ore in un commento intitolato “A Gabicce niente stagionali: tutta colpa del reddito di cittadinanza”, in cui si legge che “l’homo italicus non ha certo bisogno di navigator per orientarsi nel mare dell’assistenzialismo”.

Sui social abbondano i commenti sul fatto che il primo cittadino nulla dice su orari e paghe degli stagionali che ora “preferiscono” il sussidio: se il reddito di cittadinanza è più alto, ci vuol poco per calcolare che camerieri o aiuti cuochi venivano evidentemente pagati pochi euro all’ora.

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Crisi Whirlpool, Di Maio: “Inaccettabile che lascino a casa 450 persone. Soluzione o tagliamo loro gli incentivi statali”

“O entro sette giorni portano la soluzione per lasciare aperta quell’azienda e far lavorare 450 persone oppure noi gli togliamo i soldi che hanno preso dallo Stato”. Così il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio in merito alla vertenza Whirlpool. “Gli blocco quelli che gli stavamo per dare e gli tolgo quelli che gli abbiamo dato con alcuni strumenti che dovevano servire a creare più lavoro in più occasioni per le imprese”, ha minacciato il capo politico del M5s.

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