Archivio Tag: Luca Zaia

Zone rosse, Regioni cambiano ancora idea: dalle accuse di “dirigismo” al governo alla richiesta di “misure nazionali”. E adesso premono per cambiare colore

A inizio ottobre l’accusa al governo di voler legare le mani alle Regioni vietando ordinanze più permissive di quelle nazionali, poi l’appello per varare regole “uniformi in tutto il Paese”. Subito dopo la protesta contro le tre zone di rischio, bollate come un meccanismo che “esautora” il ruolo dei governatori. E ora il pressing al ministero della Salute per “liberare” le singole province in cui il contagio sta rallentando. Mettendo in fila le dichiarazioni rilasciate da molti presidenti di Regione nel corso dell’ultimo mese e mezzo, sembra che ogni due settimane abbiano cambiato strategia nella lotta alla pandemia. O perlomeno che l’abbiano via via adattata in modo opposto ai provvedimenti decisi da Palazzo Chigi. Come Vincenzo De Luca, passato dagli ultimatum ai campani per l’introduzione di un lockdown locale alle bordate contro l’esecutivo dopo che la sua Regione è stata inserita in zona rossa. Ancora più esplicito il lombardo Attilio Fontana, che prima scaricava su Roma la “competenza” per un “eventuale lockdown”, salvo poi parlare di “decisione inaccettabile” quando i dati lo hanno imposto per la Lombardia. Non è un caso che a innescare le polemiche siano stati soprattutto i territori che, a detta dei rispettivi governatori, non meritavano le chiusure. Sullo sfondo restano inascoltati i richiami alla “leale collaborazione” del capo dello Stato Sergio Mattarella , che proprio oggi ha chiesto di evitare polemiche scomposte” dettate da “interessi di parte”.

Decreto del 7 ottobre, le accuse di “dirigismo” – Il valzer di giravolte della seconda ondata, è iniziato il 7 ottobre, quando il governo ha approvato il decreto legge che, tra le altre cose, ha reintrodotto il divieto per le Regioni di allentare le misure rispetto a quelle adottate in tutto il Paese. È “anacronistico pensare a provvedimenti rigidi come i binari di un treno”, ha subito tuonato Luca Zaia, sostenuto dagli altri governatori di centrodestra. “Questo dirigismo è il segno manifesto di una sfiducia nelle Regioni“. Il presidente del Veneto ha quindi ricordato che in tema di sanità gli enti locali hanno “una competenza quasi esclusiva“. È deciso a rivendicarla pure il friulano Massimiliano Fedriga, secondo cui “è fondamentale che i territori vengano ascoltati ed è altrettanto chiaro che dobbiamo tenere seriamente monitorata la situazione per fare degli interventi mirati ove ce ne fosse bisogno”. Tra i governatori del Nord non è da meno il piemontese Alberto Cirio: il 20 ottobre emana un’ordinanza per imporre la didattica a distanza alle superiori, in modo tale da “evitare un lockdown generalizzato“. Spirlì in Calabria sostiene che “a valutare cosa è necessario fare devono essere i singoli territori“.

Il caso De Luca – Anche De Luca inizialmente sembra propenso a muoversi in autonomia. A fine settembre emana la “penultima ordinanza prima di chiudere tutto”, imponendo tra le altre cose il divieto di vendere alcolici da asporto dopo le 22. Due settimane dopo ferma le lezioni in presenza in tutte le scuole, provocando pure le ire della ministra Lucia Azzolina, in una escalation di restrizioni. Fino al 23 ottobre, quando chiede esplicitamente all’esecutivo di varare un lockdown nazionale, specificando che in ogni caso la Campania si sarebbe mossa “in questa direzione a brevissimo“. “Dobbiamo chiudere tutto e dobbiamo decidere oggi, non domani”, insiste. “Siamo ad un passo dalla tragedia“. Parole durissime, pronunciate mentre in tutto il Paese i contagi toccano quota 19mila e si fanno sempre più insistenti le voci di un nuovo dpcm in arrivo dal premier Giuseppe Conte. Nel corso della notte, però, scoppiano le proteste in tutta Italia, con diversi arresti e feriti anche a Napoli. Il giorno dopo De Luca cambia idea. E con lui altri colleghi.

Dpcm del 24 ottobre, parte la richiesta di “regole uniformi” – “In queste condizioni diventa improponibile realizzare misure limitate a una sola Regione, al di fuori di una decisione nazionale”, sostiene De Luca al termine della conferenza Stato-Regioni che si svolge il 24 ottobre. Anche il governatore del Piemonte ora chiede “misure omogenee per aree geografiche”: è necessario “che il governo faccia il governo”. Proprio quel giorno Conte firma un nuovo provvedimento valido in tutta Italia: prevede la didattica a distanza per le scuole superiori anche al 100%, chiusura alle 18 di tutti i ristoranti, bar e gelaterie. Poi stop a palestre, piscine, sale di teatro e cinema. Ma non basta. Nei giorni seguenti il coronavirus continua a correre, così da più parti inizia a rimbalzare l’ipotesi di una nuova stretta. Pure Fontana in Lombardia si allinea alla richiesta di misure uguali per tutti, quindi prese a livello centrale. “La diffusione del virus è uniforme in tutto il Paese”, dice l’1 novembre. “Se i tecnici ci dicono che l’unica alternativa è il lockdown, facciamolo a livello nazionale”. La linea tra i governatori sembra unanime: De Luca si dice d’accordo con il presidente della Conferenza, Stefano Bonaccini, sulla necessità di “misure nazionali per dare segno di unità dei livelli istituzionali“. Un’ipotesi che non è più esclusa nemmeno dall’abruzzese Marco Marsilio e da Zaia in Veneto: “Il governo ci ha abituato ai dpcm, alla luce di tutto questo, le misure che vanno oltre i confini regionali vanno prese a livello nazionale”.

Dpcm del 3 novembre, l’Italia divisa in tre zone – Di fronte all’immobilismo delle Regioni, Palazzo Chigi decide quindi di agire, dividendo il Paese in tre fasce sulla base dei 21 parametri epidemiologici che gli stessi enti locali hanno condiviso con il ministero e l’Iss. Ma Fontana e gli altri fanno un’altra inversione a U. Prima del via libera al dpcm, datato 3 novembre, la Conferenza delle Regioni elabora un documento unanime in cui si legge che “destano forti perplessità e preoccupazione le disposizioni che comprimono ed esautorano il ruolo e i compiti delle Regioni e delle Province autonome, ponendo in capo al Governo ogni scelta e decisione sulla base delle valutazioni svolte dagli organismi tecnici“. Così, otto mesi dopo il caso delle mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo, su cui sta ancora indagando la procura di Bergamo, la discussione tra governo e Regioni è tornata al punto di partenza.

La protesta delle Regioni in lockdown – Non solo. I toni di chi guida le Regioni rosse si inaspriscono: Fontana, che solo due giorni prima non escludeva la serrata totale (assegnando la competenza al governo), parla di uno “schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”, di decisione “incomprensibile” basata su “informazioni vecchie di dieci giorni”. Un refrain a cui si accoda pure Cirio, che accusa la cabina di regia di non tenere conto “del fatto che il nostro Rt è passato da 2,16 a 1,91 grazie alle misure di contenimento adottate”. “Ingiustificabile” è il commento di Spirlì in Calabria. La Campania resta invece in stand-by in attesa della verifica del ministero sui dati forniti dalla Regione. Nel frattempo De Luca chiede in diretta Facebook ai cittadini “di comportarsi come se avessero deciso di chiudere tutto, diamo noi prova di autodisciplina“. Quando però una settimana dopo la Campania viene effettivamente inserita in zona rossa, il governatore sferra un durissimo attacco al governo Conte, invocandone la caduta. “Noi eravamo per chiudere tutto ad ottobre per un mese. Da sempre abbiamo avuto una linea di rigore più degli altri, da soli. Il governo ha fatto un’altra scelta, ha deciso di fare iniziative progressive, di prendere provvedimenti sminuzzati“, dichiara, accusando Palazzo Chigi di aver perso “due mesi preziosi“.

Parte il pressing per “liberare” alcune province – In realtà c’è chi le zone rosse le ha istituite anche senza aspettare il governo. È il caso del governatore dell’Abruzzo Marsilio, che ha deciso di adeguare la propria Regione alle restrizioni più dure prima dell’esito del nuovo monitoraggio della cabina di regia. Lo ha fatto anche la provincia di Bolzano, anche se il presidente Arno Kompatscher ha cambiato idea più volte prima di comprendere la gravità della situazione. La strada per combattere la seconda ondata sembra quindi tracciata, ma da Nord a Sud ora è iniziata l’ultima capriola dei governatori: con il rallentamento dei contagi, fanno sapere fonti di governo, sono partite le pressioni per “liberare” le province meno colpite. Un allentamento delle misure che gli stessi presidenti di Regione non possono prendere dopo che l’esecutivo è stato costretto ad assumersi la piena responsabilità dei lockdown locali. Già il 6 novembre Fontana aveva anticipato di voler chiedere al ministro Speranza, “ove ricorrano le condizioni, che vengano allentati parzialmente i provvedimenti per quei territori che dovessero risultare migliori“. Una fuga in avanti che nelle scorse ore è stata intercettata pure dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. “Ho la sensazione che ci sia la corsa a chi esce prima dalla condizione di limitata restrizione: se ci stiamo una o due settimane in più non è un problema”, ha dichiarato su La7, ricordando che la questione fondamentale “è uscirne forti e limitando al massimo il numero delle vittime“.

L’articolo Zone rosse, Regioni cambiano ancora idea: dalle accuse di “dirigismo” al governo alla richiesta di “misure nazionali”. E adesso premono per cambiare colore proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Porto di Venezia, bocciato il bilancio 2019 nonostante l’utile di 25 milioni. Zaia: “Mossa per cambiare presidente voluto dal Pd? Falso”

A Trieste, dal sindaco al presidente del Friuli, dai sindacati, ai camalli, ai partiti politici tutti hanno difeso qualche giorno fa Zeno D’Agostino, il presidente del Porto fatto decadere per inconferibilità dell’incarico da una decisione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. A Venezia la Regione Veneto e la Città Metropolitana, capeggiata dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, bocciano in modo clamoroso il bilancio consuntivo 2019, pur con un avanzo di 25 milioni di euro, dando il via a una stagione di instabilità, se non addirittura di ingestibilità. Una bocciatura di natura politica, più che tecnica, o perlomeno dai contorni sfumati, mentre si intrecciano le voci del possibile arrivo a Venezia proprio di D’Agostino. Eppure, sia il governatore Luca Zaia, che il sindaco lagunare cadono dalle nuvole rimandando all’autonomia decisionale dei loro rappresentanti nel Comitato di gestione. “Non cercate dietrologie, regìe, perché non ce ne sono” ha detto Zaia.

Eppure lo scossone è forte, anche perché Pino Musolino, 39 anni, fu voluto al vertice dell’Autorità Portuale Veneziana all’inizio del 2017 dal Pd, quando ministro dei Trasporti era Graziano Delrio. Lo scalo veneziano ha un ruolo strategico non solo sulle attività commerciali e marittime in Alto Adriatico, ma anche sul flusso di Grandi Navi e sulle bonifiche di Porto Marghera. “La decisione non ha giustificazioni. Il voto contrario non è stato motivato, e va a bloccare l’attività del porto” ha dichiarato Musolino. “Le uniche osservazioni non sono pertinenti o articolate, e una parte della dichiarazione di voto addirittura esprime la non necessità di spiegare l’accaduto. Si tratta di un fatto devastante perché diventa impossibile utilizzare gli avanzi di amministrazione per distribuire fondi ai lavoratori portuali e alle imprese come stabilito dal decreto ‘Rilancia Italia’. È una cosa che ha dell’incredibile”.

Brugnaro e Zaia hanno rimandato la palla ai loro rappresentanti. Il sindaco: “Sono fortemente convinto che la decisione di Fabrizio Giri, rappresentante della Città Metropolitana e stimato professionista, sia stata presa dopo una attenta analisi del documento di bilancio. Una decisione presa in coscienza e puntualmente motivata”. Zaia ha negato grandi manovre per portare a Venezia l’ex presidente triestino. “D’Agostino io non lo conosco. Mi dicono tutti che è un bravo professionista, ma non c’entra nulla con il bilancio del Porto di Venezia. Se il rappresentante della Regione, l’ingegner Maria Rosaria Campitelli ha ritenuto di non dare il suo assenso, spero lo abbia motivato e abbia lasciato una memoria. Se i bilanci stanno in piedi si votano, se non stanno in piedi non si votano. Aveva comunicato la sua intenzione all’assessore, non si fa condizionare, ha votato secondo coscienza ”.

Giri e Campitelli, in una nota spiegano che la causa va cercata in un finanziamento a una società partecipata dalla Mantovani. “La questione è nata il 27 luglio 2018, quando il presidente Musolino siglò un accordo preliminare con la società Ve.Ro.Port.Mos (società di gestione del terminal traghetti di Fusina, partecipata dalla Mantovani), con il quale l’Autorità si impegnava a dare 9 milioni di euro a titolo di contributo pubblico, allungava la concessione di 10 anni e consentiva un diverso sviluppo progettuale rispetto a quello previsto dalla concessione iniziale. In questi due anni abbiamo rappresentato al presidente in forma dettagliata e per iscritto, le perplessità sull’iter procedurale, proprio per tutelare tutta la comunità portuale, senza mai avere alcuna minima apertura”.

I senatori del Pd Andrea Ferrazzi e Vincenzo D’Arienzo parlano di “un’azione scellerata che nega a Venezia un’importante risorsa, utilissima per favorire decine di aziende che lavorano nel settore per rilanciare le loro attività provate dall’epidemia. Considerato che non sono state espresse le ragioni della contrarietà, chiediamo a Regione e Città metropolitana di rivedere la propria scelta”.

L’articolo Porto di Venezia, bocciato il bilancio 2019 nonostante l’utile di 25 milioni. Zaia: “Mossa per cambiare presidente voluto dal Pd? Falso” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

La Grecia lascia fuori gli italiani, anzi no. Una scelta che sa quasi di affronto personale

Essere d’accordo con un leghista era per me qualcosa che poteva succedere solo in questi tempi anomali. Dice il governatore del Veneto Luca Zaia in merito alla mancata riapertura delle frontiere greche all’Italia: “La Grecia nei nostri confronti ha avuto un comportamento assolutamente riprovevole. Mi fa incazzare che questo atteggiamento venga da un Paese che sta in Europa”. Poi la stilettata finale: “Non ci risulta che la sanità greca sia come quella veneta o quella italiana. Da parte del Veneto non c’è preclusione per nessuno”.

Inutile girarci attorno: Zaia ha ragione. La decisione di Atene di riaprire dal 15 giugno i suoi aeroporti ai voli internazionali provenienti da 29 paesi, ma tenere fuori Italia, Svezia e Spagna, ha il sapore amaro della scelta che prescinde dalle evidenze epidemiologiche e sconfina quasi nell’affronto personale, come se un vecchio amico, qualcuno di cui ti fidavi ciecamente, ti chiudesse la porta in faccia nel momento del bisogno.

Se è irritante che un paese come l’Olanda faccia il maestrino nei confronti nell’Italia – usando il volto del suo premier con la faccia da secchione antipatico, un tizio che la mattina fa il “frugale” e la sera lavora per rendere il sistema fiscale olandese uno dei più convenienti d’Europa – figuriamoci quanto indisponente possa essere questa decisione della Grecia, il fanalino di coda dell’Unione, un paese tra l’altro a noi storicamente vicino.

Quello che più stupisce in questo provvedimento è inoltre l’assenza di mezze misure per mitigarne gli effetti, come se noi italiani fossimo degli svedesi qualunque, come se il nostro paese fosse un lazzaretto. Più intelligente sarebbe stato seguire la strada della Croazia che ci permetterà, per il momento, l’ingresso solo per motivi di lavoro e turistici, con obbligo di presentazione di una prenotazione in albergo. Oltre che saggia, si tratta di una scelta furba: la Croazia sa bene quanto siano importanti i viaggiatori italiani per il sostentamento della sua economia turistica.

Poche ore dopo la prima comunicazione, sicuramente per le rimostranze ricevute, ecco però che la Grecia decide di fare un mezzo passo indietro stabilendo che per il periodo dal 15 al 30 giugno è consentito l’accesso agli italiani che atterrano ad Atene e Salonicco, previo test per chi proviene dalle regioni a più alto tasso di contagio, leggi Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Se il test risulta positivo, il passeggero è obbligato a una clausura di due settimane; se negativo, deve comunque mettersi in quarantena per sette giorni.

Una pezza che era peggio del buco: che senso ha viaggiare in un paese straniero se devi auto-recluderti? È comprensibile che la Grecia tema nuovi contagi portati dall’esterno, non potendo contare su un sistema sanitario forte come quello italiano, ma forse l’Ambasciata di Atene non si rende conto – meglio, fa finta di non rendersi conto – che discriminare in questo modo i turisti provenienti da quattro tra le più ricche regioni italiane è una scelta poco intelligente e ancor meno lungimirante.

Viene quasi da prendere in considerazione – altro miracolo per me – le parole della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, secondo cui “gli accordi bilaterali con i quali la Germania e altri Stati europei vorrebbero mandare i loro turisti in Grecia o in Croazia, tagliando fuori l’Italia, sono vergognosi e rischiano di essere il colpo di grazia per il turismo italiano”.

È così? Non è così? Al momento resta solo – in attesa che il prossimo primo luglio Atene riveda la lista degli ingressi consentiti – amarezza, delusione e rabbia per quello che sembra un tradimento inaspettato da chi credevi tuo compagno di ventura.

L’articolo La Grecia lascia fuori gli italiani, anzi no. Una scelta che sa quasi di affronto personale proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Translate »