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Mafia, arrestato di nuovo uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo

La sua casa è stata una delle prigioni del piccolo Di Matteo. Per vent’anni è stato in carcere senza fiatare e appena tornato in libertà Giuseppe Costa, 57 anni, aveva ripreso a ‘mafiare’, anche ricevendo indicazioni con messaggi inviati dai boss detenuti. Era tornato in libertà a Custonaci il 3 febbraio 2017, ma nel giro di poche settimane, secondo i pm della Dda di Palermo, era di nuovo in contatto con le famiglie mafiose di Trapani e Marsala. Stamattina i Carabinieri e gli agenti della Dia di Trapani lo hanno arrestato, su disposizione del gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, al termine di un’indagine in cui è stato documentato l’interesse di Costa in alcune operazioni economiche sul territorio trapanese. Nel corso dell’indagine – in parte scaturita dal blitz Scrigno del 5 marzo 2019 – le microspie dei Carabinieri hanno registrato un summit in cui si è parlato anche delle elezioni regionali del 2017 e di investimenti da programmare nel settore della raccolta dei rifiuti inerti.

Era stato arrestato il 9 gennaio 1997, riconosciuto tra gli affiliati del boss Vincenzo Virga, catturato da latitante nel 2001. Per l’intera durata della sua detenzione la mafia di Trapani ha sostenuto i suoi familiari, in segno di riconoscenza per il contribuito nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993 e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996. La sua abitazione era stata individuata su richiesta del capomafia Virga, a sua volta attivato da Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro, il super ricercato di Castelvetrano. Per tenere il ragazzino in ostaggio venne costruita una cella nell’abitazione di Costa, che vide personalmente l’arrivo del bambino chiuso nel portabagagli e incappucciato. Nella sentenza si legge che “tutte le mattine si presentava puntuale nella casa-prigione, chiedendo ai carcerieri quali generi alimentari gradissero, provvedendo al loro acquisto”.

Dopo la sua scarcerazione, avvenuta il 3 febbraio 2017, aveva ristabilito i contatti con i figli di Virga, Francesco e Pietro, entrambi arrestati nel blitz Scrigno. Secondo i pm della Dda di Palermo (procuratore aggiunto Paolo Guido, sostituto procuratore Gery Ferrara) stava tentando di realizzare un deposito di carburanti tra Custonaci e San Vito lo Capo e di rilevare un oleificio di oltre mille metri quadri. Dopo l’arresto del boss trapanese, Nino Buzzita, in manette anche lui nel del 5 marzo 2019 e tuttora ai domiciliari, Costa si stava adoperando per recuperare un credito di mille euro avanzato dall’anziano capomafia per la vendita di bestiame. “Salvatò minaccialo… glieli dobbiamo fare dare”, diceva ad uno dei suoi complici, “gli dici, se n’è andato a ‘ricorrere’ da qualche parte questo cristiano”.

Tornato in libertà, stava provando ad intrufolarsi nella gestione della Calcestruzzi Barone, facendo leva su un vecchio legame con gli eredi di Virga. Nel corso delle intercettazioni è emerso che all’interno dell’impresa “vi erano ancora attuali interessi e partecipazioni riconducibili ai mafiosi Pietro Virga e Vito Mazzara, boss ergastolano recentemente assolto per l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno. Secondo gli investigatori della Dia di Trapani l’interesse nell’impianto sarebbe cresciuto in seguito ad un colloquio con il killer di Cosa Nostra, Vito Mazzara, tuttora detenuto nel carcere di Parma. I due sono parenti perché Costa ha sposato una nipote di Mazzara. Ma a metterli in contatto lo scorso 23 settembre 2019 sarebbe stato il cappellano del carcere di Parma, Giovanni Mascarucci. “Buongiorno, mi ha detto Vito… vi manda un caro saluto e spera di vedervi presto”. Poi Costa si attivò per raggiungerlo.

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“Con la pandemia le aziende del Nord sono le più esposte alla penetrazione delle mafie: oggi occorre una nuova resistenza sociale”

“La crisi legata alla pandemia crea bisogno di liquidità nelle imprese e le mafie hanno quei soldi. In questo scenario gli imprenditori del Nord sono più esposti: c’è meno esperienza nella lotta alle mafie e manca una forte rete antiracket. Il rischio di una maggiore penetrazione della criminalità organizzata nelle aziende del Nord, di conseguenza, è molto alto. Per questo oggi bisogna organizzare una nuova resistenza sociale”. È l’allarme lanciato da Maurizio De Lucia, capo della procura di Messina, che spiega al fattoquotidiano.it quanto accennato già durante un collegamento online in occasione dei trent’anni dalla nascita, a Capo d’Orlando, della prima organizzazione antiracket. Una criminalità che si fa strada in un Nord dove manca una solida rete di supporto per gli imprenditori contro le mafie. Proprio adesso poi che con l’emergenza Covid le organizzazioni criminali hanno “la liquidità che serve agli imprenditori in difficoltà: un’occasione che le mafie non si faranno sfuggire”. Un ‘allerta lanciata da uno dei maggiori esperti in materia: De Lucia è stato sostituto procuratore a Palermo subito prima delle stragi, e negli anni seguenti rappresentò la pubblica accusa in alcuni tra i più noti processi della procura siciliana retta da Pietro Grasso. Titolare del procedimento che portò alla condanna di Totò Cuffaro per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, esperto di reati legati agli appalti e alle estorsioni, l’attuale procuratore di Messina è stato per quasi un decennio della Direzione nazionale antimafia. Ed avverte subito: “Bisogna scongiurare il patto del tavolino”. Il riferimento è all’omonimo sistema di turnazione mafiosa negli appalti pubblici, inventato tra gli anni ’80 e ’90, sul quale lo stesso De Lucia ha indagato: “Allo stesso tavolo sedevano mafiosi, imprenditori e politici”.

Dottore De Lucia, perché secondo lei il Nord non è pronto?
Paradossalmente mentre al Sud da decenni esistono associazioni radicate che hanno creato una solida struttura culturale di resistenza ai fenomeni estorsivi, così non si può dire del Nord. Dove agli imprenditori a mancare è proprio una rete, così che il singolo non ha quel supporto che gli permette di rivolgersi non solo alle forze di polizia, ma anche ai colleghi che hanno avuto la stessa esperienza: manca la forza dell’antiracket, di quell’associazionismo che ti accompagna nel percorso che segue la denuncia, mettendo anche a disposizione quel fondo antiracket di cui il singolo commerciante probabilmente sconosce perfino l’esistenza: così al Nord la capacità di resistere all’aggressione mafiosa è debole.

Perché è debole? Le mafie hanno messo radici al Nord da decenni.
È vero, ma è adesso che possono puntare a imprese meno sane.

Le mafie traggono profitto dall’emergenza sanitaria, come ha anche sottolineato il report di Libera e Lavialibera. In che modo il Covid-19 sta creando un terreno fertile per l’aggressione della criminalità?
In questo momento di pandemia, la sofferenza è nella liquidità, l’imprenditore del Nord come prima esigenza ha quella di avere soldi per sopravvivere. Grazie al traffico di droga le mafie hanno un’ampia disponibilità di contanti. Il titolare di un’azienda in crisi spesso sconosce la capacità di violenza del gruppo a cui si rivolge. Anzi, spesso lo considera solo un incolto, che può fregare con facilità, ma che poi si presenta con tutta la violenza di cui dispone, ed è lì la vera occasione della criminalità che riesce ad ottenere la cessione dell’impresa, perché l’imprenditore non incorre solo nel pericolo di non riuscire a restituire il denaro ma di dovere per questo cedere l’azienda, che verrà così acquisita dalla criminalità organizzata: è così che le mafie moltiplicano la capacità di penetrazione nel tessuto sociale di un territorio. Un modello che al Sud conosciamo bene, dove l’imprenditore sa cosa lo aspetta.

Nel report si parla di tremila fascicoli di indagini aperte dalle procure col nome Covid-19: perché la pandemia ha acceso gli appetiti delle organizzazioni mafiose?
Il meccanismo è sempre lo stesso: laddove ci sono occasioni di profitto, dove ci sono contesti opachi e fattori come l’urgenza o la capacità di grande liquidità la criminalità organizzata è di sicuro in allerta e bisogna alzare l’attenzione.

Tutto questo proprio mentre sono in arrivo i fondi del Recovery per fronteggiare la crisi dovuta alla pandemia: quanto è pericoloso?
Il momento è di certo molto particolare e molto ghiotto: le mafie si stanno organizzando per intercettare il denaro, per accaparrarsi gli appalti e quando entrano in contatto con l’imprenditoria entrano in contatto anche con gli uffici pubblici: bisogna scongiurare il tavolino.

Mentre al Sud siamo pronti?
Tendenzialmente in questo momento sì. È indubbio che dopo le stragi, la lotta alla mafia sia molto più avanti. Un imprenditore che non conosce la storia delle associazioni mafiose non capisce il pericolo in cui incorre.

Un po’ come quello che è successo in Germania poche settimane fa, quando un giudice ha respinto la richiesta di Maria Falcone di fare rimuovere la foto dei Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone accanto alla foto di Falcone e Borsellino, perché “i due magistrati hanno operato soprattutto in Italia”.
Un episodio che non va enfatizzato ma di certo frutto di chi non conosce la Storia d’Italia e delle mafie, ma attenzione: non la conoscono come dovrebbero neanche molti giudici italiani.

Ma in Germania la ‘Ndrangheta è la maggiore organizzazione criminale.
Hanno ignorato per molto tempo, o hanno finto di ignorare, ma dopo Duisbourg tutto è cambiato. E non scordiamo l’attacco di Die Weilt quando disse che la mafia in Italia aspetta i fondi Ue: la verità è che il rischio è maggiore lì dove manca una legislazione antimafia.

Cosa si può fare?
Alla base di tutto ci vogliono capacità repressiva ma anche conoscenza dei fenomeni culturali. In un’occasione andai in Olanda, per un omicidio della criminalità organizzata, sentii i poliziotti commentare che per fortuna si ammazzavano tra di loro: un grande errore di valutazione. Il mafioso che riesce a imporsi su un altro aumenta il suo potere e di conseguenza la sua capacità di esercitarlo e di penetrare nel tessuto sociale.

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Coronavirus, Die Welt: “Merkel non ascolti l’Italia, la mafia aspetta i soldi da Bruxelles”. Di Maio: “Vergognoso, Berlino si dissoci”

“Un’affermazione vergognosa e inaccettabile“. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, attacca il quotidiano tedesco Die Welt e chiede al governo tedesco di dissociarsi dopo un articolo in cui si chiede all’esecutivo di Berlino di non cedere alle richieste italiane al tavolo dell’Eurogruppo e del prossimo Consiglio Ue, nei quali si cercherà di prendere una decisione condivisa sui provvedimenti economici a livello europeo per il contrasto alla pandemia di coronavirus. Nel testo si legge che “in Italia la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles“.

Nell’articolo del quotidiano conservatore, dal titolo “Frau Merkel resti ferma”, si esplicita che “la solidarietà è un elemento importante dell’Europa”, ma “la sovranità nazionale nei confronti degli elettori è centrale”. Ma questa solidarietà può essere “senza limiti e controlli?”, si chiede l’autore dell’articolo. “Dovrebbe essere chiaro che in Italia, dove la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles, i fondi dovrebbero essere versati soltanto per il sistema sanitario e non per il sistema sociale e fiscale. E naturalmente gli italiani devono essere controllati da Bruxelles e usare i fondi in modo conforme alle regole”, si aggiunge. “Anche nella crisi del coronavirus i principi fondamentali devono valere ancora”, conclude.

Parole che hanno provocato la reazione di Di Maio che ha chiesto al governo tedesco di prendere le distanze da “un’affermazione vergognosa e inaccettabile”: “L’Italia piange oggi le vittime del coronavirus, ma ha pianto e piange le vittime della mafia. Non è per fare polemica ma non accetto che in questo momento si facciano considerazioni del genere”, ha dichiarato a Uno Mattina. “È inaccettabile – ha insistito Di Maio – che in un momento in cui l’Italia sta chiedendo di poter spendere tutti i soldi necessari per aiutare i propri cittadini, i propri imprenditori, i lavoratori, i disoccupati, i giovani e i meno giovani, si facciano considerazioni del genere”.

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Piersanti Mattarella, il primo nemico che la mafia (anche quella politica) volle eliminare

Fu l’omicidio mafioso di un “uomo politico nuovo” che voleva cambiare “dal di dentro” un sistema vecchio e marcio. Fu il primo di una lunga e sanguinosa serie di uomini delle istituzioni eliminati perché nemici della mafia, anche politica. Non fu solo un omicidio ordinato dalla mafia militare. Piersanti Mattarella era una anomalia, la prima, in quegli anni di pace tra politica e mafie. E quel delitto, come la strage di Portella della Ginestra, è uno spartiacque nella storia italiana.

Era l’Epifania. 1980, 40 anni fa. Anni lontani che sembrano più di un secolo. Mattarella aveva 45 anni. Professore universitario e astro nascente della Democrazia cristiana, un partito onnipotente allora, una cultura in Italia. Un modo di fare la politica, in Sicilia il partito delle relazioni con la mafia. Da presidente della Regione, Mattarella aveva il rango di ministro. “Se sei contro la mafia, o sei ateo o comunista”, tuonavano gli arcivescovi di Palermo in quel tempo. Palermo era cupa. Mattarella Piersanti era cattolico fervente, ma aveva avviato in Sicilia l’alleanza con il Pci.

Vito Ciancimino, nativo corleonese, pur non essendolo mai stato (se non per pochi giorni), in quegli anni era il vero sindaco della città. Controllava tutto. Una tranquilla città amministrata dalle cosche. Nel luglio 1979 in un bar dei quartieri del sacco edilizio era stato ucciso il capo della squadra mobile, Boris Giuliano. Perché aveva iniziato a mettere il naso negli affari della Cosa nostra italo americana. Ucciso nell’ultima estate di quel decennio, sei mesi prima di Mattarella e dell’inizio del fuoco mafioso sulle istituzioni.

Dopo, cinque anni di fuoco. Il capo dell’ufficio istruzione Cesare Terranova (settembre 1979); il procuratore Gaetano Costa (agosto 1980), il capo del Pci regionale Pio La Torre (luglio 1982); il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (settembre 1982), Rocco Chinnici (luglio 1983). E poi ancora magistrati, poliziotti, giornalisti.

A Milano, nel luglio 1979 era stato ucciso dalla mafia, su ordine di Michele Sindona, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca privata del banchiere di Patti. Un anno prima di Giuliano e un anno e mezzo prima di Mattarella, nel marzo 1978, a Roma era stato rapito Aldo Moro. Che era il leader politico di riferimento di Mattarella. Sinistra Dc.

L’Italia era questa, per chi lo abbia dimenticato o sia nato dopo. Giulio Andreotti, dall’estate 1979 non era più presidente del Consiglio nel governo del “compromesso storico” col Pci e dopo le elezioni era stato rieletto alla Camera ma nominato presidente della commissione esteri. Il suo capocorrente in Sicilia, Salvo Lima (poi ucciso nel 1992), era onnipresente e dal 1979 era stato eletto al Parlamento di Strasburgo.

E in quella Italia, cupa, attraversata dalla strategia della tensione e del terrore rosso e nero, Mattarella Piersanti era stato prima commissario moroteo della Dc siciliana, poi assessore regionale al Bilancio e, infine, proprio nei giorni del rapimento Moro, era diventato Presidente della Regione. Aveva già fatto una legge di trasparenza sulla pubblica amministrazione e per la programmazione dei fondi regionali, aveva dichiarato “guerra” agli appalti regionali gestiti in modo opaco.

L’attuale sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che quegli anni era giovane giurista consulente della Regione, mi ha ricordato che la prima uscita da presidente Mattarella la fece a Cinisi, qualche giorno dopo l’assassinio di Peppino Impastato (9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui Moro – capocorrente di Mattarella – fu consegnato in via Caetani, morto, dalle Br). In prima fila, quel giorno a Cinisi, c’erano i compagni di Peppino che era comunista e fu la prima vittima della società civile morta per ordine di Cosa nostra: “Dc è mafia”, gridavano gli amici di Peppino. Era il partito del presidente della Regione lì sul palco, ma qualcuno presente ricorda di aver colto un cenno di vergogna nel volto di Mattarella. Lui sapeva chi erano i suoi nemici.

Lo hanno ucciso vicino casa, nel centro di Palermo, viale della Libertà, due passi dalla prefettura. Il 6 gennaio il Comune di Palermo gli intitola il giardino Inglese. Parco Mattarella. Quella mattina lui usciva per andare a messa, sulla sua Fiat 132. Non aveva scorta. Con lui la moglie, i due figli e la suocera. Morto. Lo scrittore Leonardo Sciascia alluse subito a “confortevoli ipotesi” che avrebbero potuto ricondurre l’omicidio alla semplice firma della mafia siciliana.

E così è stato. I processi nati da quel delitto hanno portato a un paradosso giudiziario: condannati in via definitiva i mandanti, i membri della cupola di Cosa nostra (da Totò Riina in giù), ma mai accertato in un’aula di giustizia il nome degli esecutori materiali. Fu ipotizzato uno “scambio” (non inedito in quegli anni) tra mafia e destra estrema. Una pista portò a un processo contro presunti killer neofascisti, a Giusva Fioravanti, accusato (e per questo condannato in via definitiva) della strage alla stazione di Bologna, avvenuta sei mesi dopo il delitto Mattarella. Ma Fioravanti, riconosciuto dalla moglie di Mattarella, è stato poi assolto.

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995, che ha giudicato i mandanti dell’assassinio, è scritto che “l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi”.

Il pentito Marino Mannoia ha raccontato di due riunioni avvenute a Palermo alla fine del 1979 nelle quali i vertici mafiosi dell’epoca avrebbero avvertito Lima e Andreotti del loro odio per Mattarella. La veridicità di una di quelle riunioni è stata confermata in Cassazione. La testimonianza del pentito è finita nel processo Andreotti, assolto per le sue presunte connivenze, ma prescritto per le sue relazioni pericolose avvenute fino a quel 1980 siciliano.

Di quel delitto Mattarella, il giudice Giovanni Falcone, nell’audizione del novembre 1989 davanti alla Commissione parlamentare antimafia, ha detto: “Si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa a quella mafiosa o si compenetri con quella mafiosa”. Sei mesi prima del delitto Mattarella, Falcone aveva iniziato a lavorare nel pool antimafia di Chinnici. Quel verbale reso da Falcone tre anni prima di essere ucciso a Capaci è stato secretato fino al 21 dicembre scorso. Ma nessun magistrato ha mai sciolto il dubbio su quella convergenza di interessi politico-criminali sul delitto Mattarella.

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‘Ndrangheta, l’intercettazione: “Dell’Utri contattò Piromalli per la formazione di Forza Italia”. Nel ’94 il boss disse: “Votiamo Berlusconi”

“Per la formazione di Forza Italia, la prima persona che Dell’Utri avrebbe contattato fu Piromalli a Gioia Tauro“. Diciassette giorni dopo la scarcerazione il nome dello storico braccio destro di Silvio Berlusconi torna ad essere citato in un’inchiesta antimafia. Questa volta non è l’ombra nera di Cosa nostra che si allunga sull’ex senatore, ma quella più sfuggente della ‘ndrangheta. Proprio a una delle più importanti famiglie calabresi si sarebbe rivolto Dell’Utri per creare Forza Italia nel lontano 1993. A sostenerlo è uno dei principali indagati della maxi operazione della procura di Catanzaro, che ieri ha portato a 334 arresti: l’avvocato Giancarlo Pittelli.

Pittelli, “uomo cerniera”ed ex berlusconiano – Il fondatore di Forza Italia, già condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno (ne ha scontati poco più di cinque), non è indagato ma viene citato nelle carte dell’operazione della procura di Catanzaro. A fare il suo nome non è un pentito o un testimone di giustizia ma è appunto Pittelli, secondo gli inquirenti l’uomo cerniera tra due mondi, “accreditato nei circuiti della massoneria più potente” ma anche “perfettamente inserito” nelle famiglie di ‘ndrangheta. Per tredici anni è stato un parlamentare di Berlusconi: nel 2001 è stato eletto alla Camera con Forza Italia, poi è passato al Senato, quindi è tornato a Montecitorio con il Popolo della Libertà. Adesso è un esponente di Fratelli d’Italia ma nel 2011, con le dimissioni di Berlusconi da Palazzo Chigi, aveva aderito a Grande Sud, la costola autonomista nata da Forza Italia sotto la guida di Gianfranco Micciché, storico fedelissimo dello stesso Dell’Utri. Quella piccola scissione interna all’universo berlusconiano fu condotta con l’assenso dell’ex senatore, che infatti nel 2013 ventilò l’ipotesi di candidarsi con Grande Sud. Insomma i percorsi politici di Pittelli sono stati per anni legati a quelli del fondatore di Forza Italia.

L’intercettazione – Ed è proprio il nome di Dell’Utri quello che fa l’avvocato il 20 luglio del 2018. Sono le 16 e 15 e l’ex parlamentare sta parlando con due persone non coinvolte nell’inchiesta. “Pittelli – annotano gli investigatori – riferiva ai suoi interlocutori che, per la formazione di Forza Italia, la prima persona che Dell’Utri avrebbe contattato fu Piromalli a Gioia Tauro che il Pittelli accostava, per importanza mafiosa, a Luigi Mancuso“. Mancuso, detto “il Supremo“, è il boss della ‘ndrangheta nel vibonese. Secondo Pittelli i clan più autorevoli di tutta la Calabria erano proprio Piromalli e Mancuso. Al netto delle dinamiche criminali interne alla mafia calabrese, però, è curioso che un ex parlamentare berlusconiano colleghi a uno storico boss della ‘ndrangheta a Dell’Utri e alla “formazione” di Forza Italia in Calabria. Soprattutto perché non è la prima volta che emergono legami di questo tipo. Non si tratta solo d’inchieste della magistratura, ma in certi casi di dichiarazioni spontanee dei diretti interessati.

Il boss disse: “Voteremo Berlusconi”- Il 24 febbraio del 1994 l’Italia è in piena campagna elettorale: la prima Repubblica è crollata sotto i colpi di Tangentopoli e dopo un mese il Paese sarebbe tornato a votare. Al tribunale di Palmi è in corso il processo a Giuseppe Piromalli, capostipite della cosca di Gioia Tauro, padre dell’omonimo boss (soprannominato “Facciazza“) che verrà arrestato anni dopo accusato anche di estorsione ai danni dei gestori dei ripetitori Fininvest. L’anziano padrino decide di prendere la parola. E dalla sua cella grida: “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi“. “Non è stata presa una posizione chiara e precisa dicendo che quei voti non li si voleva”, contesterà Achille Occhetto al leader di Forza Italia durante un confronto radiofonico pochi giorni dopo. La replica del futuro premier è surreale: “‘Non credo che nessuno possa sapere con certezza per chi voterà la mafia, non so nemmeno se sia ipotizzabile un voto compatto della mafia. È un fenomeno che confesso di non conoscere in modo approfondito”.

Piromalli, alta ‘ndrangheta – Il voto della mafia, invece, fu compatto. E per chi votarono i clan lo dicono da anni diversi di pentiti: scelsero il simbolo di Forza Italia, come aveva detto Piromalli senior. D’altra parte il boss calabrese non era un mafioso qualsiasi: negli anni ’70 fu l’artefice della trasformazione del clan da organizzazione rurale a holding imprenditoriale, grazie ai lavori miliardari per il porto di Gioia Tauro. Dopo l’arresto diventa un acerrimo nemico del 41 bis, il carcere duro per i mafiosi che combatterà militando nel partito Radicale. Nel frattempo ha stretto un solido legame con i siciliani. “I Piromalli erano un punto di riferimento per Cosa nostra del gruppo nostro di Salvatore Riina“, ha raccontato il pentito Calogero Ganci, uno che faceva parte del commando di morte dei corleonesi. Ganci ha parlato al processo sulla cosiddetta ‘ndrangheta stragista, quello sugli omicidi dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Gli imputati sono Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, considerato boss di una costola del clan Piromalli. Secondo gli inquirenti, dunque, i calabresi non solo conoscevano la strategia di attacco allo Stato di Cosa nostra ma l’hanno condivisa, avallando gli omicidi dei carabinieri negli stessi mesi in cui Gaspare Spatuzza avrebbe dovuto far saltare in aria un autobus pieno di militari allo stadio Olimpico.

Gli attentati alle reti Fininvest – Era accusato di aver cercato di far esplodere i ripetitori della Fininvest, invece, Giuseppe Piromalli junior, detto Facciazza. Il figlio del boss che fece l’endorsement a Forza Italia venne arrestato nel 1999 da latitante. Era accusato, tra le altre cose, di tentata estorsione e danneggiamento ai danni di alcuni gestori delle impianti di telecomunicazione del Biscione in Calabria: Una ritorsione dopo che si era visto negare 200 milioni l’anno di “messa apposto. L’inchiesta si concluse con un’assoluzione, ma tra le persone coinvolte c’erano anche due imprenditori televisivi: Tony Boemi e Rodolfo Biafore, che era anche coordinatore tecnico in Calabria di Elettronica Industriale, cioè la società del gruppo Fininvest che gestiva le reti in tutto il Paese.

“Vai da Dell’Utri, è l’anticamemera di Berlusconi” – L’ombra lunga dei Piromallo s’intreccerà con l’universo berlusconiano – e segnatamente a Dell’Utri – anni dopo, nel 2008, quando il Pdl candiderà Ugo Di Martino in Sudamerica. Non verrà eletto, ma tra i presenti al lancio della candidatura, al fianco di Barbara Contini allora responsabile delle liste per le circoscrizioni estere, c’era anche Aldo Micciché. Ex politico democristiano condannato per vari reati e fuggito in Venezuela, Miccichè è uno degli uomini al centro dell’inchiesta Cent’anni di storia, che documenterà i contatti tra i Piromalli e Dell’Utri. L’indagine venne ribattezzata così perché, come dice un boss intercettato, le “famiglie” di Gioia Taurohanno insieme cent’anni di storia“. Di quella storia Micciché sa molto: viene intercettato più volte al telefono con Antonio Piromalli, nipote del boss che aveva dichiarato ufficialmente il suo voto per Berlusconi. L’obiettivo di Micciché e dei boss è uno, sempre lo stesso: tentare di alleggerire il 41 bis per i detenuti mafiosi. Situazione in cui si trova in quel momento Giuseppe Piromalli. Dopo aver tentato senza successo un approccio con il ministro della Giustizia Clemente Mastella, Micciché si rivolge a Dell’Utri. E ottiene dal senatore un appuntamento per Gioacchino Arcidiaco, legato da una strettissima amicizia ai Piromalli. “La Piana è cosa nostra, faglielo capire”, spiega Micciché ad Arcidiaco. “Vai, parlare con Marcello Dell’Utri, parliamoci chiaro, significa l’anticamera di Berlusconi… forza!”. Arcidiaco è ricevuto dal fondatore di Forza Italia il 3 dicembre 2007, nel suo studio di via Senato 12 a Milano.

Piromalli console onorario – Gli investigatori documentano l’incontro, ma non possono piazzare alcune cimice per ascoltare i due, visto che all’epoca Dell’Utri era un parlamentare. Il giorno dopo, stando alla ricostruzione dei pm, Arcidiaco torna dal senatore e incontra i responsabili giovanili di Forza Italia per organizzare la nascita di Circoli della libertà nella Piana di Gioia Tauro. Nella sentenza di condanna la Cassazione ricorda che sarà sempre Miccichè a consigliare “nuovamente all’Arcidiaco di rivolgersi al ‘senatore’ per la questione della nomina di Antonio Piromalli a console onorario“. Quella richiesta non avrà seguito: fare console il rampollo del clan di Gioia Tauro era davvero troppo.

Twitter: @pipitone87

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Lea Garofalo, questo è un Paese strano che oggi più che mai ha bisogno di eroi

A dieci anni di distanza non è facile prendersi cura della memoria di Lea Garofalo. Non è facile perché la coraggiosa donna calabrese, uccisa per essere diventata testimone di giustizia e oggi, finalmente, un simbolo di legalità per tutti, è stata lasciata sola da noi, dalle Istituzioni, dallo Stato. La sua è una storia sbagliata perché tutti noi ci siamo accorti di Lea quando ormai era troppo tardi.

“Le spaccammo le ossa mentre il corpo bruciava” disse Carmine Venturino nel 2013, l’allora fidanzatino di Denise, la figlia di Lea, assoldato dal padre per controllarla. E fu proprio grazie alle sue dichiarazioni che fu possibile trovare Lea: 2812 frammenti ossei gettati in un tombino. E insieme alcuni accessori che sua figlia Denise ha dovuto riconoscere. Lea è stata picchiata, strangolata, fatta a pezzi mentre il suo corpo bruciava. Doveva scomparire per il compagno, Carlo Cosco, un criminale che trafficava con i suoi amici – anche nella casa di Milano dove viveva con Lea.

La donna è riuscita a ribellarsi perché non voleva che sua figlia crescesse in quel mondo di violenza e morte. Anche suo padre, pure lui mafioso, era morto ucciso dalla mafia. Non esiste perdono per i mafiosi. Questo Lea lo aveva capito, sin da subito. Ma non poteva sapere che sarebbe rimasta sola.

Lontana da casa, con una nuova identità e la sua bambina, Lea viene prima esclusa dal programma di protezione, in attesa di un riconoscimento come testimone di giustizia che invece non arriverà mai. Nel 2006, dopo essere riammessa e poi uscita di nuovo dal programma di protezione, senza soldi e sola con la bambina, Lea si avvicina di nuovo al suo ex, al padre di sua figlia. Ma non esiste perdono per la mafia e quella figlia non è stata, come pensava, la sua assicurazione sulla vita. Lea è stata uccisa di nuovo anche quando sua figlia è rimasta a vivere per un anno in casa con suo padre, prima che l’arrestassero.

Questo è un Paese strano che oggi ha più che mai bisogno di eroi. Ma non siamo in grado di intervenire a difesa dei giusti prima che questi diventino dei simboli. C’era bisogno che Lea morisse prima di renderci conto che quel criminale con cui viveva era pericoloso e che la ‘ndrangheta uccide chi si oppone, chi cerca di resistere, chi tradisce? Lo sapevamo già dieci anni fa che la ‘ndrangheta non perdona e non protegge né donne né bambini. Lea non avrebbe dovuto sentire mai la necessità di rivolgersi al padre di sua figlia.

Tuttavia la sua storia e il suo coraggio ci hanno lasciato tanta speranza, insieme alla volontà di cambiare le cose. Nel 2013, quando finalmente Lea ha potuto ricevere un funerale, dagli altoparlanti, la voce di Denise, che è sotto protezione, ha salutato così la sua mamma: “Per me è un giorno molto triste, ma la forza me l’hai data tu. Grazie per quello che hai fatto per me, grazie per darmi una vita migliore. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma”.

Sono le donne come Lea che possono guidare una rivolta contro la mafia. Sono le donne come Lea, e negli anni ce ne sono sempre di più, che non vogliono un destino già segnato per i propri figli. Sono le donne come Lea che ci permettono di sperare. È il loro amore verso i figli e verso la verità che ci fa credere la mafia si può sconfiggere e che ognuno di noi può fare qualcosa. Lea è simbolo di legalità e al contempo del fallimento dello Stato ma la sua battaglia, dieci anni dopo, continua con più forza. E non ci possiamo più girare dall’altra parte.

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