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Milano, furti nelle case dei vip: nel mirino dei rapinatori “acrobati” anche Diletta Leotta e Hakimi – Video

Arrestata a Milano una banda di rapinatori “acrobati” che aveva preso di mira anche molte abitazioni di vip. Tra le loro vittime figurano anche Diletta Leotta e il calciatore dell’Inter Hakimi. I fermati sono quattro cittadini serbi, ciascuno con ruoli precisi nell’esecuzione dei furti e una particolare abilità nell’arrampicarsi sulle pareti dei palazzi. La polizia li ha identificati grazie alle telecamere di sicurezza di via San Nicolao, dove il 12 dicembre 2020 avevano effettuato un colpo. La loro base era in un campo rom milanese. Tra di loro, anche un minore.

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Covid, festa in un aparthotel: 18 ragazzi denunciati e multati. Nella notte la polizia viene chiamata tre volte per le urla

Una festa in un albergo, anzi, in un ApartHotel (appartamento con i servizi di un albergo) nel centro di Milano e l’aggressione a un rider. Durante la notte tra il 7 e l’8 gennaio per 18 ragazzi è scattata una denuncia per disturbo del riposo e una multa per non aver rispettato le norme anti-Covid. Tutto poco dopo la mezzanotte, quando altri ospiti della struttura di via Lupetta chiamano la polizia per la musica alta, le urla e il fracasso dovuto al danneggiamento di una porta.

Gli agenti arrivano, vedono scappare dei ragazzi sulle scale e sentono il rumore della festa già dalla strada. Ma, quando entrano nell’appartamento, trovano soltanto tre ragazzi: una 19enne e due maschi di 20 e 21 anni, non registrati dall’albergo, a cui gli agenti chiedono di uscire. Dopo poco più di un’ora, intorno alle 2, a chiamare di nuovo la polizia è un rider in servizio, che dice di essere stato picchiato da alcuni ragazzi che uscivano dal portone della struttura. Gli agenti tornano nell’alloggio e trovano gli stessi tre ragazzi mandati via prima, più altri quattro.

Ma non finisce qui, perché alle 5.30, al 112 arriva un’ulteriore chiamata per schiamazzi e danneggiamenti. A questo punto, gli agenti controllano l’intero aparthotel e scoprono nella struttura 18 ragazzi, di cui solo due registrati, fra i 15 e i 23 anni, ma anche 4 minorenni. I 18 iniziano ad accusarsi gli uni con gli altri per il rumore, dicendo agli agenti che a fare i danni erano stati altri partecipanti che ne se erano andati. Ma vengono tutti portati in questura, identificati, denunciati e multati. Tre minorenni sono stati affidati ai genitori. Il quarto, un 16enne, alla comunità da cui si era allontanato.

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Alberto Genovese accusato di violenza sessuale da altre due donne. Le denunce salgono a sei

Altre due denunce per violenza sessuale, che portano il totale a sei. Si aggrava ancora la posizione di Alberto Genovese, l’imprenditore finito in carcere a San Vittore il 6 novembre con l’accusa di aver stordito con un mix di droga e stuprato una 18enne durante una festa nel suo attico a Milano. Da quanto si è appreso, altre due giovani hanno presentato denuncia in Procura e sono già state ascoltate nell’inchiesta coordinata dalla procuratrice aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Rosaria Stagnaro. L’ex imprenditore è stato iscritto automaticamente nel registro degli indagati per questi presunti episodi: i pm potranno ora effettuare approfondimenti su eventuali riscontri ai racconti messi a verbale dalle ragazze.

Con queste ultime due denunce arrivano quindi a sei le accuse di violenza sessuale nei confronti di Genovese. Oltre alla 18enne che lo ha denunciato raccontando di essere stata stuprata il 10 ottobre, e che ha portato in carcere Genovese, un’altra giovane di 23 anni aveva denunciato l’imprenditore per una violenza subita a Ibiza la scorsa estate. “Da quando sono entrata in camera e ho tirato una striscia di stupefacente di colore rosa che io pensavo fosse 2CB, non ricordo più nulla”, aveva fatto mettere a verbale la ragazza. Poi a metà dicembre erano state presentate due ulteriori denunce da due giovani assistite dall’avvocato Ivano Chiesa, storico legale di Fabrizio Corona. I presunti episodi di violenza raccontati dalle ragazze seguono delle dinamiche comuni: avvenuti a festini tra Milano, Ibiza e Mykonos e sempre dopo il consumo di droghe offerte dall’ex imprenditore.

Una delle presunte violenze sarebbe anche stata registrata nei filmati delle telecamere interne dell’attico di lusso, soprannominato ‘Terrazza sentimento’. Immagini che gli investigatori della Squadra mobile stanno analizzando da settimane, anche perché si sospettano che possano documentare altre violenze. In corso ci sono indagini anche sul fronte patrimoniale e finanziario di Genovese, per verificare eventuali profili di violazioni fiscali e di presunto riciclaggio, accertamenti collegati a quelli sul giro di droga per le feste. Nell’inchiesta sono indagati anche l’ex fidanzata di Genovese, per concorso nella violenza a Ibiza denunciata dalla 23enne, e il suo cosiddetto ‘braccio destro’ Daniele Leali per cessione di cocaina.

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Milano, 60enne rapinato e ucciso in strada: aveva un profondo taglio alla gola

È stato trovato agonizzante per terra, verso le 18, con un profondo taglio alla gola. Un uomo di 60 anni è stato ucciso per strada a Milano, in via Mauro Macchi, in zona Stazione Centrale, pare durante una rapina. A fianco al corpo è stato rinvenuto un coltello.
Alcuni testimoni avrebbero visto gli autori dell’aggressione. Le indagini sono condotte dai carabinieri.

I militari hanno confermato che la principale pista sulla quale si stanno concentrando le indagini è quella di una rapina finita male anche se, come logico, non vengono tralasciate altre ipotesi. In base alle prime informazioni, la vittima stava passando in via Scarlatti all’angolo con via Macchi, sotto un’impalcatura coperta da teli di plastica. Lì la Scientifica sta svolgendo i rilievi. Si stanno controllando le telecamere della zona e verificando se qualcuno ha visto l’intera aggressione. Mentre un paio di persone, sembra, sono state viste fuggire ma non è chiaro per ora se siano convolte nell’omicidio. Diverse pattuglie delle forze dell’ordine stanno svolgendo controlli nel quartiere e in città.

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Milano, tranviere lancia il tram a tutta velocità e “sequestra” i passeggeri: “Diceva ‘vi ammazzo tutti’, sembrava una giostra”

“Non appena ha chiuso le porte, ha iniziato una corsa senza sosta, correndo come un pazzo, come se fossimo sulle giostre. Io e diversi altri passeggeri abbiamo capito subito che qualcosa non andava ed eravamo totalmente in panico“. Inizia così il racconto fatto da una ragazza che, in un’intervista a Milano Today, ha ricostruito gli attimi di terrore vissuti la sera di venerdì 11 dicembre a bordo di un tram della linea 15 (direzione Rozzano) a Milano. Il tramviere è come “impazzito” e ha lanciato il mezzo a folle velocità per le strade del capoluogo lombardo, “sequestrando” e “minacciando di morte” i passeggeri a bordo fino all’intervento dei carabinieri.

Tutto è successo intorno alle 21.12, appena dopo che il mezzo è ripartito dalla fermata Duomo: “Una corsa pazza. Noi passeggeri eravamo tutti ci sballottati. Sembrava – ha raccontato ancora la passeggera a Milano Today – di stare alle giostre. Musica hip pop a tutto volume e la velocità al massimo anche nelle curve. Quell’uomo sembrava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o comunque in qualche modo era alterato. Oltre a un semaforo rosso. Hai presente le montagne russe? All’interno del tram eravamo una ventina di persone. In molte ci alziamo, spaventate. Io ho prenotato la prima fermata disponibile e messo la mano sulla leva del freno d’emergenza perché ero tentata di fermarlo ma incredibilmente il tranviere ha rispettato la fermata. Mentre scendevamo l’uomo, con una voce da psicopatico, ha detto la microfono: ‘Vi ammazzo tutti state attenti’“, prima di richiudere le portiere in furia e fretta, quasi facendo incastrare un signore, e ripartire a velocità. Fortunatamente, alcuni passeggeri sono riusciti a chiamare i carabinieri che sono intervenuti e sono riusciti a fermare il mezzo.

Il tramviere è stato quindi interrogato: i carabinieri hanno riferito a Milano Today che l’uomo si è giustificato con loro dicendo che aveva avuto una giornata storta e che siccome era in ritardo sulla tabella di marcia ha accelerato un po’ troppo. Non solo, avrebbe anche detto agli inquirenti di non aver minacciato nessuno ma solo di essersi dimenticato il microfono acceso mentre si lamentava tra sé e sé. Intanto, Atm ha fatto sapere al giornale online di aver sospeso il tramviere in attesa di accertare quanto accaduto, anche con le forze dell’ordine.

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Alberto Genovese, c’è una terza testimone: “Mi ha molestata a Ibiza, ho pensato: da qui ne esco male”. Indagata anche l’ex fidanzata

“Era un violentatore seriale“. Con queste parole Claudia (nome di fantasia) ha descritto Alberto Genovese, l’imprenditore arrestato un mese fa con l’accusa di aver drogato e violentato una modella di 18 anni nella sua casa nel centro di Milano. La ragazza, 28 anni, è la terza testimone ad accusare Genovese di molestie sessuali. A Ore 14, il programma condotto da Milo Infante su Rai 2, ha raccontato un episodio di cui è stata vittima quest’estate a Ibiza, a villa Lolita, la casa dell’imprenditore sull’isola. Secondo il racconto della ragazza Genovese ha tentato di violentarla mentre era presente la sua fidanzata, una 24enne che ora risulta indagata: il procuratore aggiunto di Milano Letizia Mannella e il pm Rosaria Stagnaro stanno raccogliendo elementi su altre presunte violenze commesse dall’uomo. Ibiza e villa Lolita sono lo stesso contesto in cui è stata violentata un’altra giovane 23enne, la seconda testimone che ha denunciato Genovese. La parole di Claudia, che finora non aveva ancora parlato agli investigatori, si sovrappongono in molti passaggi al racconto delle altre due vittime, fino a descrivere un vero modus operandi: la festa con tante persone, i “piatti di droga messi a disposizione come in un open bar”, Genovese che “punta una preda tra le belle ragazze” e a fine serata la conduce nella sua “camera da letto”. Poi la porta “si chiude a chiave” e “iniziano le violenze“.

“Sono stata a cinque feste a villa Lolita, la casa di Genovese a Ibiza, durante tutto luglio. Alla prima sono stata invitata da un amico, poi ho conosciuto altre persone e ho iniziato a frequentarle autonomamente”. Claudia ha raccontato di non aver mai trattato con Genovese durante le prime quattro feste: “Non conoscevo il padrone di casa, non ci avevano mai presentato. Solo all’ultima festa ci siamo parlati e purtroppo ho avuto a che fare con lui”. La quinta festa è quella in cui Claudia racconta di essere stata molestata dall’imprenditore.

Ai microfoni di Ore 14 la ragazza racconta come si svolgevano le feste: “La villa si componeva di cinque, sei case tutte insieme nello stesso comprensorio, molto belle, con le piscine. C’era un angolo per tutto: l’angolo con la musica, quello dello chef, l’open bar e anche l’angolo della droga“. Oltre ai famosi “piatti da portata” su cui veniva offerta la droga agli ospiti, la 28enne racconta di aver visto anche un vero e proprio bar dove ognuno poteva “ordinare” la sostanza stupefacente che intendeva assumere. “Io non faccio uso di droghe. Ma molti lì lo facevano e qualcuno mi ha anche fatto pressioni per convincermi a provare, ma ho rifiutato”. Claudia spiega che vive da 7 anni a Ibiza, ha sempre lavorato a contatto col pubblico e col “popolo della notte” e a queste cose è abituata: “Ho imparato a difendermi. Anche per questo sono riuscita a scappare da Genovese quando ha provato a stuprarmi”. Ma, sottolinea, la droga non può essere una scusante: “Non vedo come una ragazza che faccia uso di sostanze stupefacenti meriti di essere stuprata in quel modo”, ha detto riferendosi alla 18enne di Milano.

Succede tutto durante l’ultima festa, quando Claudia si presenta a villa Lolita con Alessio, un amico di Genovese. L’imprenditore la accoglie come se fosse un amica di vecchia data. “Non mi aveva mai parlato, invece quella sera sembrava ci conoscessimo da una vita: abbracci, strette di mano, complimenti. Non capivo il suo comportamento: sono riuscita a capire che faceva parte del suo piano per violentarmi solo dopo, con lucidità. In quel momento mi aveva puntato, ero la sua preda“. Alla fine della serata, quasi all’alba, si ritrovano in pochi. Genovese convince Claudia e Alessio a seguire lui e la sua compagna in una stanza da letto. Qui il 43enne continua ad assumere droga e diventa sempre più “insistente e pressante”. A un certo punto Alessio lascia la stanza e Genovese chiude la porta a chiave.

“Lì ho capito che le cose si stavano mettendo male. Lui insisteva per ballare con me, ma era una semi-lotta: mi toccava e mi palpeggiava, ha iniziato a spogliarmi contro la mia volontà. Ho chiesto alla sua fidanzata di aiutarmi, di dirgli di smetterla, ma lei assisteva”. Genovese prova anche a far assumere droga alla 28enne, ma lei rifiuta. “Ho pensato: da qui ne esco male. Ero terrorizzata, non sapevo cosa fare: avevo paura di farlo arrabbiare, avevo paura di reagire”. Con una scusa riesce ad andare in bagno e a mandare un sms in cui chiede aiuto, ma Genovese la scopre e la butta fuori dalla stanza, semi svestita, senza borsa e senza scarpe.

“Quando ho raccontato che Genovese aveva appena tentato di violentarmi, mi è stato risposto ‘non se ne sarà accorto, è confuso, è drogato’. Ma io so che era ben premeditato. Non voglio che si dica che la droga lo abba confuso o che la fidanzata non sapesse: è un copione che mette in scena, lui è un violentatore seriale. Io l’ho guardato bene in faccia e negli occhi e ho letto le sue intenzioni”. Claudia spiega che ha trovato il coraggio di denunciare quanto le è accaduto solo ora: “Mi sono vergognata e ho avuto paura. Lui è molto potente. Ma ora ho capito che è importante parlarne: persone così non dovrebbero esistere“.

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“500 pacchi in una sola ora”. L’iniziativa solidale delle Scatole di Natale fa il pieno: “Il Covid ha aiutato a sensibilizzare”

Sono migliaia le adesioni arrivate all’iniziativa solidale Scatole di Natale, lanciata da Marion Pizzato, che in pochi giorni attraverso i social è riuscita a organizzare una rete diffusa in tutta la città di Milano. Una risposta che va oltre le aspettative dei volontari. E in effetti, nella parrocchia di Santa Maria Nascente, le auto cariche di scatole colorate arrivano senza sosta. Ciascuna viene catalogata e smistata. “Nessuno si aspettava un successo del genere”, racconta Luana Garbuglia, una delle organizzatrice dell’iniziativa, “in una sola ora abbiamo raggiunto i 500 pacchi che, una volta raccolti, verranno offerti ai bisognosi. Ci sentiamo davvero di dire grazie alle tante persone che stanno contribuendo all’iniziativa“. Merito sicuramente del tam tam sui social che ha permesso una diffusione del massaggio solidale “ma forse”, conclude Luana, “il Covid questa volta ha aiutato a sensibilizzare le persone”. La raccolta proseguirà fino al week end del 12-13 dicembre

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Ospedali San Paolo e Carlo di Milano, le opposizioni all’attacco della giunta lombarda: “Serve chiarezza. Inaccettabile punire i medici”

“Bisogna fare chiarezza, lo si deve ai medici, lo si deve ai milanesi”. Arriva in Consiglio Regionale, con la forza di una mozione urgente e di un’interrogazione trasversale alle opposizioni, la vicenda degli ospedali Santi Carlo e Paolo di Milano, dove cinquanta tra medici d’urgenza e infermieri a fine novembre avevano denunciato il collasso dei reparti d’urgenza dell’eccessivo afflusso di pazienti e delle carenze d’organico per farvi fronte, tali da costringerli “a scelte eticamente non accettabili”. Alla quale è seguita la rimozione del loro primario e la disposizione di un’audit interno molto controverso. L’assessore Gallera ha rimesso alla chiusura dell’audit ogni intervento sulla vicenda confermando fiducia nella direzione. Michele Usuelli (Più Europa-Radicali) invita ad andare a fondo ma al tempo stesso a evitare ulteriori misure sanzionatorie che hanno già creato un clima di paura e tensione tra il personale in prima linea. “Temo che se questa è l’onda, si potrebbe diffondere in altri ospedali, quella di comminare sanzioni nei momenti di tensione, le conseguenze sono nefaste”.

Carmela Rozza ha presentato una mozione a nome del gruppo del Pd per chiedere che sia una commissione esterna e indipendente a controllare la qualità delle cure prestate e le condizioni in cui si sono trovati a operare i medici, in cui abbiano rappresentanza anche gli operatori sanitari. La mozione è stata bocciata ma l’assessore ha assunto l’impegno a intervenire qualora entro una decina di giorni non emergano elementi di chiarezza su quanto accaduto. Gregorio Mammì (M5S) aveva chiesto che il caso venisse trattato dalla Commissione d’inchiesta regionale. “I tempi però sono lunghi, potremmo portarla in Commissione Sanità dove tutte le parti in causa, direzione e personale, potrebbero essere audite senza timori di rappresaglie ma con l’obiettivo di chiarire e ricomporre la frattura che questa delicata vicenda ha prodotto”.

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Milano torna in zona arancione: vie del centro affollate e code fuori dai negozi – Video

Primo giorno di zona arancione in Lombardia e le vie del centro di Milano si sono presentate affollate con persone in coda all’esterno dei negozi che da ieri hanno riaperto le porte. Questa la fotografia del pomeriggio milanese con i cittadini che sono tornati a passeggiare tra le vetrine addobbate in vista del Natale. Complice la scia del Black Friday l’occasione è buona per fare acquisti. Scene simili anche a Torino.

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L’odissea di chi cerca lavoro nella Milano del Covid. Tra domande umilianti, contratti di 15 giorni e salari sotto la soglia di povertà

Colloqui di lavoro con domande come “Lei è fidanzata?”. Contratti che i tribunali hanno già dichiarato incostituzionali. Stipendi da 800 euro per 54 ore di lavoro a settimana ma “senza pausa pranzo, non c’è il tempo”. Scene dalla Milano del Covid, dove tanti hanno perso il posto nonostante il blocco dei licenziamenti semplicemente perché erano precari e i loro contratti sono andati in scadenza: 110mila i posti persi in Lombardia solo nei primi 6 mesi del 2020, secondo la Cisl. Il crollo dell’occupazione (-2,4% in regione, mai così male dal 2009) dipende da terziario e servizi, settori nei quali tra 2015 e 2019 si sono concretizzati il 73% degli avviamenti al lavoro. Che in tre casi su quattro sono avvenuti con contratti “flessibili“: a tempo determinato (51,5%), in somministrazione con agenzie interinali (15,2%), con contratti a progetto (3,2%) o in apprendistato (3,3%). Più semplici da interrompere, per le aziende. E quando il lavoratore lasciato a casa si rimbocca le maniche per trovare una nuova chance si vede offrire compensi inferiori alla soglia Istat di povertà assoluta per quest’area del Paese.

L’incarico sparito e il Ccnl incostituzionale – L’ultimo colloquio di Valentina, 28enne siciliana laureata in comunicazione e marketing, senza lavoro da marzo quando ha perso il suo stage a 650 euro mensili, sembra uscire da un film dell’assurdo. “Appena riesci mandaci i tuoi documenti così da mandarti il contratto”, le scrive un’agenzia interinale di Milano convocandola per il giorno successivo nella sede di una multinazionale. “Vestita di nero maglioncino/camicia, pantalone elegante nero, scarpa nera (non da ginnastica)” è l’outfit consigliato. “Capelli in ordine, trucco sobrio”. Nemmeno due ore dopo la retromarcia: “Il cliente ci ha revocato l’incarico”. Per “rimediare” le viene proposta una collaborazione occasionale: la svendita di un noto marchio di moda in via Savona. Contratto intermittente di 15 giorni. Significa che in astratto potrebbe lavorarne anche soltanto due. Settore di lavoro e Ccnl? “Servizi ausiliari fiduciari”. È lo stesso della security e dei servizi di sicurezza. Con mansioni che vanno dall’accoglienza alla movimentazione delle merci in magazzino. “Uno dei peggiori dal punto di vista retributivo”, dice al fattoquotidiano.it l’avvocato Lorenzo Venini, giuslavorista dello studio legale Diritti e Lavoro di Milano che segue in cause e vertenze numerosi sindacati e lavoratori di Lombardia ed Emilia-Romagna. “Il Tribunale di Torino“, nella causa intentata da un addetto, “lo ha dichiarato incostituzionale perché prevedeva delle retribuzioni troppo basse”. Ledendo l’articolo 36 della Costituzione in base al quale “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Il mancato rinnovo comunicato 24 ore prima. E le offerte tutte inferiori alla Naspi – Da quando è iniziata la pandemia Valentina non ha visto un euro, nessun bonus o ammortizzatore sociale. Niente cassa integrazione o Fis perché non è mai stata una dipendente. Niente bonus partita iva perché non è una libera professionista. Niente disoccupazione (Naspi) perché mai assunta per davvero se non a colpi di stage. È andata meglio a Chiara, commessa del centro di Milano. Lavora(va) per conto di ottod’Ame, marchio toscano di moda con target medio-alto. Tutto incentrato, a livello di marketing, sull’empowerment femminile. A cominciare dalle testimonial che il brand si sceglie, in televisione quanto su Instagram, e dal nome della chat di lavoro fra colleghe e manager: “Girl’s power”. Chiara e alcune sue colleghe sotto lockdown sono state avvisate con 24 ore di preavviso che il loro contratto (da trasformarsi obbligatoriamente in tempo indeterminato per effetto del decreto Dignità) non sarebbe stato rinnovato. Da quel momento prende la Naspi: 871 euro per i primi mesi e poi a scendere. Cerca lavoro a Milano. In una dozzina di colloqui realizzati da maggio a ottobre nel settore retail nessuna offerta ha superato per importo la disoccupazione.

800 euro al mese per 54 ore a settimana – Per chi si è ritrovato a casa, il lavoro quotidiano diventa quello di trovarne un altro. Giornate passate al pc a inviare curricula e leggere le recensioni delle aziende su Indeed; al telefono per i pre-screening; a colloquio con addetti delle risorse umane o con i nuovi software che automatizzano e sostituiscono l’HR nell’attività di selezione. Uno spaccato del mondo del lavoro fatto di misere retribuzioni e domande umilianti. Uno showroom di moda a Milano offre 800 euro al mese per 54 ore settimanali (9 al giorno, 6 giorni su 7) senza pausa pranzo “perché spesso non c’è il tempo”. Per le donne è normale sentirsi chiedere in fase di selezione se sono fidanzate, o di mettere “in ordine di gerarchia le voci realizzazione personale e professionale, affetti e famiglia”.

In alcuni franchising del gruppo Gabetti – settore immobiliare e real estate a cui fanno capo Gabetti, Grimaldi e Professionecasa – propongono un rimborso spese da 450 euro mensili per un full time. Pagamenti in ritenuta d’acconto e apertura della partita Iva superati i 5mila euro all’anno. Contattato dal fatto.it Gabetti fa sapere in una lunga mail che “per coloro che svolgono attività commerciali, la formula offerta normalmente è di lavoro autonomo” e precisa che “ogni filiale è un’azienda a parte, con un proprio imprenditore, con potere di scelta sulle politiche retributive”, anche se il gruppo “conta sempre nel buon senso comune per quel che concerne l’organizzazione del lavoro e le dinamiche retributive all’interno delle agenzie”.

Per le “giovani leve della comunicazione” 600 euro – Chi entra ora nel mondo del lavoro parte spesso da uno stage. Da Barabino&Partners, una delle principali agenzie di comunicazione d’Italia, con clienti di peso nel panorama industriale, finanziario e immobiliare, per chi è alla prima esperienza professionale si sono inventati il progetto “La Cantera”. Come il nome che si dà al vivaio del Barcelona Futbol Club. È dedicato ai giovani talenti e “favorisce la nascita e gli sbocchi professionali di giovani leve intenzionate a intraprendere il “mestiere” della comunicazione”, si legge sul sito della società. Per i futuri comunicatori è pronto sulla scrivania anche il biglietto da visita da sfoggiare. La retribuzione però non è quella di Lionel Messi. Ma 600 euro al mese in stage. Il fondatore dell’agenzia, Luca Barabino, difende il progetto nel merito e nei numeri: “In 10 anni ha introdotto nel mondo del lavoro professionale e “vero” oltre 80 ragazzi – dichiara al fatto.it – Riceviamo circa 1.200 candidature l’anno, anche internazionali, con continue richieste di partnership da università e scuole di formazione superiori o master”, dice aggiungendo che secondo statistiche interne chi ha fatto quello stage in seguito trova lavoro in una media di 24 giorni. E i 600 euro non sono “salario o retribuzione alla prima esperienza, questo è un progetto formativo di sei mesi per ragazzi neolaureati che vengono affidati a un tutor dove è molto più il prendere che il dare, da non confondere con i tirocini in altri ambiti”.

Anche nel ristorante stellato per i camerieri c’è il “fuori busta” – C’è infine chi il lavoro non lo ha perso, per ora. Come Stefano, cameriere di un ristorante stellato con menù degustazione da 120 euro a persona. Sono coloro che adesso vanno “ristorati” come da nuova formula della politica nazionale. Guadagna(va) mille euro al mese di stipendio prima del Covid. Compreso il “fuori busta”, il nero, che alimenta il settore del food e non solo: secondo gli ultimi dati Istat nel 2018 sono state 3,6 milioni le unità di lavoro irregolari. La cassa integrazione però non si calcola sul “nero”. Per mesi Stefano ha dovuto vivere con cifre intorno ai 500 euro. E oggi che Milano è prima ripartita per poi – forse – fermarsi di nuovo con il nuovo Dpcm, a parità di stipendio ha dovuto accettare un aumento delle mansioni, sia in sala da pranzo che fuori.

I driver di Enjoy e il contratto cambiato in corsa – Oppure i driver di Enjoy. Una trentina su Milano. Movimentano la flotta di Fiat 500 o Fiat Doblò rosse fiammanti del car sharing di Eni. Durante il regime di cassa integrazione parziale hanno denunciato l’aumento degli obiettivi giornalieri (13 auto a testa) già di per sé in crescita, perché ora le macchine vanno disinfettate da cima a fondo. Non sono lamentele fini a se stesse quelli dei driver. Molti di loro ringraziano di non aver perso il lavoro. Ai sacrifici però ci sono abituati. È passato più di un anno da quando formalmente il loro datore di lavoro è cambiato. Erano assunti a tempo indeterminato da Adecco con contratti di somministrazione per prestare servizio presso Leasys, società nata come joint venture fra Fiat ed Enel e oggi spa del gruppo Fca specializzata nel leasing, noleggio a lungo termine e gestione della flotta per conto di clienti. Tra cui proprio Enjoy. Nel 2019 ai lavoratori viene chiesto (“ imposto” dicono loro) di dare le dimissioni da Adecco. Per essere ri-assunti da Professional Solutions. Che è sempre una società del gruppo Adecco Italia: il ramo d’azienda specializzato nei servizi di outsourcing. Un giochino che ai dipendenti è valso il riconoscimento della quattordicesima ma gli è costato 100 euro di stipendio mensile in busta paga, oltre al premio di produzione Fca (1.350 euro nel 2019) che prima gli veniva corrisposto e oggi non più. Sentito dal fatto.it, il gruppo Adecco fa sapere che gli obiettivi giornalieri per i driver cambiano perché dipendono dal momento e dalla fase di lavoro. Quanto alla retribuzione, spiega che quando nel 2019 c’è stato il cambio di appalto per la manodopera è stato modificato anche il contratto collettivo nazionale di riferimento. È per questo motivo che i lavoratori si sono visti diminuire l’importo in busta paga di circa 100 euro mensili.

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