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Il rider Gianni e la sua lezione alla Napoli violenta e disfattista

Sei vigliacchi in spregio a qualsiasi regola del saper campare hanno aggredito, strattonato e picchiato Gianni, 52 anni, professione per cosi dire, rider. Lavoro sottopagato, precario, scamazzato. Il raid è avvenuto di sera, in via Calata Capodichino, arteria che collega i quartieri a Nord di Napoli con il centro della città, e in piena zona rossa pandemica. Aggressione per sottrargli un modesto scooter e incassare secondo il borsino della ricettazione di strada, poco più di cento euro da spartirsi in sei ovvero 16 euro e 6 centesimi a testa.

Come in The Truman Show nessuno dei protagonisti immaginava e sapeva che le sequenze dell’infame violenza fossero immortalate da una telecamera di uno smartphone. Pochi secondi e il pestaggio diventa virale su web e nei Tg. Immagini forti che hanno scosso una Napoli sopita, affannata, in ansia e che balla sull’orlo di un eterno precipizio.

Nonostante il buio, non solo della notte, la risposta del ‘popolo dell’amore’ è stata immediata, generosa, disinteressata. Pochi clic e sono stati raccolti in una manciata di ore fondi per oltre 11mila euro. Una raccolta partecipata per ricomprare il mezzo a due ruote a Gianni che nel frattempo indomito – pochi minuti dopo la rapina – ha preso la sua auto per concludere e portare a termine le consegne. Una forza di volontà incredibile, un combattere contro tutti e tutti, una grande e silenziosa dignità che meriterebbe l’attenzione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e il riconoscimento di una onorificenza.

Sì, Gianni, ieri notte, ha onorato la nostra Costituzione dimostrando di essere un cittadino italiano e un napoletano degno. Gianni rappresenta la Napoli onesta e laboriosa che, nonostante le brutture, ha il sole negli occhi e non cerca alibi e neppure nonsipuotismo ma pretende un presente e un futuro diverso. È una storia che trasmette calore, passione, sentimento. Napoli stamane si è svegliata da un torpore ipnotico è come se avesse ricevuto un cazzotto nello stomaco. È un calcio all’indifferenza ad una assuefatta ‘normalità’ criminale e predatoria.

Contro ogni retorica, ipocrisia e dell’abbondante cultura del ‘taralluccio e vino’ è lo stesso Gianni che nel ringraziare la città di tanta solidarietà e del buon cuore sussurra: “Io non vorrei approfittare della bontà dei cittadini napoletani”. A chi gli chiede se ha avuto paura dice di no, perché in fondo lui stava lavorando e lo scooter “fino a prova contraria è di mia proprietà” e poi a sorpresa rivolge il pensiero a chi l’ha aggredito: “Mi dispiace per quei ragazzi perché erano solo dei ragazzini”.

Gianni è padre di due figli. Fino al 2015 era un garantito: svolgeva la professione di macellaio in un grande supermercato. Poi ci sono stati degli esuberi ed è toccato a lui andare via. Sono 5 anni che vaga senza meta. Perdere il lavoro a Napoli non è la stessa cosa se resti disoccupato a Milano. Da allora ogni giorni s’inventa mille lavori per portare avanti la sua famiglia con onestà perché lui come ribadisce paga proprio tutto come è giusto che sia: le tasse, le multe, i tributi.

I presunti autori della rapina sono in stato di fermo tra loro anche dei minorenni: il Questore di Napoli, Alessandro Giuliano e Alfredo Fabbrocini, capo della squadra mobile sanno dove cercare, è stato recuperato anche lo scooter. La storia è finita? Per niente. C’è una Napoli allo sbando. Mancano opportunità, interventi sociali, formazione, prevenzione. Non c’è nulla. Non è una giustificazione per chi delinque o consapevolmente s’immette nella carriera criminale o segue le orme familiari. Come rileva Gianni ogni giorno in molti quartieri di Napoli e della città metropolitana si consuma la tragedia della disoccupazione. Abbiamo tassi di povertà e di deprivazione sociale pari e forse superiori al periodo del dopoguerra. I cosiddetti lavori non osservati, l’arte dell’arrangiarsi, la precarietà senza regole che dava una mano a sbarcare il lunario è stata spazzata via dal demone della pandemia. La solidarietà della porta accanto non regge lo tsunami Covid. È un tessuto sociale/solidale che ormai, non esiste più.

Qualcuno nei palazzi della politica si è reso conto che da Napoli in giù è in corso una progressiva desertificazione? Qui l’ascensore sociale, se un tempo era bloccato ora neppure più motore e cavi ci sono. Perfino il reddito di cittadinanza appare una misura per vip. Proprio così. Ci sono categorie sociali, famiglie che non posseggono i requisiti minimi per accedere alla misura diventata di contenimento della povertà.

Quelle immagini violente ci raccontano le cose che con il favore delle tenebre accade a Napoli e spesso non vengono neppure denunciate. Anzi si cerca un interlocutore criminale di quartiere o di vicolo che agganci organizzi un ‘cavallo di ritorno’, almeno si punta a ridurre il danno. Sono anni che imperversano bande di predatori che non sono per forza collegati alla camorra ma ‘lavorano’ in proprio per farsi notare. Molti, infatti, aspettano l’agognato ingresso in qualche clan o gruppo criminale. Un salto di qualità per conquistare un prestigio sociale al contrario: ora mi rispetteranno, appartengo. È impotenza ma soprattutto una vera e drammatica emergenza.

Un’altra storia bisogna per forza scriverla a Napoli, adesso. Non c’è più tempo. Ai tanti Gianni è riposta la speranza che prima o poi qualcosa pur dovrà cambiare a Napoli.

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Napoli, tampone gratis o a prezzi ridotti al rione Sanità: “18 euro per un test. Solo con costi accessibili si può fare screening di massa”

Al via nel popoloso rione Sanità di Napoli la prima campagna di screening per il Covid dedicata alle fasce più deboli. “È una doppia iniziativa – spiega Angelo Melone presidente dell’Associazione Sa.Di.Sa – Sanità diritti in salute – il tampone solidale, che offriamo a un costo di 18 euro ed il tampone sospeso, ossia accettiamo donazioni per consentire a chi non può permettersi i 18 euro di poter comunque effettuare il tampone. Siamo convinti che soprattutto in questa fase sia necessario uno screening di massa che però può essere posto in essere solo con prezzi accessibili. A Napoli il costo dei tamponi nei laboratori privati è troppo alto e molte famiglie non possono permetterselo, mentre con il pubblico invece i tempi di attesa sono spesso troppo lunghi”.

L’iniziativa, promossa dall’associazione Sa.Di.Sa e dalla Fondazione San Gennaro è stata realizzata attraverso la sinergia con altre realtà del territorio. “I tamponi sono certificati – spiega Melone – abbiamo uno staff di medici, infermieri e un biologo, ma è un progetto che è stato possibile grazie alla partecipazione di farmacie, attraverso le quale abbiamo potuto effettuare gli ordini dei tamponi, ma anche grazie al supporto del presidente della Municipalità 3 Ivo Poggiani e di don Antonio Loffredo, parroco del rione Sanità. Poi i ragazzi del quartiere, in molti ci hanno contattato solo per rendersi utili con le prenotazioni e le donazioni”. Oggi, martedì 17 novembre, sono partiti i primi test all’interno della basilica di San Severo fuori le mura in Piazzetta san Severo a Capodimonte. “Ci stanno arrivando centinaia di richieste, sia di prenotazione che di donazione – racconta la vicepresidente di Sa.Di.Sa. Giada Filippetti Della Rocca – noi abbiamo preparato tutto nel rispetto delle normative. Le persone si prenotano attraverso il numero dedicato e così facendo riusciamo a evitare assembramenti. All’interno della struttura ci sarà poi un percorso di accesso e uno di uscita”. Il progetto prevede di effettuare migliaia di tamponi nelle prossime settimane. “Utilizzeremo dei test antigienici rapidi – spiega Stefano Viglione – che serviranno ad effettuare uno screening di massa, ne prevediamo almeno 50 o 100 al giorno. I casi positivi verranno comunicati all’Asl e scatterà la quarantena. La volontà è anche quella di aiutare la sanità pubblica e privata con l’enorme richiesta di tamponi”. Un progetto, destinato a diffondersi in altri quartieri della città. “Arrivano telefonate da tante zone di Napoli – dice Roberto Granatiero – già ci stiamo organizzando per estenderlo nelle aree limitrofe”

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Prima notte di coprifuoco, proteste a Napoli: corteo per le strade, lancio di fumogeni e tensioni con la polizia

Striscioni, cori, fumogeni e un corteo di manifestanti. Mentre a Roma si spengono le luci per la prima notte di coprifuoco anti-Covid, a Napoli molte persone si sono organizzate sui social e sono scese in strada al grido di “Libertà, libertà” per protestare contro le nuove restrizioni imposte dal governatore Vincenzo De Luca. Momenti di tensione tra manifestanti e forze dell’ordine in via Santa Lucia, alle spalle della sede della Regione Campania. Il corteo ha trovato uno sbarramento di forze dell’ordine sul lungomare, all’altezza dell’incrocio con via Santa Lucia hanno cominciato a lanciare bombe carta e fumogeni verso le forze dell’ordine colpendo anche una camionetta dei carabinieri. Fumogeni e bombe carta lanciate anche contro la sede della Regione Campania, sotto la quale un cassonetto è stato dato alle fiamme.

A Napoli il “lockdown notturno” è scattato alle 23, con mezz’ora di tolleranza per chi usciva da bar, teatri, cinema o ristoranti. I protestanti si sono radunati in Largo San Giovanni Maggiore, davanti alla sede dell’Università Orientale per protestare contro il coprifuoco e la prospettiva di lockdown. I manifestanti, autoconvocatisi sui social, hanno mostrato uno striscione con la scritta “Tu ci chiudi, tu ci paghi“, attaccando il governatore campano De Luca e il governo Conte con cori di protesta. Sono anche stati accesi dei fumogeni.

I manifestanti sono poi partiti in corteo per le vie del centro. Hanno attraversato piazza Municipio e piazza Plebiscito continuando a scandire cori contro De Luca. Tra di loro anche molti esercenti, come testimoniato dagli striscioni apparsi tra la folla: “Se tu mi chiudi, tu mi aiuti”, hanno scritto rivolgendosi al presidente campano e al governo Conte. “A salute è a prima cosa, ma senza soldi non si cantano messe”, si legge in un altro.

Roma – Nella Capitale il coprifuoco parte allo scoccare della mezzanotte, un’ora dopo rispetto alla Campania. Già dalle 21 però alcune zone della movida sono transennate per evitare assembramenti. La sindaca Raggi è al lavoro anche per un’ordinanza anti-minimarket che prevede il divieto della vendita di alcolici nei giorni di venerdì e sabato, dalle ore 21.00 alle 7.00 del giorno successivo, da parte di chiunque risulti autorizzato, a vario titolo, “alla vendita al dettaglio, per asporto e anche attraverso distributori automatici e presso attività di somministrazione di alimenti e bevande”. A Roma il problema sembrano essere i controlli: una buona parte dei vigili urbani ha deciso di disertare. La prima notte di “coprifuoco notturno” la Capitale sarà vegliata da meno di 100 agenti.

Le altre – Intanto, da Nord a Sud, si spengono le luci delle città italiane. Obiettivo, evitare gli assembramenti visti negli ultimi mesi e considerati tra i vettori più probabili di contagi, nel giorno in cui la curva dei nuovi positivi si è avvicinata a quota 20mila e ci sono più di mille persone ricoverate in terapia intensiva. Cambiano leggermente orari e modalità, non il risultato: città quasi deserte già dopo le 21, così come ristoranti e locali. Dopo Lombardia, Campania e Lazio, il coprifuoco notturno scatterà da sabato anche in Calabria con il blocco degli spostamenti fino alle 5. Oltre alle regioni, molti Comuni stanno varando misure contro gli assembramenti. Non tutti i sindaci però scelgono la strada della chiusura, resa possibile dall’ultimo Dpcm.

Il primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando, ordina il divieto di stazionamento, dalle 21 e fino alle 5 del giorno successivo, venerdì, sabato e domenica in varie zone della città soprattutto al centro, nelle zone della movida e dei locali, e nel centro storico. Non si potrà quindi stare fermi davanti a pub e ristoranti lungo le strade per evitare assembramenti. Misura analoga (dalle 21 alle 2) nell’area del centro storico di Foggia dove abitualmente si concentrano le uscite serali.

A Torino, da stasera, accesso limitato dalle 22.30 alle 5 nell’area intorno a piazza Santa Giulia e in via Matteo Pescatore: potranno entrare i residenti, chi fa loro visita e hi deve raggiungere locali o ristoranti ma solo per il tempo della consumazione al tavolo. A Firenze confermato l’ingresso contingentato a mille persone in piazza Santo Spirito nelle sere di venerdì e sabato e l’introduzione di due ‘aree di massimo rispetto’ con il divieto di stazionamento dalle 19 alle 2. Chiusura di alcune strade della movida anche a Castrovillari (Cosenza), mentre il sindaco di Pescara rafforza i controlli nell’area del ‘food and beverage’. A Prato parte stasera il divieto di stazionamento, il venerdì e il sabato dalle 21 alle 5, in alcune strade tradizionalmente affollate del centro storico.

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Juve-Napoli, Agnelli dopo la mancata partita: “De Laurentiis mi ha scritto un messaggio e mi ha chiesto il rinvio. Noi seguiamo le regole”

“Io non ho paura, il protocollo è buono, sono documenti vivi che vengono aggiornati in base alle casistiche per essere perfetti il più possibile, è una situazione atipica. Stiamo gestendo non il Campionato ma la vita con la pandemia, dobbiamo fare il meglio possibile. Quanto fatto finora è un lavoro egregio che mi lascia sereno” . Lo ha detto Andrea Agnelli, presidente della Juventus, dopo la mancata partita contro il Napoli – Il giudice sportivo si esprimerà domani e da lì scaturiranno ulteriori riflessioni. De Laurentiis mi ha scritto un messaggio e io ho risposto che la Juventus, come sempre, si attiene ai regolamenti. Ha chiesto il rinvio della partita? Si’. Noi pero’ abbiamo delle norme che ci dicono come comportarci: ogni industria ha dei regolamenti e a quelle dobbiamo attenerci. Io mi sarei comportato esattamente come ci siamo comportati: attenendoci al Protocollo”

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Italia ’90, 30 anni dopo – Così il Paese arrivava all’evento: omicidi, scioperi, sommosse e tensione. La nazionale di Vicini doveva unire

Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Repubblica Ceca. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli che fischia l’Argentina, Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Azeglio Vicini ha una voce di pietra e un’espressione incredula stampata sul volto. Parla lentamente, senza neanche sforzarsi di nascondere il suo disappunto. Perché ha provato davvero a rintracciare una briciola di logica in quello che sta succedendo fuori dal ritiro degli Azzurri a Coverciano, ma si è dovuto arrendere quasi subito. “Capirei questa contestazione se giocassimo male – dice ai giornalisti – ma vorrei sapere cosa c’entrano certe cose con la Nazionale. Rischiamo di vincere già il Mondiale dell’imbecillità“. Perché sono due giorni che i tifosi si accalcano davanti al centro federale. E sono due giorni che scandiscono i loro cori contro i bianconeri.

Baggio senti che puzza, senti che puzza”, urlano. “Ritira la firma, Baggio ritira la firma”, gridano. Mancano più di due settimane all’inizio del Mondiale italiano, ma Azeglio Vicini è già stanco. Così il 21 maggio chiede alla sicurezza di mettere a tacere quelle grida. Tutte. Anche quelle di incitamento. Solo che ormai è troppo tardi. La voce si è già trasformata in notizia. Il conte Pontello ha ha venduto Roberto Baggio. E l’ha ceduto alla Juventus. A meno di dieci chilometri di distanza Firenze brucia di rabbia. Un amore tradito che puzza di gas lacrimogeni e di cassonetti incendiati. Fino alle tre di notte la città è in subbuglio. Scendono in strada in mille. Abbattono semafori, distruggono auto, rovesciano bidoni dell’immondizia. Sputano frasi agghiaccianti come “Uccidere Pontello non è reato”, come “Pontello devi morire”.

Qualcuno ha in mano una spranga, altri si arrangiano come possono. E quando la polizia prova a caricarli, ecco che dai balconi piovono giù vasi contro le teste degli agenti. Alla fine in cinquanta finiscono su un’ambulanza, quindici su una volante della polizia. Notti drammatiche che precedono le Notti Magiche. Perché nel maggio del 1990 l’Italia è attraversata da una scarica elettrica continua. Da nord a sud. Un giorno dietro l’altro. Una cicatrice dietro l’altra. È il 9 maggio quando nell’abitazione palermitana del ministro della Pubblica Istruzione Sergio Mattarella inizia a squillare il telefono. A rispondere è il figlio. Ha appena venti anni ma ha già conosciuto la ferocia della mafia. Perché dieci anni prima suo zio Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, era stato ucciso in un agguato. Il ragazzo ha giusto il tempo di dire ‘pronto’ prima che il cuore inizi a rimbombargli nel petto. “Lei farà la morte che diremo noi”, sentenzia una voce anonima dall’altro capo della cornetta. Una minaccia che ha il suono sinistro di una promessa.

Poco prima, alle 8,30, un uomo compra un quotidiano in via Alessio Di Giovanni. Si chiama Giovanni Bonsignore ed è un funzionario dell’assessorato alla Cooperazione che con la sua inflessibilità si è fatto più di un nemico a Palermo. Soprattutto a causa delle sue obiezioni al finanziamento del mercato agroalimentare di Catania. Bonsignore sta andando a prendere la macchina in garage quando viene centrato da cinque proiettili. Sangue che bagna un marciapiede, bossoli che trasformano un uomo in un simbolo. Ma c’è un’altra lotta che unisce tutto lo Stivale. Ed è quella per il lavoro. La lista delle categorie pronte a scioperare è sterminata. E tutte si dicono disposte a farlo durante il Mondiale. Impiegati di banca, assicuratori, tabaccai, guardie mediche, medici di famiglia e ambulatoriali, autoferrotranvieri minacciano di incrociare le braccia e di scendere il piazza.

Addirittura, a Milano, metalmeccanici e operai chimici hanno annunciato di voler sfilare in corteo fin sotto ai cancelli del Meazza prima della gara inaugurale fra Argentina e Camerun. La situazione più pesante è quella dei trasporti. I Cobas dei capistazione, dei capigestione, del personale viaggiante e dei manovratori hanno indetto una decina di scioperi fra l’8 e il 25 giugno. E senza treni su cui far viaggiare turisti e tifosi, il Mondiale rischia di trasformarsi in un clamoroso e costoso flop. I macchinisti chiedono due giorni di riposo consecutivi almeno due volte al mese, la bonifica dei locomotori dall’amianto e, per la sicurezza dei passeggeri, la presenza di due operatori alla guida delle motrici. Ma, soprattutto, presentano un dato inquietante. Perché lo stress accumulato in una vita fatta di turni da 14 ore al giorno senza la possibilità di conoscere in anticipo i turni ha fatto crollare la loro speranza di vita a 64 anni.

Il ministro dei Trasporti Bernini, però, non ha nessuna voglia di cedere. Anzi, parte al contrattacco precettando 100mila lavoratori delle FS. E non è ancora finita. Perché mentre a Roma circa 5mila poliziotti assediano il Viminale per protestare contro la mancata applicazione del contratto firmato nel 1989, la Pinacoteca di Brera chiude i cancelli addirittura per qualche giorno. Colpa della mancanza cronica di personale che costringe i custodi a svolgere anche altre mansioni non di loro competenza come staccare i biglietti e custodire il guardaroba. E se prima i dirigenti potevano obbligarli ad obbedire tramite un ordine di servizio quotidiano, ora il Tar ha dato ragione agli impiegati. La tensione si trasforma in violenza alla fine del mese. E per motivi molto diversi.

Il 28 maggio, a Genova, un tunisino di 31 anni che da tempo dormiva su una vecchia 132 in via San Donato afferra una mannaia e aggredisce 9 persone. La più grave è una bambina di 2 anni e mezzo che viene portata al Gaslini con il cranio aperto. La folla prova a linciare l’aggressore, che qualche mese prima era uscito dal manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, poi si riversa nelle strade. Qualcuno urla “Morte al nero”, altri rispondono con un “Chi non salta marocchino è” e “Arabo infame”. Una delegazione di 15 persone riesce a farsi ricevere dal prefetto Mario Zirilli e, senza troppi giri di parole, spiega che il centro storico sta per esplodere, che la gente è pronta a organizzarsi in squadracce. Altri passano direttamente all’azione. Alcune bande di ragazzi pestano degli immigrati, mentre altri stranieri vengono picchiati addirittura con un pezzo di grondaia. Tutti si dicono esasperati, tutti giurano di non essere razzisti.

Il 30 maggio, invece, Napoli diventa un campo di battaglia. La mattina, quando gli abitanti dei quartieri Barra, Ponticelli e San Giovanni hanno aperto l’acqua hanno visto una melma marrone e maleodorante uscire dal rubinetto. La municipalizzata che gestiste l’acquedotto di Napoli dice che si tratta di un guasto alla conduttura, prontamente riparato. Eppure dopo tre giorni la situazione è sempre la stessa. Così gli abitanti esasperati hanno detto di essere pronti a bloccare il Mondiale. In alcune zone della città il costo di una bottiglia di minerale è raddoppiato. Qualcuno conserva per la sera l’acqua in cui ha cotto la pasta a pranzo. Per le strade inizia una vera e propria guerriglia. E dura giorni interi. Il 1° giugno cinquanta dimostranti entrano un un deposito e sequestrano due autobus. Dopo una ventina di minuti sono sotto il palazzo del Comune. E il primo cittadino Pietro Lezzi decide di ricevere venti rappresentati del commando improvvisato. “Sindaco lo vedi questo pane? – urla una donna – è fatto con l’acqua nera te lo mangi tu e tua moglie”. Il sindaco si infuria e risponde: “Io servo lo Stato!”. Ma la donna continua: “E il pesce puzza dalla testa!”. Tutti gli occhi sono fissi sul primo cittadino che grida: “La testa mia profuma”.

In un Paese così lacerato e contraddittorio, la squadra di Azeglio Vicini finisce per caricarsi sulle spalle un significato che va oltre il calcio. Deve incarnare l’unità nazionale, dimostrare (o almeno diffondere l’idea) che l’Italia è pronta a rilanciarsi, a ritagliarsi un ruolo ancora più di peso nella geopolitica internazionale. Diventa uno spot in maglietta e calzoncini, un manifesto animato capace di conquistare ogni città. Anche perché gli azzurri arrivano al Mondiale casalingo con l’etichetta di favoriti. Solo un paio di settimane prima i club tricolori si erano aggiudicati le tre coppe del Vecchio Continente: la Juventus aveva battuto la Fiorentina nella finale di Coppa UEFA, la Sampdoria aveva conquistato la Coppa delle Coppe (battendo l’Anderlecht grazie a una doppietta di Gianluca Vialli) e il Milan aveva messo in bacheca la Coppa dei Campioni. Un tris che aveva acceso le speranze di una popolazione intera. Forse anche oltre il lecito.

Baggio e Schillaci sono la coppia più bella del Mondo. Vialli e Mancini la coppia più bella d’Italia”, dice il commissario tecnico in un’intervista. Eppure nelle ultime sette partite internazionali prima del Mondiale gli azzurri hanno segnato soltanto due gol (Serena contro l’Algeria e De Agostini contro la Svizzera). Un paradosso che però diventa la cifra di una squadra ricca di contraddizioni, dove Baggio e Schillaci partono dalla panchina per poi diventare protagonisti assoluti, beniamini di una Nazione che insegue un gol. “Dopo ogni partita che abbiamo giocatore nella Capitale – ha raccontato Vicini – lungo tutto il percorso che facevamo in pullman viaggiavamo in mezzo a due ali di folla che ci applaudiva. Una cosa mai vista, considerato che arrivavamo in albergo dopo l’una di notte”. Una squadra troppo amata per essere anche vincente, una Nazionale che è riuscita a trasformare in una favola un Mondiale che doveva far finire sotto al tappeto molti problemi del Paese. Anche senza lieto fine.

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Coronavirus, dal carcere di Poggioreale 20 minuti di “battitura” dei detenuti per chiedere l’indulto

Hanno fatto sentire la loro “voce” i detenuti del carcere di Poggioreale, a Napoli, squarciando il silenzio surreale di un quartiere popoloso ma ieri desolato come a Ferragosto a causa del coronavirus. Per 20 minuti hanno colpito con forza le sbarre delle loro celle, con qualunque oggetto avessero a portata di mano, per chiedere libertà e l’indulto, parole gridate con forza da tutti i padiglioni.

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Napoli, aggrediscono giovane con un coltello senza motivo: quattro minorenni incastrati dalle telecamere

I carabinieri della stazione di Napoli Borgoloreto hanno deferito in stato di libertà quattro minorenni di 15 e 16 anni per il reato di lesioni aggravate in concorso. Il 16 gennaio, su corso Garibaldi, avevano ferito con un coltello, per futili motivi, un coetaneo che tornava a casa dopo gli allenamenti di calcio. I militari sono partiti dall’analisi delle immagini del sistema di video-sorveglianza, riconoscendo uno degli aggressori, originario del Borgo Sant’Antonio Abate. Perquisita la sua abitazione, hanno trovato i vestiti indossati il giorno del reato. Gli altri tre hanno ammesso le proprie responsabilità di fronte al pubblico ministero. Due tra gli indagati avevano preso parte anche a un’aggressione, avvenuta lo scorso 17 gennaio, ai danni di alcuni poliziotti.

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