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Fase 3, il piano Conte in 3 punti: infrastrutture, semplificazione, via agli investimenti. Prima degli Stati generali un vertice con i ministri

La partita del fine settimana in maggioranza pare ormai finita e su Palazzo Chigi sembra tornare il sereno, salvo smentite. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lavorato per tutto il fine settimana su una bozza che farà da primo timone in vista degli Stati generali che dovranno dare la prima forma all’azione di governo in materia di ripresa economica. La condivisione con il resto del governo potrebbe avvenire già nelle prossime ore: alla riunione saranno convocati i capi-delegazione dei 4 partiti di maggioranza e i ministri con deleghe economiche, a partire dal titolare del Tesoro, Roberto Gualtieri.

Gli stati generali dovrebbero essere fissati dunque a partire da giovedì a Villa Doria Pamphilj, dove si trova una delle sedi del governo. Sono tre i punti principali da cui dovrebbe partire questo primo documento su cui ha lavorato Conte nel fine settimana: la semplificazione e la lotta alla burocrazia (dossier che, come il capo del governo ha detto, sarà inserito in un decreto apposito), un’accelerazione sul settore delle infrastrutture con particolare occhio all’estensione dell’Alta velocità (un punto che al momento acquieta il dinamismo di Matteo Renzi e di Italia Viva) e incentivi sugli investimenti, voce che per la verità è quella più pronunciata in tutta la maggioranza. Il lavoro di partenza è la prima versione del rapporto sulla fase 3 consegnata a Palazzo Chigi dalla task force guidata da Vittorio Colao.

Di certo c’è che l’agitazione dentro il Pd non ha fermato Conte, che vuole accelerare per trasformare il prima possibile la teoria in pratica. “Sento dire che occorre farlo con calma – ha spiegato ieri a Massimo Franco sul Corriere – Ma quale calma? Ci prendiamo qualche giorno per coinvolgere appieno le forze di maggioranza, e lo facciamo. Poi chiamiamolo patto, chiamiamolo confronto. Ma non va rimandato”.

Il confronto tra il capo del governo e lo stato maggiore del Pd sembra essersi risolto in un maggiore ascolto reciproco. Il sigillo sembra darlo una dichiarazione di Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uno dei più stretti collaboratori del segretario Nicola Zingaretti: “Non c’è nessuna contrapposizione né con il premier né all’interno della maggioranza” a proposito degli stati generali dell’economia, ha detto ieri a RaiNews24. “Noi riteniamo questo appuntamento molto importante – spiega – da inserire in un processo che serva al nostro Paese per avviare la ricostruzione dopo questa crisi drammatica che stiamo vivendo”. Parole più concilianti rispetto a quelle pronunciate ieri dal vicesegretario Andrea Orlando che poneva l’accento su un maggiore sforzo di comunione delle decisioni, nel bene e nel male. Resta la gestione di questo passaggio che per il Pd è fondamentale: l’importante è che questi Stati generali, ha ribadito al Tg3, “siano un inizio e non una falsa partenza. Bisogna arrivare all’appuntamento per usare i fondi Ue con idee chiare, mettendo i soggetti in condizione di giocare al meglio la partita. Tutto questo richiede lavoro, confronto e dialogo ed una piattaforma di partenza che vada nella giusta direzione”. Tutto questo non assume un significato strettamente politico tanto che per quanto riguarda le indiscrezioni su un cambio a Palazzo Chigi Orlando risponde che sono “voci che respingiamo e che non aiutano”.

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Bibbiano, lo sfogo dei cittadini all’assemblea con le sardine: “Noi, gente onesta maltrattata da politici e giornali e lasciata sola. Anche dal Pd”

Quando devono spiegare come stanno, i cittadini di Bibbiano usano quasi tutti la parola “dolore”. Poi arriva “solitudine”. E a volte “rabbia”. Anzi prima, se davanti hanno un giornalista, si mettono a fissarlo in silenzio e aspettano un segno per capire se possono fidarsi. Di solito decidono di tacere. “Stiamo male, siamo stati molto male”. Renzo ha 79 anni, è un artigiano in pensione, nato contadino e diventato operaio. Uno di quelli che ha visto “l’ultima guerra, quando cadevano le bombe su Sant’Ilario”, a pochi chilometri da qui. Renzo arriva davanti al teatro sociale Metropolis per primo: manca un’ora all’inizio dell’assemblea con le sardine e cammina da solo davanti all’ingresso. “Siamo stati maltrattati. Questo è un paese solidale di persone oneste. I giornali e i politici hanno emesso sentenze definitive di fatti ancora da accertare”. Sono sei mesi che questa comunità si è chiusa in un lungo silenzio stampa: l’inchiesta che ha travolto i servizi sociali della Val d’Enza su presunti affidi illeciti ha trasformato Bibbiano in un “paese di orchi” e la sua gente – da queste parti funziona così – si è messa a testa bassa in silenzio ad aspettare che passasse la tempesta. Ma in un paese di 10mila anime scarse nel cuore dell’Emilia, se soffre uno, soffrono tutti. E soprattutto, sempre da queste parti, se soffre uno gli altri fanno in modo innanzitutto di proteggerlo. Anche per questo Renzo non riesce a darsi pace: “Mi sarei aspettato una parola in più dal Partito democratico e da Nicola Zingaretti. Hanno avuto paura di esporsi, lo capisco. Ma noi siamo rimasti qui a spiegare agli amici e conoscenti che essere di Bibbiano non è un insulto”. Lo rivoteranno tutti il presidente Stefano Bonaccini, almeno così garantisce Renzo. Però, gli scappa una frase in più: “Per fortuna sono venuti questi ragazzi a darci una mano. Dimostriamo che la politica si può fare senza insultare”.

Passano pochi minuti e il piazzale si riempie: gli organizzatori si aspettavano al massimo un centinaio di persone, ne arrivano più di 500 e c’è da attrezzare una sala più grande. Fuori si raduna una folla: ci sono gli universitari, le famiglie e i nonni. Spunta qualcuno dal giro dell’oratorio e pure una o due facce della compagnia del bar. Mattia Santori, il leader che ormai tutti conoscono, entra per ultimo facendosi largo tra una massa di persone che si è stretta una appiccicata all’altra per riuscire a entrare nella sala. Nessuno si muoverà per due ore. Lui che negli occhi ha ancora i 40mila di domenica in piazza a Bologna, dice che “un’emozione così“, come quella di guardare il teatro di Bibbiano pieno, “in due mesi non l’aveva mai provata”. A parlare per lui è la tensione e la paura di fare un passo falso proprio quando mancano pochi giorni alla fine della campagna elettorale. “Siamo già pronti vero al fatto che ci saranno contestatori?”, è l’esordio di Santori. E invece, sorpresa: non succede. Le sardine hanno deciso di chiedere alla comunità cosa ne pensa di andare in piazza in contemporanea con la Lega il 23 gennaio, se davvero insistere nonostante gli avvertimenti del questore, e fino all’ultimo hanno paura di trovarsi con una rivolta pubblica in diretta tv. Niente di tutto questo. Le paure di questi mesi, le “vergogne” e i silenzi, si sciolgono nel giro di pochi minuti: sul palco i giovani, “i ragazzi” che parlano semplice e chiedono di rispondere a domande concrete (Dicono “Regaz, andiamo in piazza, sì o no? Portiamo da mangiare, sì o no? Suoniamo musica, sì o no?”); tra il pubblico, quelli che potrebbero essere loro nonni o genitori che li applaudono sollevati. “Era facile no?”, commenta una ragazza in prima fila. “Bastava venirci ad ascoltare”. Allora le due sardine di Reggio Emilia, Giulia Sarcone e Youness Warhou aprono il microfono al pubblico. Prende la parola una mamma che si presenta proprio solo così: “Sono una mamma”. E continua: “Noi non ne possiamo più”. Le trema la voce e sembra che da un momento all’altro tutti possano mettersi a piangere. “Dal più giovane al più vecchio, non ce la facciamo più”. I ragazzi fanno partire l’applauso e si va avanti. Un signore a cui scappa il dialetto tra una parola e l’altra, grida nel microfono: “Non si può usare il male e il dolore del paese per fare politica. Dobbiamo reagire”. Santori li fissa con le guance rosse: ha paura di non riuscire a contenere tutto. “Vi propongo di pensare al futuro, facciamo proposte”, dice e prova a intervallare gli sfoghi.

Per le sardine di Bibbiano parla Giulia Casamatti che ha 28 anni e si è appena laureata in Medicina: “Vi abbiamo chiamato noi”, dice. “Volevamo dare una risposta dopo mesi di silenzio e farlo nel vostro modo, antifascista, educato e gentile. Quindi grazie. Soprattutto per essere venuti a chiedere la nostra opinione prima di presentarvi in piazza”. La “rabbia” di tutti è quella di essere diventati una passerella per politici che prima di qualche mese fa “neppure sapevano dove fosse Bibbiano”. “Gente come Matteo Salvini”, dice l’amico subito a fianco di Giulia, studente di 21 anni che parlerà giovedì dal palco e per ora preferisce non dare il suo nome in “pasto alla rete”, “è venuta qui a sfidare un paese in ginocchio. Pochi giorni fa Giorgia Meloni si è fatta accompagnare per fare un video sotto il cartello stradale di Bibbiano. Fino a quando dovremo accettare queste cose? Avremmo voluto maggiore appoggio dal Pd. Che prendesse una posizione definitiva. Hanno lasciato uno spazio vuoto e le destre come avvoltoi vi ci sono fiondate”. Anche se Bonaccini alla fine lo giustificano tutti: “Ha dovuto annullare il suo comizio qui per paura di essere strumentalizzato. Lo abbiamo capito”.

L’assemblea dopo due ore sembra finita. Si è deciso di preparare un’orchestra “ittica”, di portare strumenti di qualsiasi tipo e di prepararsi a suonare. Del resto Bibbiano, oltre che del Parmigiano Reggiano, è patria natale di fisarmonicisti e compositori (per non scomodare il parroco che benedì Iva Zanicchi). Ma quando sembra che ormai ci sia solo spazio per la festa, alza la mano una signora. Si chiama Elisabetta e si presenta “insieme a mio marito Giorgio”: “Siamo una famiglia affidataria”. La sala si mette ad applaudire, alzandosi in piedi. “Noi crediamo molto nell’affido, un’istituzione che come tutte le cose ha dei limiti. La cosa grave è che in questa situazione i primi a pagare sono i bambini. Anche quelli che avranno bisogno d’aiuto. Perché ora intorno c’è il deserto”. Da quando è scoppiata l’inchiesta infatti, è stato demolito un legame di fiducia con i servizi e le segnalazioni dei casi sono state ridotte al minimo. Lo sanno tutti in paese: gli insegnanti, le forze dell’ordine, gli amministratori. “Si è tornati indietro a quando nessuno vedeva o voleva vedere”, raccontano lontano dalle telecamere. Elisabetta parla e la sala non smette di applaudire, quasi stesse dicendo qualcosa che finora si era pensato impossibile da pronunciare ad alta voce. Non è l’unica mamma affidataria in sala. Nadia prende la parola dopo di lei: “Bibbiano è il pretesto per attaccare un modo di vivere. Bibbiano sono le case che si aprono. I servizi sociali che hanno funzionato e funzionano con tutti i difetti che ci possono essere. E’ un modo di pensare alla comunità”, dice. “C’è qualcuno che vuole imporre l’idea che la famiglia naturale è la panacea di tutti i mali. Ma prima vengono i bambini e questo può voler dire anche prevedere che non stiano con la loro mamma e il loro papà. Se c’è chi ha sbagliato, la magistratura farà il suo lavoro. Noi difendiamo il sistema, non le persone”. Ancora applausi. Le sardine sorridono guardandosi intorno: a questo punto i contestatori avrebbero dovuto già intervenire, non ce n’è traccia.

I 500 non si smuovono, prendono la parola e sembrano non aver voluto fare altro da settimane. E lo fanno con tranquillità anche e soprattutto perché non c’è nessuna etichetta politica. Da queste parti il Pd, abituato a prendere percentuali bulgare (persino alle scorse Europee del pienone leghista ha retto col 35 per cento dei voti), è di casa. Eppure il coinvolgimento del sindaco Pd Andrea Carletti nell’inchiesta ha fatto allontanare quasi tutti dai piani alti del partito: anche ora che la Cassazione ne ha annullato gli arresti e sono caduti due capi di imputazione, i dirigenti faticano ad avvicinarsi. Sono rimasti gli esponenti locali, quelli che in silenzio non hanno mai lasciato il territorio. Nessuno, dal palco, cita mai il Pd o osa attaccarlo. Non è quello il punto. Ma nella platea del teatro, tra i sedili rossi, vengono fuori le storie di chi ha resistito sul territorio. Stefano Salsi, comunicatore tra le sardine reggiane che da queste parti dà una mano da sempre, racconta della Festa dell’Unità (da un po’ ribattezzata Festival d’Enza): “E’ partita pochi giorni dopo le paginate dei giornali sull’inchiesta. I 400 volontari sono rimasti, schissi come si dice da noi (schiacciati, ndr) e in silenzio rispettosi di quello che stava succedendo. Ma sono rimasti. E le presenze sono aumentate”. Da lì è passato anche Zingaretti, lo ricordano tutti, ma non è bastato per far sentire gli abitanti di Bibbiano abbastanza considerati.

Lo sa Stefano Marazzi, segretario del circolo Pd, che l’assemblea la sorveglia in disparte: “Questi mesi sono una prova molto dura”, lo dice con la voce bassa. “Da noi c’è veramente una ramificazione di relazioni che ci fa essere molto stretti. Anche nel momento del dolore”. Per tanto tempo è stato uno dei pochi referenti del partito rimasti sul territorio: “Abbiamo vissuto uno pseudo abbandono, ci siamo sentiti molto soli. E’ ovvio che quando ti viene la peste tutti ti stanno lontano. Forse il partito ha fatto fatica a capire l’importanza di questa vicenda”. Forse da altre parti questo sarebbe bastato per mollare il Pd, ma qui è in gioco molto di più dell’appartenenza politica. E infatti Marazzi continua: “Bisogna essere equilibrati però, lo dico sempre. Tanti si aspettavano prese di posizione, ma capiamo che il partito dovesse evitare strumentalizzazioni. Il rischio era che sembrasse volessero difendere il sindaco e basta”. Insomma se non tutto è perdonato, quasi. Intanto, in extremis, sono arrivate le sardine: “Ma non salvano solo noi, risvegliano le coscienze”, dice Marazzi. Santori e i suoi, che chissà se sanno di avere quella responsabilità cucita addosso, chiudono la serata con il teatro che intona Bella ciao e l’invito a manifestare. Ma anche con la prima vera, questa sì, ammissione di colpa: “Venite in piazza giovedì 23. Bibbiano se lo merita. Perché in fondo in silenzio in questi mesi ci siamo stati tutti”.

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Livorno, il museo della mostra su Modigliani non è accreditato in Regione: è senza direttore da luglio. “Così si perdono fondi e visibilità”

Niente soldi né prestigio. Il Museo della Città di Livorno, che da inizio novembre ospita la mostra per il centenario dalla morte di Amedeo Modigliani, non ha ricevuto l’accreditamento della Regione Toscana, il riconoscimento che permette ai musei comunali di ricevere finanziamenti trasparenti e una visibilità regionale. Il motivo? Il Comune non ha ancora nominato il direttore dopo che – a luglio – è scaduto il mandato dell’ultima, la storica dell’arte Paola Tognon. “Il Pd pensa solo a Modigliani – attacca la consigliera M5s ed ex vicesindaca Stella Sorgente – purtroppo però si è ‘dimenticato’ di nominare un direttore scientifico che, vista l’importanza della mostra sull’artista livornese, sarebbe stato importante avere”. “Con il mancato accreditamento non perdiamo niente – replica a ilfatto.it l’assessore alla Cultura della giunta di centrosinistra, Simone Lenzi – Comunque l’accreditamento arriverà più avanti quando nomineremo il nuovo direttore”.

Il processo per l’accreditamento del Museo della Città di Livorno, che raccoglie i principali cimeli della storia cittadina, era iniziato un anno fa per volontà della giunta M5s dopo la selezione di Tognon come direttrice scientifica dei musei. “Ho fatto una battaglia molto aspra anche con i miei colleghi in giunta per avere i soldi da investire per assumere un direttore scientifico – racconta l’ex assessore Francesco Belais – e lo avevo fatto proprio perché questo era il requisito più importante per ottenere l’accreditamento della Regione”. Dopo un bando pubblico, nel settembre 2018 era stata nominata l’esperta bergamasca Tognon, non certo una simpatizzante grillina visto il suo passato da consigliera comunale Pd a Bergamo. Il suo era un mandato a tempo visto che a maggio a Livorno si sarebbero tenute le elezioni amministrative, poi vinte dall’attuale sindaco Luca Salvetti.

Tognon non è stata riconfermata, non senza polemiche: nel Pd fanno sapere che era stata lei a voler lasciare mentre dalle opposizioni accusano la nuova giunta di averla “cacciata” perché nominata dai 5 Stelle. Nella conferenza stampa di addio la direttrice uscente aveva preferito non polemizzare con la nuova giunta pur lanciando qualche frecciatina: “Sono convinta che siano le cose a raccontare le cose, non le parole, e ciò che più mi preme in questo momento è effettuare un passaggio di consegne che consenta a questa città di proseguire il percorso che è stato iniziato”. Il sindaco Salvetti invece aveva risposto che “visto che non abbiamo ancora deciso la strada da intraprendere con la gestione dei musei, riteniamo più opportuno, almeno per il momento, che ad occuparsi della gestione dei musei sia una figura con un rapporto più diretto all’interno del Comune”. Ad oggi però, dopo 4 mesi, il nuovo direttore del polo museale di Livorno non è stato ancora nominato.

Ed è per questo che la Regione ha negato l’accreditamento: “Ci spiace comunicare – è scritto nel documento della Regione che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere – che l’istanza da voi presentata per il Museo di rilevanza regionale non è stata accolta”. All’inizio dell’istruttoria c’è proprio la mancata nomina del nuovo direttore scientifico: “La comunicazione del Comune di Livorno non specifica quando verrà ripristinata la figura del direttore del museo decaduta il 25/07/2019 e per il quale non sono state avviate procedure di nomina o di copertura dell’incarico”. La Regione poi indica altre criticità tra cui l’impianto climatico del museo e la sicurezza ma quella principale resta il tassello del direttore scientifico.

Il mancato accreditamento ha provocato, come per abitudine, lo scontro politico tra Pd e M5s. L’ex vicesindaca Sorgente spiega che “è tutta colpa della giunta Salvetti”: “Noi avevamo aperto la strada a finanziamenti regionali di cui avrebbero potuto beneficiare anche loro, invece sono stati come minimo superficiali”. Accorata è la replica dell’assessore Lenzi che a ilfatto.it spiega che “anche senza l’accreditamento, per la mostra di Modigliani il museo ha ricevuto 100mila euro dalla Regione”: “E’ curioso che il M5s polemizzi con noi: se fosse stato per loro il Museo della Città sarebbe chiuso perché lo avevano lasciato senza copertura finanziaria. Comunque stiamo riorganizzando il polo museale livornese e in questo ambito nomineremo presto il nuovo direttore, così da poter ottenere l’accreditamento”.

Twitter: @salvini_giacomo

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Riforma della prescrizione, il no delle destre ce lo possiamo pure aspettare. Ma il Pd?

di Andrea Taffi

Il ministro della giustizia Alfonso Bonafede (che io stimo e apprezzo) sulla legge di riforma della prescrizione (quella che entrerà in vigore il 1 gennaio 2020) ha detto una cosa sacrosanta: nonostante le forze politiche che compongono il governo siano tutte d’accordo, mantengono una posizione ambigua e tale da determinare una posizione di stallo.

Sì, perché il principio che il termine di prescrizione di un reato si interrompa dopo la sentenza di primo grado, evitando così strumentalizzazioni dell’imputato sulla durata del suo processo e sul raggiungimento dell’assoluzione senza un giudizio sul merito – in barba alle vittime del reato -, non può non essere condiviso da forze politiche che si professano (anche se al minimo sindacale) di sinistra. Diverso il discorso per le destre.

Eppure la legge sulla riforma della prescrizione è osteggiata dal Pd (per non parlare di Italia Viva) che (in teoria) dovrebbe plaudire a una simile legge, non fosse altro perché Matteo Salvini, sulla quella stessa questione, ha preferito addirittura far cadere il governo del quale era vice premier. Si dice (è il Pd a dirlo) che riformare la prescrizione va bene (in assoluto), ma che questo non deve andare a scapito della lungaggine del processo penale, il quale con una prescrizione modificata come dice la nuova legge, rischierebbe di diventare infinito.

Io non credo che sia così, non penso che interrompere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado allunghi il processo, anzi. Infatti, una buona (se non la maggior) parte degli appelli e poi dei ricorsi in Cassazione sono fondati solo sulla volontà di allungare il processo nella speranza da parte dell’imputato di sentire un giudice dichiarare la intervenuta prescrizione, dunque l’assoluzione.

Io credo, invece, che se l’imputato sa che appellare la sentenza di primo grado e poi ricorrere in Cassazione non gli garantirà la salvezza, perché incapace nel merito di dimostrare la sua innocenza, magari quello stesso imputato deciderà di patteggiare e chiudere lì le sue vicissitudini giudiziarie. E questo a tutto vantaggio di un processo che da infinito (come poteva essere) diventerà brevissimo.

Ecco, se il Pd, se Italia Viva, se chiunque altra forza politica vuole che gli imputati (non tutti, però, solo quelli che possono permettersi di pagare per anni un avvocato) continuino a strumentalizzare il principio di una prescrizione che non si interrompe dopo il primo grado di giudizio, beh, quelle forze politiche fanno qualcosa di sbagliato e oggettivamente inaccettabile. Ora, da Forza Italia, dalla Lega e dalla destra in genere una volontà del genere ce la possiamo anche aspettare.

Ma dal Pd? Dobbiamo veramente aspettarci che la sinistra (anche se annacquata come quella del Pd) voglia veramente bloccare il principio acclarato e consacrato dalla legge sulla riforma della prescrizione targata 5 stelle? E come possiamo credere che il Pd voglia fare tutto ciò al punto da allearsi a questo scopo con Forza Italia?

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Governo, il consiglio di Calenda al Pd: “Unico modo di gestire il M5s è cancellarlo”

“È indecoroso dire ogni 3 minuti a M5s `vogliamo un’alleanza organica con voi´ e Di Maio risponde `mi fate schifo´. Bisogna dirgli alla fine `mi fai schifo tu, andiamo alle elezioni e vi cancelliamo´. Perché ai miei amici del Pd dico, i 5stelle c’è un solo modo di gestirli, cancellarli”. Così Carlo Calenda parlando all’Eliseo a Roma.

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Reggio Emilia, Sardine in piazza: “Non votavo, ma ora non posso stare a casa”, “Politici con la maiuscola? Bonaccini. Ma Pd non ci sfrutti”

“Se il movimento di queste settimane, il 26 gennaio non si trasforma in una risposta elettorale, tutto questo non avrà senso”. È questo l’appello lanciato da uno degli ideatori delle “sardine”, il bolognese Mattia Sartori, alle oltre novemila persone che sono scese in piazza ieri sera in piazza Prampolini a Reggio Emilia. In questa storica roccaforte del Pd, tanti sentono la responsabilità di tradurre nelle urne l’ondata di mobilitazione che si è diffusa in tutta Italia. Tra questi c’è Yuness Warhou, 25 anni, informatico italiano ma senza la cittadinanza. È lui a dare il via alla manifestazione reggiana subito dopo al brano di Mengoni dedicato a Muhammad Ali: ” Qui si vince o si perde in un attimo” dice la canzone e Yuness ribadisce dal palco: “Siamo contro i populismi come Ali. Non molleremo la presa: dietro di noi non c’è nessuno, siamo dei semplici studenti attivi nel sociale”. Poi parte l’inno d’Italia e iniziano i discorsi.

Le sardine ci tengono a professare la propria natura apartitica, ma come hanno scritto nel loro manifesto, ritengono che ci siano ancora dei “politici con la P maiuscola”. Tra questi sembra esserci il presidente Pd della Regione e candidato al bis Stefano Bonaccini: “È il migliore governatore che l’Italia abbia mai avuto” racconta un ragazzo che rivendica con orgoglio il lavoro svolto dal governatore in carica. Lo segue a ruota una pensionata a pochi passi di distanza, ma c’è anche chi ammette di “non avere votato alle scorse regionali e di aver sbagliato, ma oggi bisogna uscire di casa, staccarsi dal computer e andare a votare”. Intanto dalle ultime fila parte un “Bella Ciao” spontaneo che si diffonde in tutta la piazza subito, prima del discorso finale di Sartori che avverte: “Smettetela di chiederci se diventeremo un partito. Io personalmente non mi sento non rappresentato”. Un messaggio che sembra andare in direzione opposta rispetto a quello delle piazze lanciate da Beppe Grillo dieci anni fa: “Il mio non è un vaffa, ma piuttosto un voler stare insieme” racconta una ragazza. C’è poi chi sottolinea la maggiore “civiltà” o la “presenza di una tradizione politica più forte rispetto al M5s”. Una piazza dunque che sembra essere lontana dai grillini, ma allo stesso tempo che ammonisce il Partito democratico: “Non provate a strumentalizzarci, non sfruttateci, ma osservate e imparate. Qui in qualche settimana si è fatto quello che loro non sono riusciti a fare per anni”. L’ultimo applauso è per l’inno ufficiale delle sardine: “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. “na canzone complessa – conclude Sartori – come del resto è la politica”

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Prescrizione, resta lo stallo tra Pd e M5s prima del vertice sulla giustizia. I dem: “Serve norma su limiti massimi durata dei processi”

Se tra M5s e Italia Viva non mancano le frizioni sul tema giustizia, dopo gli emendamenti provocatori sul carcere agli evasori dal gruppo renziano, resta pure lo stallo nel governo sul nodo prescrizione, ancora irrisolto in attesa del prossimo vertice di maggioranza, previsto per martedì prossimo. Perché, se il ministro Bonafede ha già attaccato i renziani per non aver ancora presentato le sue proposte, anche in casa Pd non intendono retrocedere dalle garanzie richieste. Tanto che lo stesso sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis, rilancia da Bologna: “La nostra richiesta a Bonafede? Il processo non può avere durata infinita, siamo convinti che si possa trovare una condivisione dentro la maggioranza per predisporre un istituto giuridico che assicuri una durata non illimitata al processo“. Non è il solo; perché anche l’ex Guardasigilli Andrea Orlando precisa: “Mai chiesto una norma che rinviasse l’entrata in vigore della nuova prescrizione, ma una norma che, nel caso i processi durino più del dovuto, preveda un elemento a garanzia dell’imputato. Abbiamo fatto delle proposte al ministro Bonafede in questo senso, stiamo aspettando da lui delle risposte”. Tradotto, il Pd vuole limiti massimi sulla durate dei processi, a prescindere dalla questione prescrizione.

Né al Nazareno si intende indietreggiare di fronte alle rivendicazioni dello stesso Bonafede, secondo cui, dopo l’entrata in vigore del 1 gennaio 2020 della riforma, “gli effetti si avrebbero comunque soltanto tra 3 o 4 anni, quindi ci sarebbe tutto il tempo per trovare delle soluzioni“. Nulla da fare: “Il discorso allora vale anche al contrario, non si comprende tutta questa fretta”. Tradotto, le distanze sono ancora lontane. Anche se Giorgis prova a trovare una sintesi, per evitare una nuova faida: “Rischio grana per la tenuta dell’esecutivo? Sono certo che si possa trovare una soluzione condivisa”.

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Elezioni Umbria, Bianconi: “Battaglie vanno combattute anche quando si è sfavoriti”. Cita i figli e si commuove

Mi prendo le responsabilità della sconfitta. Ai miei figli dirò che ci sono battaglie che vanno combattute con impegno anche quando sai che le possibilità di vittoria sono basse”. A dirlo, poco dopo le proiezioni dei primi risultati delle elezioni regionali in Umbria, che vedevano il centrodestra in netto vantaggio, il candidato presidente appoggiato da M5s e Pd, Vincenzo Bianconi.

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Pd, parte l’app del partito, costerà un euro al mese. Tessere, sondaggi, proposte: tutto online. Lo slogan: “Tu vali tu”

“La nuova Pd App sta arrivando”. Nicola Zingaretti annuncia su Facebook il lancio dell’applicazione ufficiale del partito, previsto per il 15 ottobre, con cui punta a modificare la comunicazione con gli iscritti. Il segretario democratico ha postato un video che guida al funzionamento, passo dopo passo. Per gli utenti è necessario prima di tutto iscriversi, pagando una quota associativa di 1 euro mensile. Quindi, potranno accedere a tutte le sezioni. “Attivismo e condivisione” consente a “ogni tesserato potrà condividere le verità del Pd”, “Consultazioni” è incentrata sui sondaggi e – si legge sul video promozionale – dà la “possibilità di dire la propria sui principali temi sociali e politici”. Nella sezione “Contributo” gli iscritti potranno leggere le proposte di legge e avranno “gli strumenti per apportare modifiche e aggiunte” l’utente potrà “interloquire con la propria amministrazione comunale, per chiarimenti e proposte”. I tesserati del Pd saranno infine suddivisi per regioni e province e potranno essere rintracciabili con un sistema di ricerca inserito nella sezione “Iscritti”.

Gli ultimi test tecnici si svolgeranno la prossima settimana, poi ci sarà il lancio. “E’ la rivoluzione del secolo. Me lo dico da solo, ma sono troppo fiero di quello che abbiamo fatto” ha detto Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali e le autonomie, a Repubblica. Alla guida di questo progetto c’è proprio lui. Sul confronto – inevitabile – con la piattaforma Rousseau, Boccia ha le idee chiare: “La differenza”, ha detto al quotidiano diretto da Carlo Verdelli – “è che lì Casaleggio sa chi sono tutti gli iscritti ma gli iscritti non si conoscono tra di loro. Noi invece creiamo una rete in cui chi ha la app può interagire con gli altri”. Una sorta di “agorà” virtuale che dovrebbe cementare la community e rafforzare i rapporti con il partito. Secondo il ministro “i social aperti crolleranno perché i dati non sono protetti”. Intanto, la sfida digitale fra i due alleati di governo passa anche dagli slogan: “Tu vali tu” per l’app del Pd contro l’ormai celebre “uno vale uno” del Movimento 5 Stelle.

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Sondaggi, per Swg Italia Viva vale oltre il 5% (e supera Forza Italia): recupera dall’astensione e permette al Pd di recuperare voti dal M5s

Italia Viva, il nuovo movimento di Matteo Renzi, per la prima volta nella sua brevissima vita supera il 5 per cento in un sondaggio. A dare maggiore credito alla forza politica dell’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd è l’istituto Swg nella rilevazione settimanale per il TgLa7. Secondo questi dati Italia Viva riuscirebbe perfino a superare Forza Italia e a tallonare i Fratelli d’Italia. Bisogna dire che è il primo e unico sondaggio a stimare così in alto il partito di Renzi. Tutti gli altri finora lo hanno valutato poco sopra il 3 per cento. Tra l’altro c’è un’altra forza politica che nei risultati di Swg ha maggiore forza rispetto ad altre rilevazioni: Cambiamo! di Giovanni Toti (che a primavera cerca la riconferma da governatore della Liguria) raggiunge il 2 per cento a petto degli zero virgola attribuiti in queste settimane da quasi tutti gli istituti.

Lega prima, M5s secondo (ma senza merito)
Ricapitolando, comunque, la Lega resta il primo partito nelle indicazioni di voto con il 33,6 per cento, sia pure in calo di quasi mezzo punto in una settimana. Il distacco è considerevole nei confronti della seconda forza: torna a esserlo il Movimento Cinque Stelle e questo accade nonostante un calo dei grillini di mezzo punto. Il “merito” del controsorpasso del M5s infatti è tutto del Pd che perde poco più di due punti e torna sotto la soglia del 20 per cento. E’ chiaro l’effetto drenante della scissione di Renzi. Stessa cosa d’altra parte accade con Forza Italia che in una settimana perde lo 0,8 e ormai galleggia a una cifra di poco oltre il 5 per cento. La quarta forza politica sono i Fratelli d’Italia che peraltro in quest’ultima settimana perdono qualcosa e soprattutto la base che aveva raggiungo del 7 per cento. Altri tre partiti del centrosinistra (Sinistra, Verdi e +Europa) restano tra l’1,7 e il 2,3 e quindi non superano la soglia di sbarramento prevista dal sistema elettorale.

Coalizioni: l’alleanza giallorossa è avanti
Anche Swg, come già ieri Quorum/YouTrend, ha provato a sperimentare una eventuale corsa bipolare di coalizione, cioè centrodestra e centrosinistra più M5s. Ne viene che è confermato che sarebbe un testa a testa ma con una punta significativa di vantaggio dell’alleanza giallorossa. E’ implicito che sarebbe l’unica speranza di arrivare al governo sia per il Pd sia per il M5s, visto che il centrodestra a oggi è a meno di 3 punti dal 50 per cento.

Com’è fatto l’elettorato di Renzi
Infine Swg ha indagato su com’è composto il “nuovo” elettorato di Renzi: da dove provengono i voti (virtuali) per Italia Viva? In maggioranza, come prevedibile, dal Pd (2,8 per cento). Non irrilevante (0,8) il contributo di +Europa (che spiega anche il ribasso del partito di Emma Bonino). Scontato l’arrivo di voti da Forza Italia, il cui elettorato moderato non ha altri punti di riferimento a destra. Colpisce il recupero dall’astensionismo che vale l’1,1 dell’elettorato di Italia Viva. In questo quadro l’ultima curiosità sottolineata dall’istituto di sondaggio triestino è che il Pd – con l’uscita di Renzi – recupera lo 0,7 per cento dai Cinquestelle.

L’articolo Sondaggi, per Swg Italia Viva vale oltre il 5% (e supera Forza Italia): recupera dall’astensione e permette al Pd di recuperare voti dal M5s proviene da Il Fatto Quotidiano.

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