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Sciopero dei dipendenti pubblici, perché Simona e Paolo saranno in piazza il 9 dicembre

Simona lavora in Regione Sardegna, è stata assunta tramite una selezione riservata alle categorie protette. E’ in categoria A, la più bassa, contribuisce al meglio alle attività del suo assessorato. Ha problemi di salute, spende molto in medicine, ha uno stipendio che si aggira attorno ai 1.000 euro netti (è entrata da poco), ma almeno rispetto ai colleghi comunali ha una mensilità in più.

Naviga nell’oro, insomma.

Vive in un quartiere di Cagliari bellissimo e malfamato, col mare di fronte e solamente case popolari intorno. Prima erano affittuari, col marito e i figli, ed ora mettono insieme i soldi per riscattare quella piccola sicurezza. 60 metri quadri di sicurezza.

Il marito sta peggio: ha problemi di salute più gravi, ma deve continuare a lavorare. Sanità, ospedale cagliaritano, fa il lavoro dell’OSS, sta in corsia da quando era ragazzino. Ma ora, a più di 60 anni, tutto è diverso. Quello che prima si faceva prima in tre ora lo fa da solo. Con la schiena rotta alzare le persone è più difficile.

Il sindacato l’altro giorno ha detto loro che bisogna scioperare, per le assunzioni, la sicurezza ed il salario. Era ora!

Non arrivano a fine mese. Come diceva la canzone, “anche gli operai vogliono i figli dottori”, e loro ci hanno provato. Un figlio studia a Torino Scienze Infermieristiche, un altro per fortuna è rimasto a Cagliari, è un po’ indietro con gli studi e fa Ingegneria.

Non è stato semplice. Non lo è stato mai, e non lo è neanche adesso.

Durante le assemblee (le video-assemblee, perché anche il sindacato ormai usa Zoom), hanno sentito delle polemiche di quelli che hanno stipendi a molti zeri, e che magari vivono negli attici del centro, per cui “non è opportuno che gli statali scioperino” e che “con tutti quelli che stanno peggio, con la pandemia in corso, perché scioperano i garantiti?”. Non hanno capito perché queste polemiche.

Ma non lo sanno questi signori, che poi signori non sono, che chi sciopera perde un giorno di lavoro, retribuzione lorda? Chi sta peggio cosa ci perde? Sì, è vero, c’è chi sta peggio, ma chi lavora a nero (e nel loro quartiere ce ne sono) neanche sa cosa è lo sciopero, e neanche lo può usare. Se loro lo possono usare, dove sta il problema? Ci saranno dei disservizi, dei problemi, ma se serve a creare disservizi e problemi per un giorno, per poi non averli più, perché non farlo?

Alzi la mano, o alzi il mouse, chi pensa che oggi non sia necessario un piano straordinario delle assunzioni nella sanità e nella pubblica amministrazione? E sulla sicurezza, ancora c’è qualcuno che pensi non sia giusto protestare? Con quello che abbiamo vissuto?

Sul rinnovo del contratto, poi, Simona e Paolo non sono neanche contenti della richiesta dei sindacati: se c’è stato il mancato rinnovo per 10 anni, ed il costo della vita è invece aumentato, quei soldi quando li recuperano? Ma sanno che bisogna stare uniti, e non si lamentano. È vero, c’è la crisi, ma è dal 1990 che sentono parlare di crisi, e poi però i ricchi sono sempre più ricchi, ed i poveri sempre più poveri. Insomma, la crisi esiste per i poveri e basta.

Che poi loro, in quartiere, non sono i poveri. Ma sanno bene cosa vuol dire stringere la cinghia.

Ci vediamo distanziati, in piazza, il 9.

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“Tutte le falle del sistema Lombardia: dal piano pandemico dimenticato ai controlli bloccati nelle Rsa”: il nuovo libro di Agnoletto

Occhio alle date. Il 17 gennaio 2020 la Germania definisce e diffonde a tutti i medici le linee guida per la valutazione dei casi sospetti di Sars-CoV-2. Il 20 febbraio l’anestesista Annalisa Malara, in forza all’ospedale di Codogno, è costretta a forzare il protocollo per ottenere un tampone e salvare così un giovane paziente che sta morendo di polmonite. Si chiama Mattia, diventerà famoso come il “paziente 1” dell’epidemia in Italia. Occhio ancora alle date: la Germania aggiorna il Piano pandemico nel 2016-2017. Nel 2010, un audit sul piano pandemico della Regione Lombardia, risalente al 2006, evidenzia lacune quali la mancanza di un sistema di rilevazione degli eccessi di mortalità e di un accordo quadro sull’assistenza medica nelle residenze per anziani, le famigerate Rsa. Quelle indicazioni resteranno lettera morta e il piano non verrà mai aggiornato.

Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia da coronavirus in Lombardia, Italia, Europa, scritto da Vittorio Agnoletto (192 pagg. 12 euro, i diritti d’autore andranno all’Ospedale Sacco di Milano) per Altreconomia, con una prefazione dell’ex presidente brsiliano Luiz Inácio Lula da Silva, si snoda lungo questi due binari: quello che succede in Lombardia, la regione colpita per prima e con maggiore violenza nel nostro continente; quello che succede in altre regioni e Paesi. Agnoletto – medico del lavoro, già presidente delle Lega italiana lotta all’Aids, una vita di impegno a sinistra dal Genoa Social Forum al Parlamento europeo – del sistema sanitario lombardo è uno dei critici più severi, da molto prima che il Covid-19 lo mettesse alle corde, e ne indica i punti deboli in modo documentato.

Polmoniti atipiche a dicembre – Sul fronte lombardo, il libro solleva diversi casi che, secondo l’autore, meriterebbero un approfondimento giudiziario, visto il muro eretto dalla regione guidata da Attilio Fontana su certe questioni. Come la diffusione di “polmoniti atipiche“, di cui i medici non capivano l’origine, con tanto di allarme sui giornali locali già negli ultimi mesi del 2019, in particolare nel lodigiano e nella bergamasca, le aree poi travolte dall’epidemia. Ma mentre diversi studi confermano che il nuovo coronavirus circolava in Europa già alla fine del 2019, l’Ats di Milano ha liquidato la questione con una dichiarazione del direttore Massimo Giupponi: “La semplice analisi della scheda di dimissione ospedaliera non consente di poter ascrivere tale diagnosi a casi di infezione misconosciuta da Sars-Cov-2”. Perché, chiede Agnoletto, nessuno ha pensato di sottoporre all’esame sierologico i pazienti sopravvissuti a quelle polomoniti atipiche? E i casi sono state segnalate ai sistemi di sorveglianza epidemiologica della Regione?

Medici del lavoro fuori gioco – Agnoletto ricostruisce anche la strage nelle Rsa lombarde. E racconta in dettaglio come, con una mail del 23 marzo, al servizio di Prevenzione e sicurezza per i luoghi di lavoro (Psal) viene tolta di punto in bianco ogni competenza sulle case di riposo, compresa la possibilità di fare ispezioni a tutela del personale impiegato. Questo avviene proprio “mentre dalle Rsa arrivano testimonianze drammatiche da parte di operatori che lavorano in condizioni disperate, abbandonati a se stessi, senza Dispositivi di protezione individuale e senza tamponi, mentre dai familiari dei ricoverati filtrano notizie più che allarmanti”. Niente più ispezioni da parte dei medici del lavoro dunque, che vengono messi in smartworking. “Nel frattempo emerge come, esautorati di fatto gli Psal, la sorveglianza sulle condizioni di lavoro interne alle Rsa sia stata realizzata fino alla metà circa di aprile, attraverso l’invio di questionari, senza o con pochissime ispezione in loco”. Chi e perché, nella Ast di Milano, ha preso questa decisione? E quante vite si sarebbero potute salvare con la vigilanza e i controlli nelle case di riposo?

Buone pratiche dal Veneto alla Toscana – Certo, la Lombardia è stata la prima trincea contro il nuovo coronavirus da questa parte del mondo. I confronti con altre regioni e Paesi vanno presi con le molle, tante sono la variabili da prendere in considerazione: quando e come ha colpito l’epidemia, come funziona il sistema sanitario, quanto l’economia è collegata al resto del mondo, oltre alle variabili geografiche e demografiche. Detto questo, il sintetico giro d’Italia e del mondo proposto dal libro aiuta a capire quali possono essere le pratiche di successo e quelle da evitare, tema che purtroppo non è passato d’attualità. In Veneto i “tamponi per tutti” hanno contribuito molto a contenere il contagio, in Emilia-Romagna funzionvano meglio che altrove le famose Usca che assistevano i pazienti a casa. Al contrario del Piemonte dove, come in Lombardia, la medicina territoriale è stata da tempo abbandonata. In Toscana ha premiato invece la “Aggregazione funzionale territoriale”, in soldoni una rete di comunicazione fra medici di base, prevista fra l’altro da una legge nazionale del 2012 che solo poche Regioni hanno recepito.

Il virtuoso Portogallo – E all’estero? Per efficienza svetta, manco a dirlo, la pur provata Germania, che vanta record, in termini di posti letto e posti in terapia intensiva per abitante, ma è riucita comunque a tenere basso il numero di ricoveri (e dei morti) rispetto al totale dei contagiati, grazie “al buon funzionamento dell’assistenza primaria” e dalla capacità di fare test. Un po’ più a sorpresa si è rivelato virtuoso il Portogallo, che ha avuto molti più casi per 100000 abitanti rispetto all’Italia, ma meno di un quarto dei decessi. Oltre alle chiusure introdotte con tempestività il 10 marzo, anche qui la carte vincente sembra essere stata la medicina territoriale, rappresentata dalle capillari “case della salute”.

Il caso Svezia – E la Svezia, che con la sua scelta di non imporre restrizioni per legge è diventata il faro dei nemici del lockdown e, in qualche caso, dei negazionisti? Proprio in questi giorni il primo ministro ha annunciato che “tutti gli indicatori vanno nella direzione sbagliata”, ma già al momento della chiusura del libro (fine estate) la Svezia si ritrovava fra i Paesi europei “con impatto maggiore, seconda solo al Lussemburgo per frazione della popolazione colpita dal virus e superata unicamente da Belgio, Regno Unito, Spagna e Italia come morti in rapporto alla popolazione”. E soprattutto i dati svedesi erano “anche quattro volte maggiori per numero di contagi/abitanti e oltre dieci volte per numero di decessi/abitanti se confrontati con la vicina Norvegia”. Se è vero che le restrizioni imposte per legge sono state limitate (ma ci sono state: divieto di eventi pubblici con più di 50 persone, solo servizio al tavolo nei ristoranti, visite sospese nelle Rsa), altre misure sono simili a quelle impiste altrove sono state raccomandate dal governo alla popolazione: smartworking, didattica a distanza, distanziamento interpersonale di almeno un metro, cancellazione di viaggi non necessari.

Senza respiro non è però un libro bianco di date e dati, è un’inchiesta e un manifesto dove i temi della sanità si intrecciano con i problemi politici e sociali che hanno segnato gli ultimi decenni. “Rimanere senza respiro”, scrive Lula nella prefazione, “non è più solo uno dei sintomi del virus che devasta il pianeta, ma è diventato anche una metafora del nostro tempo”.

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La7, Majorino a Formigoni: “È ai domiciliari per vicenda con sanità privata e spiega che rapporto con la pubblica non è ambiguo? Incredibile”

Durissimo scontro a “Piazzapulita” (La7) tra l’europarlamentare del Pd, Pierfrancesco Majorino, e l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per il crac delle fondazioni Maugeri e San Raffaele e attualmente agli arresti domiciliari. Focus del dibattito è la gestione regionale lombarda dell’emergenza coronavirus. Formigoni difende strenuamente il sistema sanitario lombardo: “Sulla sanità privata vengono raccontate un mucchio di balle. In Lombardia i posti letto pubblici sono sempre stati superiori a quelli privati. Noi abbiamo accreditato soltanto strutture private di grandissimo nome”.

Il conduttore, Corrado Formigli, dà poi la parola a Majorino, ma invano, perché l’ex governatore lombardo continua a sovrapporre la sua voce e a ribadire le sue ragioni, costringendo il giornalista ad abbassare l’audio del suo microfono. Ma Formigoni ignora l’invito di Formigli, che poi lo ammonisce: “Siamo stati costretti ad abbassarle l’audio, la prego. Poi le do la parola. Deve anche rispettare gli altri, altrimenti qui è un casino”.

L’ex assessore regionale lombardo osserva che in Lombardia sul pubblico e privato andrebbe rifatto tutto. E chiosa: “Non volevo tirare fuori questa cosa, però che Formigoni, condannato in relazione a una vicenda di rapporto con la sanità privata, venga qui a spiegare che il rapporto tra pubblico e privato non è ambiguo è incredibile. È una cosa che parla da sola”.
“Bravo, bravo”, commenta Formigoni, che provocatoriamente batte le mani.

“Insomma, lei è agli arresti domiciliari – ribatte Majorino – Può fare lo spiritoso quanto vuole, ma è un dato di fatto. Il problema è proprio il fatto che la sua condanna confermi l’opacità del rapporto tra pubblico e privato”. “Lei non sa più cosa dire. Se arriva a questo, vuol dire che non ha argomenti”, replica Formigoni. “No, la sua condanna è storia”, commenta Majorino.

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Corruzione nella sanità siciliana, le intercettazioni: “Incasso quindicimila euro per nove anni senza fare un’emerita…”

“Salvo fammi dire però che è scontato che è il cinque netti dei contratti…”. Parlavano così gli indagati intercettati dagli agenti della Guardia di Finanza che hanno ricostruito, anche attraverso le intercettazioni, il tariffario da rispettare negli appalti della sanità siciliana: il 5% del valore della commessa aggiudicata. La maxi operazione ha svelato un intreccio perverso su un sistema che avrebbe consentito di pilotare appalti milionari della sanità in Sicilia. L’indagine, che coinvolge imprenditori e funzionari pubblici, ha portato all’arresto di dieci persone accusate, a vario titolo, di corruzione. Gli investigatori avrebbero accertato un giro di mazzette che ruotava intorno alle gare indette dalla Centrale unica di committenza della Regione siciliana e dall’Asp 6 di Palermo per un valore di quasi 600 milioni di euro. Il quadro che emerge dalle intercettazioni dell’inchiesta è desolante. “All’assistenza tecnica mi busco io personalmente quindici mila euro al mese… io per nove anni m’incasso quindici mila euro senza fare un’emerita m…”. E ancora: “Quando abbiamo cambiato la busta e loro fatto il ribasso lo sapevano”. Tra gli arrestati c’è anche Antonio Candela, attuale Coordinatore della struttura regionale per l’emergenza Covid-19 in Sicilia. Candela, che è ai domiciliari, è stato Commissario straordinario e Direttore generale dell’Asp 6 di Palermo. Proprio alcune gare indette dall’Asp di Palermo, secondo gli inquirenti, sarebbero al centro di un giro di mazzette.

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