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Coronavirus, primi test clinici sull’uomo in estate e poi subito via alla produzione: il piano del nuovo consorzio europeo per il vaccino

Accelerare la ricerca sul vaccino anti Covid-19 per arrivare ai test clinici sull’uomo già in estate e, potenzialmente, alla produzione su larga scala in autunno. È questo l’obiettivo del nuovo consorzio europeo nato su iniziativa dell’azienda italiana ReiThera di Pomezia (Roma) assieme a Leukocare di Monaco e Univercells di Bruxelles. “Attualmente ReiThera sta svolgendo le attività preparatorie per iniziare la sperimentazione clinica di fase1/2 in Italia durante l’estate 2020”, si legge in una nota del consorzio. E alla sfida di riuscire a sviluppare un vaccino sicuro e protettivo “si aggiunge l’importante necessità di garantire la produzione di milioni di dosi a tempo record”.

Per raggiungere l’obiettivo di “uno sviluppo efficiente e ultra-rapido del vaccino”, le tre aziende biotech hanno quindi deciso di unire le forze, mettendo insieme le competenze di ReiThera nella generazione e lo sviluppo di vaccini basati su vettori di adenovirus, quella di Leukocare nella formulazione di vaccini basati su vettori virali al fine di garantirne la stabilità a lungo termine, e di Univercells nella manifattura su larga scala di vettori virali utilizzando tecnologie innovative. In parallelo allo sviluppo clinico, il consorzio intende sviluppare una formulazione del vaccino che permetta di stabilizzarlo per lunghi periodi e ne faciliti quindi la distribuzione; intende inoltre mettere a punto una tecnologia di produzione innovativa per consentire alla produzione di passare in tempi rapidi da decine di migliaia ai milioni di dosi.

Il candidato vaccino è basato su un vettore virale e ha come bersaglio la proteina Spike, che il coronavirus SarsCov2 utilizza per aggredire le cellule umane, e utilizza un virus animale, un adenovirus degli scimpanzè. Quest’ultimo viene reso inoffensivo e trasformato in una navetta che trasporta al suo interno la sequenza genetica che corrisponde alla proteina Spike. Si tratta di un vaccino preventivo che, iniettato per via intramuscolare, stimolerebbe la produzione di anticorpi e l’attività delle cellule immunitarie. “Vaccini simili, basati su vettori adenovirali umani o di primati, sono stati sperimentati in studi clinici di fase 1 e 2 – si legge nella nota del consorzio – e hanno dimostrato di essere sicuri e immunogenici in migliaia di volontari sani”.

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Covid-19 e idrossiclorochina: un altro problema nella gestione dell’emergenza

L’andamento dell’infezione da coronavirus e le modeste possibilità terapeutiche ormai, a livello internazionale, seguono la linea del master plan qui di seguito riportato:

In modo non omogeneo, le singole Regioni italiane si stanno muovendo secondo questo schema ognuna in rapporto alle proprie caratteristiche socio-geo-morfologiche e alle proprie disponibilità di risorse. Abbiamo ormai chiaro tutti che la guerra si vince sul fronte del combattimento sul territorio e si perde nell’affrontare l’epidemia solo sul piano delle cure ospedaliere. Due fenomeni stanno infatti emergendo in maniera significativa in Italia rispetto al resto del mondo:
l’eccesso di contagi tra il personale sanitario e l’eccesso di letalità tra i contagiati.

Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia dall’inizio dell’epidemia i professionisti sanitari che hanno contratto un’infezione da coronavirus sono pari a circa il 9% del totale delle persone contagiate, una percentuale più che doppia rispetto a quella cinese del 3,8%. Tutte le analisi internazionali sugli errori commessi puntano il dito contro l’uso delle strutture ospedaliere e non territoriali nel tentativo di contenimento del contagio.

Secondo un grafico postato il 22 marzo da @theworldindex, l’Italia ha il maggior numero di morti per milioni di persone dovuti al coronavirus rispetto al resto del mondo (79.84).

Seguono a distanza Spagna, Iran e Francia. Il 48% dei deceduti italiani aveva 3 o più patologie in corso: sono le patologie a essere il reale fattore di rischio, più che l’età da sola, che già conta. L’Iss calcola che in oltre il 50% dei casi mortali registrati da infezione da Covid-19 si evidenzia la presenza di 2.7 comorbilità importanti.

L’idrossiclorochina, farmaco antimalarico oggi utilizzato in indicazione per combattere l’artrite reumatoide, nome commerciale Plaquenil, si è dimostrato efficace già nell’epidemia di Sars nel 2003 e oggi in questa epidemia da Covid-19 mostra attività terapeutica non per azione diretta antivirale o schizonticida, bensì perché in grado di modulare la risposta infiammatoria eccessiva e mortale a livello polmonare.

I dati scientifici lo hanno fatto inserire nelle linee guida Fimmg italiane per la cura domiciliare precoce di Covid-19 e la Regione Veneto ne sta proponendo con efficienza ed efficacia un utilizzo precoce domiciliare. Questi farmaci immunomodulatori, oltre ad avere un costo irrisorio, hanno un’attività terapeutica proporzionalmente maggiore quanto più precoce è stata la loro somministrazione in caso di accertata infezione virale.

Purtroppo il fatto allarmante è che tale farmaco, da assumere esclusivamente sotto prescrizione del medico curante, pare oggi introvabile nelle farmacie. Nonostante questo tipo di farmaci sia nel mondo tra i più utilizzati, specie per le cure domiciliari precoci, risultano ancora poche sperimentazioni cliniche controllate a supporto: come mai? Perché sono farmaci generici, fuori brevetto ormai da decenni e non esiste quindi nessun interesse da parte di nessuna ditta farmaceutica privata a fare sperimentazioni cliniche.

Ci stiamo rendendo conto tutti oggi di quanto siano strategiche anche in Italia industrie destinate alla Sanità pubblica. Stiamo pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane per la assenza di industrie italiane nella produzione di Dpi (dispositivi di protezione individuale a norma), come la mascherine, e per la mancanza di industrie italiane produttrici di ventilatori polmonari. Farmaci generici efficaci e a basso costo come la idrossiclorochina sono reperibili con estrema difficoltà anche in indicazione per i pazienti con artrite.

L’industria farmaceutica a partire dal 2008 è stata l’unica industria al mondo con una crescita costante anche oltre il 10% annuo. L’Italia è diventata in questi anni il primo produttore di farmaci in Europa, ma non dispone di un’industria nazionale o a partecipazione statale strategica per la produzione prioritaria e immediata di qualunque farmaco generico, come la industria ‘Teva’ israeliana, che in ebraico significa “Arca”. Gli israeliani negli ultimi venti anni hanno portato sulla propria “Arca” tutti i farmaci generici potenzialmente utili nel mondo per una immediata produzione di qualità a basso costo.

Accade così che la Teva (divenuta in soli 20 anni tra le prime al mondo) con ben cinque grandi fabbriche in Lombardia e Piemonte, oltre 1600 dipendenti diretti ed almeno altri 6000 nell’indotto, produca in Italia ma esporti circa il 93% della propria produzione rispetto ad una media nazionale (comunque elevatissima) del 73%. E così, mentre da noi si cerca di sminuire l’importanza di terapie domiciliari precoci con farmaci come la idrossiclorochina, forse perché manca, forse perché costa troppo poco e nessuno ha interesse a produrla, la Teva internazionale ne dona circa sedici milioni di pezzi al governo Usa di Trump per poterne fare uso precoce in terapie non solo ospedaliere.

E’ l’ora di migliorare il rapporto dello Stato italiano con le industrie farmaceutiche private in Italia a vantaggio degli italiani. Siamo i primi produttori di farmaci in Europa, ma come cittadini siamo i minori destinatari d’uso dei farmaci prodotti sul nostro territorio nazionale! E’ giunta l’ora che “prima gli italiani” lo si dica ben chiaro alle industrie farmaceutiche che producono in Italia nel rispetto dell’art 32 della nostra Costituzione. L’industria farmaceutica è una industria strategica anche e soprattutto per l’Italia, oggi più che mai.

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Coronavirus, caccia al vaccino: Vo’ Euganeo diventa “laboratorio” per uno studio internazionale su Sars-CoV-2

Il giorno in cui ci sarà il vaccino che immunizzerà da Sars-CoV-2 si dovrà ringraziare anche il comune padovano di Vò Euganeo. Non solo, purtroppo, per aver patito la prima vittima italiana dell’epidemia, ma per aver permesso con la sua popolazione di avviare il primo studio epidemiologico internazionale sul virus. Da oggi i 3.300 abitanti del comune veneto si sottoporranno, su base volontaria, al secondo screening generale, dopo aver già fatto tutti il tampone una prima volta.

È il frutto di un accordo tra la Regione Veneto e l‘Università di Padova, con il Dipartimento di Medicina Molecolare diretto dal professor Andrea Crisanti, che hanno chiesto l’aiuto di Vo’ e dei suoi abitanti per andare alla caccia dei segreti del virus. Nessun’altra realtà, infatti, può permettere già adesso un confronto sullo stesso campione di popolazione a soli 10 giorni di distanza tra primo e secondo test. Si comincerà oggi 1.000 test al giorno, fino a domenica. “I dati saranno pronti tra due settimane. Non andranno ad incidere assolutamente con la chiusura di Vo’ ha detto il sindaco Giuliano Martini, che ha mandato ai concittadini un messaggio via web. “Vo’ è attualmente l’unico comune – ha aggiunto – dove si può fare questa ricerca che avrà valore internazionale“. Alle operazioni, nel laboratorio adibito nelle scuole comunali, parteciperanno anche studenti della Scuola di Medicina di Padova (specializzandi e non) e infermieri della Croce Rossa. Tutto su base volontaria. Anche perché Vò, fino alla mezzanotte di domenica 8 marzo, è zona rossa, dalla quale non si entra e non si esce se non con precise autorizzazioni.

Lo studio, finanziato dalla Regione con 150mila euro, prenderà in esame nuovamente la situazione dei residenti di Vo’, “una comunità – ha spiegato Crisanti – di cui si conosce tutto, anche la sintomatologia di ognuno, e per questo è un modello ideale per lo studio, per delineare il tasso di guarigione“. Il laboratorio Vo’ servirà a indagare la storia naturale del virus, le dinamiche di trasmissione e le classi di rischio stratificate per morbilità e mortalità. “Si cercherà di capire qualcosa di più sull’evoluzione del virus – ha precisato il rettore dell’Università di Padova, Rosario Rizzuto – Avere la medesima foto di 10 giorni fa ci farà comprendere cosa è cambiato”. Il governatore Luca Zaia ha però chiarito che “i cittadini del paese non sono cavie. È un test per vedere cosa è cambiato. Credo che non abbia più senso l’isolamento del comune dopo 14 giorni di quarantena. Alla luce del nuovo test, che chiarirà chi è positivo e chi no, si deve chiudere questa partita entro domenica”. Vò Euganeo è stato l’epicentro del focolaio in Veneto: “Su 11 mila tamponi – ha ricordato l’assessore alla sanità, Manuela Lanzarin – circa 3 mila sono stati fatti a Vò”. Novanta i casi positivi, con un’incidenza del 3,4%. Ora si replica.

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Coronavirus, in uno studio una nuova ipotesi sulla trasmissione degli asintomatici

Gli scienziati cinesi, in un recentissimo studio, suggeriscono che la trasmissione tra asintomatici di Sars-CoV-2, responsabile dell’epidemia di Covid-19, sembra diversa da quella di Sars-CoV che ha causato un’epidemia globale di Sars con 8.096 casi confermati in oltre 25 Paesi nel 2002-2003. Il nuovo coronavirus sembra ricordare più il modello di diffusione dell’influenza.

La carica virale, spiegano gli autori, persiste anche nel paziente asintomatico dopo 7-11 giorni dal contatto con un caso. Dunque, secondo gli scienziati cinesi, risultati della loro analisi “suggeriscono il potenziale di trasmissione dei pazienti asintomatici o con sintomi minimi”. Ad affermarlo è il team di Lirong Zou del Centro provinciale del Guangdong per il controllo e la prevenzione delle malattie di Guangzhou e Feng Ruan del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Zhuhai. La trasmissione della Sars si è verificata principalmente dopo giorni di malattia ed è stata associata a modeste cariche virali nel tratto respiratorio nelle prime fasi, con un picco circa 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi. Nel caso dell’attuale epidemia i ricercatori hanno monitorato le cariche virali di Sars-CoV-2 in campioni respiratori ottenuti da 18 pazienti (9 uomini e 9 donne, età media 59 anni) a Zhuhai nel Guangdong. Nel gruppo anche 4 pazienti con infezioni secondarie, uno dei quali non ha mai avuto sintomi, all’interno di due gruppi familiari. Il paziente che non ha mai avuto sintomi era stato uno stretto contatto di un caso noto ed è stato quindi monitorato. Sono stati analizzati in totale di 72 tamponi nasali e 72 tamponi della gola. Lo studio è stato pubblicato su The New England Journal of Medicine.

I campioni sono stati testati presso il Centro provinciale del Guangdong per il controllo e la prevenzione delle malattie. I ricercatori riportano in particolare il caso del paziente Z, che non ha riportato sintomi clinici, anche se i suoi tamponi nasali e della gola sono risultati positivi nei giorni 7, 10 e 11 dopo il contatto. Il team ha analizzato la carica virale nei tamponi nasali e della gola ottenuti dai 17 pazienti sintomatici, rilevando valori più elevati subito dopo l’insorgenza dei sintomi, con cariche virali più elevate nel naso rispetto alla gola. “La nostra analisi – si legge nello studio – suggerisce che il modello di diffusione dell’acido nucleico virale nei pazienti con infezione da Sars-CoV-2 è simile a quello dei pazienti con influenza e appare diverso da quello osservato nei pazienti con infezione da Sars-CoV”.
La carica virale rilevata nel paziente asintomatico, inoltre, “era simile a quella dei sintomatici, il che suggerisce il potenziale di trasmissione dei soggetti asintomatici o minimamente sintomatici. Questi risultati sono in linea con i rapporti secondo cui la trasmissione può avvenire nelle prime fasi dell’infezione – aggiungono – e suggeriscono che la rilevazione e l’isolamento dei pazienti potrebbero richiedere strategie diverse da quelle richieste per il controllo della Sars”. E ancora: “L’identificazione di pazienti con pochi o nessun sintomo e con livelli modesti di Rna virale rilevabile nell’orofaringe per almeno 5 giorni suggerisce che abbiamo bisogno di dati migliori per determinare le dinamiche di trasmissione e adattare le nostre pratiche di screening”, concludono i ricercatori.

Comunque l’epidemia di Sars-CoV-2 sta venendo letteralmente “soffocata dalle misure eccezionali che la Cina ha deciso di adottare”, ma anche se “il rallentamento è sicuro non bisogna abbassare la guardia”. È l’analisi del fisico esperto di sistemi complessi Alessandro Vespignani, direttore del Network Science Institute della Northeastern University di Boston Vespignani, che sta studiando la diffusione del nuovo coronavirus fin dall’esordio: “C’è una forte evidenza che l’epidemia sia rallentata per le misure straordinarie“. Per avere un’idea più attendibile dell’evoluzione dell’epidemia “non bisogna leggere i numeri giorno per giorno”, ma è importante avere invece una visione d’insieme, “da cui dedurre una tendenza”. “Sicuramente il sistema di reporting cinese ha lavorato in condizioni di emergenza” e di conseguenza i numeri che fornisce quotidianamente potrebbero risentire di questo. In linea di massima “il calo nel numero di nuovi casi sembra consolidato” e questo “emerge anche da altri indicatori“. Tuttavia, ha precisato, “è ancora presto per trarre conclusioni: bisogna aspettare e vedere l’evoluzione dell’epidemia nelle altre province della Cina” e “che cosa succederà riaprendo la società”.

Lo studio The New England Journal of Medicine

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Coronavirus, l’analisi su i primi 425 casi accertati: “Risalgono già a metà dicembre. Incubazione di 5,2 giorni”

In attesa di maggiori dati il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) ha pubblicato un paper sul New England Journal of Medicine in cui si evidenza che risalgono a metà dicembre i primi casi di trasmissione da uomo a uomo del coronavirus 2019-nCoV e sono quindi precedenti perfino alla notifica dei primi casi dell’infezione. Gli esperti hanno analizzato i dati sui primi 425 casi confermati a Wuhan – la città di undici milioni di abitanti focolaio del virus – per determinare le caratteristiche della diffusione della polmonite da coronavirus (Ncip) nella popolazione. “Abbiamo raccolto – scrivono gli autori dell’analisi – informazioni su caratteristiche demografiche, cronologia dei contagi e tempi di malattia dei casi di Ncip confermati in laboratorio che erano stati segnalati entro il 22 gennaio 2020”.

È emerso che tra i primi 425 pazienti con polmonite da coronavirus confermata, l’età media era di 59 anni e il 56% era di sesso maschile. La maggior parte dei casi (55%) con esordio prima dell’1 gennaio 2020, erano collegati al mercato all’ingrosso dei frutti di mare di Huanan, rispetto all’8,6% dei casi successivi. Il periodo medio di incubazione è stato di 5,2 giorni.

L’analisi indica inoltre che nelle sue fasi iniziali, i contagi sono raddoppiati ogni 7,4 giorni. Sulla base di queste informazioni, scrivono gli esperti “ci sono prove che la trasmissione da uomo a uomo sia avvenuta dalla metà di dicembre 2019“. Gli epidemiologi cinesi avvertono che se “dinamiche simili si verificano anche altrove saranno necessari sforzi considerevoli per ridurre la trasmissione, in modo da controllare i focolai” e sottolineano che le “misure per prevenire o ridurre la trasmissione dovrebbero essere attuate nelle popolazioni a rischio“.

L’articolo sul New England Journal of Medicine

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Come lo studio di un fiocco di neve a Capodanno può migliorare la trasmissione dati

Da una strenna giocosa di Capodanno viene fuori una congettura che tiene sulla corda i matematici per quattro secoli; ma come sottoprodotto di questi studi si ottiene un fantastico metodo per la trasmissione di dati con correzione automatica di errori. All’origine di tutto c’è Johannes Kepler, quello delle leggi del moto dei pianeti.

Keplero vuol fare un omaggio, per il Capodanno 1611, al suo benefattore Johann Matthäus Wacker von Wackenfels. Non si sa perché costui passi per un amante del Nulla (“Cum non sim nescius, quam tu ames Nihil”), ma Keplero introduce il trattatello De nive sexangula proprio come se fosse il frutto di una sua ricerca di qualcosa che sia il più possibile vicino al Nulla. Mentre attraversa il Ponte Carlo a Praga gli si posa sulla manica un fiocco di neve. Ecco un buon tema da offrire a un devoto del Nulla!

Keplero si lancia in diverse idee su come si produca la simmetria esagonale dei cristalli di neve. Principalmente ritiene che la causa possa risiedere nel modo in cui le particelle di aria satura che diventeranno fiocchi sono impaccate all’interno della nuvola. Keplero esamina allora gli impaccamenti di sfere nello spazio. Ne riconosce due (a sinistra nella figura) e focalizza l’attenzione sulla distribuzione B, in cui ogni sfera ne tocca altre dodici; parla di questa configurazione come della più densa possibile. Questa affermazione, che il Nostro butta lì così, verrà chiamata congettura di Keplero.

La densità dell’impaccamento B è π/(3√2) ≈ 0,74. Mentre è chiaro che il reticolo esagonale nel piano, che possiamo riprodurre con un po’ di monete, sia il più denso possibile, nello spazio resta il dubbio: sarà proprio vero che la configurazione B sia la più densa realizzabile? Il problema della forma dei fiocchi di neve passa in secondo piano; quale sia l’impaccamento di sfere più denso, invece, è un quesito che appassionerà matematici di tutte le epoche successive. Ci vuole il grande Karl Friedrich Gauss per dimostrare, nel 1831, che effettivamente Keplero ha ragione, ma limitatamente a impaccamenti regolari, che si ripetono nello spazio come carta da parati nel piano. La dimostrazione definitiva per impaccamenti anche irregolari arriva solo nel 2014, ad opera di Thomas C. Hales.

Ma intanto la fantasia dei matematici si è scatenata. Si studiano varianti della congettura in geometrie non euclidee e nelle dimensioni superiori. Nel 1958 Carl A. Rogers presenta una formula che fornisce, per ogni dimensione, un limite superiore (“confine di Rogers”) alla densità di un impaccamento di sfere. Si inventano impaccamenti che generalizzano la configurazione B a tutte le dimensioni. Di particolare interesse è il reticolo ideato da John Leech nel 1967.

Comprensibilmente il lettore si chiederà: ma che senso ha occuparsi di sfere (più correttamente: ipersfere) in dimensioni superiori alle nostre tre? La risposta arriva, quando la teoria è già sviluppata, da un problema informatico molto importante. Ogni segnale, quando viene trasmesso attraverso Internet, ma anche da calcolatore a stampante e perfino all’interno del computer, subisce corruzioni: inevitabilmente c’è qualche bit 0 che diventa 1 o viceversa. Si sono allora studiate tecniche di correzione automatica degli errori più probabili. Una di queste tecniche consiste nel piazzare le “parole”, ammesse come valide, all’interno di spazi astratti di dimensione elevata. Se la parola viene alterata nella trasmissione, viene trasformata (con alta probabilità) in una parola non valida presente nello stesso spazio, ma vicina alla parola originaria. Il trucco consiste allora nel trasformare a posteriori la parola corrotta nella parola valida più vicina. Cioè: si costruisce una ipersfera centrata su ogni parola valida; la parola corrotta finisce in una di queste ipersfere e il sistema la sostituisce col suo centro.

Tutte le dimensioni sono ugualmente buone per realizzare questo metodo? No! Quanto più denso è un impaccamento di ipersfere, tanto più efficiente è il sistema di correzione di errori. Bene, nel 2004 si è scoperto che il reticolo di Leech ha un andamento della densità in funzione della dimensione molto particolare (a destra nella figura) e che nella dimensione 24 è decisamente il più conveniente. Una volta di più la curiosità e la fantasia dei matematici sono state ricompensate, anche se nate da uno scherzoso omaggio ispirato da un fiocco di neve.

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Sessuologia, ‘l’anatomia femminile si conosce solo da 20 anni’: un’altra bufala ripresa dai media

Negli ultimi decenni in tutte le materie scientifiche ci sono stati notevoli progressi, ma non nella sessuologia, questo perché i sessuologi sono quasi tutti psicologi, non studiano su libri specialistici e non si aggiornano, soprattutto sulla sessualità femminile.

La sessuologia oggi è definita “scientifica”, ma nei libri (anche in quelli recenti, sia divulgativi sia per psicologi e studenti di psicologia) che scrivono i sessuologi ci sono degli errori evidenti, come anche nelle lezioni che fanno nelle scuole e università e nelle interviste che rilasciano ai mass-media e in televisione. Alcuni di questi errori li ho spiegati nel precedente post sulle 10 bufale sull’orgasmo femminile, nei post sulla bufala dello squirting e dell’eiaculazione precoce.

C’è un’altra bufala che i sessuologi/psicologi continuano a divulgare da molti anni: l’anatomia del clitoride sarebbe stata scoperta nel 1998 dalla dr. Helen O’Connell, urologa australiana. Anche in un libro sull’orgasmo femminile, pubblicato poche settimane fa, c’è scritto che solo dal 1998 sappiamo com’è fatto il clitoride, che ha l’aspetto di un quadrilatero, e che la Dr. O’Connell ha scoperto un mondo, con il clitoride interno, i bulbi del clitoride e la zona Cuv.

Se fosse vero, allora dovrei essere definito io lo “scopritore” dell’anatomia del clitoride e di “un mondo”, perché la prima edizione del mio libro sulla sessualità umana è del 1997, con 22 figure, alcune mai pubblicate prima nei libri di sessuologia, con tutti gli organi erettili femminili, quindi anche con le piccole labbra (vedi la figura sotto), che per la loro sensibilità sono molto importanti per scatenare, insieme al clitoride, l’orgasmo in tutte le donne. Una copia omaggio l’ho regalata (come anche dell’edizione del 2005) a molti sessuologi italiani, che quindi conoscono i miei studi e pubblicazioni da più di 20 anni; e nel 2002 ho pubblicato il mio primo articolo specialistico sull’anatomia della vulva.

Il “problema” è che i sessuologi a volte non leggono il testo completo degli articoli che citano o leggono solo le interviste degli autori (vedi quelle sul punto G e orgasmo vaginale), e hanno divulgato alcune “scoperte” sessuologiche senza verificare se avessero davvero basi scientifiche. Anche i giornalisti hanno pubblicato “notizie” sessuologiche senza verificarle: per esempio se avessero intervistato un professore di anatomia umana la bufala del punto G non sarebbe durata 30 anni. Questo è successo anche per le inesistenti “scoperte” della Dr. O’Connell.

Quando ho letto gli articoli della Dr. O’Connell del 1998 e del 2005 (e poi del 2008 nel Journal of Sexual Medicine), ho scritto una lettera di replica al Journal of Urology, che è stata pubblicata nel 2006. Sono secoli che l’anatomia del corpo umano, quindi anche della vulva, è studiata e descritta nei testi specialistici di anatomia umana, che tutti possono leggere nelle biblioteche mediche, quindi come si può credere che l’anatomia del clitoride sia stata scoperta solo nel 1998 (o da me nel 1997)?

La Dr. O’Connell nel 1998 ha affermato che la descrizione anatomica dei genitali femminili era inaccurata. Io ho replicato/precisato che l’anatomia del clitoride era inaccurata solo nei libri di sessuologia, non nei libri di anatomia umana e che la terminologia che proponeva era solo una sua opinione personale, infatti: il termine “bulbi del clitoride” non ha nessuna base scientifica, il termine corretto è bulbi del vestibolo; il clitoride non ha la forma di un “quadrilatero” (o di una piramide); non esiste il clitoride interno, come neanche il complesso/zona clitoride-uretra-vagina/Cuv (quest’ultimo termine da alcuni anni è usato, dopo le mie “denunce/articoli, da chi ha divulgato l’inesistente punto G per decenni).

Tutti gli errori (ce ne sono altri) della Dr. O’Connell (con quelli del prof. Emmanuele Jannini, un andrologo) sono in un mio articolo specialistico del 2011 e in un articolo del 2013 con 21 figure e 1 video, pubblicato in Clinical Anatomy.

I miei articoli, purtroppo (soprattutto per le donne), non sono citati dai sessuologi italiani (perché?), per questo continuano (ad esempio Emmanuele Jannini, Chiara Simonelli, Roberta Rossi, Davide Dèttore, Fabrizio Quattrini, Alessandra Graziottin ecc.) a scrivere e divulgare ancora oggi errori scientifici sull’orgasmo femminile (e maschile). Per i sessuologi è un dovere aggiornarsi: oltre ai miei articoli free in researchgate, è “tutto” spiegato nel mio sito e libro, con 60 figure, che ho pubblicato nel 2019, sulla nuova sessuologia.

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Fra gioco e applicazione /1: quel tour di Eulero che arriva fino alla robotica e alla genetica

C’è un meccanismo formidabile nella cultura occidentale: si accumula conoscenza per il gusto di sapere, poi questo patrimonio dà frutti inaspettati in aree lontane. Questo è molto frequente in matematica: un ingegnere, un astronomo, un fisico ha un’idea con cui risolve un suo problema pratico; poi un matematico la generalizza, ne fa una teoria strutturata.

Sul momento questa astrazione pare inutile, fine a se stessa. Però più tardi qualcun altro utilizza proprio la generalità della teoria per un’applicazione lontanissima dal problema originario. Alle volte l’innesco è addirittura ludico: un indovinello, un gioco. Dedico i prossimi post a storie di questo tipo.

Königsberg era una città della Prussia Orientale adagiata sulle due rive e su due isole del fiume Pregel; i collegamenti erano garantiti da sette ponti (vedi a sinistra nella figura). Oggi, col nome di Kaliningrad, è un’enclave della Federazione russa e ha più ponti di allora. Nel 1736 nelle bettole della città gira un quesito: è possibile compiere una passeggiata che attraversi ogni ponte una sola volta e ti riporti al punto di partenza? Nessuno riesce a progettare un tale giro, ma nessuno sa dimostrare che sia impossibile.

Il sindaco della vicina Danzica ha un’idea: chiedere lumi al grande matematico, Leonhard Euler. Subito la risposta è cortese ma un po’ irritata: sostanzialmente “questa non è matematica”. Ahimè, questa è una frase che mi tocca sentire troppo spesso da certi finti geni a proposito di nuovi spunti della nostra disciplina. Ma Eulero è un genio vero: si appassiona al problema e lo risolve con un teorema che possiamo considerare il primo di una nuova parte della matematica: la teoria dei grafi*.

La formalizzazione corrente della teoria dei grafi è del secolo successivo; nel ventesimo secolo, poi, la teoria ha uno sviluppo enorme, data la sua plasticità nel rappresentare situazioni applicative. In particolare, la teoria si presta a studiare problemi di ottimizzazione.

Uno di questi – proprio legato al teorema di Eulero – è il “problema cinese del postino”, formulato da Kwan Mei-Ko nel 1960: un portalettere deve consegnare la posta nel suo quartiere; vuole minimizzare il suo percorso, tenendo conto del fatto che deve percorrere ogni strada del quartiere almeno una volta. Se il grafo costituito dalle strade e dai loro incroci è euleriano (cioè se esiste un tour di Eulero che percorra ogni strada esattamente una volta), allora ogni tour di Eulero è un percorso minimo. Ma, in generale, il grafo non è euleriano; perciò la soluzione consiste nell’”eulerizzare” il grafo sdoppiandone certi lati, cioè individuando un insieme ottimale di strade da percorrere due volte.

Questo, in fin dei conti, può apparire un problema molto limitato: va là che un portalettere il suo percorso minimo lo individua anche senza teorie matematiche! Il punto è che lo stesso tipo di ottimizzazione investe altre situazioni di cui quella del postino è un esempio. Un problema simile è quello dell’esplorazione, da parte di un robot mobile, di una rete di strade sconosciuta. Una situazione più astratta è quella in cui i vertici sono gli stati di uno smartphone e due vertici sono collegati se e solo se c’è fra loro un passaggio diretto costituito dal pigiare un tasto, e si vuole organizzare il controllo delle funzionalità.

Ma l’applicazione più sorprendente è in genetica: si usano tour di Eulero per mettere insieme frammenti di Dna (Pevzner, P. A., Tang, H., & Waterman, M. S., An Eulerian path approach to DNA fragment assembly, Proc. of the National Academy of Sciences, 98(17) (2001), 9748-9753). Così da un problema popolare si è arrivati alla robotica e alla biotecnologia. Ma non è un caso isolato di gioco-matematica-applicazione. Ne vedremo degli altri.

*Un grafo è una struttura matematica costituita da vertici (di solito rappresentati da punti), da spigoli e da una funzione di incidenza che assegna ad ogni spigolo una coppia di vertici (che saranno rappresentati uniti da un arco di curva). Il grado di un vertice è il numero di spigoli che incidono su quel vertice. Il teorema di Eulero dice: “In un grafo esiste un percorso chiuso, che percorre ogni spigolo esattamente una volta, se e solo se ogni vertice ha grado pari”. Rappresentando ogni riva e ogni isola di Königsberg con un vertice e ogni ponte con uno spigolo, si ottiene il grafo rappresentato a destra nella figura. Si può allora verificare che la condizione del teorema non è soddisfatta, il che dimostra che il tour cercato non esiste.

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Papilloma virus, test per auto-prelievo non invasivo messo a punto da ricercatori italiani

Il test del Papilloma virus oggi non è più invasivo e si compra in farmacia. Si chiama Ladymed ed è lo strumento che permette alle donne di effettuare un auto-prelievo, inviarlo ad una struttura altamente qualificata e ricevere su una piattaforma digitale risultati rapidi. Ma anche molto più accurati, grazie alla genotipizzazione che identifica in maniera precisa il ceppo del virus presente nell’infezione.

L’ha messo a punto un team di giovani ricercatori, tutti under 35, guidato da Bruna Marini e Rudy Ippodrino. Ex studenti del corso di perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa, nel 2015 hanno creato la startup Ulisse BioMed nell’Area Science Park di Trieste. Qui il kit è stato sviluppato, ha ottenuto la validazione clinica collaborando con il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste e il Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma, e da pochi giorni è in commercio.

Oltre ad essere il primo kit per il Papilloma acquistabile in farmacia, Ladymed è anche il primo test di genotipizzazione su campioni autoprelevati di muco vaginale. Alcuni ceppi del virus HPV sono più aggressivi di altri e avere informazioni sul genotipo presente nell’infezione è di estremo interesse “sia per il ginecologo sia a livello epidemiologico. La raccolta di questi dati permetterà di fare passi avanti anche nello sviluppo di nuovi vaccini. L’unione della diagnostica e della vaccinazione è la modalità più efficace di prevenire il tumore alla cervice uterina”, spiega la dottoressa Bruna Marini, insieme a Ippodrino sviluppatrice del kit e co-founder di Ulisse BioMed.

Come funziona – Ladymed è un kit costituito da un tampone sterile per l’auto-prelievo e si acquista in farmacia oppure online. Dopo essersi registrata sulla piattaforma digitale, ogni donna può spedire il proprio tampone al Campus Biomedico di Roma. Qui viene analizzato con la chimica innovativa brevettata dal team di Ulisse BioMed con cui si genotipizza il virus. L’analisi con i risultati poi viene caricata sulla piattaforma e ciascuna potrà consultarlo e portarlo a proprio medico.

Il Papilloma Virus – È uno dei virus più diffusi nell’uomo. Esistono circa 120 tipi e 14 sono causa di tumore. Il più frequente è il carcinoma del collo dell’utero. “Circa una donna 1 su 10 ha infezioni di HPV attive – continua Marini – . La maggior parte delle pazienti riesce a debellarle ma in altre invece l’infezione prosegue e può diventare pericolosa”. In Italia ogni anno si stimano oltre 2000 casi di tumore alla cervice. “Grazie all’ottimo servizio di screening, si riesce ad intervenire prima che insorga il tumore vero e proprio e la donna si salva ma i dati legati alla mortalità sono importanti. Secondo l’Istat, nel 2015 i decessi per tumore alla cervice erano 435 l’anno solo in Italia. Stando ai dati dello IARC, a livello mondiale nel 2018 se il tumore viene rilevato ad uno stadio molto precoce si ha una sopravvivenza del 92%, se invece viene scoperto tardi, la sopravvivenza è appena del 17%”.

La situazione in Italia – Il quadro sanitario del Papilloma virus (Hpv) dice che l’80% delle donne italiane fra i 25 e i 64 anni si sottopone a scopo preventivo allo screening cervicale. Secondo i dati 2015-2018 del portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, la media nazionale delle donne che effettua lo screening “organizzato” dalle Asl, quello pubblico e gratuito, è il 46.8% mentre il 32% fa prevenzione per iniziativa personale (in privato). “La situazione è delicata. Più o meno 1 donna su 2 non si tutela con lo screening pubblico. Noi non vogliamo sostituirlo, è di elevatissima qualità, ma sfortunatamente è chiaro che non riesce a raggiungere tutte le donne. Con Ladymed vogliamo offrire uno strumento in più per aumentare e migliorare la prevenzione contro il Papilloma virus”. Tra le motivazioni del mancato accesso al test, un’alta percentuale di donne pensa di non averne bisogno (26%), altre dichiarano che nessuno l’avrebbe consigliato (10.4%) mentre il 14.5% dice dichiara di non effettuare nessun tipo di prevenzione per pigrizia. “Questo strumento – continua la dottoressa Marini – può aiutare a raggiungere donne che non fanno le analisi perché hanno paura del prelievo, perché si imbarazzano o perché non hanno avuto tempo di andare dal ginecologo. Tutte motivazioni che hanno delle percentuali di risposte alte”.

Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica

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Sbarco sulla Luna, Parmitano in orbita nel giorno dell’anniversario: “Voliamo per capire l’universo e arrivare fino a Marte”

“Sono una persona assolutamente normale, che ha avuto il privilegio di realizzare uno dei suoi sogni più particolari”. Come molti bambini, a 3-4 anni sognava già di fare l’astronauta, Luca Parmitano. E continua a sognare anche adesso, da adulto, mentre si prepara a tornare per la seconda volta in orbita, sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a circa 400 km di quota. Sogna la Luna nel suo futuro, AstroLuca, e invita a “usare la nostra immaginazione per andare anche oltre, verso Marte”. Oltre, come dice il nome stesso della sua missione, denominata Beyond. Il suo lancio è in programma il giorno in cui il mondo celebra i 50 anni del primo storico sbarco dell’uomo sulla Luna. Il 20 luglio Luca Parmitano e i due colleghi dell’equipaggio, l’americano Andrew Morgan e il russo Alexander Skvortsov, decollano infatti con il razzo russo Soyuz.

Siciliano di Paternò, in provincia di Catania, Luca Parmitano è astronauta dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e pilota sperimentale dell’Aeronautica militare italiana con il grado di Colonnello, promozione ricevuta i primi di luglio 2019. Dopo essere stato il primo italiano a compiere passeggiate spaziali, due nel 2013 con la missione Volare, sarà il primo italiano e il terzo astronauta dell’Esa al comando della Stazione spaziale, dall’inizio di ottobre 2019. Ilfattoquotidiano.it lo ha raggiunto al cosmodromo russo di Baikonur, in Kazakhstan, nel giorno in cui l’astronauta catanese ha iniziato la fase di isolamento completo, la quarantena, in vista del lancio della missione dell’Esa Beyond.

Cosa sognava da bambino?
Sognavo tantissime cose diverse. E lo facevo di volta in volta in modo differente, in base all’età. Sicuramente, il primo sogno è stato fare l’astronauta. Non ci sono dubbi. Me lo ricordo davvero bene. Ricordo il periodo, avevo 3-4 anni. Quando mi fu chiesto cosa avrei voluto fare da grande, risposi subito l’astronauta. Poi, crescendo, cambiano

Training – ESA – S. Corvaja

i sogni, le aspettative, le motivazioni. Com’è giusto che sia. Diventando più grande ho scoperto, ad esempio, di amare moltissimo la letteratura. Volevo fare lo scrittore, il poeta, il giornalista. A un certo punto, mi misi in testa persino di diventare una rockstar: suonavo anche in una band. Ho fatto, quindi, i passaggi che abbiamo compiuto tutti da ragazzi. Ero, sono e rimango una persona assolutamente normale. Che ha avuto un grande privilegio, quello di potere realizzare uno dei suoi sogni più particolari.

Tanti bambini di oggi le chiedono invece com’è lo spazio visto dallo spazio
Dipende dalla direzione in cui guardiamo. Se la Terra è al buio, volando ad esempio sopra il Pacifico del Sud dove ci sono pochissime luci, e se anche la Iss ha le luci spente all’esterno, cosa che non dipende da noi, a quel punto è possibile guardare in direzione dello spazio profondo. Lo spettacolo è assicurato: si possono vedere molte più stelle rispetto alla Terra. Ma soprattutto, e questa è una delle cose che più mi ha colpito, la luce delle stelle è fissa, non sembra ‘luccicare’, perché siamo oltre l’atmosfera terrestre. Con un po’ di attenzione, è anche possibile vedere a occhio nudo i colori delle stelle che ci stanno guardando. Gli astri hanno, infatti, davvero tante sfumature: ce ne sono di più gialli, rossi, di bianchissimi o di colore azzurro.

Cosa si prova a tornare nello spazio lo stesso giorno in cui 50 anni fa i suoi colleghi dell’Apollo 11 mettevano per la prima volta piede sulla Luna? Con che spirito affronta questa nuova missione?
La data di lancio del 20 luglio è, in realtà, casuale. Ma la considero una splendida coincidenza: non c’è modo più bello d’iniziare. È come avere il vento in poppa. Allo stesso tempo, però, dal punto di vista professionale io in questi giorni sono concentrato solo sulla missione. Non bisogna, infatti, dimenticare che il lancio è una fase estremamente critica. Nella missione ci saranno i 200 giorni in orbita, ma le sei ore di viaggio verso la Iss sono tra le più complesse. Può sembrare poco poetico, ma in quelle ore la mia attenzione sarà quindi focalizzata sulla missione.

Nel logo di Beyond ci sono riferimenti a Marte e alla Luna. Sogna di sbarcare sul nostro satellite in un prossimo futuro?
Continuo a sognare e ad avere sogni ambiziosi su quello che possiamo realizzare, come Agenzia spaziale europea e io stesso come individuo. Da astronauta dell’Esa, mi auguro, infatti, che ci sia una grande collaborazione internazionale tra le agenzie spaziali e i privati, che ci permetta di raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Abbiamo già visto in passato, con le stesse missioni Apollo e con gli Shuttle, che questa cooperazione funziona. Personalmente, spero di poter vivere questo futuro che si sta aprendo adesso sia come testimone che, perché no, come chi, piuttosto che guardare un treno che passa, si mette a correre per poterci saltare dentro.

Cosa pensa del progetto della stazione Gateway? Qual è il suo valore aggiunto rispetto a un insediamento umano realizzato direttamente sulla Luna?
Una delle cose più difficili da fare quando si va nello spazio è superare la velocità di fuga di 8 km/s, per sottrarsi al vincolo della gravità terrestre. Infatti, più è grande e massiccia la macchina che dobbiamo portare in orbita e più è elevato il dispendio di energia. Quindi, l’idea di avere una stazione lunare come il Gateway, un mezzo in orbita intorno al nostro satellite che possa essere utilizzato svariate volte, ci permetterà di andare sulla superficie lunare e tornare. Come se avessimo uno Shuttle, ma in versione più avanzata. È questo il vantaggio principale del Gateway. Dobbiamo, inoltre, ricordare che non siamo ancora in grado di colonizzare la Luna. Quello del Gateway sarebbe solo un passaggio esplorativo, per poi utilizzare le conoscenze acquisite da questa tecnologia e sfruttarle anche in altre superfici spaziali. In primis, Marte.

Sul Gateway quali innovazioni tecnologiche dovrebbero essere introdotte, rispetto alla Iss, per migliorare le condizioni di lavoro e di vita degli astronauti a bordo?
La Stazione spaziale internazionale è stata disegnata specificamente per essere controllata da Terra. Inoltre, la tecnologia a bordo della Iss ha ormai 20 anni e quindi, quando è stata sviluppata, non ci permetteva una forte automazione. Oggi, invece, per avere una stazione lunare con le stesse prestazioni della Iss, dovremmo realizzare qualcosa di molto più automatizzato.

È corretto considerare il Gateway come un trampolino per Marte?
Le dirò di più. È esattamente questo il nostro lavoro: guardare oltre, più lontano. Tutta la scienza e la tecnologia che facciamo a bordo della Iss hanno, infatti, come scopo tre pilastri. Il primo è la scienza che ritorna sulla Terra. La scienza, cioè, per l’uomo comune, per la sua salute, per migliorare le condizioni di vita sulla Terra, per conoscere meglio il nostro Pianeta e per poterlo, così, salvaguardare. Il secondo pilastro è la conoscenza, cioè la scienza pura, ad esempio l’astrofisica, con l’obiettivo di migliorare la comprensione del nostro universo. Il terzo è permettere in futuro all’uomo di spingersi più lontano.

Grazie anche al lavoro fatto negli anni a bordo della Stazione spaziale
La Iss è l’unica piattaforma scientifica che ci ha permesso di fare scienza direttamente in condizioni di microgravità. Ci ha, ad esempio, fatto capire come il corpo umano si trasforma nello spazio, quali problemi possono sorgere e come possiamo risolverli. Ma ci ha anche fatto scoprire problemi ai quali non avevamo mai pensato. Ci ha, quindi, insegnato che dobbiamo ancora studiare, e che occorre spingerci oltre l’orbita bassa terrestre. Ma facendolo in modo graduale, un passo alla volta. In maniera sostenibile.

Gli astronauti che andranno su Marte dovranno affrontare un viaggio di sei mesi. In quali condizioni fisiche sbarcheranno sul Pianeta rosso? Saranno in grado di completare la missione?
Parliamo di sei mesi considerando la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso. È solo una mancanza di immaginazione quella che non ci fa pensare a qualcosa di molto più avanzato, che ci permetta di viaggiare almeno al doppio della velocità che possiamo raggiungere oggi con l’energia chimica, derivata cioè direttamente dai combustibili. Se immaginassimo, invece, sistemi di propulsione completamente diversi, non sarebbe impossibile raggiungere velocità superiori ai circa 15-20 km/s di oggi. Credo che dovremmo cercare di sviluppare motori che ci permettano di viaggiare sopra i 30 km/s, e questo ci consentirebbe di arrivare su Marte in tempi molto più ridotti degli attuali sei mesi.

Il viaggio sarebbe, così, più sostenibile per voi astronauti
Esatto. Una volta risolto il problema del tempo di permanenza nello spazio aperto, limitandolo a tre mesi o, perché no, anche meno, avremo già risolto buona parte dei nostri problemi. In tre mesi si possono, infatti, pensare sistemi per mantenere una buona forma fisica per gli astronauti, simili a quelli presenti sulla Iss, sebbene su scala più ridotta. E anche pensare a come minimizzare, per quanto possibile, il problema dei raggi cosmici ai quali noi astronauti siamo esposti fuori dall’atmosfera terrestre.
Il problema del viaggio su Marte è, quindi, principalmente ingegneristico. Altro problema ingegneristico da risolvere è mantenere una buona manutenzione dell’astronave. Dovrà, infatti, affrontare un viaggio di mesi nello spazio aperto in condizioni davvero estreme, e dovrà quindi mantenere una capacità di automazione talmente elevata da potersi anche auto-riparare. Spero che l’impulso che c’è in questo momento a voler tornare sulla Luna, e a spingerci anche oltre, possa favorire la creazione di una generazione di aspiranti ingegneri che vogliano risolvere questi problemi. Per migliorare le nostre capacità di volare ancora più lontano dell’orbita bassa della Terra.

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