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Covid, Iss: “La variante inglese non ha come target specifico i bambini. Aumento dei contagi in tutte le fasce d’età”

Ci sono ancora molti studi in corso, ma al momento non sembra che la variante inglese – responsabile dell’impennata dei contagi in alcuni paesi europei, in particolare nel Regno Unito, e da alcuni giorni anche in Italia – “abbia come target specifico i bambini, ovvero non li infetta in maniera particolare rispetto agli altri”. Mentre per quanto riguarda le altre varianti, la brasiliana e la sudafricana. “i dati non sono ancora sufficienti a formulare ipotesi”. Sono le comunicazioni degli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in un aggiornamento delle Faq sulle Varianti del Sars-Cov-2. Rispondendo alla domanda “Le varianti colpiscono in maniera particolare i bambini?”, gli esperti scrivono: “Finora le varianti più preoccupanti non sembrano causare sintomi più gravi in nessuna fascia di età“.

La malattia Covid, si legge, “si presenta con le stesse caratteristiche e i sintomi sono gli stessi di tutte le altre varianti del virus. In termini di trasmissibilità la variante ‘inglese’ manifesta un aumento per tutte le fasce di età, compresi i bambini“. Nella sezione “Speciale COVID-19: Varianti del virus”, l’Iss risponde a molte domande dei cittadini in materia, dal funzionamento del monitoraggio delle mutazioni in Italia alla capacità di protezione dei vaccini sulle varianti, fino a quali sono i test oggi utilizzati per individuarle. La variante inglese dimostra una capacità di diffusione più con il conseguente aumento di contagi e in questi giorni si moltiplicano le segnalazioni in Centro Italia: Abruzzo, Umbria, Marche.

“Attenzione alle scuole con questa nuova variante molto più contagiosa” scrive su Twitter il virologo Roberto Burioni, docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, postando un articolo pubblicato online su ‘The British Medical Journal‘. Nel testo, in cui viene riportato anche il commento di Burioni, si evidenzia un aumento dei contagi Covid-19 tra i bambini in Italia e in Israele, forse – ma è ancora da dimostrare – legato alla diffusione della variante inglese di Sars-CoV-2, più trasmissibile.

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Covid, reazioni allergiche: Polietilenglicole (Peg) sotto sorveglianza. “Usato in dentifricio e shampoo ma prima volta in un vaccino”

Le reazioni allergiche possono rappresentare un problema dei nuovi vaccini anti-Covid a base di Rna, quelli prodotti dalla Pfizer-Biontech e da Moderna. Anche se i dati che abbiamo in nostro possesso sono ancora pochi, le reazioni allergiche sembrano essere più frequenti di quelle che possono scatenare un qualsiasi altro vaccino. “Se con un qualsiasi vaccino il rischio anafilassi è pari a circa 1 caso su un milione, il vaccino della Pfizer-BioTech sembra avere un tasso di incidenza maggiore”, dice Gianenrico Senna, presidente della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic). “Almeno stando ai dati iniziali: negli Usa sono state registrate 11,1 reazione anafilattiche per un milione, mentre in Italia su circa 250mila vaccinati si è registrato 1 caso di anafilassi”, aggiunge, precisando comunque che si tratta di dati ancora preliminari che non consentono di trarre conclusioni definitive. Quello che però sappiamo è che le reazione allergiche al vaccino continuano a essere molto rare e, con un’adeguata organizzazione, possono essere gestite serenamente.

I benefici della vaccinazione superano quindi di gran lunga i rischi, per il momento molto bassi, di reazioni avverse. La Siaaic rassicura il popolo degli allergici, sottolineando che possono sottoporsi tranquillamente al vaccino anche coloro che sono gravemente allergici ad alimenti, al lattice, ai farmaci orali e ai veleni. Indicazione, questa, ribadita qualche giorno fa da un team di ricerca americano guidato da scienziati della Divisione di Reumatologia, Allergia e Immunologia del Massachusetts General Hospital, che hanno collaborato con i colleghi della prestigiosa Scuola di Medicina dell’Università di Harvard, del Brigham and Women’s Hospital, del Centro Medico dell’Università del Texas Sudoccidentale e della Scuola di Medicina dell’Università di Washington, in uno studio pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice. Gli scienziati sostengono infatti che “le reazioni allergiche ai vaccini sono rare, con un tasso di circa 1,3 per 1 milione di persone”, e ritengono “che le reazioni allergiche ai vaccini anti -Covid di Pfizer-BioNTech e Moderna avranno un tasso di insorgenza altrettanto basso”.

A destare preoccupazione è una sostanza in particolare, il polietilenglicole o Peg, contenuto nei vaccini a base di Rna. “Il Peg non è mai stato utilizzato in un vaccino approvato, ma si trova in alcuni farmaci che annoverano l’anafilassi tra i potenziali effetti collaterali rari”, dice Senna. Questa condizione provoca eruzioni cutanee, pressione sanguigna precipitosa, mancanza di respiro e battito cardiaco accelerato. Questo implica che alcuni pazienti precedentemente esposti alla sostanza potrebbero avere alti livelli di anticorpi contro il Peg, il che si traduce nel rischio di una reazione anafilattica. Ma i Peg sono utilizzati in prodotti di uso quotidiano, come dentifricio, shampoo, ammorbidenti, solventi e molti altri. Diversi esperti notano che la quantità di Peg nei vaccini a mRNA è decisamente inferiore rispetto alla maggior parte dei farmaci in cui è presente la sostanza. “Non sappiamo infatti in che modo il Peg può innescare reazioni allergiche e per questo sono attualmente in corso studi”, dice Senna. Così come sono allo studio test per individuare le persone allergiche al Peg. “I test stessi potrebbero essere pericolosi, per cui dobbiamo fare molta attenzione”, dice Senna.

Per vaccinarsi in completa sicurezza sarebbe bene attrezzarsi a ogni evenienza. “Dopo il vaccino bisogna rimanere sotto osservazione dai 15 ai 30 minuti”, raccomanda Senna. “In questo modo si possono intercettare tempestivamente i rari casi di anafilassi e intervenire subito con l’adrenalina”, aggiunge. Per cui non avrebbe alcun senso rifiutare la vaccinazione a priori. “Coloro che avessero dubbi dovrebbero rivolgersi a uno specialista”, suggerisce l’esperto. Le uniche persone a cui al momento è sconsigliata la vaccinazione rientrano in specifiche categorie. “È sconsigliata alle persone che hanno avuto pregresse reazioni allergiche ai vaccini; chi soffre di mastocitosi, malattia rara a rischio di anafilassi anche spontanee; e chi soffre di anafilassi idiopatica, una forma di anafilassi della quale non è possibile identificare una causa”, dice Senna. Per tutti gli altri – compresi gli allergici ad alcuni cibi o animali – via libera. “Ricordiamoci bene che le reazioni allergiche rimangono un’eventualità molto rara e, anche nei casi di reazioni gravi, si può prevenire il peggio con un’attenta organizzazione delle vaccinazioni”, conclude Senna.

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Immunità e varianti, due domande cruciali sul Covid-19

Quando e come finirà la pandemia di Covid-19 attualmente in corso? Le epidemie finiscono quando la popolazione raggiunge un certo livello di immunità a causa del vaccino o del contagio. Non è facile stimare esattamente il livello di immunità di popolazione necessario, perché alcuni fattori che concorrono a determinarlo non sono noti con certezza: ad esempio quanto sia ampia la variabilità genetica nella suscettibilità al contagio. Ciononostante la stima più o meno accettata nella comunità scientifica è che per fermare l’epidemia sia necessaria l’immunizzazione di almeno il 60% della popolazione.

Nel corso dell’epidemia sono stati sollevati dei dubbi sull’effettiva validità di questo tipo di stime per due ragioni: che l’immunità ottenuta attraverso la malattia o il vaccino sia di durata e intensità insufficiente a prevenire le reinfezioni (rare reinfezioni sono state documentate); e che le possibili mutazioni del virus possano rendere inutile l’immunità acquisita.

Entrambe questi possibili problemi sono stati però sopravvalutati, nel clima di panico generalizzato che si è diffuso intorno al Covid-19, quasi che questa fosse la prima o la peggiore pandemia che l’uomo ha affrontato nella sua storia. E’ stato praticamente dimenticato che l’influenza spagnola del 1918 ha registrato una letalità compresa tra il 5 e il 10%, dieci volte superiore a quella del Covid-19, o che la letalità del vaiolo ha oscillato in diverse epidemie tra il 2% e il 40%, o che il morbillo in popolazioni non immuni ha registrato letalità e mortalità fino al 25%, come accadde ad esempio nell’epidemia delle isole Fiji del 1875.

Due studi molto recenti danno indicazioni importanti. Il primo, pubblicato sulla rivista Science pochi giorni fa, misura la durata dell’immunità in malati guariti fino ad 8 mesi fa (ed essendo il Covid-19 una malattia di insorgenza recentissima è difficile andare più indietro nel tempo) e conferma che una valida immunità persiste per tutto il tempo considerato senza affievolirsi.

Gli autori non si sono limitati a studiare il calo nel tempo degli anticorpi specifici, già osservato e documentato, ma hanno misurato la persistenza nel tempo delle cellule della memoria immunitaria, i linfociti B e T specifici per il Covid-19, ed hanno dimostrato che le componenti della difesa immunitaria hanno variazioni temporali diverse e che i linfociti B specifici per il Covid-19 addirittura aumentano anziché diminuire nell’intervallo di tempo considerato.

Questo comportamento del nostro sistema immunitario non è inatteso: è invece più o meno comune nelle sue linee generali per qualsiasi malattia infettiva. Ad esempio nella pandemia di influenza del 2009 la letalità fu bassa perché gli anziani erano scarsamente colpiti dalla malattia e fu possibile dimostrare che questa selettività era dovuta all’immunizzazione da loro conseguita nel corso di epidemie influenzali precedenti, avvenute fino al 1960: la memoria immunitaria aveva resistito per oltre cinquant’anni!

Questa osservazione ci porta alla seconda domanda: in quale misura le mutazioni del virus possano vanificare o aggirare la memoria immunitaria. E’ ben noto che le epidemie annuali di influenza si verificano a causa delle mutazioni virali: ogni anno il ceppo virale prevalente è diverso da quello dell’anno precedente, contro il quale gran parte della popolazione si è immunizzata. Ciononostante, il virus influenzale dell’anno in corso e quello degli anni precedenti non sono così completamente diversi da vanificare completamente l’immunità di popolazione come accadde nel 2009, e si stima che in media in ogni epidemia annuale di influenza sia parzialmente immune più della metà della popolazione.

Uno studio attualmente in fase di pre-pubblicazione analizza le varianti genetiche del Covid-19 finora emerse e suggerisce che anche per questo virus si verifichi lo stesso fenomeno: ovvero la maggioranza delle varianti virali continua ad essere riconosciuta dagli stessi anticorpi e soltanto per una delle varianti finora emerse si osserva una riduzione molto significativa dell’immunizzazione.

In ultima analisi queste pubblicazioni confermano che la pandemia in corso si comporta come tutte le pandemie del passato, ed ha anzi una letalità inferiore a molte di quelle (attualmente stimata intorno allo 0,7% dei casi, con grande variabilità in relazione all’età media della popolazione colpita). La gravità della pandemia è data dalla novità del virus, a causa della quale l’intera popolazione è potenzialmente suscettibile, fatta salva la variabilità genetica nella risposta all’infezione. Gli anziani, che nel caso delle epidemie causate da virus già noti sono spesso parzialmente protetti, risultano completamente suscettibili al Covid-19 e quindi particolarmente a rischio a causa della ridotta riserva funzionale dei loro organi, fisiologica per l’età.

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Covid, “una paziente zero in Italia già nel novembre del 2019”. Lo studio dell’Università Statale di Milano

Che Sars Cov 2 circolasse in Italia bene prima che la Cina, il 31 dicembre 2019, comunicasse all’Oms che un virus sconosciuto provocava polmoniti molto gravi, ormai è un dato di fatto. Alcuni studi hanno confermato la presenza del coronovirus in Italia a novembre e dicembre e c’è l’ipotesi che possa essere arrivato in Italia addirittura a fine estate. Uno studio internazionale, coordinato da Raffaele Gianotti dell’Università Statale di Milano, ipotizza che risalga a novembre 2019 il primo caso documentato di presenza di Sars-CoV-2 in un essere umano”. Lo studio è stato pubblicato sul British Journal of Dermatology, la più prestigiosa rivista scientifica di dermatologia.

I ricercatori, analizzando le biopsie cutanee dell’autunno 2019, hanno scoperto il virus Sars-Cov-2 in una giovane paziente che presentava come unico sintomo una dermatosi a novembre 2019. La biopsia, risalente a novembre 2019 – riferisce una nota dell’Università – ha mostrato la presenza di sequenze geniche dell’Rna del virus Sars-CoV-2, identificato tramite due tecniche differenti su tessuto cutaneo: immunoistochimica e Rna-Fish. Metaforicamente sono state trovate “le impronte digitali” del Covid-19 nel tessuto cutaneo.

“Dopo aver studiato le manifestazioni cutanee in pazienti con Covid-19 dell’area milanese – spiega Raffaele Gianotti, dermatopatologo dell’Università di Milano e della Fondazione Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – ho riesaminato al microscopio le biopsie di malattie cutanee atipiche eseguite alla fine del 2019 in cui non era stato possibile effettuare una diagnosi ben precisa. Abbiamo cercato nel passato perché nei nostri lavori già pubblicati su riviste internazionali, abbiamo dimostrato che esistono, in questa pandemia, casi in cui l’unico segno di infezione da Covid-19 è quello di una patologia cutanea. Mi sono domandato se avessimo potuto trovare indizi della presenza della Sars-Cov-2 nella cute di pazienti con solo malattie della pelle prima dell’inizio della fase epidemica ufficialmente riconosciuta”.

“Nel caso della giovane donna è stato possibile dimostrare mediante indagini immunoistochimiche effettuate presso il nostro laboratorio la presenza di antigeni virali nelle ghiandole sudoripare” spiega Giovanni Fellegara, responsabile del Laboratorio di Anatomia Patologica del Centro Diagnostico Italiano commenta. Tale dato è stato poi confermato dal riscontro nelle stesse strutture di sequenze geniche dell’Rna virale identificato con la tecnica Rna-Fish effettuata presso l’Istituto Europeo di Oncologia.”Abbiamo dimostrato la presenza di sequenze virali SARS-CoV-2, anche quantitativamente scarse, sul preparato istologico del 2019 ed anche in sei pazienti del 2020 affetti solo da dermatosi ma senza sintomi sistemici da infezione Covid 19″ aggiunge Massimo Barberis, direttore dell’Unità Clinica di Diagnostica Istopatologica e Molecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia. La paziente, contattata a posteriori, ha riferito assenza di sintomi sistemici da infezione da Covid 19, la scomparsa delle lesioni cutanee dopo cinque mesi e la positività degli anticorpi anti Sars Cov 2 nel sangue periferico a giugno 2020. Sulla base dei dati presenti in letteratura mondiale questo è il più antico riscontro della presenza del virus SARS-CoV-2 in un essere umano.

Lo studio sul British Journal of Dermatology

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Tumore ovarico, ecco la “biopsia liquida” per pedinarlo e capirne l’evoluzione

La ricerca non ferma la sua battaglia contro il cancro. E nonostante la pandemia piccoli e a volte grandi passi messi a segno. Come quello di “pedinare” letteralmente un tumore come quello ovarico, per seguirne l’evoluzione, ottenendo in ogni momento informazioni molecolari dettagliate. Il tutto non con mezzi invasivi, ma con un semplice prelievo del sangue. È l’impresa messa a segno da un team di scienziati italiani e si chiama “biopsia liquida”. Un risultato ottenuto grazie al sequenziamento del Dna presente nel sangue per intercettare le tracce della presenza tumorale, identificare prima le recidive, e verificare la risposta alle terapie.

Lo studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica americana Clinical Cancer Research, è stato condotto da ricercatori del Dipartimento di oncologia dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, guidato da Maurizio D’Incalci, in collaborazione con i medici dell’ospedale San Gerardo di Monza (Università di Milano Bicocca), e i ricercatori dell’università di Padova e dell’Harvard Medical School di Boston.

“Il tumore epiteliale maligno dell’ovaio – spiega D’Incalci – è una patologia molto complessa caratterizzata da una forte instabilità del proprio genoma. A oggi sono disponibili molte informazioni sulle caratteristiche molecolari della malattia all’esordio, mentre sappiamo poco o nulla sulle caratteristiche della malattia al momento della recidiva, quando diventa progressivamente resistente alla terapia farmacologica. La biopsia liquida basata sulla misura del Dna tumorale circolante nel sangue ci permette invece di seguire l’andamento della malattia e la risposta alle terapie. La metodica permette di anticipare la diagnosi di recidiva di molti mesi rispetto ai metodi standard, come la misura del CA-125 o gli esami radiologici e, quindi, oltre al vantaggio di non essere invasivo, risulta molto più sensibile”.

Lo studio è stato reso possibile grazie al finanziamento della Fondazione Alessandra Bono Onlus e di Airc. I tumori dell’ovaio, illustra D’Incalci, “sono molto eterogenei, ma nella maggioranza di essi esistono delle alterazioni cromosomiche che permettono di distinguere il Dna delle cellule tumorali da quello delle cellule normali”. Queste ricerche, precisa Sergio Marchini, che guida l’Unità di genomica traslazionale dell’Istituto Mario Negri, “sono state possibili grazie allo sviluppo di nuove tecnologie per il sequenziamento del Dna e all’utilizzo di sofisticati algoritmi di analisi bioinformatiche messi a punto dall’Unità che dirigo, che permettono di riconoscere le tracce del Dna tumorale presente nel sangue con una elevatissima sensibilità”.

La ricerca è il frutto della collaborazione e dell’integrazione di competenze di molti giovani biologi, patologi, bioingegneri, informatici e oncologi ginecologi. Molti giovani medici specializzandi, guidati da Robert Fruscio e Fabio Landoni dell’università Bicocca e ospedale San Gerardo di Monza, hanno partecipato “con entusiasmo” alla ricerca, dice il team. “Grazie all’alta sensibilità e riproducibilità della metodica – sostiene Marchini – sarà anche possibile decidere se fare o meno una terapia medica in quei casi di tumori diagnosticati in fasi iniziali che permettono una rimozione apparentemente completa del tumore”. “Abbiamo già avuto la richiesta di collaborazione da alcuni centri oncologici italiani ed esteri – conclude D’Incalci – per applicare questa metodica in pazienti con tumori ovarici e questo ci consentirà di verificare su ampie casistiche l’impatto dell’applicazione della biopsia liquida sull’efficacia dei trattamenti in pazienti con tumori ovarici”.

L’abstract dello studio

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Vaccino, “non basta dire ‘partiamo dagli anziani’. Per ridurre i casi si stia pronti a passare ai giovani”. C’è un modello matematico che fissa le priorità

Le risorse limitate vanno razionate e così sarà per i vaccini, almeno per tutta la prima metà del 2021. Sono in arrivo in Italia a partire dal 27 dicembre come nel resto d’Europa, ma non subito per tutti, anche per motivi logistici. Scegliere la strategia per la campagna vaccinale, dunque, non è scontato né privo di conseguenze. Partendo dagli anziani – è il criterio dell’Italia come di altri paesi Ue – si punta a contenere innanzitutto la mortalità. Se immunizziamo i giovani e le fasce intermedie della popolazione con un vaccino che riduce la capacità di infettare avremo invece una minore diffusione del virus. È bene chiarirlo: non si può avere tutto.

La buona notizia è che una mediazione tra i due obiettivi è da oggi possibile, grazie allo studio di alcuni scienziati italiani che hanno elaborato un modello matematico in grado di valutare il criterio di distribuzione dei vaccini, di prevederne le conseguenze e di ottimizzarne l’efficacia. Opportunità preziosa, soprattutto se la campagna vaccinale di massa dovesse coincidere con la terza ondata, dove ancora una volta, per limitare i decessi sarà fondamentale anche contenere i contagi. Ma c’è un ma: i modelli vanno implementati con i dati che siamo capaci di raccogliere. “Le percentuali dell’app Immuni restano basse e anche il numero dei tamponi cala invece di aumentare”, avverte Giovanni Sebastiani, matematico del CNR tra gli autori dello studio.

Le prime dosi di vaccino toccheranno al personale degli ospedali e alle case di riposo, ospiti compresi. Poi a chi svolge servizi essenziali, dalle forze dell’ordine alla scuola, dal trasporto pubblico alle carceri. Solo allora inizierà la vera e propria campagna vaccinale di massa. Quando? Presto per dirlo. Non fissa una data nemmeno il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri: “Non lo sappiamo, forse entro il primo trimestre del 2021”, ha dichiarato pochi giorni fa, quando ancora non sapevamo del ritardo dei vaccini Sanofi: quaranta milioni di dosi, un quinto dei vaccini previsti per quest’anno, slittate al 2022. Quello che invece conosciamo è il criterio scelto per distribuirli alla popolazione: “Partiremo dagli 11 milioni di italiani che hanno più di sessant’anni, a cominciare dai più anziani in giù”, ha spiegato Arcuri, declinando le prime linee guida approvate dal Parlamento lo scorso 2 dicembre. Una strategia tutta da implementare, scrive lo stesso ministero della Salute, in attesa di testare sul campo l’efficacia dei vaccini.

Il confronto con gli altri paesi aiuta a farsi un’idea dei possibili sviluppi. “Si prevede di iniziare dalle case di cura e dagli ultraottantenni, a partire dal 27 dicembre”, ha annunciato il ministro federale della Sanità tedesca, Jens Spahn, nel presentare un piano vaccinale che divide la popolazione in quattro categorie di priorità. Al netto di Rsa, sanitari e malati a rischio, chi ha più di ottant’anni appartiene alla prima, chi più di 70 alla seconda, mentre nella terza troviamo persone di età diversa selezionate per patologie pregresse o particolari attività professionali. Tutti gli under 60 che non presentano condizioni particolari rientrano nella quarta categoria. Il Regno Unito, già partito con il vaccino Pfizer-Biontech, ha diviso in nove gruppi di priorità un quarto della popolazione, quello più anziano e a rischio. E così in Francia, dove in testa al piano vaccinale ci sono gli over 75 e gli over 65 con altre patologie a rischio, e la vaccinazione su larga scala è prevista tra i mesi di aprile e giugno.

Tutti d’accordo, insomma. Ma è la soluzione migliore? “Dipende da molti fattori, anche da come evolve l’epidemia, dalla fase in cui ci troviamo”, ragiona Giovanni Sebastiani, matematico del CNR all’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘Mauro Picone’ e autore di uno studio sulla distribuzione dei vaccini insieme a Giorgio Palù, virologo dell’università di Padova e neopresidente di Aifa, Agenzia italiana del farmaco. Appena pubblicato online dalla rivista internazionale ‘Vaccines, lo studio ha utilizzato i dati raccolti dal Veneto nella prima ondata e messo a punto un modello matematico. “Un piano vaccinale è una scelta politica”, premette Sebastiani. “Il nostro algoritmo offre al decisore la possibilità di ottimizzare quella scelta”. Proviamo a spiegare: “Una volta definito il criterio, come ad esempio la priorità agli anziani per ridurre la mortalità, il modello mi indicherà il migliore equilibrio rispetto alle altre esigenze, come quella di ridurre la diffusione, che rimane legata a fasce più giovani, in età da lavoro e socialmente attive”. Insomma, non basta dire “partiamo dai più anziani”. Non se l’obiettivo è quello di operare scelte coerenti con i dati epidemici a nostra disposizione, l’unica possibilità di limitare i rischi.

Sebastiani riparte dal confronto tra gli ultimi sessanta giorni e i due mesi centrali del lockdown di primavera, dall’8 marzo al 6 maggio. Il numero di morti è identico: 29.430 i decessi per la seconda ondata, 29.451 per la prima. “Appena 21 morti in meno, possiamo dire di essere migliorati nella lotta al virus?”, si domanda Sebastiani. Meglio di una risposta è farsi altre domande: quali anziani vaccinare per primi? A quali patologie a rischio connettere la priorità? Quale strategia ci permette di sgravare maggiormente le strutture ospedaliere? Quale di massimizzare contemporaneamente e per quanto possibile il contenimento dei contagi? Le risposte può darle il modello elaborato, già online e a disposizione di chi vorrà programmarlo e implementarlo. “Inserendo i dati, a partire da quelli epidemiologici, il decisore può interrogare il modello in base al criterio prescelto”. Adottare quello che il ricercatore del CNR definisce “approccio quantitativo” significa essere pronti a ricalibrare la strategia a seconda del momento.

Un’ipotesi che l’esecutivo mette in conto. “L’Italia si trova nella fase di trasmissione sostenuta, per cui le indicazioni iniziali sono riferite a tale situazione epidemiologica”, si legge nel piano strategico del governo, che per ora si concentra sulla “riduzione diretta della morbilità e della mortalità, nonché sul mantenimento dei servizi essenziali più critici”. Ma subito dopo precisa: “Qualora uno o più vaccini si mostrino in grado di prevenire l’infezione, si focalizzerà l’attenzione anche sulla riduzione della trasmissione, al fine di ridurre ulteriormente il carico di malattia e le conseguenze sociali ed economiche”. Una sfida che rimette al centro la nostra scarsa capacità di raccolta e utilizzo dei dati epidemiologici. Ben lontani dalle decine di milioni di download che ne avrebbero determinato l’efficacia, la app Immuni ha faticato a raggiungere i dieci milioni di utenti. Intanto cala anche il numero dei tamponi, passati da una media di 215mila al giorno nella settimana tra il 12 e il 18 novembre ai 155mila della seconda settimana di dicembre. “Dobbiamo riprendere il controllo del tracciamento aumentando il numero di tamponi, testando periodicamente a campione classi di soggetti a grande rischio di contagio”, sostiene Sebastiani. “Insieme all’uso dei dispositivi di protezione e a tempestivi ma più sostenibili lockdown intermittenti, dove 7-10 giorni di misure strette sono intervallati da 2-3 mesi di rilascio significativo, il tracciamento sarà il migliore alleato di un’efficace campagna vaccinale”

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Covid, in Usa la sperimentazione con le cellule staminali: “I pazienti in terapia intensiva che lo hanno ricevuto sono sopravvissuti”

Potrebbero arrivare anche le cellule staminali, insieme a vaccini e anticorpi monoclonali, a rinforzare il fronte contro il Covid. La sperimentazione condotta ha ottenuto “risultati sorprendenti, nessuno studio finora ha ottenuto risultati di efficacia vicini al 100% come il nostro” sostiene Camillo Ricordi – direttore del Diabetes Research Institute di Miami, il più importante centro medico per la cura del diabete degli States – che illustra il suo lavoro. “Per la valutazione integrale del lavoro mancavano alcuni dati (meccanicisti), che abbiamo inviato, e da alcuni giorni sono stati confermati e approvati per la pubblicazione (peer review) in una delle riviste più autorevoli al mondo: Stem Cell Translational Medicine. Questi ultimi dati avallano “le nostre teorie su come queste cellule staminali possano fermare la progressione della reazione infiammatoria immune aberrante”. Con li suo team, il professor Ricordi, ha trattato una coorte di 24 pazienti Covid 19 in stato severo, in terapia intensiva.

La vostra sperimentazione su cellule staminali (mesenchimali del cordone ombelicale) che risultati ha dato?
I risultati sono stati sorprendenti perché in questo trial randomizzato in doppio cieco, (dove né i medici né i pazienti sanno se ricevono una soluzione di trattamento con staminali o un placebo), la sperimentazione ha dimostrato che i pazienti che hanno ricevuto le cellule staminali sono sopravvissuti tutti: abbiamo registrato un successo sul 100% dei pazienti sotto gli 85 anni. Il trattamento è molto semplice, consiste in due infusioni in vena a distanza di 72 ore una dall’altra. Sono infusioni in vena che portano queste cellule direttamente ai polmoni dove possono esercitare la loro azione antinfiammatoria e immuno-regolatrice contro la tempesta infiammatoria delle citochine.

Quali sono stati i tempi di recupero dei pazienti?
Il miglioramento si vede dopo 6 giorni dalla prima infusione. La differenza con il gruppo di controllo è notevole, più del 50% dei pazienti sono deceduti. Nel gruppo trattato con staminali la guarigione è avvenuta entro due settimane, mentre nel gruppo di “controllo” (placebo) la maggioranza dei pazienti sopravvissuti non erano ancora guariti a un mese dall’inizio del trial.

Esiste un modo per avere accesso alle staminali in tempi celeri, per uso d’emergenza (compassionevole o per sperimentazioni)?
Aifa potrebbe chiedere, anche a noi, delle dosi da utilizzare per i pazienti gravi. Noi abbiamo chiuso la fase in cui dimostriamo la “sicurezza”, non ci sono stati effetti avversi, inoltre sull’efficacia i numeri parlano da soli abbiamo avuto praticamente il 100% di efficacia, parliamo di effetti concreti non effetti marginali come per altri farmaci come il desametasone, dove si è dovuta ampliare la corte a centinaia di pazienti per vedere un risultato marginale.

Il vostro trial è stato efficace su una coorte di pazienti in fase avanzata, ma quale sarebbe il momento ideale per la somministrazione?
I nostri erano pazienti con Covid 19 severi, in fase avanzata. Il momento ideale per la somministrazione è quello che precede l’acuirsi della malattia, prima che i pazienti si aggravino in terapia intensiva. La nostra era una terapia sperimentale quindi c’è stato chiesto di testarla su pazienti critici, dove era stato provato di tutto ed erano fallite le altre terapie.

Questo trattamento è fattibile in tutte le strutture ospedaliere?
Questo è un trattamento fattibile in tutte le strutture ospedaliere. Noi, abbiamo distribuito dosi di cellule staminali, per uso compassionevole, in altri ospedali. Spedivamo dosi pronte per essere infuse.

Ci sono strutture in Italia che potrebbero produrre cellule staminali in autonomia? Che tempi ci vogliono per produrre dosi da un singolo cordone?
Strutture come il Bambino Gesù potrebbero avere i mezzi anche per produrre staminali in proprio. Per i tempi, in 3 settimane si possono produrre in bio-reattori anche 1.000 dosi, se poi hai 3 bio-reattori, i numeri aumentano.

È un trattamento costoso?
Il trattamento non è assolutamente costoso, noi lo stiamo facendo come attività no profit, disturbiamo le dosi a titolo gratuito nei centri Usa, ma abbiamo distribuito il protocollo anche in altri centri di tutto il mondo. Il protocollo è disponibile Open Access per tutti quelli che lo vogliono riprodurre, e offriamo assistenza per insegnare e spiegare come effettuare queste infusioni. È molto semplice e poco costoso perché da un cordone ombelicale di un bambino nato sano si possono moltiplicare le cellule grazie a sistemi di coltura che permettono di generare dosi sufficienti a trattare più di diecimila pazienti, da un singolo cordone ombelicale. Poi, ci sono anche dei centri privati in cui sta sperimentando e questi potrebbero commercializzare a costi alti, anche 15mila euro a dose.

Contate di ampliare la corte di pazienti coinvolti, nel prossimo trial?
Sì, stiamo espandendo il trial a 120 persone.

Anche in Italia, alcuni centri hanno chiesto la possibilità di usare questo protocollo, probabilmente da gennaio partirà la sperimentazione?
Negli Usa ci sono voluti otto giorni per l’autorizzazione del trial. In Italia, Massimo Dominici docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha sottoposto il protocollo ad Aifa il 28 maggio, è stato approvato il 20 ottobre, ma manca ultima passaggio conclusivo al Comitato Etico dello Spallanzani dopo il quale potranno partire già i protocolli su 400 persone. In questi casi dovrebbero attivarsi con una procedura d’urgenza “emergency approval”.

Nel mondo ci sono sperimentazioni, in altri centri di ricerca, che hanno raccolto il vostro lavoro e strutturato trial? Che risultati hanno ottenuto?
Nel mondo ci sono diversi centri che hanno adottato strategie simili a noi, come in Cina, Israele e Australia. Il nostro è l’unico trial accademico non a scopo di profitto, mentre tutti gli altri di cui sono a conoscenza sono commerciali, sostenuti da case farmaceutiche o bio-technology company che stanno portando avanti strategie che probabilmente costeranno molto di più (15mila euro a dose appunto), ci sono grossi interessi di ritorno dall’uso di queste cellule.

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Aggiungerei la cosa su cui ci stiamo concentrando ora, che è ugualmente importante, è come se da una parte trattiamo i casi più gravi con queste cellule staminali dall’altra ci stiamo impegnando in un nuovo progetto, in collaborazione con centri italiani, da Tor Vergata, La Sapienza, San Raffaele di Roma e Iss per studiare combinazioni di fattori protettivi naturali. Ci sono stati screening di big-data su più di 687 milioni di sostanze che possono interferire con Covid 19 e stanno emergendo dei dati molto interessanti, non solo su vitamina D, Omega 3, ma anche su polifenoli attivatori delle sirtuine come la polidatina, sostanze che magari tradizionalmente erano state proposte per prevenire malattie croniche degenerative legate all’età o malattie autoimmuni, ma che ora si stanno dimostrando potenzialmente efficaci anche contro il Covid19, potendo attenuare l’evoluzione severa della malattia.

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Ecco chi sono i dieci personaggi scientifici dell’anno per Nature (e non si parla solo di Covid)

La pandemia causata da un virus sconosciuto fino a poco più di un anno ha condizionato il lavoro di scienziati e ricercatori e non solo. Ed è quindi ovvio che tra i personaggi scientifici dell’anno ci siano i nomi che ormai conosciamo tutti. Dall’immunologo americano Anthony Fauci al direttore dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha guidato le nazioni nel rispondere a questa nuova minaccia, pur tra forti critiche. Poi l’epidemiologa cinese Li Lanjuan, che ha riconosciuto la minaccia del focolaio di Wuhan e convinto il governo a imporre il lockdown prima delle vacanze del capodanno cinese.

Il virologo uruguayano Gonzalo Moratorio ha invece sviluppato test diagnostici per il virus, che hanno aiutato il suo paese ad evitare molti casi e morti. Nella corsa al vaccino, Nature ha scelto Kathrin Jansen della Pfizer, che è riuscita a portarlo con successo ai test clinici nel tempo record di 210 giorni. C’è poi il virologo cinese Zhang Yongzhen, che ha determinato la sequenza di Rna del virus mettendo subito a disposizione queste informazioni.

Tra i leader politici, Nature sceglie la premier neozelandese, Jacinda Ardern, che con provvedimenti rapidi e decisivi ha mantenuto il suo paese relativamente al sicuro. Non tutti i personaggi scelti sono collegati alla pandemia, come la cosmologa americana Chanda Prescod-Weinstein, che ha fatto scattare lo sciopero della scienza per il razzismo contro i neri nelle istituzioni scientifiche. E poi la ricercatrice indonesiana Adi Utarini, che ha coordinato una sperimentazione pionieristica per combattere la dengue con zanzare allevate per bloccare la trasmissione del virus, e la tedesca Verena Mohaupt, capo logistica della missione internazionale nell’Artico, che ha tenuto al sicuro 300 ricercatori da orsi polari e freddo per un anno.

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Covid, chi sono i long-haulers: infettati non ospedalizzati che non riescono a guarire. Le ipotesi per migliorare le loro condizioni

La pandemia da Covid sta generando anche un’altra categoria di pazienti, quelli che vengono chiamati long-haulers, ovvero coloro che dopo 8 o 9 mesi dall’infezione iniziale (spesso lieve o moderata, in poche parole in ospedale non sono mai stati ricoverati e l’hanno superata a casa) non riescono ancora a guarire. “È importante comprendere che in questa definizione “non” rientrano coloro che sono stati dimessi dopo settimane o mesi di rianimazione e che hanno avuto danni in vari organi dal cytokine storm del Covid”, precisa Alessandro Santin, responsabile del team di ricerca dello Smilow Cancer Center e direttore del dipartimento di oncologia di Yale School of Medicine.

Non è comune sentir parlare della sindrome dei long-haulers
Tra i problemi post-Covid questo non ha ancora avuto sufficiente esposizione mediatica, la maggioranza delle persone inclusi i medici a cui si rivolgono per consigli ne sanno pochissimo

Cosa comporta?
Rimangono incapacitati dato che la maggioranza non respira più bene (SOB) e non può quindi più tornare a lavorare o a fare qualsiasi tipo di attività fisica/sport e in aggiunta presentano una serie di altri sintomi cronici come costanti dolori al petto e al cuore, sintomi intestinali, mal di testa, incapacità a concentrarsi, perdita di memoria, tachicardia passando da sdraiati a seduti per descrivertene solo alcuni

Chi è soggetto a questa sindrome aveva altre malattie concomitanti?
La stragrande maggioranza erano perfettamente sani senza malattie prima di infettarsi. Adesso sappiamo è che il virus persiste nei Covid long-haulers come si può leggere nello studio della Rockefeller University dove si dimostra che il Covid rimane vivo e infettivo dopo oltre sei mesi nell’intestino del 50% dei long-haulers.

Cosa spiega questo fenomeno?
Sulla base dello studio citato riteniamo che il virus riesca a persistere in piccole quantità nascondendosi in alcuni organi nel corpo dei long-haulers (che “non” sono comunque normalmente infettivi) ma il sistema immunitario continua a percepirne la presenza e in particolare le mast cells (mastociti, o mastcellule, sono cellule immunitarie, ndr) e i macrofagi (cellule del sistema immunitario) continuano a secernere non più una “tempesta di citochine” ma una “pioggia di citochine”che sono segno di infiammazione cronica persistente e che causano i sintomi debilitanti e l’incapacità a guarire. Non solo, ma confermando i casi della Rockefeller circa la permanenza di virus vitale, in alcuni di questi soggetti l’infezione parzialmente sotto controllo per mesi può riattivarsi in caso di immunocompromissione. Esistono infatti casi pubblicati di pazienti long-haulers che dopo mesi dall’infezione acuta e multipli tamponi negativi a causa di altre patologie (cancro) e delle conseguenti cure che possono portare a immunocompromissione, il virus si “riattiva” e causa una acutizzazione della sua virulenza e un aggravamento importante della malattia.

Qual è la scoperta più importante in questo campo, come si può trattare la patologia?
Una delle scoperte più importanti è a mio avviso quella di Larry Afrin esperto di mast cells (mastociti, ndr) e altri ematologi con cui collaboro che sembrano avere finalmente almeno parzialmente capito come mai i long-haulers non riescono più a guarire e sulla base di questa scoperta/ipotesi stanno trattando con successo decine di pazienti long haulers con una serie di farmaci venduti in America senza necessità di ricetta medica (vedi anti-istaminici H1/H2 come Pepcid/famotidina e Zyrtec/cetirizina per citartene solo alcuni che come l’aspirina sono super economici e potenzialmente sicuri, in aggiunta a supplementi di vitamina D e C).

Come funziona questo trattamento?
Questi trattamenti di cui pochi long haulers (e aggiungo pochi medici) sono al momento a conoscenza sembrano migliorare drasticamente la qualità della vita dato che riducono la sintomatologia (causata dalla pioggia di citochine) e possono far tornare ad una vita quasi normale. Questi farmaci sono normalmente utilizzati con successo nei pazienti con “mast cells activation syndrome” (MCAS). Per inciso, le mast cells sono potentissime cellule del sistema immunitario con funzione di sentinella che contengono centinaia di mediatori di infiammazione (istamina, citochine, chemokine, etc), che sono i mediatori di infiammazione alla base sia della “tempesta” (forma severa di Covid) o “pioggia” di citochine (per i long-haulers) pronte ad essere rilasciate durante l’infezione.

I medici ignorano questa patologia dei long-haulers?
Sfortunatamente, al momento, la risposta è sì. La maggioranza dei medici ignora quasi completamente la patologia dei long haulers e la sindrome MCAS. Infatti, questi malati Covid cronici vengono etichettati come persone ipocondriache o ansiose a cui vengono prescritti ansiolitici e riferiti allo psichiatra. Sulla base di questa situazione esistono adesso associazioni via Internet (Body Politic, etc) di long-haulers che contano centinaia di migliaia di componenti (la maggioranza dei quali in Usa si è ammalata in febbraio/marzo). Divulgare questa realtà può aiutare enormemente queste persone (un numero già importante anche in Italia) e anche i loro medici (al momento in generale all’oscuro e impossibilitati di aiutarli con consigli e/o farmaci adatti).

Ci sono altre sindromi post Covid?
La Multisystem Inflammatory Syndrome diagnosticata sempre di più sia nei bambini (MIS-C) che negli adulti (MIS-A), la maggioranza dei quali è giovane e sana (senza alcuna comorbidità prima dell’infezione). Questa sindrome causa febbre (nella maggioranza ma non tutti i bambini e/o adulti) ed un’infiammazione sistemica nel corpo che può portare a danni permanenti in vari organi (cervello, polmoni, cuore, fegato e reni) e che può essere mortale se non identificata precocemente dai medici

Cosa può succedere con la seconda reinfezione dopo che la prima è stata superata in modo lieve asintomatico?
Quello che sospettiamo è che molti di questi soggetti avevano già incontrato il Covid (pur non avendo prodotto anticorpi) dato che avevano superato l’infezione in forma asintomatica. Una volta infettati la malattia si manifesta in molti sotto forma di MIS-C and MIS-A in quanto il sistema immunitario è già stato sensibilizzato dalla prima infezione (e le mast cells attivate pochi mesi prima sono adesso ancora presenti in grandi quantità nei vari organi sede di infezione come polmoni, cuore, cervello, intestino, etc) ma non avendo questi soggetti durante la prima infezione prodotto una risposta immunitaria efficace e completa (che è basata normalmente sia su anticorpi neutralizzanti anti Spike 1 (S1) che linfociti T specifici), rimangono suscettibili all’infezione e adesso reagiscono in modo esagerato con il loro sistema immunitario.

In Italia quanti sono i long-haulers?
Stimiamo che fino al 10% (alcuni ricercatori sostengono fino al 30%) degli infettati in forma lieve/moderata in Italia (e nel mondo) possa appartenere a questa categoria. Considerando che il numero di casi confermati è già altissimo sia in Italia che nel mondo e che l’Oms stima che il numero di persone che hanno già incontrato il Covid sia in realtà circa 8-10 volte superiore al numero di casi confermati con tamponi, il numero di long-haulers è già astronomico.

Lo studio di Larry Afrin

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Dall’Aids al Covid, niente speculazioni: vaccini e farmaci devono essere accessibili a tutti

“Le case farmaceutiche stanno sfruttando la drammatica situazione sanitaria che esiste nei Paesi in via di sviluppo, come nel Sudafrica, per scaricare sulle medicine prezzi esorbitanti che vanno al di là della normale capacità di spesa dei governi e dei malati. Questo comportamento è totalmente sbagliato e deve essere condannato con ogni mezzo”.

Era il 19 aprile 2001 quando Nelson Mandela, presidente di un Paese devastato dall’Aids, pronunciò queste parole; quel giorno 39 multinazionali farmaceutiche ritirarono la causa contro il governo sudafricano accusato di non aver rispettato le regole sui brevetti stabiliti dagli accordi TRIPs dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), che prevedono la durata ventennale del copyright sui farmaci.

Oggi, a quasi vent’anni di distanza da quella parziale vittoria ottenuta da Mandela, il mondo si trova nella medesima situazione. Un’ altra pandemia ha già provocato quasi 1,5 milioni di morti, i farmaci disponibili sono ancora pochi e solo parzialmente efficaci, la ricerca sia per i farmaci che per i vaccini è completamente nelle mani delle multinazionali private che potranno stabilire unilateralmente i prezzi.

L’appello lanciato da India e Sudafrica all’Omc affinché i farmaci e i vaccini che diventeranno disponibili contro il Covid non siano brevettati, pur prevedendo un adeguato risarcimento per i produttori, non è stato sostenuto dall’Unione Europea, né da alcun’altra potenza mondiale ed è rimasto inascoltato. I Paesi europei e gli Usa hanno preferito correre alla coorte di Big Pharma e stanziare enormi cifre di denaro pubblico per prenotare, in concorrenza l’uno con l’altro, il maggior numero di dosi di vaccino possibile.

Quando i farmaci e/o i vaccini arriveranno, noi faremo la coda per pagare prezzi altissimi pur avendo contribuito a finanziare la ricerca; altri miliardi di persone nel sud del mondo resteranno senza medicine e vaccini, mentre poche centinaia di persone moltiplicheranno i loro patrimoni miliardari dopo aver giocato sulla nostra vita nel mercato finanziario.

“Diritto alla cura – Right2cure” è il nome dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) che una decina di ricercatori e attivisti di differenti Paesi dell’Unione Europea, tra i quali il sottoscritto, hanno lanciato il 30 novembre, alla vigilia del 1° dicembre – giornata mondiale di lotta all’Aids – proprio per stabilire un ponte ideale con le lotte sostenute in tutto il mondo per l’accesso alle terapie contro l’Hiv.

L’Ice è uno strumento istituzionale dell’Unione Europea, entrato in vigore dal 1° aprile 2012, che dà la possibilità ai cittadini di esprimere con maggior forza la propria opinione; raccogliendo un milione di firme nei Paesi dell’Ue, i firmatari impegnano la Commissione europea a presentare una proposta finalizzata a modificare delle norme in vigore e/o a introdurne di nuove.

“Non dovrebbe esserci alcun utile sulle pandemie. Vogliamo un vaccino e un trattamento per tutti, perché di fronte a una pandemia tutti hanno diritto a una cura. Una minaccia collettiva richiede una risposta collettiva… I diritti di proprietà intellettuale, come i brevetti, non dovrebbero limitare il rapido accesso a vaccini e trattamenti per tutti”.

Così recita il testo che abbiamo consegnato alla Commissione per lanciare la raccolta di firme; l’obiettivo è chiaro: “Vogliamo garantire che l’accesso alla diagnostica, alle terapie e ai vaccini correlati a Covid-19 non venga ostacolato da diritti di proprietà intellettuale o analoghe indebite restrizioni. Le grandi aziende farmaceutiche non devono trarre profitto da questa pandemia a scapito della salute delle persone”.

Non chiediamo l’impossibile e nemmeno qualcosa di completamente nuovo, ad esempio il dottor Jonas Salk ha collocato il suo vaccino antipolio sul mercato senza alcun brevetto, un bene pubblico mondiale, liberamente accessibile a tutti. L’Ue deve anteporre la salute pubblica al profitto privato; può farlo con provvedimenti destinati a ridurre e a modificare l’impatto dei brevetti sia all’interno all’Unione, sia nei rapporti commerciali tra l’Ue e gli altri Paesi, sia impegnandosi nel Omc a modificare gli accordi TRIPs.

La campagna si realizza per via telematica, l’obiettivo è la raccolta di un milione di firme in tutta l’Unione, le regole prevedono che questo debba avvenire entro un anno.

Ho chiesto a personalità del mondo scientifico e della società civile attive nella difesa dei diritti umani e nella tutela della salute di formare un comitato promotore che inviti tutte le associazioni, le forze sociali e ogni realtà collettiva a sostenere questa iniziativa aderendo ad un costituendo comitato nazionale per il diritto alla cura. I componenti del comitato promotore oltre al sottoscritto, firmatario dell’Ice presso la Commissione europea – sono: Silvio Garattini, Gino Strada, don Luigi Ciotti, Maria Bonafede, Riccardo Petrella e Raffaella Bolini, Monica Di Sisto, Roberto Morea e Marco Bersani, attivisti impegnati in molteplici campagne in difesa dei diritti.
Invitato internazionale d’onore: Franco Cavalli, oncologo, già presidente dell’Unione internazionale contro il cancro, Svizzera.

La speranza è quella non solo di riuscire a raggiungere il milione di firme, ma anche di raggiungere tale obiettivo in un tempo inferiore a quello istituzionalmente previsto.

Qui per firmare

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