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Papilloma virus, test per auto-prelievo non invasivo messo a punto da ricercatori italiani

Il test del Papilloma virus oggi non è più invasivo e si compra in farmacia. Si chiama Ladymed ed è lo strumento che permette alle donne di effettuare un auto-prelievo, inviarlo ad una struttura altamente qualificata e ricevere su una piattaforma digitale risultati rapidi. Ma anche molto più accurati, grazie alla genotipizzazione che identifica in maniera precisa il ceppo del virus presente nell’infezione.

L’ha messo a punto un team di giovani ricercatori, tutti under 35, guidato da Bruna Marini e Rudy Ippodrino. Ex studenti del corso di perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa, nel 2015 hanno creato la startup Ulisse BioMed nell’Area Science Park di Trieste. Qui il kit è stato sviluppato, ha ottenuto la validazione clinica collaborando con il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste e il Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma, e da pochi giorni è in commercio.

Oltre ad essere il primo kit per il Papilloma acquistabile in farmacia, Ladymed è anche il primo test di genotipizzazione su campioni autoprelevati di muco vaginale. Alcuni ceppi del virus HPV sono più aggressivi di altri e avere informazioni sul genotipo presente nell’infezione è di estremo interesse “sia per il ginecologo sia a livello epidemiologico. La raccolta di questi dati permetterà di fare passi avanti anche nello sviluppo di nuovi vaccini. L’unione della diagnostica e della vaccinazione è la modalità più efficace di prevenire il tumore alla cervice uterina”, spiega la dottoressa Bruna Marini, insieme a Ippodrino sviluppatrice del kit e co-founder di Ulisse BioMed.

Come funziona – Ladymed è un kit costituito da un tampone sterile per l’auto-prelievo e si acquista in farmacia oppure online. Dopo essersi registrata sulla piattaforma digitale, ogni donna può spedire il proprio tampone al Campus Biomedico di Roma. Qui viene analizzato con la chimica innovativa brevettata dal team di Ulisse BioMed con cui si genotipizza il virus. L’analisi con i risultati poi viene caricata sulla piattaforma e ciascuna potrà consultarlo e portarlo a proprio medico.

Il Papilloma Virus – È uno dei virus più diffusi nell’uomo. Esistono circa 120 tipi e 14 sono causa di tumore. Il più frequente è il carcinoma del collo dell’utero. “Circa una donna 1 su 10 ha infezioni di HPV attive – continua Marini – . La maggior parte delle pazienti riesce a debellarle ma in altre invece l’infezione prosegue e può diventare pericolosa”. In Italia ogni anno si stimano oltre 2000 casi di tumore alla cervice. “Grazie all’ottimo servizio di screening, si riesce ad intervenire prima che insorga il tumore vero e proprio e la donna si salva ma i dati legati alla mortalità sono importanti. Secondo l’Istat, nel 2015 i decessi per tumore alla cervice erano 435 l’anno solo in Italia. Stando ai dati dello IARC, a livello mondiale nel 2018 se il tumore viene rilevato ad uno stadio molto precoce si ha una sopravvivenza del 92%, se invece viene scoperto tardi, la sopravvivenza è appena del 17%”.

La situazione in Italia – Il quadro sanitario del Papilloma virus (Hpv) dice che l’80% delle donne italiane fra i 25 e i 64 anni si sottopone a scopo preventivo allo screening cervicale. Secondo i dati 2015-2018 del portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, la media nazionale delle donne che effettua lo screening “organizzato” dalle Asl, quello pubblico e gratuito, è il 46.8% mentre il 32% fa prevenzione per iniziativa personale (in privato). “La situazione è delicata. Più o meno 1 donna su 2 non si tutela con lo screening pubblico. Noi non vogliamo sostituirlo, è di elevatissima qualità, ma sfortunatamente è chiaro che non riesce a raggiungere tutte le donne. Con Ladymed vogliamo offrire uno strumento in più per aumentare e migliorare la prevenzione contro il Papilloma virus”. Tra le motivazioni del mancato accesso al test, un’alta percentuale di donne pensa di non averne bisogno (26%), altre dichiarano che nessuno l’avrebbe consigliato (10.4%) mentre il 14.5% dice dichiara di non effettuare nessun tipo di prevenzione per pigrizia. “Questo strumento – continua la dottoressa Marini – può aiutare a raggiungere donne che non fanno le analisi perché hanno paura del prelievo, perché si imbarazzano o perché non hanno avuto tempo di andare dal ginecologo. Tutte motivazioni che hanno delle percentuali di risposte alte”.

Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica

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Sbarco sulla Luna, Parmitano in orbita nel giorno dell’anniversario: “Voliamo per capire l’universo e arrivare fino a Marte”

“Sono una persona assolutamente normale, che ha avuto il privilegio di realizzare uno dei suoi sogni più particolari”. Come molti bambini, a 3-4 anni sognava già di fare l’astronauta, Luca Parmitano. E continua a sognare anche adesso, da adulto, mentre si prepara a tornare per la seconda volta in orbita, sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a circa 400 km di quota. Sogna la Luna nel suo futuro, AstroLuca, e invita a “usare la nostra immaginazione per andare anche oltre, verso Marte”. Oltre, come dice il nome stesso della sua missione, denominata Beyond. Il suo lancio è in programma il giorno in cui il mondo celebra i 50 anni del primo storico sbarco dell’uomo sulla Luna. Il 20 luglio Luca Parmitano e i due colleghi dell’equipaggio, l’americano Andrew Morgan e il russo Alexander Skvortsov, decollano infatti con il razzo russo Soyuz.

Siciliano di Paternò, in provincia di Catania, Luca Parmitano è astronauta dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e pilota sperimentale dell’Aeronautica militare italiana con il grado di Colonnello, promozione ricevuta i primi di luglio 2019. Dopo essere stato il primo italiano a compiere passeggiate spaziali, due nel 2013 con la missione Volare, sarà il primo italiano e il terzo astronauta dell’Esa al comando della Stazione spaziale, dall’inizio di ottobre 2019. Ilfattoquotidiano.it lo ha raggiunto al cosmodromo russo di Baikonur, in Kazakhstan, nel giorno in cui l’astronauta catanese ha iniziato la fase di isolamento completo, la quarantena, in vista del lancio della missione dell’Esa Beyond.

Cosa sognava da bambino?
Sognavo tantissime cose diverse. E lo facevo di volta in volta in modo differente, in base all’età. Sicuramente, il primo sogno è stato fare l’astronauta. Non ci sono dubbi. Me lo ricordo davvero bene. Ricordo il periodo, avevo 3-4 anni. Quando mi fu chiesto cosa avrei voluto fare da grande, risposi subito l’astronauta. Poi, crescendo, cambiano

Training – ESA – S. Corvaja

i sogni, le aspettative, le motivazioni. Com’è giusto che sia. Diventando più grande ho scoperto, ad esempio, di amare moltissimo la letteratura. Volevo fare lo scrittore, il poeta, il giornalista. A un certo punto, mi misi in testa persino di diventare una rockstar: suonavo anche in una band. Ho fatto, quindi, i passaggi che abbiamo compiuto tutti da ragazzi. Ero, sono e rimango una persona assolutamente normale. Che ha avuto un grande privilegio, quello di potere realizzare uno dei suoi sogni più particolari.

Tanti bambini di oggi le chiedono invece com’è lo spazio visto dallo spazio
Dipende dalla direzione in cui guardiamo. Se la Terra è al buio, volando ad esempio sopra il Pacifico del Sud dove ci sono pochissime luci, e se anche la Iss ha le luci spente all’esterno, cosa che non dipende da noi, a quel punto è possibile guardare in direzione dello spazio profondo. Lo spettacolo è assicurato: si possono vedere molte più stelle rispetto alla Terra. Ma soprattutto, e questa è una delle cose che più mi ha colpito, la luce delle stelle è fissa, non sembra ‘luccicare’, perché siamo oltre l’atmosfera terrestre. Con un po’ di attenzione, è anche possibile vedere a occhio nudo i colori delle stelle che ci stanno guardando. Gli astri hanno, infatti, davvero tante sfumature: ce ne sono di più gialli, rossi, di bianchissimi o di colore azzurro.

Cosa si prova a tornare nello spazio lo stesso giorno in cui 50 anni fa i suoi colleghi dell’Apollo 11 mettevano per la prima volta piede sulla Luna? Con che spirito affronta questa nuova missione?
La data di lancio del 20 luglio è, in realtà, casuale. Ma la considero una splendida coincidenza: non c’è modo più bello d’iniziare. È come avere il vento in poppa. Allo stesso tempo, però, dal punto di vista professionale io in questi giorni sono concentrato solo sulla missione. Non bisogna, infatti, dimenticare che il lancio è una fase estremamente critica. Nella missione ci saranno i 200 giorni in orbita, ma le sei ore di viaggio verso la Iss sono tra le più complesse. Può sembrare poco poetico, ma in quelle ore la mia attenzione sarà quindi focalizzata sulla missione.

Nel logo di Beyond ci sono riferimenti a Marte e alla Luna. Sogna di sbarcare sul nostro satellite in un prossimo futuro?
Continuo a sognare e ad avere sogni ambiziosi su quello che possiamo realizzare, come Agenzia spaziale europea e io stesso come individuo. Da astronauta dell’Esa, mi auguro, infatti, che ci sia una grande collaborazione internazionale tra le agenzie spaziali e i privati, che ci permetta di raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Abbiamo già visto in passato, con le stesse missioni Apollo e con gli Shuttle, che questa cooperazione funziona. Personalmente, spero di poter vivere questo futuro che si sta aprendo adesso sia come testimone che, perché no, come chi, piuttosto che guardare un treno che passa, si mette a correre per poterci saltare dentro.

Cosa pensa del progetto della stazione Gateway? Qual è il suo valore aggiunto rispetto a un insediamento umano realizzato direttamente sulla Luna?
Una delle cose più difficili da fare quando si va nello spazio è superare la velocità di fuga di 8 km/s, per sottrarsi al vincolo della gravità terrestre. Infatti, più è grande e massiccia la macchina che dobbiamo portare in orbita e più è elevato il dispendio di energia. Quindi, l’idea di avere una stazione lunare come il Gateway, un mezzo in orbita intorno al nostro satellite che possa essere utilizzato svariate volte, ci permetterà di andare sulla superficie lunare e tornare. Come se avessimo uno Shuttle, ma in versione più avanzata. È questo il vantaggio principale del Gateway. Dobbiamo, inoltre, ricordare che non siamo ancora in grado di colonizzare la Luna. Quello del Gateway sarebbe solo un passaggio esplorativo, per poi utilizzare le conoscenze acquisite da questa tecnologia e sfruttarle anche in altre superfici spaziali. In primis, Marte.

Sul Gateway quali innovazioni tecnologiche dovrebbero essere introdotte, rispetto alla Iss, per migliorare le condizioni di lavoro e di vita degli astronauti a bordo?
La Stazione spaziale internazionale è stata disegnata specificamente per essere controllata da Terra. Inoltre, la tecnologia a bordo della Iss ha ormai 20 anni e quindi, quando è stata sviluppata, non ci permetteva una forte automazione. Oggi, invece, per avere una stazione lunare con le stesse prestazioni della Iss, dovremmo realizzare qualcosa di molto più automatizzato.

È corretto considerare il Gateway come un trampolino per Marte?
Le dirò di più. È esattamente questo il nostro lavoro: guardare oltre, più lontano. Tutta la scienza e la tecnologia che facciamo a bordo della Iss hanno, infatti, come scopo tre pilastri. Il primo è la scienza che ritorna sulla Terra. La scienza, cioè, per l’uomo comune, per la sua salute, per migliorare le condizioni di vita sulla Terra, per conoscere meglio il nostro Pianeta e per poterlo, così, salvaguardare. Il secondo pilastro è la conoscenza, cioè la scienza pura, ad esempio l’astrofisica, con l’obiettivo di migliorare la comprensione del nostro universo. Il terzo è permettere in futuro all’uomo di spingersi più lontano.

Grazie anche al lavoro fatto negli anni a bordo della Stazione spaziale
La Iss è l’unica piattaforma scientifica che ci ha permesso di fare scienza direttamente in condizioni di microgravità. Ci ha, ad esempio, fatto capire come il corpo umano si trasforma nello spazio, quali problemi possono sorgere e come possiamo risolverli. Ma ci ha anche fatto scoprire problemi ai quali non avevamo mai pensato. Ci ha, quindi, insegnato che dobbiamo ancora studiare, e che occorre spingerci oltre l’orbita bassa terrestre. Ma facendolo in modo graduale, un passo alla volta. In maniera sostenibile.

Gli astronauti che andranno su Marte dovranno affrontare un viaggio di sei mesi. In quali condizioni fisiche sbarcheranno sul Pianeta rosso? Saranno in grado di completare la missione?
Parliamo di sei mesi considerando la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso. È solo una mancanza di immaginazione quella che non ci fa pensare a qualcosa di molto più avanzato, che ci permetta di viaggiare almeno al doppio della velocità che possiamo raggiungere oggi con l’energia chimica, derivata cioè direttamente dai combustibili. Se immaginassimo, invece, sistemi di propulsione completamente diversi, non sarebbe impossibile raggiungere velocità superiori ai circa 15-20 km/s di oggi. Credo che dovremmo cercare di sviluppare motori che ci permettano di viaggiare sopra i 30 km/s, e questo ci consentirebbe di arrivare su Marte in tempi molto più ridotti degli attuali sei mesi.

Il viaggio sarebbe, così, più sostenibile per voi astronauti
Esatto. Una volta risolto il problema del tempo di permanenza nello spazio aperto, limitandolo a tre mesi o, perché no, anche meno, avremo già risolto buona parte dei nostri problemi. In tre mesi si possono, infatti, pensare sistemi per mantenere una buona forma fisica per gli astronauti, simili a quelli presenti sulla Iss, sebbene su scala più ridotta. E anche pensare a come minimizzare, per quanto possibile, il problema dei raggi cosmici ai quali noi astronauti siamo esposti fuori dall’atmosfera terrestre.
Il problema del viaggio su Marte è, quindi, principalmente ingegneristico. Altro problema ingegneristico da risolvere è mantenere una buona manutenzione dell’astronave. Dovrà, infatti, affrontare un viaggio di mesi nello spazio aperto in condizioni davvero estreme, e dovrà quindi mantenere una capacità di automazione talmente elevata da potersi anche auto-riparare. Spero che l’impulso che c’è in questo momento a voler tornare sulla Luna, e a spingerci anche oltre, possa favorire la creazione di una generazione di aspiranti ingegneri che vogliano risolvere questi problemi. Per migliorare le nostre capacità di volare ancora più lontano dell’orbita bassa della Terra.

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Oro, platino e gli elementi radiottivi? “Regalo alla Terra di una supernova”

Lo abbiamo imparato con la rilevazione delle onde gravitazionali: la materia liberata dà origine a metalli preziosi. Ma l’oro, il platino e gli altri metalli preziosi potrebbero essere il regalo che l’esplosione di una supernova ha lasciato alla Terra. Lo indica la simulazione condotta con l’aiuto di computer e che cerca di risolvere il mistero sull’origine di questi elementi. Pubblicata sulla rivista Nature dall’Università canadese di Guelph e dall’americana Columbia University, la scoperta potrebbe rivoluzionare le teorie attuali sull’origine dei metalli pesanti, secondo le quali sono il frutto delle collisioni tra stelle di neutroni, come quella che ha appunto prodotto le onde gravitazionali rilevate nel 2017

Condotta utilizzando i supercomputer della divisione di Supercalcolo Avanzato (Nasa Advanced Supercomputing Division) del centro di ricerca Ames della Nasa, la simulazione dimostra adesso che circa l’80% degli elementi pesanti dell’universo, come oro, platino, elementi radioattivi come uranio e plutonio, insieme ad elementi più esotici come il neodimio che si usa nell’elettronica, si è formato probabilmente dall’esplosione di una stella dalla massa 30 volte maggiore di quella del nostro Sole, ha detto il fisico Daniel Siegel, dell’università di Guelph. Gli elementi sarebbero poi finiti nella nube di polveri e gas da cui ha avuto origine il Sistema Solare

Il prossimo passo sarà confermare il modello con le osservazioni, come quelle che saranno possibili il telescopio spaziale James Webb della Nasa, il cui lancio è previsto nel 2021. I suoi strumenti a infrarossi che dovrebbero infatti rilevare le radiazioni emesse dagli elementi pesanti provenienti dall’esplosione delle supernovae. Osservare queste radiazioni, ha rilevato Siegel, “sarebbe una firma chiara di questi elementi”.

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Il Sole ha una doppia personalità: ritmi diversi tra campo magnetico esterno e dinamo interna

Uno studio avvenuto attraverso una simulazione al computer che ha portato gli scienziati a formulare l’ipotesi di una “doppia personalità” del sole. I fisici dell’Università del Colorado, Loren Matilsky e Juri Toomre, hanno scoperto che il campo magnetico esterno della stella madre del nostro sistema solare segue un ritmo diverso rispetto alla dinamo interna.

Dalla ricerca, presentata nel convegno della Società Astronomica Americana in corso a Saint Louis, negli Usa, emerge che il Sole – che i due ricercatori paragonano a “una pentola sferica di acqua bollente” – a volte mostra degli scostamenti dal suo normale comportamento, sotto forma di differenze fra il campo magnetico esterno e interno, come se avesse una sorta di alter ego.

La stella alterna infatti periodi di intensa attività, caratterizzati dalla comparsa delle caratteristiche macchie solari, a periodi di relativa quiete. E lo fa con regolarità, secondo cicli di circa 11 anni.
“Non sappiamo cosa regoli questo ciclo e perché, ad esempio, alcuni cicli siano più violenti di altri”, ha spiegato Matilsky. “Quello che possiamo fare è monitorare l’attività del Sole e provare a riprodurla in laboratorio attraverso supercomputer, nel tentativo di fare predizioni sul suo comportamento”. Secondo gli autori della ricerca, questa scoperta potrebbe aiutare a capire i meccanismi che regolano l’orologio interno del Sole.

In un altro studio – partito da un’osservazione avvenuta nel 2017 per analizzare un bagliore solare molto forte – il ricercatore David Kuridze aveva dimostrato che il campo magnetico del Sole è di 10 volte più forte di quanto si pensasse. Secondo quanto avevano affermato il ricercatore e i suoi colleghi, grazie allo studio potrebbero cambiare le modalità con le quali si studia il Sole e la comprensione dei processi della sua atmosfera e della corona solare.

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Omeopatia, ricercatori italiani scoprono dati falsati: rivista di Nature ritira l’articolo che ne sosteneva l’efficacia

I dati erano “falsati”. Per questo motivo un articolo che sosteneva l’efficacia dell’omeopatia per il controllo del dolore è stato ritirato dalla rivista Scientific Reports, uno dei giornali open access di Nature. Lo studio aveva avuto una notevole diffusione anche fuori dall’ambito scientifico ed era stato ripreso da diverse testate estere e italiane, tra cui Repubblica. La scoperta dell’errore si deve all’iniziativa di un gruppo di ricercatori italiani, tra cui il biochimico Andrea Benelli, dell’università Sapienza di Roma, il farmacologo Silvio Garattini e il biologo Enrico Bucci, della Temple University.

L’articolo in questione sosteneva che un rimedio omeopatico basato su diluizioni elevatissime della pianta Rhus toxicondendron avesse gli stessi effetti di un noto ed efficace principio attivo, chiamato gabapentina, nell’alleviare il dolore legato a problemi nel sistema nervoso periferico. Il test erano stati condotti sui ratti. “A tutti noi, indipendentemente, era apparsa non solo criticabile da un punto di vista metodologico e sperimentale, ma anche con conclusioni non giustificate rispetto all’evidenza provvista”, scrivono i ricercatori. “Ad una analisi più approfondita è anche emerso che il gruppo di autori ha manipolato i dati e le immagini dell’articolo, una cattiva condotta già presente in altri tre precedenti articoli degli stessi autori”.

La denuncia del gruppo di italiani aveva meritato la pubblicazione di un articolo su Nature nell’ottobre 2018. Dopodiché, insieme al docente di Neuroscienze Giandomenico Iannetti, lo storico della medicina Andrea Grignolio, e il fisiologo Roberto Caminiti, dell’università Sapienza di Roma, hanno chiesto a Scientific Reports di riesaminare i dati e le immagini su cui si basava l’articolo, interrogando gli autori del lavoro. La rivista è giunta alla conclusione che dati e immagini fossero “falsati”. Tutto questo, affermano i ricercatori italiani, costituisce “l’ennesima conferma” di come “l’omeopatia non ha efficacia terapeutica e le pubblicazioni che fino ad ora sostengono il contrario sono frutto di frodi scientifiche”. Il ritiro dell’articolo, concludono, “non è solo una vittoria contro la falsa scienza, i trattamenti inefficaci e molte delle terapie cosiddette alternative. È anche un risultato che prova la bontà del metodo scientifico: errori, sviste e a volte falsi possono saltuariamente manifestarsi, ma la scienza è, ancora, capace di autocorreggersi”.

Lo studio ritirato su Scientific Reports (Nature)

“Negli ultimi 15 anni le frodi scientifiche sono aumentate”, ha spiegato in un’intervista all’Ansa lo storico della medicina Grignolio, dell’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. “L’aumento delle frodi si può spiegare con l’aumento degli autori, delle riviste open access o di quelle predatorie e in generale l’informazione digitale rende più facile manipolare dati e immagini”, ma è anche vero che stanno aumentando le contromisure. Grignolio ha chiarito che “alcune riviste hanno sistema che analizza tutti gli articoli con algoritmi che riscontrano anomalie nei dati”.

Oggi, insomma, è più facile rilevare le frodi di quanto non lo fosse nel 1998, quando l’articolo di Andrew Wakefield pubblicato nel 1998 sulla rivista The Lancet collegava al rischio di autismo il vaccino trivalente, contro morbillo, orecchioni e rosolia. All’epoca, ci vollero sei anni prima che la rivista ammise che quella ricerca non aveva i requisiti per essere pubblicata. Oggi le frodi avvengono soprattutto nelle immagini, come era accaduto anche nel caso Stamina. “Ci ha stupito che questo episodio sia accaduto da una rivista del gruppo Nature”, ha detto Iannetti a proposito dell’articolo sull’omeopatia. “Si tratta di una rivista autorevole e ci ha fatto saltare sulla sedia che una rivista che dovrebbe avere un editing e un gruppo di revisori accurati abbia fatto passare un articolo con seri problemi metodologici”.

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Tetraplegico recupera l’uso delle mani con intervento che aggira lesione del midollo

Aveva perso l’uso delle mani a causa di un incidente stradale mentre rientrava a casa dopo il lavoro: pioveva e la sua auto è uscita di strada. Il trauma aveva provocato, oltre al deficit completo degli arti inferiori, l’impossibilità di apertura e chiusura delle dita bilateralmente: all’uomo, un pasticciere 52enne, era stata diagnosticata una lesione midollare completa a livello cervicale e non poteva più afferrare gli oggetti. Fino a giovedì, quando per la prima volta in Italia una tecnica innovativa ha permesso al paziente tetraplegico di recuperare la funzione delle mani.

I medici dell’ospedale Cto di Torino hanno utilizzato una tecnica chirurgica che ha permesso di bypassare il livello della lesione al midollo spinale, trasferendo e ricollegando come fili elettrici nervi sani (sopra la lesione stessa del midollo) a nervi non più funzionanti a valle della lesione stessa, corrispondenti al movimento e all’utilizzo delle mani. L’intervento è durato 7 ore in totale, è andato bene e i medici sono soddisfatti, fanno sapere dalla struttura.

La chirurgia della mano tetraplegica tradizionale, che utilizzava trasferimenti di tendini, era impiegata già da diversi anni ma consentiva solamente un parziale recupero della funzione motoria, mentre questa tecnica innovativa permette di re-innervare interi distretti muscolari non recuperabili con la chirurgia classica, spiegano dal Cto. L’intervento è stato eseguito circa sei mesi dopo il trauma, sugli arti superiori, da un team composto da Bruno Battiston, Diego Garbossa, Paolo Titolo e Andrea Lavorato.

Il recupero della funzione motoria richiederà “molti mesi” e sarà facilitata dai moderni trattamenti fisioterapici mirati a preservare e favorire la motilità dei distretti interessati. La nuova chirurgia, che sfrutta il trasferimento di nervi, è una recentissima metodica eseguita in pochi centri al mondo. Si tratta di una tecnica che permette un maggiore e più fisiologico recupero della funzione motoria e sensitiva degli arti. La successiva riabilitazione prevede l’adozione di trattamenti specifici possibili solo in strutture di riferimento.

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“Crollo nel campo magnetico terrestre, così si estinse l’uomo di Neanderthal”

Un cambiamento nel campo magnetico terrestre e una variante genetica ‘fatale’ sono all’origine dell’estinzione dei Neanderthal: è quanto si ipotizza in una ricerca che parla italiano e che riscrive la fine di questi uomini vissuti in Europa tra 200.000 e 40.000 anni fa. Pubblicata sulla rivista Reviews of Geophysics, la ricerca si deve a Luigi Vigliotti, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) di Bologna, e Jim Channell, dell’università della Florida a Gainesville. Uno dei grandi misteri della preistoria è l’estinzione dei Neanderthal. Finora sono state avanzate molte ipotesi, come la presunta ‘inferiorità tecnologica’ di questi uomini rispetto ai Sapiens, ma tutte sono molto dibattute. 

“Da esperto di paleomagnetismo, che studia il campo magnetico antico, avevo notato che l’estinzione dei Neanderthal, avvenuta 40mila anni fa, coincide con un periodo nel quale il campo magnetico terrestre ha subito un crollo” ha detto all’Ansa Vigliotti. Così si è chiesto: “c’è una relazione tra i due eventi? o è un caso?”.  Per scoprirlo il ricercatore ha analizzato con il collega americano oltre 200 articoli scientifici, di medicina, biologia e genetica, arrivando alla conclusione che c’è davvero un collegamento. Questo perché il campo magnetico funziona come schermo di protezione contro i raggi ultravioletti (Uv) provenienti dal cosmo e, a causa del suo indebolimento, circa 40mila anni fa ci fu un aumento dei raggi Uv che furono fatali ai Neanderthal. Questi uomini infatti possedevano una variante del gene chiamato AhR che era molto sensibile a queste radiazioni. In pratica, ha concluso Vigliotti, “i raggi Uv colpivano il recettore, generando una reazione che ha scatenato uno stress ossidativo nell’organismo dei Neanderthal”. I Sapiens invece possedevano una variante diversa di questo gene che li ha protetti dai danni dei raggi Uv.  

Lo studio su Reviews of Geophysics

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Sla, “i trapianti di cellule staminali umane cerebrali sono sicuri e si potranno fare in numero illimitato”

Uno studio ha provato la sicurezza dei trapianti di cellule staminali cerebrali umane nel midollo spinale dei pazienti affetti da Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Tutti i 18 pazienti che si sono sottoposti alla sperimentazione avevano una diagnosi definitiva di Sla e hanno ricevuto da tre a sei trapianti a testa di cellule staminali neurali umane nel midollo spinale lombare o cervicale. A distanza di cinque anni, nessuno di loro ha manifestato “eventi avversi seri”, né aumento della progressione della malattia a causa del trattamento. Adesso si potrà procedere con la seconda fase dei test per confermare l’efficacia della cura. Lo studio, pubblicato su Stem Cells Translational Medicine, è stato condotto da Angelo Vescovi e Letizia Mazzini negli ospedali Maggiore della Carità di Novara e S. Maria di Terni, Università di Padova e Istituto San Giovanni Rotondo.

Lo studio sostiene come sia possibile creare un numero illimitato di staminali cerebrali anche da un singolo caso di morte naturale in utero, utilizzando le stesse procedure che si usano per il prelievo di organi per trapianti. Questo consentirà, se i test sull’efficacia avranno successo, di garantire un numero di trapianti virtualmente illimitato e altamente riproducibile”. Ma prima bisognerà capire quante cellule sopravvivono dopo il trapianto e sarà necessario elaborare dei criteri appropriati per la selezione dei pazienti.

Si tratta del “primo esempio in Europa del trapianto chirurgico di un vero farmaco cellulare”, dichiara in una nota la Fondazione Revert. Un farmaco cellulare permette di trapiantare le stesse cellule in tutti i pazienti con effetti riproducibili. La cura, spiega la nota, “rispetta i criteri di sterilità e sicurezza imposte dagli enti di controllo Agenzia italiana del farmaco e Agenzia europea del farmaco“. La ricerca integra una sperimentazione precedente compiuta su sei pazienti e visto il successo la seconda fase verrà condotta su un numero maggiore di pazienti, che dovranno dare la risposta sulla dose ottimale delle cellule da trasferire e i primi dati sull’efficacia.

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Atrofia muscolare spinale, ok in Usa al farmaco salvavita più costoso della storia

La prima terapia genica in grado di arrestare la progressione dell’atrofia muscolare spinale (SMA) attraverso una sola infusione ha ricevuto il via libera negli Stati Uniti. Il trattamento, destinato a curare i bimbi sotto i due anni affetti dalla forma più grave della malattia, costa ben 2,1 milioni di dollari ed è il più costoso della storia.

La Sma è una malattia rara caratterizzata dalla perdita dei neuroni che trasportano i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli. Ha un’incidenza di circa 1 paziente su 10.000 nati vivi e provoca atrofia muscolare progressiva, che interessa, in particolar modo, gli arti inferiori, i muscoli respiratori e della deglutizione. La forma più severa, causata da mutazioni nel gene SMN1, nel 90% dei casi porta alla morte o alla ventilazione permanente entro i primi due anni di vita.

La nuova terapia, prodotta da Novartis, utilizza un virus per fornire una copia normale del gene SMN1 ai nati con un gene difettoso. Il farmaco viene somministrato per infusione ed è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda). La sicurezza è stata testata in uno studio clinico in corso e in uno studio clinico completo che ha coinvolto 36 piccoli pazienti.

Finora, precisa l’Fda, quelli trattati con la terapia (onasemnogene abeparvovec) “hanno dimostrato un miglioramento significativo nella capacità di raggiungere traguardi motori dello sviluppo” incluso il controllo della testa e la capacità di sedersi senza supporto. Gli effetti collaterali più comuni sono elevati enzimi epatici e vomito.

“Il livello di efficacia, erogato come terapia singola e una tantum, è davvero notevole e fornisce una speranza senza precedenti per le famiglie”, spiega Jerry Mendell, medico del Nationwide Children’s Hospital di Columbus, nell’Ohio, coinvolto negli studi. Con 2,125 milioni di dollari per terapia, si tratta del trattamento più caro mai immesso sul mercato ma dovrebbe essere una tantum, cioè curativo, oltre che salvavita. “L’approvazione segna un’altra pietra miliare nel settore delle terapie geniche”, ha dichiarato Ned Sharpless, Commissario dell’Fda. “Il potenziale di questi prodotti nel cambiare la vita di pazienti offre speranza per il futuro. L’Fda continuerà a sostenere i progressi in questo campo”.

“È una terapia, non una cura miracolosa” dice Daniela Lauro, presidente Famiglie Sma. Una notizia accolta in Italia con grande entusiasmo ma anche con qualche errata interpretazione, secondo Famiglie Sma, l’associazione che da 18 anni rappresenta i pazienti Sma, che invita alla cautela. “Abbiamo appreso con grande gioia ed emozione la notizia dell’approvazione da parte della Fda americana della terapia genica per la Sma – dice Lauro – ma è importante ricordare che la terapia attualmente è stata approvata solo negli Stati Uniti, solo per i bambini entro i 2 anni di età e che la somministrazione avviene tramite un’infusione endovenosa”. Famiglie Sma ribadisce dunque con forza che si tratta di una terapia e non di una cura miracolosa. “In questo momento – conclude – tutte le nostre energie e i nostri sforzi sono concentrati per arrivare a ottenere l’approvazione nel minor tempo possibile anche in Europa e in Italia”.

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C’è chi crede che l’olio di cannabis curi i tumori. È falso, può alleviare solo gli effetti collaterali

Può capitare di leggere che l’olio derivato dalla Cannabis sativa, detta anche canapa o marijuana, sia efficace nella cura di varie forme tumorali. Indubbiamente la canapa viene utilizzata da secoli come rimedio erboristico; negli ultimi anni, a livello mondiale se ne stanno occupando molti studi scientifici. Del resto, se così non fosse non ne sarebbe stato sdoganato l’uso terapeutico, soprattutto in una malattia tanto complessa e delicata come il cancro.

Oggi sappiamo dalla letteratura scientifica che la canapa contiene varie sostanze benefiche, tra cui in particolare dei composti biologicamente attivi come i ben noti Thc (o delta-9-tetraidrocannabinolo) e Cbd (o cannabidiolo); in realtà ce ne sono anche altri, che al momento sono però meno studiati. “La cannabis ha un’indicazione terapeutica nella terapia del dolore, riconosciuta da molti studi”, spiega il professor Francesco Schittulli – senologo, chirurgo oncologico e presidente nazionale della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori). “Da qui sono nati i farmaci cannabinoidi utilizzati sia per il dolore nella malattia oncologica sia in altre patologie, come la sclerosi multipla e la fibromialgia”.

La scienza riconosce alla canapa la capacità di ridurre anche la nausea, l’infiammazione e l’ansia. “L’effetto positivo dei cannabinoidi comporta la diminuzione dell’intensità del dolore e il rilassamento, elementi che favoriscono il sonno che, da parte sua, ha risvolti positivi”. Indubbiamente riuscire a dormire, calmare l’ansia indotta dalla malattia e sopportare meglio il dolore sono tutti elementi che contribuiscono a tollerare maggiormente le cure, migliorandone l’efficacia, e ad affrontare la patologia in modo sereno.

Questi indiscussi benefici sono probabilmente all’origine della convinzione che l’olio derivato dalla canapa sia in grado di curare il tumore. In realtà al momento gli studi ne riconoscono soltanto l’effetto rilassante e antiossidante; le ricerche sugli effetti antitumorali sono ancora in corso. Sono stati però maggiormente studiati i cannabinoidi e i loro effetti sulle cellule tumorali e sugli animali. Nelle ricerche su topi e ratti si sono osservati risultati positivi su alcune forme di cancro; il meccanismo di azione comporta il rallentamento della proliferazione delle cellule tumorali e l’ostacolo alla formazione dei vasi sanguigni che nutrono il tumore. In particolare, gli scienziati si stanno concentrando sul cancro di fegato e pancreas, oltre che sui tumori cerebrali e perfino sulla malattia oncologica in stadio avanzato. Nonostante gli esiti promettenti – negli animali si è osservata anche una capacità antinfiammatoria a livello del colon, con un possibile effetto preventivo del tumore in questa sede – al momento è troppo presto per dare certezze.

Perciò, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, la cannabis terapeutica non è una cura in sé ma un corollario alla terapia, usata proficuamente per alleviarne gli effetti collaterali. Proficuamente, ma non necessariamente per chiunque: ne vanno infatti valutati i benefici sul singolo individuo, come sottolinea Schittulli. “Non possiamo somministrare a tutti lo stesso prodotto. I cannabinoidi hanno effetti diversi a seconda delle persone. I farmaci devono essere personalizzati, come per una produzione sartoriale. È necessario incrementare le difese immunologiche ma anche scegliere un trattamento individualizzato, adattato alla persona in sé e anche alla sua psicologia”. E proprio la “medicina della persona” potrebbe essere il futuro delle cure oncologiche.

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