Archivio Tag: Sicilia

Ragusa, morta 25enne investita da auto. Il conducente aveva assunto droghe

È morta a Scicli una 25enne investita da un’auto al termine del suo turno di lavoro. Alla guida della vettura che l’ha uccisa c’era un giovane, risultato positivo al test della droga. La vittima, Martina Aprile, lascia un figlio piccolo. È rimasto ferito nell’incidente anche il collega che era con lei, mentre un 16enne alla guida di uno scooter è morto questa mattina nello stesso paese del Ragusano schiantandosi contro un albero.

L’incidente sulla strada provinciale Cava d’Aliga-Sampieri, dove la donna si trovava per gettare la spazzatura, al termine del suo turno di lavoro, intorno alle 2 di notte. Martina Aprile, che era cameriera al ristorante L’ancora di Cava d’Aliga, si trovava accanto ai cassonetti quando è stata colpita dalla Lancia Ypsilon: è morta sul colpo. Con lei c’era un collega di 41 anni che era uscito per aiutarla a portare i sacchi di immondizia e che è rimasto ferito nell’incidente e ora è ricoverato in ospedale.

Alla guida dell’auto che ha investito la ragazza c’era un uomo di 34 anni, F.C., anche lui un cameriere. Le analisi condotte all’ospedale di Modica hanno rilevato che aveva assunto droghe, cocaina e metadone, prima di mettersi al volante. È stato arrestato per omicidio stradale aggravato e portato alla Casa Circondariale di Ragusa, a disposizione del pubblico ministero.

Non c’è stato nulla da fare nemmeno per il ragazzo di 16 anni che intorno alle 8 di questa mattina si è schiantato contro un albero in via Vitaliano Brancati, sempre a Scicli.

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Ragusa, 11enne investito. Borrometi: “Evitate che i funerali siano fatti da un amico di chi lo ha ucciso”

“Fermate questo scempio, intervenite per evitare che i funerali del piccolo Alessio D’Antonio possano essere fatti da un amico di chi lo ha ucciso“. È l’appello di Paolo Borrometi, il giornalista siciliano sotto scorta dopo una serie di aggressioni e di minacce di morte da parte dei clan di mafia. Il cronista fa riferimento a quanto accaduto a Vittoria l’11 luglio, quando un pregiudicato che guidava ubriaco e drogato ha travolto due cuginetti di 11 e 12 anni nel centro del comune in provincia di Ragusa: un ragazzino è morto, l’altro ha perso entrambe le gambe ed è in gravissime condizioni. Il Comune di Vittoria (retto da un commissario straordinario dopo lo scioglimento della giunta per infiltrazioni mafiose) ha dichiarato il lutto cittadino, la Procura indaga anche sui tempi dei soccorsi, ma a tenere banco sono i funerali dell’undicenne, che si terranno domenica 14 luglio. Sulla cerimonia funebre o, meglio, su chi è stato chiamato a organizzarla, si concentrano le attenzioni di Borrometi: “Hanno affidato il funerale all’Agenzia funebre del delinquente Maurizio Cutello – ha scritto il giornalista su Facebook – Cutello era socio in affari con il capomafia Titta Ventura e con il figlio Angelo detto u checco e venne arrestato per questo. Lo stesso Angelo Ventura – ha spiegato il cronista – che è stato denunciato e che era nella macchina che ha ucciso il bimbo. Vi prego intervenite. Vittoria non può essere la città delle contraddizioni a tal punto”.

Nel frattempo, la Commissione straordinaria che attualmente gestisce il Comune di Vittoria, sciolto per mafia lo scorso anno, ha proclamato il lutto cittadino. I funerali si terranno alle ore 10,30 nella chiesa di San Giovanni Battista e saranno celebrati dal vescovo di Ragusa Carmelo Cuttitta. La Commissione straordinaria ha invitato tutti i cittadini ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento in qualsiasi posto si trovino in memoria di Alessio. Intanto sabato sera è stata molto partecipata la veglia di preghiera e la successiva fiaccolata per ricordare Alessio e pregare per Simone. “La situazione è ancora grave, il piccolo è sempre in pericolo di vita e la prognosi resta riservata. Stiamo monitorando 24 ore al giorno le sue condizioni” ha detto Eloisa Grasso direttrice dell’Unità di terapia intensiva neonatale del Policlinico di Messina. Da ieri mattina il piccolo, che ha perso le gambe, quasi del tutto tranciate nel terribile impatto, è ricoverato al Policlinico di Messina dove è stato trasferito con in elisoccorso.

“È inaudito che la città sia ostaggio di chi è libero di circolare a questa velocità” ha detto il Commissario straordinario Filippo Dispenza, uno dei tre componenti della commissione che amministra in questo momento il comune. “Ci costituiremo parte civile nel processo contro Rosario Greco e gli occupanti del Suv che ha travolto i due bambini – ha annunciato – Lo facciamo a difesa della città e di tutti i cittadini. Ma anche per onorare Alessio, povera vittima innocente e fare sentire la nostra vicinanza alle famiglie coinvolte in questa terribile tragedia”. È previsto per lunedì in carcere, invece, l’interrogatorio di garanzia di Rosario Greco, 37 anni, accusato di omicidio stradale aggravato, di omissione di soccorso e di guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. L’uomo è difeso dall’avvocato Nunzio Citrella del foro di Ragusa. Pesante i capi di accusa a carico del figlio del ‘re’ degli imballaggi di Vittoria, non nuovo a certe scorribande in città rimaste impunite. La sera prima dell’incidente aveva avuto un alterco a Scoglitti con alcuni frequentatori di un esercizio pubblico. Gli altri tre occupanti del Suv Angelo Ventura, Alfredo Sortino e Rosario Fiore denunciati a piede libero per omissione di soccorso e favoreggiamento sono difesi dall’avvocato Italo Allia. Le indagini sono coordinate dal pm Andrea Sodani che ieri ha autorizzato la restituzione della salma di Alessio D’Antonio alla famiglia. La Procura di Ragusa, come detto, ha aperto un’inchiesta conoscitiva sui tempi d’intervento dei soccorsi ai due cuginetti. Come atto dovuto a loro difesa, è stato spiegato in Procura, sono stati indagati medico e infermiere di un’ambulanza per permettere loro di nominare, se lo riterranno, dei periti di parte e degli avvocati di fiducia.

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Sicilia, allarme incendi: a Catania bagnanti evacuati sui gommoni. Roghi anche a Siracusa e Lampedusa

Temperature altissime e un forte vento che soffia verso il mare hanno generato e alimentato gli incendi che stanno colpendo la Sicilia. Il più grande è quello divampato sul litorale della Plaia di Catania, che si è poi esteso ad altri stabilimenti balneari nella zona del Faro. Centinaia di bagnanti bloccati dalle fiamme sulla sabbia del lungomare Plaia sono stati evacuati via mare da gommoni e mezzi navali dei vigili del fuoco e della guardia costiera. Tra loro ci sono 40 bambini che erano rimasti bloccati nei lidi Azzurro e nella colonia Don Bosco e sono stati messi in salvo da motovedette della capitaneria di porto. Sul posto stanno operando anche mezzi aerei del corpo forestale e dei pompieri. Un vigile del fuoco ha accusato un malore mentre lavorava per spegnere l’incendio ed è stato trasportato all’ospedale Cannizzaro di Catania.

Altri 15 bambini sono stati soccorsi al lido Le Palme e trasferiti via mare con un gommone dei vigili del fuoco. Sono decine le auto distrutte dal rogo. Sono stati allontanati d’urgenza anche i cani del gruppo cinofilo e i cavalli della polizia di Stato, che erano alloggiati nel vicino boschetto della Plaia. Interventi di soccorso sono stati effettuati da vigili del fuoco, capitaneria di porto e guardia di finanza. Impegnati anche con proprie autobotti agenti della polizia di Stato e militari dell’esercito per spegnere l’incendio.

Evacuati da un villaggio vacanze a San Vito Lo Capo
Delle 750 persone evacuate, almeno 400 sono turisti ospiti del villaggio. Sono stati soccorsi e portati via con le imbarcazioni della Guardia costiera e di pescatori. Secondo il racconto di uno degli animatori del villaggio, verso l’1.30 della notte il personale della struttura si è accorto delle fiamme e ha immediatamente informato la reception, che a sua volta ha allertato tutti gli ospiti per radunarli nei pressi della piscina. Poi, con le fiamme che non accennavano a diminuire, il gruppo è stato portato verso la spiaggia. Lì c’erano ad aspettarli,  su ordine del prefetto e coordinate dalla Capitaneria di porto, le barche per portare via i turisti dando la precedenza a donne e bambini. Sono state impiegate quattro motovedette della Guardia costiera e due della Guardia di finanza, due pescherecci locali, una imbarcazione privata di trasporto di turisti, una imbarcazione di Frontex, due gommoni privati.

“Ci sono stati momenti di paura – ha detto uno degli animatori – ma nessun membro del personale si è fatto prendere dal panico, per evitare di agitare i turisti”. Ora il Calampiso è al sicuro, anche se il bar è chiuso e la piscina deve essere pulita dalla cenere, e gli ospiti sono potuti tornare nelle loro stanze, accompagnati con dei pullman, quando dopo le 8 di questa mattina l’incendio era stato del tutto sedato.

Gli incendi nel Siracusano
Due incendi stanno in queste ore interessando il Siracusano. I roghi nella zona delle saline di Priolo Gargallo, vicino la centrale Enel Archimede, lungo il litorale di Agnone Bagni, al confine con la provincia di Catania. Nella zona delle saline l’incendio, di vaste dimensioni, si è sviluppato dalla tarda mattina e fa temere per la sorte dei fenicotteri ospitati nella Riserva Naturale Orientata Saline di Priolo, coinvolta dalle fiamme. Evacuata la spiaggia di Marina di Priolo, dove c’erano numerosi bagnanti, che è stata invasa dal fumo nero. In azione vi sono i Vigili del fuoco, gli uomini della Forestale e della Protezione civile ed un canadair. Il lavoro dei pompieri è stato reso difficile perché le fiamme sono state alimentate dal forte vento. Massima allerta per piccoli focolai anche a ridosso della zona industriale. Il tratto vicino Melilli dell’autostrada Siracusa – Gela è stato chiuso al traffico.

Un rogo sviluppatosi a Siracusa, in via Pasquale Salibra, nella zona della Pizzuta, è stato invece già spento dai pompieri, che stanno bonificando il sito. Le fiamme hanno inizialmente interessato alcune abitazioni, che sono state evacuate per sicurezza.

Tanti piccoli roghi
Ci sono almeno altri 20 fuochi che hanno scatenato la paura in Sicilia nelle ultime ore. Tra questi quello di Alia, nell’entroterra palermitano, dove le fiamme hanno messo in pericolo anche alcune abitazioni di contrada Cavaro di Alia. Oltre all’allarme scongiurato per le case, c’è stato l’enorme danno alla vegetazione della zona: diversi ettari di macchia mediterranea sono andati in fumo. Il fuoco si è poi spostato verso il comune di Valledolmo, coinvolgendo anche le colline delle contrade Sciarria e Gurfa. A pochi passi dal centro abitato è arrivato anche l’incendio di Monreale, altro comune dell’entroterra di Palermo.

 

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Sea Watch, nella vicenda mi ha colpito una figura minore ma rumorosa

Nella vicenda della Sea-Watch (se non fosse vera sarebbe un romanzo di fantascienza distopica), mi colpisce una figura minore, molto rumorosa, tragica e paradigmatica. E’ Angela Maraventano, parlamentare dal 2008 al 2013 per la Lega Nord, di origini siciliane, che abita e lavora a Lampedusa, artefice durante il quinquennio della proposta politica creativa di annettere l’isola a Bergamo. Ha l’età giusta per essere potenzialmente madre di Carola Rackete.

E’ lei che urla nella calura dei giorni scorsi davanti alla nave che ha forzato, forse con una manovra pericolosa, il blocco imposto dal governo italiano per impedire lo sbarco di 40 uomini e una donna da oltre due settimane ammassati come animali senza quasi più acqua potabile.

Lei che grida che l’Italia è invasa, che la capitana la vuole vedere in manette, in manette. Un auspicio che sarà poi ripreso e scandito da un gruppo di leghisti siciliani durante l’arresto, insieme agli auguri per uno stupro e altro ancora, come da repertorio ormai consueto.

Urla e smania, Angela Maraventano, interprete fuori luogo della tradizione meridionale delle prefiche dinnanzi al feretro, tanto che i carabinieri la invitano ad arretrare e calmarsi. Quando qualcuno le fa notare che sta elevando delle minacce “stanotte ci scappa il morto” ha scandito con chiarezza, si gira verso la telecamera e risponde: “E che problema c’è?”.

Questo succede quando le donne, siano esse madri o meno non importa (ma fa più impressione se c’è grande differenza di età), si mettono dalla parte del dominio contro le altre: incarnano le custodi del patriarcato.

E sono formidabili agenti della restaurazione, perché più degli uomini ci mettono passione, inesorabile e cieca determinazione a distruggere, odio viscerale senza ritegno. Si danno tutte completamente contro l’altra, diventando una tempesta che difficilmente un uomo saprebbe scatenare. Fanno paura, le custodi. Quelle create in tv per fare audience, le anziane che dileggiano le più giovani essendo impari il confronto estetico, come nella trasmissione Uomini e donne, ce le mostrò Lorella Zanardo ne Il corpo delle donne.

Ma l’intuizione riassunta nella parola ‘custode’ (una parola rotonda e piena anche di significati positivi e vitali) la devo ad una intellettuale siciliana, la scrittrice e drammaturga Beatrice Monroy, che sta portando in teatro nella sua città natale, Palermo, un lavoro presentato a marzo in anteprima ad Atzara, nell’altra isola italiana, come regalo per i 25 anni della rivista Marea.

Violetta della Traviata, Lady Macbeth, Giuditta ultima moglie di Barbablù nell’opera di Bela Bartok sono le tre donne custodi dell’ordine patriarcale che Monroy ha individuato per raccontare il danno provocato dalla complicità femminile con il potere, i meccanismi che portano alcune donne a serrare occhi, mente e cuore e a procedere su strade di distruzione e autodistruzione, sempre nel nome di un padre e delle sue leggi. Qui la custode si sbraccia e urla verso una donna giovane e composta, che si assume le responsabilità delle sue scelte, compiute nel nome dell’umanità e della pietas. Una figlia, Carola, svincolata dal servaggio alla legge del padre che offre alla donna che potrebbe essere sua madre una lezione di coraggio, silenzioso e sobrio. Spero che la madre della capitana ne sia orgogliosa, perché è di queste figlie che abbiamo tanto bisogno, e non di custodi.

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Danilo Dolci e la disobbedienza civile nonviolenta, dagli anni ’50 ad oggi: “Fare presto (e bene) perché si muore”

Il 28 giugno Danilo Dolci – sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza italiana – avrebbe compiuto novantacinque anni. Nato a Trieste nel 1924, si era trasferito in Sicilia nei primi anni Cinquanta. Tra Trappeto e Partinico, in provincia di Palermo, portò avanti una battaglia sociale per i diritti dei più poveri, attraverso gli strumenti della disobbedienza civile e della lotta nonviolenta. Una storia che risulta ancora oggi attuale e più che dibattuto, a partire dai collegamenti con l’impegno delle organizzazioni non governative per salvare i migranti.

Due giorni fa Danilo Dolci avrebbe compiuto novantacinque anni. Di anni, invece, ne ha vissuti settantatré, tra scioperi, proteste nonviolente, digiuni e progetti di partecipazione dal basso. Con un metodo preciso: non osservare dall’alto il degrado generale, ma entrarci, partecipare per comprendere. Alla pari.

Da quelle proteste sono passati diversi anni, il mondo intorno è cambiato e i metodi sono mutati. Ma qualche costante rimane. “Fare presto (e bene) perché si muore”, diceva Dolci mentre intorno a lui, nella Sicilia arretrata e indigente del Secondo dopoguerra, dove aveva deciso di trasferirsi all’inizio degli anni Cinquanta, le persone morivano di malnutrizione, di fame, per mancanza di un lavoro. “Nel 1952 – racconta Marica Tolomelli, professoressa dell’Università di Bologna – Dolci partì con il primo digiuno per protestare contro la realtà inaccettabile per cui ancora si poteva morire di fame nell’Italia post-bellica. Oggi si rischia di morire o si muore per altre situazioni, ma vi sono casi simili di proteste nonviolente, come la decisione di una organizzazione non governativa di violare un’ordinanza per soccorrere persone che stanno rischiando la morte in tempo reale: anche questa è una forma di disobbedienza civile”.

Nella sua rivoluzione “continua e aperta” – come l’ha definita Aldo Capitini, tra i teorizzatori del pensiero nonviolento in Italia – Dolci si univa a chi viveva il disagio e la povertà in prima persona, per superare, in un medesimo dinamismo di liberazione, quelle forme di dominio che tenevano la Sicilia nella violenza: la mafia, il potere feudale ancora forte, le istituzioni immobili. Un tentativo di rivoluzione passato dai digiuni, singoli e collettivi, alla costruzione del Borgo di Dio”, una casa per ospitare bambini e anziani che non avevano un posto dove andare, fino alla sciopero alla rovescia del 2 febbraio del 1956, quando, con un gruppo di centocinquanta disoccupati andò alla trazzera vecchia di Partinico, una strada comunale abbandonata, resa impraticabile dalle buche e dal fango, che doveva servire per collegare il paese ai campi, per metterla a posto. Un atto simbolico per dimostrare che c’erano tanti uomini disposti a lavorare e che era invece il lavoro che mancava. Non per mancanza di necessità, ma per disinteressamento delle istituzioni: “Facciamo un lavoro vero – spiegò Dolci – anche per rendere palese che anche a Partinico c’è una grande ricchezza, il lavoro; che le braccia non mancano al possibile miracolo di cambiare la faccia di quella terra”.

Quello nonviolento è un metodo che non sempre ha funzionato, almeno non a livello immediato e tangibile. Vera Pegna, traduttrice, attivista e scrittrice, che ha seguito per due anni l’attività di Danilo Dolci alla fine degli anni Cinquanta, per poi passare all’attivismo nel Partito Comunista come consigliera comunale a Caccamo, racconta: “A Partinico, un mio vicino di casa, un operaio edile, che lavorava quando trovava lavoro, mi chiedeva: ‘Come facciamo a digiunare se la sera quasi sempre andiamo a letto con la fame?’. L’idea della nonviolenza era estranea alla cultura popolare di allora e le lotte per il lavoro venivano vissute in termini conflittuali e non di dialogo”.

Se però l’azione di Dolci non sempre ha avuto effetti visibili ed immediati sulla miseria e sulla disperazione locali, li ha avuti nell’attenzione accesa su quei territori, fino a quel momento quasi sempre lasciati da parte, sconosciuti a livello nazionale e internazionale. L’eco più grande è avvenuta a seguito dell’arresto di Dolci e altri sindacalisti e dell’inizio del cosiddetto “Processo all’articolo 4“, a seguito dello sciopero alla rovescia, bloccato dai Carabinieri che con la forza intervengono su una protesta nonviolenta: “Noi non facciamo niente di male – risponde l’attivista alle forze dell’ordine – ci avete detto di smettere di lavorare e vi abbiamo ascoltato. L’articolo 4 della Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere di tutti”.

“L’azione di Dolci – spiega Marica Tolomelli – può essere vista come una piccola goccia in un mare segnato invece dalla violenza e la sua efficacia non poteva essere, in Sicilia, così elevata. Ma, al di là dei risultati effettivamente conseguiti, che comunque ci sono stati, la pratica nonviolenta perseguita da Dolci ha avuto grande impatto a livello nazionale e internazionale. Dolci ha proposto una modalità per affrontare i problemi della vita quotidiana di quella popolazione, una modalità che si richiamava, più che a principi teorici di nonviolenza, a una cultura politica profondamente democratica. La nonviolenza era azione che aspirava al coinvolgimento della popolazione, a prese di posizione della popolazione direttamente interessata, nel caso specifico di Trappeto, dalle condizioni di disagio e di indigenza in cui si trovava a vivere”.

La pratica nonviolenta è proseguita in Italia negli anni, spesso più come scelta individuale che collettiva e, in alcuni casi, è diventata orientamento di pensiero e di azione strettamente politica, come nel caso, ad esempio, del Partito Radicale, che ha cercato di tradurre in termini più istituzionali pratiche adottate da quella corrente di pensiero arrivata in Italia da altrove ma che ha trovato un orientamento continuativo nel tempo, anche se minoritario. “In Italia c’è una storia di disobbedienza civile e di azione nonviolenta – conclude Tolomelli – e chi vuole agire oggi attraverso queste pratiche può attingere a un repertorio che, anche se quasi sempre trascurato dalla stessa storiografia, è presente: c’è anche un’altra storia, un’altra tradizione, e se si vogliono legittimare forme di disobbedienza civile e di azione nonviolenta ricorrendo anche al passato, di esempi ce ne sono. A partire da Danilo Dolci”.

Aggiunge, infine, Vera Pegna, mentre racconta la sua esperienza a Partinico e Caccamo collegandosi all’Italia di oggi: “La disobbedienza civile è un grande tema che riguarda la consapevolezza e la responsabilità di ciascuno di noi. Riguarda la scelta tra l’essere realmente cittadini di questo Paese – e quindi conoscere e difendere la Costituzione – e il chiudersi nel proprio ristretto ambito. Questa seconda opzione è un guaio, è un modo di vivere meschino, gretto. E che fa molto comodo a chi ha il potere. Invece, un bell’esempio di disobbedienza civile ce lo sta dando la comandante della nave Sea Watch con 43 rifugiati a bordo cui il governo oppone l’ignominioso rifiuto di approdare a Lampedusa”.

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Arata, nelle carte i legami con Lega e Forza Italia e gli incontri con gli assessori: “Nicastri sollecitava intervento di Siri”

Le relazioni pericolose tra Paolo Arata e l’ex sottosegretario della Lega Armando Siri sono più antiche di quello che era apparso due mesi fa. E risalgono a prima dell’elezione di Siri al Senato. Il dettaglio emerge dall’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Arata insieme a Vito Nicastri, considerato tra i finanziatori del boss Matteo Messina Denaro. In una delle informative citate dall’ordinanza del gip Guglielmo Nicastro si legge che il 23 dicembre del 2017 il “signore del vento” “sollecitava Arata a far intervenire Siri in relazione a un sostegno nei confronti di una persona dagli stessi sponsorizzata”. In pratica Arata doveva chiedere a Siri d’intervenire sugli esponenti del Carroccio siciliani per facilitare i loro affari. Una sorta di sponsorizzazione da parte dell’ideologo della flat tax, già molto influente ai vertici del partito di Matteo Salvini. Saranno proprio i legami con Arata a inguaiare Siri (nella foto), indagato per corruzione nella tranche dell’inchiesta finita per competenza a Roma: l’ipotesi è che abbia intascato una mazzetta da 30mila euro proprio per agevolare il business delle energie rinnovabili, tanto caro ad Arata e Nicastri.

“Arata ha portato in dote a Nicastri attuali influenti contatti con la Lega” – Ma quanti sono gli esponenti della Lega entrati nella sfera del potentissimo Arata, munito  – come annotano gli inquirenti – di “una importante rete di rapporti istituzionali”? La Dda di Palermo,  negli atti riportati in ordinanza dal giudice, usa il plurale: “Dalle attività di indagine è emerso che Arata ha portato in dote alle iniziative imprenditoriali con Nicastri gli attuali influenti contatti con esponenti del partito della Lega, effettivamente riscontrati e spesso sbandierati da Arata medesimo”. Che come sottolinea il gip “ha fatto tesoro della sua precedente militanza politica, in Forza Italia per trovare canali privilegiati di interlocuzione con esponenti politici regionali siciliani ed essere introdotto negli uffici tecnici incaricati di valutare, in particolare, i progetti relativi al bio-metano“. 

Gli appuntamenti con gli assessori: “Mi manda Micciché”- Autore del programma energetico della Lega, ex parlamentare di Forza tra il 1994 e il 1996, Arata aveva entrature ad alti livelli. E infatti a  introdurre lui e il figlio Francesco (arrestato a sua volta insieme al figlio di Nicastri, Manlio) negli uffici dell’Assessorato alle Attività produttive della Regione siciliana, guidato dall’assessore Mimmo Turano, sarebbe stato il presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè (già sentito dagli inquirenti nelle scorse settimane, ndr). Sono gli stessi Arata, parlando con un interlocutore, a vantarsene. A “Turano – prosegue il gip – gli stessi avevano riferito delle loro co-interessenze con Vito Nicastri, dicendogli di averlo conosciuto come valente ed esperto imprenditore del settore energetico e di ritenere che proprio tale “legame” fosse la ragione della diffidenza mostrata da alcuni Uffici regionali nei confronti dei progetti della Solgesta s.r.l.”. Paolo Arata e il figlio Francesco, dopo un incontro Turano avevano raccontato, riporta sempre il gip, “l’esito favorevole dell’incontro con quell’importante esponente del Governo regionale siciliano, che aveva avuto nei loro confronti un approccio amichevole e si era detto disponibile a sostenere politicamente i loro progetti nell’ambito del bio­metano”. “Dal colloquio emergeva, peraltro, che era stato proprio Tinnirello (il funzionario regionale arrestato oggi, ndr) che evidentemente sapeva dei buoni rapporti tra l’onorevole Miccichè e Paolo Arata, ad avvisare quest’ultimo della presenza presso gli Uffici dell’Assessorato all’Energia del Presidente dell’Ars, cosicché avrebbe potuto incontrarlo ed essere introdotto presso l’Assessore Regionale Pierobon“.

L’intercettazione: “Micicché preoccupato ma io sponsorizzato” – In un’altra conversazione intercettata Paolo Arata riferisce al figlio e al figlio di Nicastri i contatti e gli appuntamenti in agenda. “Poi vedo… vedo… domani mi fissano l’appuntamento con Cordaro quello del  Via (valutazione di impatto ambientale, ndr), e mercoledì mattina vado invece da Todaro , quello dell’industria… che è quello che Micciché gli ha dato le disposizioni per… Turano Si, che ci diamo del tu… è importante?”. Salvatore Cordaro è l’assessore regionale al Territorio e l’Ambiente, vicino all’ex governatore Totò Cuffaro. Di lui gli Arata si lamentavano perché “sembrava snobbarli benché gli fossero stati raccomandati da Pierobon e Miccichè”. Per quegli incontri, Nicastri junior si raccomandava di tenere fuori l’ingombrante cognome del padre: “Tu devi forzare sul fatto che Nicastri non c’è”. “Siccome Gianfranco, però, non è uno stinco di santo”, replica Arata. “Si ma Gianfranco non sa fare niente… è un incompetente”, dice il figlio di Nicastri. “Si però io sono sponsorizzato, stai attento, però, io sono stato portato, per quello che vi voglio parlare là. Io sono stato portato da Gianfranco, da Dell’Utri. Turano quando ha chiamato Gianfranco, Gianfranco è stato molto determinato“. Micciché, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, è il viceré siciliano di Silvio Berlusconi. Dell’Utri, invece, è Alberto, fratello gemello dell’ex senatore condannato in via definitiva per concorso esterno a Cosa nostra. “Io – ripete Arata per tranquillizzare Nicastri junior – sono stato portato da Gianfranco da Dell’Utri, che non è unoche con questi problemi non ci naviga”. Come dire: se a presentarlo al leader di Forza Italia è stato un condannato per fatti di mafia, la presenza di Nicastri non doveva poi dare così tanto fastidio.

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Arata, così l’ex deputato manovrava una rete di funzionari in Regione. Il gip: “Altri reati e ulteriori indagini da sviluppare”

Ci sono “altri fatti di reato” su cui si stanno svolgendo “ulteriori investigazioni”. Lo scrive il gip di Palermo in riferimento al troncone palermitano dell’indagine che ha portato all’arresto dell’ex deputato Paolo Arata, dell’imprenditore Vito Nicastri, i loro due figli. Per questo oltre agli arresti, gli agenti della Dia di Trapani coordinati dalla Dda di Palermo hanno notificato tre avvisi di garanzia per abuso d’ufficio. Si tratta di Alberto Fonte, presidente della commissione “Via” (valutazione di impatto ambientale) dell’assessorato regionale al Territorio, Salvatore Pampalone, componente della stessa commissione e Vincenzo Palizzolo, capo di gabinetto del medesimo assessorato affidato all’assessore Salvatore Cordaro. Tutti e tre sono indagati perché avrebbero agevolato la “riapertura della pratica” sulla costruzione di due impianti a bio-metano presentata dalla Solgesta srl.

Per la stessa ragione è finito ai domiciliari Alberto Tinnirello, ex dirigente dell’Assessorato, a capo dell’ufficio “autorizzazioni e concessioni” del dipartimento regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità. Sarebbe stato lui – secondo gli investigatori – a occuparsi delle pratiche presentate nel 2017 dalla “società veicolo” Solgesta, per due progetti, uno a Francofonte (Siracusa) e un altro a Calatafimi (Trapani). Dietro agli affari c’era appunto Nicastri, sviluppatore eolico originario di Alcamo, con un lungo curriculum giudiziario, già in contatto secondo quanto ritengono gli inquirenti “con esponenti della ‘ndrangheta calabrese” e ritenuto tra i finanziatori della latitanza di Matteo Messina Denaro

L’iter dei due impianti nel dicembre di quell’anno era stato “azzoppato” da un parere negativo dell’allora direttore generale del Dipartimento cui competeva la firma dei decreti Aia (Autorizzazione ambientale integrata). “Non se la sente il direttore di firmare”, diceva Francesco Arata al telefono con Vito Nicastri, che all’epoca era in libertà e al telefono con l’ex deputato regionale Francesco Regina, anche lui originario di Alcamo, gli chiedeva “di scendere a Palermo dove sai tu”. “Il re del vento” però era certo: “il settore tre lo convinciamo, lo convinciamo”. A capo di quell’ufficio c’era proprio Tinnirello che, secondo i pm della Dda, aveva “piegato la sua funzione e i suoi poteri al servizio degli interessi privati dei Nicastri e degli Arata per un tempo prolungato, mettendosi a completa disposizione dei loro ‘corruttori’”. Sia per sbloccare le pratiche della Solgesta che per ostacolare quelle di altri competitor. In cambio di soldi ma anche di cortesie personali. Come “l’interessamento affinché il figlio di Tinnirello ottenesse alloggio presso il convitto della Università Cattolica di Milano” che però Arata non potè agevolare “perché non aveva più contatti nelle alte sfere della gerarchia ecclesiastica milanese”.  

Il dirigente oltre a divenire una sorta di consigliori del gruppo Arata – Nicastri “faceva trapelare informazioni riservate” a loro uso e vantaggio anche attraverso un funzionario del suo ufficio, Giacomo Causarano, anche lui indagato per corruzione. Poi nel marzo 2018 l’imprenditore Vito Nicastri fu nuovamente arrestato per mafia nell’ambito del blitz Pionica e tra i soci iniziò a circolare la convinzione che “il sodalizio si deve smantellare”. Arata fu avvicinato anche dall’ex deputato Massimo Fundarò che “lo avrebbe messo in guardia dal proseguire la sua collaborazione con Nicastri”. Ma assieme ai timori arrivò anche la diffidenza. “Vito ha fatto un gran casino diciamo la verità, non è questo grande manager, io comincio ad essere abbastanza incazzato con Vito”, disse Paolo Arata in un intercettazione.

Di certo però proseguirono gli incontri, compresi quelli con Tinnirello. “Questi qua sono stati tutti pagati, tu pensi che ti vengano li, Tinnarelli che gli dai del tu, delle cose, tu pensi, quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli?”. A parlare è Arata senior intercettato il 17 maggio 2018 mentre parlava con il figlio. Come nell’episodio contestato al senatore Armando Siri, gli investigatori della Dia non hanno “tracciato” la consegna della mazzetta e dagli accertamenti bancari nulla è emerso. Nella conversazione però l’ex consulente della Lega parla al plurale e il gip evidenzia degli incontri con alcuni assessori regionali: Alberto Pierobon, all’Energia, Salvatore Cordaro al Turismo e Girolamo Turano, alle Attività produttive. Nonostante ciò, alla fine i due impianti non furono mai autorizzati .

L’articolo Arata, così l’ex deputato manovrava una rete di funzionari in Regione. Il gip: “Altri reati e ulteriori indagini da sviluppare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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“‘Il mare più bello 2019” è il Tirreno: la classifica di Legambiente e Touring Club che valuta anche i comuni plastic free

Le località più belle d’Italia si affacciano sul Tirreno. Quest’anno la guida di Legambiente e Touring Club Italiano, “Il mare più bello 2019” assegna il riconoscimento delle 5 vele a sette comprensori turistici bagnati da quelle acque. Pollica (Salerno) e il Cilento Antico al top della classifica, seguiti da Castiglione della Pescaia (Grosseto) e la Maremma Toscana e Posada (Nuoro) con le Terre della Baronia e il Parco di Tepilora. Se il Terreno è il mare più premiato, la classifica delle regioni vede la Sardegna al primo posto seguita da Sicilia, Puglia, Campania e Toscana. Sono in tutto 97 i comprensori turistici individuati sulla base dei dati raccolti da Legambiente sulle caratteristiche ambientali e sulla qualità dell’ospitalità. E quest’anno entra nella guida un nuovo simbolo: quello dei comuni “plastic free”.

LE 5 VELE – La Sardegna è dunque la regione più premiata con 5 comprensori a 5 vele: dalle terre della Baronia di Posada, poco sotto Olbia, all’area più a nord che comprende la Gallura costiera; a sud le 5 vele sventolano invece sul litorale di Baunei (Nuoro) e su quello di Chia, la famosa spiaggia del Comune di Domus De Maria (Sud Sardegna). Cinque vele anche sulla costa nord occidentale, lungo il litorale della Planargia, che comprende il Comune di Bosa (Oristano). Importanti anche i riconoscimenti ottenuti da Sicilia, Puglia, Campania e Toscana. Nel primo caso la vacanza a 5 vele è assicurata in tre comprensori fra i primi classificati: il Litorale Nord di Trapani, le coste dell’isola di Pantelleria, sempre in provincia di Trapani, e quelle dell’isola di Ustica, in provincia di Palermo. In Puglia lungo la costa del Parco Agrario degli Ulivi secolari, tra le provincie di Bari e Brindisi e, poco più sotto, nell’Alto Salento Adriatico e nell’Alto Salento Jonico, entrambi in provincia di Lecce. La Campania piazza due comprensori al top: il Cilento Antico, vincitore di quest’anno e la Costa del Mito, entrambi in provincia di Salerno. Due comprensori a 5 vele anche per la Toscana, i comuni della Maremma Toscana e quelli della Costa d’Argento e dell’isola del Giglio, tutti in provincia di Grosseto, mentre in Liguria le Cinque vele sventolano sui tre Comuni delle Cinque Terre.

COMPRENSORI A 4 VELE – Le 4 vele sventolano in Sardegna su dieci comprensori turistici: sul litorale di Pula a sud dell’isola, nel Golfo degli Angeli, lungo la costa sud occidentale e le isole sulcitane, sulla Costa Verde, nel Golfo di Oristano, in quello dell’Asinara, nell’arcipelago de la Maddalena, nel Golfo di Olbia che comprende l’area marina protetta di Tavolara e ancora nel Golfo di Orosei e, poco più a sud, lungo il litorale dell’Ogliastra. Per quanto riguarda la Toscana, le 4 vele vanno all’isoletta di Capraia, nell’Arcipelago Toscano. In Puglia, al versante Sud del Gargano, alle Isole Tremiti e al Basso Salento Adriatico. In Sicilia a Egadi e Pelagie, all’isola di Salina e al Golfo di Noto. Le 4 vele sventolano anche sul Golfo dei Poeti e lungo la Baia di Levante, in Liguria. In Lazio lungo le coste delle isole Ponziane, sulla Riviera di Ulisse e la Maremma Laziale. In Campania, sui comuni della Costiera Amalfitana e l’Isola di Capri e nella Penisola Sorrentina, in Basilicata lungo la Costa di Maratea e, in Calabria, sulla Costa dei Gelsomini. Risalendo il mar Adriatico 4 vele sono state assegnate quest’anno alla costa dell’Area Marina Protetta del Cerrano in Abruzzo e alla Riviera del Conero, nelle Marche.

I LAGHI – La guida dedica anche una sezione alle località del turismo lacustre. In questo caso è il Trentino-Alto Adige la regione al top per numero di comprensori tra i primi classificati, con tre laghi dei sette a 5 vele: il lago di Molveno, quello di Fiè e quello di Monticolo. Cinque vele anche per il lago dell’Accesa, in Toscana, quello di Avigliana Grande, in Piemonte, il lago del Mis in Veneto e la riva Occidentale del Lago di Garda.

I COMUNI PLASTIC FREE – Quest’anno entra nella guida un nuovo simbolo: è quello dei comuni ‘”plastic free“, cioè che hanno adottato misure per ridurre la plastica monouso sul proprio territorio. Sono 32 quelli presenti nella guida: San Vito Chietino (Chieti), Maratea (Potenza), Castellabate e Pollica (Salerno), Capri e Ischia (Napoli), Sperlonga (Latina), Riomaggiore e Vernazza (La Spezia), Bordighera (Imperia), Otranto (Lecce), Isole Tremiti (Foggia), Carloforte e Domus de Maria (Sud Sardegna), Realmonte, Lampedusa e Linosa (Agrigento), Capo d’Orlando, Taormina, Malfa e Santa Marina Salina (Messina), Favignana, Pantelleria e San Vito lo Capo (Trapani), Noto (Siracusa), Campo nell’Elba, Capoliveri, Marciana Marina e Porto Azzurro (Livorno), Castiglione della Pescaia, Follonica e Scarlino (Grosseto) e Chioggia (Venezia).

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Agrigento, il teatro Andromeda ha una storia singolare

Marco Mengoni, dopo tanti concerti soldout in Europa e in Italia, pubblica pochi giorni fa il calendario dei suoi concerti estivi. Una sola tappa in Sicilia al teatro Andromeda, nel paese di Santo Stefano Quisquina. E dove si trova il paese? E perché un teatro di soli 108 posti?

Il paese è in provincia di Agrigento, nella parte interna e montuosa. E il teatro Andromeda è il prodotto di un singolare pastore, Lorenzo Reina, che lo ha ideato e costruito con le sue mani, pietra su pietra e oggi è considerato uno dei luoghi più suggestivi del nostro Paese. La Biennale di architettura di Venezia ne ha raccontato la storia, ne hanno scritto tanti giornali.

La storia di Lorenzo Reina è assai nota, così come il suo viaggio di andata e ritorno dalla pastorizia alla pastorizia con tappa intermedia nel mondo dell’arte e della scultura in particolare. Figlio di pastore, pastore egli stesso nella sua fanciullezza, scopre nei lunghi silenzi delle sue transumanze una particolare abilità a dare forma prima al legno e poi alle pietre. Rompe col padre e si dedica alla scultura per poi promettere al padre morente il suo ritorno tra le pecore. Mantiene la promessa. Torna a vivere a Santo Stefano di Quisquina dove, a pochi passi dall’eremo di Santa Rosalia, ha creato una fattoria didattica come poche se ne vedono da quelle parti.

Ospita di tutto: le pecore, generose e sagge, quindi la ricotta e il formaggio di omerica ascendenza, poi le asine col prezioso latte, prezioso perché di più amichevole digeribilità, un laboratorio all’aperto di scultura, un museo ottagonale, il pagliaru totemico a ricordo delle mani possenti del padre, e… un teatro all’aperto, parente delle antiche cavee greche, forse anche di esse archetipico con un rovesciamento temporale plausibile e forse anche concepibile: se dalla fantasia di Lorenzo, dalle sue suggestioni oniriche, dal suo silenzioso e tenero ascolto del genius loci della montagna della Quisquina è emersa quella particolare forma, chi può escludere parti simili ben prima dei rigorosi e geometrici architetti greci, in altri uomini sicani di sensibilità strepitosa come quella di Lorenzo?

Un teatro dunque sul ripiano di un acrocoro dal quale nei giorni di tramontana puoi scorgere come assai prossimi i paesi di Santo Stefano e Bivona e un po’ più in là il mare di Sciacca e la sagoma di Pantelleria. Un teatro annunciato dal volto gigantesco di una divinità femminile e dalle pietre numerose sparse sul terreno più dei cespugli, raccolti e alzati a circoscrivere cavea e orchestra. I posti a sedere, 108, sono segnati da blocchi di pietra che replicano sul piano la costellazione di Andromeda.

Chi ama una Sicilia diversa da quella oggi prevalente, una Sicilia gentile ed esigente, dubbiosa ma operosa, entusiasta e umbratile, è invitato d’ufficio.

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Comunali Sicilia, alle 19 affluenza per il ballottaggio al 32,6%. Tredici punti sotto i dati del primo turno

Affluenza ancora bassa nei cinque comuni siciliani dove oggi si vota per i ballottaggi tra i candidati sindaco. Stando alla rilevazione delle 19, poco più del 32,5% degli aventi diritto si è recato di nuovo alle urne, il 13,11% in meno rispetto al primo turno (45,73%). In numeri assoluti, finora hanno votato in 73.893 su 226.546. Lo spoglio inizierà alle 23, subito dopo la chiusura dei seggi

Rispetto al primo turno, l’affluenza più bassa, nella seconda rilevazione delle 19, si registra a Mazara del Vallo (Tp) con un calo del 15,92% (38,96% contro 54,88%); seguono Gela (Cl) con -15,10% (28,22%-43,33%), Monreale (Pa) con -12,66% (31,41%-44,07%), Caltanissetta con -11,83% (31,72%-43,55%) e Castelvetrano con -7,22% (36,27%-43,49%).

Unico capoluogo al voto è Caltanissetta, dove gli elettori sono chiamati a scegliere fra il candidato di centrodestra, Michele Giarratana, al 37,39% al primo turno, e l’esponente del Movimento 5 Stelle, Roberto Gambino (19,92). A Gela il testa a testa è tra Cristoforo Greco (36,28%), appoggiato da liste civiche di centro-destra e centro-sinistra, e Giuseppe Spata, in quota Lega, al 30,5%. In provincia di Trapani si procede al ballottaggio nel Comune di Castelvetrano, fra Calogero Martire (30,30%) e Enzo Alfano (28,49%), e a Mazara del Vallo, fra Salvatore Quinci (31,51%) e Giorgio Randazzo (24,25%). Infine, in provincia di Palermo, a Monreale, si sfidano al secondo turno Alberto Arcidiacono (23,94%) e Pietro Capizzi (21,20%).

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