Archivio Tag: Società

“Sono un terrone che vive a Milano. Meridionali che state qui, non vi sopporto”. Il video di ‘This is Racism’ che fa riflettere

Sono un terrone, un terrone orgoglioso e fiero che vive a Milano. Qui mi sono laureato e sono rimasto. Ma c’è una cosa che mi sta proprio sul cazzo: il comportamento di certi meridionali che vivono qui. E che si lamentano”. Dopo il grande successo del video sul razzismo, interpretato da Andrea Pennacchi nei panni di un imprenditore veneto che sfotte i meridionali e il loro sostegno a Matteo Salvini, This is racism ha pubblicato un nuovo cortometraggio, sempre in tema di convivenza Nord-Sud Italia. La produzione è firmata, anche questa volta, da Golemhub.com. Il monologo, invece, è di Frekt, con la direzione di Francesco Imperato. Il luogo scelto è quello dell’ex Stipel, simbolo del boom economico degli anni Sessanta, e di fronte al quale aveva posato anche Giorgio Gaber nel 1971.

Sui social il video ha diviso le persone tra chi ha condiviso il messaggio e ringraziato per l’idea e chi, al contrario, lo ha mal interpretato.

Video Facebook/This is Racism

L’articolo “Sono un terrone che vive a Milano. Meridionali che state qui, non vi sopporto”. Il video di ‘This is Racism’ che fa riflettere proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Cambiare vita dopo il tumore e un matrimonio fallito: il “grande salto” di un’ex architetta. “Ora sono felice”

A cosa pensi quando sei nel lettino della tac, e aspetti di sapere se hai un cancro, se ce la farai? Che avresti dovuto prendere il brevetto di volo, che non hai viaggiato abbastanza, baciato abbastanza, vissuto abbastanza. Allora ti prometti: mollo tutto e faccio ciò che mi rende felice. Veronica Benini è stata di parola: non ha preso il brevetto di volo, ma ha ricominciato tutto, anzi, si è ‘ricominciata’ con il nome di battaglia di Spora. Blogger irriverente e influencer, fondatrice di startup e ora digital strategist. Poi il grande salto: vivere per due anni in un camper battezzato Lucio, girando l’Italia. Veronica ‘Spora’ Benini racconta le sue molte vite nel romanzo La vita inizia dove finisce il divano (DeAgostini, 256 pagine). “Sono molto felice”, racconta a ilfattoquotidiano.it tra una tappa e l’altra del suo tour tra librerie, dove la aspettano le 86mila follower. “Finalmente incontro le donne della mia community dal vivo”.

Un passo indietro, al 2010, quando Veronica apparentemente ha tutto quello che serve per definirsi realizzati: una casa a Parigi, un lavoro come architetta, un matrimonio. Ma la vita è prepotente: arriva il cancro e scombina tutti i piani. Arrivano le operazioni. Arriva l’ipotesi di non poter avere figli – che piano piano si trasforma in certezza. Arriva la separazione dal marito, che vuole ‘rifarsi una vita con una donna sana’. “Nel libro racconto tutto, anche i momenti peggiori perché sono come i bambini, sono senza filtri – racconta -. Aiuta molto sentire qualcuno che ammiri dirti che non è tutto rose e fiori: capita di avere qualche crisi d’ansia, di avere paura. Ci fa sentire meglio sapere che ce li abbiamo tutti”. Cosa fare a quel punto? Saltare giù dal divano, e ricominciare. Sui social il suo nome di battaglia è @Spora, perché le spore sono forme di vita resistenti, come lei, grazie a un grande istinto e a una verve fuori dal comune. Mentre tutto va a rotoli – la salute, il lavoro, il matrimonio – apre il suo blog per parlare ad altre donne, e le lettrici diventano una rete di sicurezza. Veronica fa carriera in uno studio di uomini marciando sicura su un tacco dodici: “La cultura del lavoro è maschile – spiega – Le donne sono entrate tardi, prima come assistenti e poi negli anni ’80 in massa. L’altro ieri praticamente, io ero già nata. Ci siamo adattate a quello che abbiamo trovato, e abbiamo copiato: la nostra divisa è diventata il tailleur pantalone. La femminilità viene demonizzata, perché le regole nell’ambiente di lavoro le hanno fatte gli uomini”. Racconta di aver firmato il primo contratto a sei cifre con un vestito di seta stampata e i tacchi alti: “Bisogna portare anche il nostro lato, l’altra metà, non sottostare alle loro regole”. I tacchi sono diventati il suo amuleto, e la passione si è trasformata in un lavoro, Stiletto Academy, una start-up che insegna le donne i segreti per camminare in equilibrio sulle scarpe alte.

Ma quindi, cosa c’entra il camper? Arriviamo al 2012, quando Veronica è sul tetto del mondo (letteralmente: progettava grattacieli) e pensa: ma sai che c’è? Vado a vivere in un furgoncino Volkswagen, e pazienza se non ho la patente. Lo dice, e lo fa. Lascia un lavoro da quarantamila euro l’anno, trova la sua casa-mobile in un camion riadattato, Lucio, lo rimette a nuovo e inizia una vita da nomade digitale. Il libro è una specie di Lonely Planet esistenziale, una guida di viaggio che risponde alle domande di chi vuole mollare tutto e di andare a vivere in un camper Westfalia scorrazzando nella natura. Primo: come si fa a viaggiare senza avere la patente? Secondo: come la mettiamo con la doccia? Terzo: come si mantiene un certo stile senza cabina armadio? Bellissima la libertà, ma anche il rossetto è importante. “Lo stile è quella cosa che fa la differenza tra un turista e un viaggiatore – scrive lapidaria – la ciabatta in centro è uno schiaffo alla decenza”. Ma soprattutto: quand’è che si è pronti al Grande Salto, quello che ti fa lasciare l’ufficio per fare un lavoro difficile da spiegare alla nonna?

Quella di Veronica è una vita in viaggio tra Argentina, Italia, Francia e svariati angoli di mondo. In mezzo ci sono stati due matrimoni, cinque libri e tre TedX. E moltissimi business plan: dopo la start-up sui tacchi a spillo arrivano i Corsetty, seminari digitali, un’agenda 2.0 e 9muse, progetto che riunisce su un palco nove donne che raccontino le loro storie di coraggio e di successo. Spora oggi è diventata una Srl che aiuta le donne a lanciare la loro idea di business. “Le donne spesso sono le peggiori nemiche di loro stesse, si tagliano le gambe da sole – dice -. Sulla carta abbiamo le stesse possibilità degli uomini, ma l’evoluzione sociale va molto più lenta. L’Italia è un Paese cattolico e maschilista, serve tempo”. Sul web scova colleghe e talenti: @unasnob? Una sua amica. L’Estetista Cinica? L’ha lanciata lei.

Le donne si rivolgono a lei non solo per avere una strategia di marketing, ma anche per essere spronate: “La sindrome dell’impostore è reale, ce l’abbiamo tutti. Però bisogna lavorarci su, approcciandoci alle cose con sicurezza e imparando a darci il giusto valore”. Per spiegarsi, prende come esempio l’iPhone: “L’ultimo modello costa più di uno stipendio. Eppure moltissime persone lo comprano perché li fa sentire bene, li fa sentire fighi. Ecco, con le persone è lo stesso: bisogna essere onesti, ma se non ti dai valore tu per prima gli altri non te lo daranno mai”. La ricetta per farsi strada nella vita, qualunque sia la destinazione, è una sola: saltate giù da quel divano e mettetevi in marcia. O come preferisce dire la poliglotta Spora: “Muovete il culo”.

L’articolo Cambiare vita dopo il tumore e un matrimonio fallito: il “grande salto” di un’ex architetta. “Ora sono felice” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Cagliari non è una cartolina, ma la sua gente (e i suoi drammi)

Cagliari è la sua gente. Cagliari non è una cartolina. Nessuna città al mondo è una cartolina, a meno che si pensi che Instagram o le pubblicità turistiche siano la realtà.

Di Cagliari, della sua conformazione sociale, della sua strutturazione di potere, non se ne parla e non se ne scrive. Chi ne potrebbe parlare o scrivere ne fa parte e, quindi, ha interesse a non svelare alcunché. Questa impostazione coinvolge forze sociali e politiche in una grande ammucchiata, in alcuni casi inconsapevolmente, alla quale non si è sottratta neanche la breve esperienza dei Cinque stelle in consiglio comunale.

Alcuni no. Noi non siamo così. Conosciamo Cagliari perché ci viviamo, e la viviamo in ogni angolo. In più siamo liberi e viviamo dignitosamente, seppur senza alcun vizio e lusso, ed anzi tirando la cinghia di quando in quando. Da donne e uomini liberi vogliamo raccontare la capitale della Sardegna, il luogo dove tutti i sardi si incontrano. Serve impostare un lavoro sistematico e profondo, e non è il caso di un articolo, sui poteri che a Cagliari agiscono, ma (ri)cominciamo scrivendo della Cagliari vera, materiale.

Cagliari è la sua gente. Cagliari è i suoi dipendenti pubblici, tanti, molti sottopagati, tanti alle prese con famiglie in sofferenza economica, alcuni schiavi dei psicofarmaci. Quei dipendenti che vorrebbero dirigenti di ben altro livello, che dovrebbero essere continuamente formati e coi quali tutte le sarde ed i sardi si riappacificheranno un giorno.

Cagliari è quei trentenni che, nati e cresciuti in periferia, non sono riusciti ad acchiappare un titolo di studio, magari hanno figlie e figli, e lottano ogni giorno contro la povertà, la droga ed il perdersi, loro e dei figli.

Cagliari è quel vasto mondo di lavoratrici e lavoratori dipendenti per i quali avere figli significa vivere qualche decennio in apnea.

Cagliari sono i lavoratori cinquantenni, o giù di lì, del Porto Canale, il porto canale chiuso. Hanno figli, famiglie e mutui a carico e sono vittime di un fallimento annunciato. Non hanno risvegliato la sonnacchiosa città, che in questi ultimi decenni mai si è fermata a pensare di che lavoro vuole vivere. Chissà che insieme non si rovesci quella vergogna del governo del porto e del fronte mare.

Cagliari sono i giovani e giovanissimi che in massa sono scesi in piazza contro il cambiamento climatico e gli studenti universitari che si arrabattano per vivere e non spendere troppo.

Cagliari sono gli autonomi, partite Iva sulla soglia di povertà, e quei professionisti, una volta al sicuro economicamente e con la casa nel quartiere residenziale, i quali oggi possono considerarsi salvi dalla povertà per via delle ricchezze da altri accumulati.

Cagliari sono quelle decine di migliaia di donne e uomini che vivono nelle case popolari. Nei loro quartieri festival letterari non se ne fanno, ed i wine bar non abbondano. Case popolari. Solo a scriverlo si torna nel polveroso e sorpassato novecento. Ed in effetti le politiche abitative si sono fermate al novecento, nonostante la sinistra abbia governato per otto anni, e quegli abitanti niente possono chiedere o pensare.

Cagliari sono quei mille circa, figlie e figli della città, che vivono di droga e affini (spacciatori, vedette, custodi, corrieri, piccoli trafficanti). Sono numeri accettabili? Sono tutti lombrosianamente delinquenti incalliti non recuperabili?

Cagliari è i suoi pensionati, sempre di più, moltissimi con figlie e figli in Italia o all’estero. Gli altri (figli) catapultati nell’hinterland cagliaritano per costrizione e non per scelta. La loro vita, quella dei pensionati, va avanti come se non cambiasse, anche se cambia ogni giorno. E poi l’unica soluzione diventa il badantato, più o meno legale, più o meno sfruttamento di manodopera senza diritti.

Cagliari è la città dove per fare tre chilometri di tram di superficie (noi la chiamiamo metropolitana di superficie) ci vorranno forse 20 anni. Dove per fare una casa dello studente forse ne basterà qualcuno di meno.

Cagliari è la sua storia, e questa è un’altra storia, che sta insieme a quella di poco fa.

L’articolo Cagliari non è una cartolina, ma la sua gente (e i suoi drammi) proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Crisi di governo, alle prossime Politiche i cattolici faranno rete o saranno carne da macello?

Dov’era il cattolicesimo italiano alle ultime elezioni europee? Non c’è dubbio che le varie associazioni abbiano avuto le loro posizioni favorevoli all’Europa. Ma non erano visibili.

Chi si faceva sentire sui social media, su giornali e televisioni e nell’immaginario di massa, era il leader del fronte sovranista. Agitando rosari e invocando la madonna: segnali calcolati e ben riconoscibili da un’area clerico-tradizionalista scivolata nel nazionalismo e nella xenofobia più o meno aperta.

La domanda sul ruolo o non-ruolo delle forze cattoliche si ripropone oggi nell’esplodere di una crisi imprevedibile, ma di cui si può dire con certezza che le future elezioni avranno il carattere cruciale che ebbero le consultazioni del 1948. O di là o di qua. Allora si trattava di scegliere tra campo sovietico o campo occidentale. E gli elettori italiani scelsero l’Occidente.

Oggi la scelta è altrettanto radicale e profonda. Il sovranismo di Salvini significa scardinare il processo di integrazione europea, scardinare la coesione sociale e nazionale della Repubblica italiana permettendo la secessione economica delle regioni ricche, significa uno stravolgimento continuo della costituzione attraverso l’attacco quotidiano alla divisione dei poteri e alle agenzie indipendenti. Significa infine spingere ancor più l’Italia verso una xenofobia ossessiva e, sul piano internazionale, verso una posizione di rifiuto di una politica multilaterale di composizione degli interessi globali.

Alle Europee il 30 per cento dei cattolici praticanti e il 40 per cento dei fedeli che vanno saltuariamente a messa hanno votato per la Lega. Di fatto due terzi dei cattolici italiani non si identificano con la strategia di Salvini. La questione è che cosa faranno davanti al bivio storico in cui si trova l’Italia.

Nella società civile italiana, di fronte alla desertificazione della funzione di partecipazione un tempo svolta dai partiti e dal sindacalismo, le associazioni cattoliche (da Sant’Egidio a Comunione e liberazione dalle Acli all’Azione cattolica, ai Focolarini, alla Caritas e a tante altre realtà) rappresentano tuttora – benché ridotte numericamente rispetto al secolo scorso – una vitalità di impegno, coinvolgimento e solidarietà, che sostiene il Paese anche quando lavorano sottotraccia. Al di là delle sigle storiche conosciute esiste tutto un tessuto locale di micro-iniziative, che innervano il corpo della nazione. Forse l’unico momento in cui questa realtà sommersa apparve pienamente in pubblico fu durante l’immensa manifestazione (tre milioni di partecipanti) del 2003 contro la guerra di Bush all’Iraq, quando per le strade di Roma – sotto la spinta dell’energica predicazione di pace di Giovanni Paolo II – si videro per otto ore, accanto alle insegne più note, una miriade di cartelli che indicavano gruppi, confraternite, associazioni, comunità, iniziative cattoliche totalmente sconosciute a livello nazionale, ma arterie pulsanti dell’Italia delle cento città e delle mille storie di paese.

La domanda allora è se queste forze, ognuna concentrata sul suo orto, alle prossime elezioni politiche si lasceranno condurre come pecore al macello o se troveranno il modo per fare “massa” e portare sulla scena i propri valori e progetti, la propria visione etica della convivenza civile. Il cattolicesimo italiano, insieme alle forze liberaldemocratiche e di impronta socialista, è stato artefice della Costituzione repubblicana, ha propugnato un’economia sociale di mercato (non il liberismo di rapina!), ha costruito unitamente ad altre forze ideali lo stato sociale pur con le sue imperfezioni, è stato il deciso propulsore del processo di costruzione europea. Difficile pensare che un cattolicesimo democratico e sociale, con un passato così vitale, possa assistere silente e passivo al ribaltamento della storia repubblicana (contrassegnato in Salvini anche dall’evidente disprezzo per la discriminante antifascista) e al ripudio del progetto di unione europea di De Gasperi, Adenauer e Schuman.

La via di un ritorno ad un polo politico cattolico è già naufragata al passaggio di millennio. I vari convegni di Todi si sono rivelati illusori. Egualmente di corto respiro si sono rivelati i tentativi dell’allora presidente della Cei Ruini e dell’ex segretario di Stato vaticano Sodano di arruolare leader politici di destra (Berlusconi e Fini) per ridare un’impronta legislativa cattolica al Paese. Non di questo si tratta. Conta la capacità di rappresentare dei valori. Negli ultimi tempi si è affacciato più volte il progetto di un Sinodo della Chiesa italiana. Un progetto troppo vago e in ultima analisi ancora a trazione gerarchica.

Ciò che potrebbe ridare voce al cattolicesimo democratico e sociale ancora radicato in Italia è piuttosto un coordinamento del laicato e dell’associazionismo cattolico che – a somiglianza del ZDK, il coordinamento dei cattolici in Germania – sarebbe in grado di portare collettivamente le istanze di valori e di concrete esigenze etiche sociali sulla scena pubblica (e al contempo prendere anche posizione sulle riforme ecclesiali).

La gerarchia ecclesiastica italiana ha sempre avuto paura di una rappresentanza autonoma dei fedeli italiani e delle loro associazioni. Ma i tempi mutano e l’ora è grave. Non basta che i valori di etica sociale, religiosa e umanistica, vengano espressi solo da papa Francesco, dal cardinal Bassetti, da padre Spadaro, Avvenire, Civiltà cattolica o Famiglia cristiana se le forze dell’associazionismo bianco rimarranno frammentate e, al di là di qualche dichiarazione, inerti.

O in questo momento storico il cattolicesimo solidale in Italia si fa “Rete” attivamente presente oppure il darwinismo sociale e politico dei sovranisti rischia di prendere il sopravvento.

L’articolo Crisi di governo, alle prossime Politiche i cattolici faranno rete o saranno carne da macello? proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

L’alienazione parentale continua a vittimizzare le donne nei nostri tribunali

Sempre più donne sono rivittimizzate dalla alienazione parentale nei nostri tribuali. Donne che hanno subito violenza e maltrattamenti i cui figli hanno paura del padre perché hanno assistito alle violenze. I sostenitori della “alienazione parentale” (la cosiddetta Parental alienation syndrome, Pas) non indagano mai le ragioni del rifiuto, la difficoltà a relazionarsi con un genitore violento, inadeguato o poco presente perché il loro credo gli fornisce già la risposta: il colpevole è il genitore amato. La soluzione prevista è un intervento vendicativo e punitivo che cancella la figura affettiva di riferimento. Si recide con violenza un legame affettivo senza aver compreso realmente se da parte di quel genitore vi siano comportamenti nocivi per il figlio. L’alienazione parentale è soprattutto una ideologia.

Sono sempre più numerose le madri vittimizzate da questo costrutto a causa di Consulenze tecniche d’ufficio (Ctu) ideologicamente orientate che non approfondiscono i motivi del rifiuto dei bambini e indicano la collocazione del figlio presso il genitore rifiutato. I giudici eseguono le indicazioni dei periti anche se ci sono sentenze che hanno cassato la condotta del giudice “che rinuncia alla propria autonomia e delega ai tecnici di valutare le prove”.

A volte nelle Ctu vengono scritte inesattezze quando sostengono l’inserimento del “disturbo relazionale, avente le caratteristiche dell’alienazione parentale, così come descritta da ultimo ne DSM-V“, ma non è vero (come spiega il libro I nostri bambini meritano di più). C’è anche una armata ben organizzata di propagatori di fake news che sostengono che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha deciso di includere l’alienazione dei genitori nell’Icd-11, ma anche questo non è vero.

Il 17 luglio scorso, D.i.Re ha denunciato nel Convegno “Violenza contro le donne e affido dei minori. Quando la giustizia nega la violenza, la mancanza di riconoscimento della violenza nei tribunali: “ci sono casi in cui gli uomini cercano di allearsi con i figli, mettendo la madre in una condizione di subalternità, oppure casi in cui il papà mette sullo stesso piano bambini e madre. In entrambe le situazioni, i figli vivono un’ambivalenza perché vogliono difendere la mamma, ma sono arrabbiati con lei poiché è debole, sono confusi e gli effetti dell’esperienza della violenza assistita sul lungo periodo sono devastanti”.

Lo psichiatra Andrea Mazzeo Fazio si batte contro questo mostro pseudoscientifico e spiega che “se un evento (il rifiuto) può trovare la sua causa, alternativamente, in diversi fattori si sbaglia, proprio sul piano logico, ad affermare che l’unica causa del rifiuto sia il presunto condizionamento del minore (per l’appunto la cosiddetta Pas o alienazione parentale) supportando questa tesi con elementi scarsamente oggettivi (indagine psicologica, test psicologici, ecc.) ed escludendo a priori altre possibili motivazioni del rifiuto; tra queste rientrano a pieno titolo la violenza fisica, diretta o assistita, la violenza psicologica e quella economica, l’abuso sessuale, sostenuti da referti medici o psicologici, testimonianze, ecc., tutti elementi oggettivi di prova, e occultando le violenze su donne e bambini, come sottolineato già dal 2007 da Crisma e Romito, docenti di psicologia a Trieste”.

Sappiamo che il senatore Simone Pillon ha inserito la alienazione parentale nel testo unico (in discussione a settembre se non cadrà il governo) che ha accorpato il ddl 735 e altri disegni di legge in materia di separazione e affidamento dei figli. Sul suo profilo Facebook ha scritto che “l’alienazione parentale prevede l’inserimento dei bambini in case famiglie per 5 giorni, sufficienti a far guarire dalla manipolazione che induce il rifiuto di un genitore”.

I sostenitori della Pas (PASisti) hanno sempre parlato di una “patologia” gravissima che fa danni incalcolabili, ma, a leggere quanto durerebbe il periodo di cura, pare sia una corbelleria che si cura come un raffreddore. Dopo l’inchiesta di Bibbiano, il senatore Pillon ha cavalcato la crociata contro le Case Famiglia, ma poi le prevede nel suo testo di legge e allora è probabile voglia correre ai ripari dal pulpito dei social, al fine di rassicurare il suo elettorato che la permanenza dei bambini nelle strutture sarà brevissima. Gli si deve credere se la comunicazione è profondamente confusiva e manipolativa?

La battaglia contro gli automatismi causati dalle diagnosi di alienazione parentale deve farsi più incisiva e forte perché è diventata l’arma con cui padri inadeguati o violenti cancellano vendicativamente la figura materna, concretizzando la antica minaccia che ha sempre tenuto legate le donne a uomini maltrattanti: “ti toglierò i figli”. Tutto questo non ha nulla a che vedere con i diritti paterni che sono ben altro e non coincidono con il diritto alla violenza e alla prevaricazione o alla vendetta come da tempo sostiene Pim, una associazione di cui ho già parlato e che è impegnata a sostenere i diritti dei padri ma senza farne un’arma contro le madri.

L’articolo L’alienazione parentale continua a vittimizzare le donne nei nostri tribunali proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Lo confesso: anche i nostri figli hanno ‘abusato’ dei mezzi della polizia

È vero, devo riconoscere che le immagini del figlio del ministro degli Interni, a cavalcioni su una moto d’acqua della polizia di stato, mi hanno un po’ impressionato.
Dopo un iniziale senso di smarrimento mi sono venute in mente le centinaia di circostanze nelle quali i nostri figli disabili hanno “abusato” dei mezzi e del personale della polizia.

Lo ammetto, da quindici anni migliaia di bambini e giovani disabili a giochi senza barriere vengono trasportati sulle moto, sollevati sui cavalli della polizia e della guardia di finanza. Confesso di disporre, assieme a diverse decine di persone, di un archivio fotografico e video che mostra la straordinaria abnegazione e tenerezza delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine.

Sempre affianco ai nostri figli disabili. Se poi devo definitivamente peggiorare la mia posizione confesso che anche l’austero personale dell’Accademia aeronautica di Pozzuoli e i generosi vigili del fuoco ed il personale della polizia municipale di Napoli hanno provveduto ad incentivare questa “collaborazione” con i nostri figli disabili.
Sempre disponibili.
Sempre.

Che dire poi dei giornalisti e dei fotografi che hanno riempito di milioni di immagini i loro strumenti di lavoro?
Forse a pensarci bene con la storia del figlio di Salvini una o più differenze ci sono.
Giochi senza barriere è una festa di tutti e per tutti e non di uno soltanto.

A Giochi senza barriere a nessuno è mai venuto in mente di insolentire o addirittura minacciare un fotografo o un giornalista.
Io un’idea ce l’avrei, qualcuno può aiutarmi ad invitare il giovane figlio di Salvini alla prossima edizione della nostra manifestazione?

Così, tanto per cominciare a vivere.
Senza impegno, si intende.

L’articolo Lo confesso: anche i nostri figli hanno ‘abusato’ dei mezzi della polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Italiani come noi, educazione civica a scuola: “Mancano le basi culturali della cittadinanza”. “Utile per dare senso di appartenenza”

“Un’ora alla settimana non basta, ma è meglio di niente”. “Se ben fatta, può contribuire a dare ai ragazzi il senso di appartenenza a una comunità”. “La responsabilità è prima di tutto dei genitori, la scuola non può sostituire la famiglia”. La decisione di introdurre l’insegnamento dell’educazione civica a scuola (in attesa di approvazione definitiva), nel dialogo con i cittadini in strada, richiama l’attenzione sulla necessità di formare cittadini responsabili e consapevoli. “È il vero problema del nostro paese, a buona parte degli italiani adulti mancano le basi culturali della cittadinanza“. Un breve test in strada sembra confermarlo.

Da cosa cominciare per essere concreti e attuali? “Dall’insegnamento della Costituzione“, dicono alcuni. “Dai fondamentali del senso civico, per esempio il rispetto della legalità e dell’ambiente”, aggiungono altri. Ma è l’intero modello educativo che dovrebbe essere ripensato: “Difficile trasmettere valori positivi a scuola in una società dominata dall’individualismo”. E voi che ne dite?

L’articolo Italiani come noi, educazione civica a scuola: “Mancano le basi culturali della cittadinanza”. “Utile per dare senso di appartenenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

“Noi, nonni di bimbi disabili, abbiamo bisogno di condividere le nostre emozioni. Qui possiamo farlo”
















“Serve tantissimo avere qualcuno con cui parlare. Non avevo mai visto un bambino disabile prima della mia Greta. Non sapevo nulla, neanche come ci si comporta”. Susanna si definisce l’ottimista del gruppo. “È vero, non siamo tantissimi, ma la condivisione funziona molto. Ci sosteniamo: ognuno aiuta l’altro. Parliamo dei problemi e troviamo le soluzioni”. Anche i nonni hanno bisogno di parlare. Si chiama Gruppo Nonni ed è il progetto dell’associazione ‘L’abilità’, onlus nata nel 1998 a Milano e impegnata nell’offerta di servizi e supporto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie soprattutto nell’ambito del tempo libero, del gioco e dell’educazione. Il gruppo ha l’obiettivo di offrire un momento di supporto e confronto ai nonni dei bambini con disabilità. Può accogliere fino a dieci nonni, ma senza i nipoti. Anzi è proprio uno spazio di ascolto e condivisione dedicato esclusivamente a chi è generalmente dimenticato nei percorsi di sostegno alla famiglia di un bambino con disabilità.

L’idea viene da lontano, dopo l’incontro continuo e costante degli specialisti con i nonni. “Da quando è nata, ‘L’abilità’ ha avuto chiaro che prendersi cura di un bambino con disabilità vuol dire prendersi cura di tutta la sua famiglia – spiegano dall’associazione –. Fin da subito, ha cercato di dare risposta non solo ai bisogni dei bambini, ma anche a quelli degli altri componenti della famiglia, primi fra tutti genitori, fratelli e sorelle. Col tempo, ascoltando le storie di vita delle mamme e dei papà, incontrando le famiglie e tutte le persone che ruotano intorno ai nostri bambini, ci siamo accorti della presenza sempre più costante dei nonni: una presenza silenziosa e discreta, ma significativa per il piccolo”. Da qui è nata l’idea di un gruppo dedicato, per dar “voce e parola, per offrire uno spazio di ascolto della loro esperienza, del loro vissuto e delle loro emozioni”.

Il Gruppo Nonni è partito lo scorso anno, nel 2018. “C’è un colloquio di conoscenza iniziale, per capire la storia e inserirli nel percorso. Siamo partiti da contatti che avevamo direttamente e l’iniziativa si è poi rivolta a tutto il territorio cittadino – spiega Federica Aventaggiato, psicologa de ‘L’abilità’ –. La figura dei nonni è davvero sempre più presente nella vita dei figli e dei nipoti. Dagli accompagnamenti del bambino alla scuola, alle terapie, alle varie attività, fino al supporto emotivo. Sono una presenza su cui i figli possono contare”.

Il gruppo si incontra circa una volta al mese per un’ora e mezza. Sono presenti due agevolatori e un tirocinante, con ruolo di ascoltatore silente. Viene utilizzato prevalentemente il metodo narrativo-autobiografico, talvolta possono essere lanciati degli stimoli dagli agevolatori oppure si parte da un tema portato dai partecipanti. Le prime reazioni? “Tutte le persone contattate hanno apprezzato l’iniziativa. I membri del gruppo pensano che questo momento di incontro e scambio reciproco sia utile – raccontano dall’associazione –. Il clima è di ascolto non giudicante del vissuto di ciascuno e c’è spazio di condivisione di emozioni sia di felicità e gioia, sia di rabbia, paura o tristezza”.

Tutti gli incontri sono significativi, perché in ciascun appuntamento ogni partecipante si apre al racconto e al confronto e la propria storia di vita diventa ricchezza per l’altro. “Ciò che mi risuona ogni volta che facciamo un incontro di gruppo è l’enorme potere dell’ascolto non giudicante: nel gruppo ognuno può sperimentare la libertà di lasciar andare esperienze, memorie, emozioni e dubbi nella certezza che l’altro non esprime giudizi, ma accoglie nel rispetto della vita di ciascuno”, continua Federica. Questa esperienza è positiva per i nonni, che riferiscono di sentirsi a proprio agio e desiderano, anzi, che il gruppo si apra sempre più a nuovi ingressi.

“Partiamo da presupposti molto simili: siamo presenti, ma il papà e la mamma decidono sempre loro – continua nonna Susanna –. Noi ci siamo, siamo il supporto a cui si possono appoggiare i nostri figli. Ma le decisioni spettano a loro. Questa è stata la base su cui tutti si sono ritrovati. Tutti sono presenti ma non invadenti, sarebbe molto più bello vedersi di più”, conclude prima però di un’ultima riflessione. “I nonni sono solo di Milano e della zona. Noi siamo fortunatissimi, siamo aiutati da associazioni fantastiche. Non so a Campobasso, ad esempio, cosa può succedere alle famiglie nelle nostre stesse situazioni. Per un nonno, sa, è un dolore doppio: per i propri figli e per i propri nipotini”. Ma a volte, come dice lo slogan dell’associazione, con la disabilità non si scherza. Si gioca.

L’articolo “Noi, nonni di bimbi disabili, abbiamo bisogno di condividere le nostre emozioni. Qui possiamo farlo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Legge sul fine vita, una modesta proposta per non fallire del tutto

di Gruppo di Lavoro Cure Palliative e Terapia del dolore – Ordine degli Psicologi del Lazio

Binario morto per una legge sul fine vita. Il 24 settembre scadrà il tempo concesso al Parlamento dal presidente della Consulta Giorgio Lattanzi per colmare il “vuoto normativo costituzionalmente illegittimo” su questo argomento. Una specie di “ultimatum” della Corte Costituzionale, che chiamata a pronunciarsi sul caso di Marco Cappato e DJ Fabo si era resa conto, appunto, di trovarsi di fronte alla mancanza di leggi di riferimento sulla questione. La richiesta della Consulta risale ormai all’ottobre scorso, ma i legislatori restano nell’impasse: ci sono cinque proposte di legge depositate, ma il dibattito non è in calendario nemmeno per settembre.

Una paralisi tutt’altro che casuale, vista la delicatezza del tema. Le divisioni, aspre fino allo scontro frontale, ci sono non solo fra i partiti, ma all’interno dei partiti. E sembra tramontato anche l’escamotage di intervenire solo modificando l’articolo 580 del c.p. (reato di aiuto al suicidio): l’aveva proposto al Comitato ristretto delle commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera, il relatore del M5s Giorgio Trizzino, e condivisa da altre forze politiche (Fi e Pd).

La situazione rimane quindi bloccata e prevedibilmente lo resterà nei prossimi mesi. Non c’è da stupirsi, se si ricorda la difficoltà con la quale, a fine 2017, vide la luce la legge 219/2017 sul consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento. Una legge esito di un dibattito più che ventennale, a suo modo rivoluzionaria perché afferma in maniera inequivocabile la dignità della persona-paziente e il suo diritto a essere co-protagonista delle decisioni sui trattamenti sanitari. La 219/2017, peraltro tuttora largamente inapplicata, non è stata che un primo passo e non affronta in alcun modo il nodo dell’eutanasia, o delle decisioni sul fine vita. Rimanda quindi anch’essa al successivo intervento legislativo, quello ora impantanato nei veti incrociati del Parlamento.

Come psicologi, non ci compete e non ci interessa prendere posizione sulle responsabilità delle forze politiche, né entrare nel merito delle battaglie valoriali e ideologiche sul tema del fine vita. Teniamo però a sottolineare ancora una volta l’urgenza di legiferare su questo argomento, che da tempo tocca il tessuto vivo della società, interrogando la coscienza e la consapevolezza del singolo cittadino, suscitando dubbi e dilemmi etici, ma anche creando difficoltà pratiche, concrete, nei rapporti tra cittadini e istituzioni. Difficoltà che spingono a volte verso soluzioni tanto sofferte e radicali quanto, forse, evitabili in presenza di alternative normativamente chiare, dignitose e praticabili.

L’Ordine degli Psicologi del Lazio, attraverso il suo Gruppo di Lavoro Cure Palliative e Terapia del dolore, è attivo da anni sul tema del fine vita proprio con l’obbiettivo di informare il cittadino, stimolare il legislatore, coordinare le competenze e le esperienze tra i vari professionisti coinvolti. Il 4 aprile scorso dopo un anno di lavoro, l’Ordine ha presentato un documento congiunto con l’Ordine dei Medici della Provincia di Roma, l’Ordine degli Infermieri di Roma, docenti delle Università di Roma “Sapienza” e di Padova, la Società Italiana di Cure Palliative, le Associazioni Aisla e Luca Coscioni, bioeticisti dell’Ospedale Fatebenefratelli. Il documento, corredato da un glossario e frutto di un anno di lavoro comune, mira proprio a costruire ponti sulle differenze professionali e valoriali, per arrivare a una visione comune nell’interesse della persona-paziente e del cittadino. Ragionando insieme, valorizzando i diversi punti di vista, rispettando le posizioni di tutti alla ricerca di un minimo comun denominatore. Che si può trovare solo accettando la complessità e rifuggendo da soluzioni dicotomiche, che pretendono di sciogliere i nodi a colpi di spada.

Un primo passo, ma anche la proposta di un modello di lavoro che ci sentiamo sommessamente di suggerire anche a deputati e senatori perché riprendano in mano il dossier sul fine vita, sia pure in zona Cesarini. Perché ogni giorno è prezioso, ogni giorno migliaia di cittadini italiani, come malati, come familiari, come operatori sanitari, si trovano a navigare in acque infide e sconosciute, dove il legislatore non ha per ora saputo costruire né fari né porti. Sono soli, e chiedono a tutti noi un aiuto e un impegno. Non possiamo voltar loro le spalle.

L’articolo Legge sul fine vita, una modesta proposta per non fallire del tutto proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Lodi, Giacomo e Martina da due anni vivono senza plastica: ora lanciano un progetto per una città plastic free

Due trentenni e un sogno. L’urbanista Giacomo Losio e la compagna Martina Geroni (architetto e artista) hanno deciso da due anni di eliminare la plastica monouso dalla loro vita. “Abbiamo smesso di utilizzare borse, packaging e persino gli spazzolini”, racconta Giacomo. Una scelta di vita ispirata al libro “Zero Waste Home” della franco-californiana Bea Johnson. Scelta che ha attirato l’attenzione di amici e parenti. “A quel punto – spiega Giacomo – ci siamo chiesti: se la gente si avvicina curiosa a questa scelta, perché non raccontare come fare a vivere così ed estendere l’invito?”. Così domenica 30 giugno è nata un’installazione presso il caffè letterario di Lodi (un locale già impegnato nella lotta all’utilizzo della plastica) che invita i lodigiani a registrarsi su un portale online e creare una community disposta a vivere senza la plastica e a cambiare così la vita nella città.

“Positivo che si muovano dei singoli cittadini” – Il progetto è stato accolto con plauso dall’assessore all’Ecologia e all’Ambiente del comune lombardo Alberto Tarchini: “Credo che sia doveroso che una pubblica amministrazione segua con interesse una delle problematiche ambientali più importanti di questi tempi: ridurre l’utilizzo delle plastiche monouso che stanno facendo molto male ai nostri mari e che entrano nella catena alimentare”. L’assessore sottolinea che il comune lombardo è pronto a fornire un supporto istituzionale all’iniziativa: “È positivo che si muovano dei singoli cittadini, per giunta giovani, desiderosi di dare il loro contributo alla causa in aggiunta a ciò che le istituzioni stanno già facendo. Mi recherò a vedere l’installazione per un sostegno concreto”, conclude.

“I clienti chiedevano informazioni sulla nostra scelta” – I due giovani hanno iniziato proponendo la loro scelta di vita ai commercianti: “Abbiamo chiesto se potevamo portare i nostri contenitori per la spesa” e quelli hanno acconsentito volentieri. Per quanto riguarda invece la spesa “grossa”, i due si recano in alcuni supermercati specializzati a Milano: “Andiamo a comprare i prodotti dove possiamo utilizzare borse ricaricabili. Purtroppo i singoli supermercati delle multinazionali non possono compiere scelte come questa in autonomia. Tuttavia – spiega Giacomo – se riuscissimo a raggiungere un alto numero di adesioni potremmo proporre un accordo anche a loro”. Accordo che verrà proposto anche ai piccoli commercianti una volta raggiunto un buon numero di iscrizioni: “Gli stessi esercenti ci hanno raccontato che i loro clienti abituali chiedevano informazioni sulla nostra scelta”, spiega Giacomo.

“Se ce l’abbiamo fatta noi, può farcela chiunque” – L’idea dei due giovani di Lodi nasce in aggiunta al “Taller delle terre”, un progetto di economia circolare per promuovere lo sviluppo sostenibile del territorio riutilizzando gli scarti prodotti dalle aziende. Scarti che vengono valorizzati realizzando oggetti da tavola per individui, bar e ristoranti. Un progetto che aiuta a compiere un grande passo per l’ambiente: “Se ce l’abbiamo fatta noi, può farcela chiunque”.

L’articolo Lodi, Giacomo e Martina da due anni vivono senza plastica: ora lanciano un progetto per una città plastic free proviene da Il Fatto Quotidiano.

 – Leggi

Translate »