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Paolo VI, il Papa che si sentì sempre sacerdote. A cent’anni dall’ordinazione un esempio attuale

Amleto o Don Chisciotte? Così i suoi critici dipingevano San Paolo VI che la Chiesa ricorda il 29 maggio, nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta esattamente cento anni fa, nel 1920. Un Pontefice amato più da morto, e da santo, che da vivo. Molto osteggiato all’interno della Curia romana, probabilmente di più di quanto lo è oggi Papa Francesco. Un autentico riformatore per i suoi gesti eclatanti come il rifiuto della tiara che mise all’asta in beneficenza, la messa della notte di Natale del 1968 celebrata all’Ilva di Taranto con gli operai dello stabilimento, il funerale di Aldo Moro il 13 maggio 1978 e i viaggi internazionali da lui inaugurati.

Ma anche per la sua insuperata riforma della Curia romana, la Regimini Ecclesiae universae, per due dei suoi provvedimenti più avversati ma sicuramente più lungimiranti, Ecclesiae sanctae, con il quale stabilì a 75 anni la pensione per i vescovi e Ingravescentem aetatem, con il quale fissò a 80 anni il limite d’ingresso dei cardinali in conclave, e, infine, per la sua contestatissima ultima enciclica, Humanae vitae, contro l’aborto e la contraccezione.

Di San Paolo VI molti ricordano una celebre frase pronunciata, il 2 ottobre 1974, durante il discorso che egli tenne ai membri dell’allora Consilium de laicis: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Frase che Montini riprese, l’anno dopo, nella sua esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Un documento profetico, non a caso ritenuto da Bergoglio il più bello del magistero montiniano, da lui sviluppato nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, il documento programmatico del suo pontificato.

Monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia e autorevole biografo di Montini, ripercorre il magistero sul sacerdozio di San Paolo VI a cento anni dalla sua ordinazione presbiterale. Di quell’uomo che, dopo un’intensa vita diplomatica ai vertici della Segreteria di Stato, accanto a Pio XII, sarà chiamato prima a guidare l’arcidiocesi di Milano e poi a succedere a San Giovanni XXIII e a governare il Concilio Ecumenico Vaticano II e soprattutto la difficile fase della sua immediata attuazione.

Nel libro Paolo VI. Pastorale del sacerdozio (Edizioni Viverein), Sapienza scrive che Montini “era giunto all’ordinazione con notevoli difficoltà, a causa della salute malferma. Il suo vescovo scriveva: ‘È un giovane che ha tutte le più belle qualità, ma gli manca la salute’. E, non di meno, era convinto di ordinarlo ugualmente: ‘Vuol dire che lo ordineremo per il paradiso!’”.

Per Sapienza “il pontificato di Paolo VI ha attraversato una stagione delicata: gli anni del Concilio e del post-Concilio; il sessantotto, con la contestazione giovanile. E la lacerazione aperta all’enciclica Humanae vitae; la crisi delle vocazioni, con le polemiche sul celibato: tanti, tra il clero e i consacrati, che chiesero di lasciare, o lasciarono senza chiedere, il ministero. Paolo VI soffriva intimamente e, tuttavia, confermò i principi e la grande tradizione della Chiesa; ma, fin dove fu possibile alla sua coscienza di credente e di pastore, cercò di capire e di sostenere con un insegnamento saggio, illuminato, e profondamente partecipato”.

Sapienza ricorda come “prima di tutto e sempre”, Montini “si sentì sacerdote. Qualcuno è arrivato a dire che riteneva il sacerdozio superiore anche all’episcopato: ‘Il ministero più che il magistero’. Aveva desiderato la vita pastorale in parrocchia, provare ‘la felicità di amare Dio con un povero cuore’”.

Nei dialoghi con Jean Guitton, San Paolo VI affermava: “Se c’è una cosa bella che riempie di gioia il cuore del Papa è la vista di un prete povero, vestito di una vecchia tonaca, magari senza qualche bottone, in mezzo a un gruppo di ragazzi che giocano con lui, che studiano e si preparano alla vita, che lo accolgono con gioia e in lui hanno fiducia”.

Ma, – chiosa Sapienza – come sappiamo, il suo futuro fu diverso. E, forse, questa può essere stata una delle pene della sua vita: essere relegato a funzioni amministrative molto lontane dal sacerdozio, mentre era nato per parlare all’uomo, per guidare le coscienze. Così Jean Guitton poteva concludere: ‘Davvero la condotta di Dio è paradossale. Prepara un uomo a una certa esistenza e poi lo chiude nell’esistenza opposta!’”.

Sapienza riporta, inoltre, un episodio molto significativo. “L’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, salutando Montini a nome di tutto il corpo diplomatico prima della partenza per Milano, ammetteva con ammirazione: ‘Ciò che noi diplomatici più rispettiamo e maggiormente amiamo in voi è che, dietro la figura del ministro della Santa Sede, abbiamo sempre sentito il sacerdote‘. E Montini seppe interpretare i servizi che gli venivano proposti dalla Chiesa, nelle diverse stagioni della vita – anche nel servizio diplomatico! – come altrettante forme della sua totale e gioiosa donazione nel sacerdozio”. Un esempio attualissimo.

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Walter Tobagi, quarant’anni fa l’assassinio di un appassionato esempio di giornalismo

Nell’Antico Testamento c’è un passaggio nel Libro del Siracide che recita così: “Informati, prima di criticare, e rifletti bene, prima di far rimproveri. Prima di rispondere, ascolta attentamente, e non interrompere chi sta parlando”. È un insegnamento di vita che aderisce allo stile di Walter Tobagi, giovane e brillante giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 sotto casa, a Milano, dalla Brigata XXVIII marzo, un commando terroristico di estrema sinistra che si richiama alle Brigate rosse.

Tobagi, figlio di un ferroviere socialista, nella sua vita ha bruciato le tappe. A 21 anni è studente lavoratore e comincia a scrivere per l’Avanti!, quindi passa all’Avvenire (due testate che ne riflettono l’orientamento di socialista cattolico), poi al Corriere d’Informazione fino al Corriere della Sera, nel 1972, ad appena 25 anni. Arriva nel più importante quotidiano italiano avendo già scritto un libro, Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia. Si laurea con una tesi in Storia contemporanea sul sindacato nel dopoguerra, acquisendo competenze che gli valgono anche una cattedra in Storia contemporanea all’Università di Milano.

Ripercorrendo i tratti della sua vita professionale, si trae l’impressione che i sette libri che ha scritto gli siano serviti come modus operandi per la sua attività giornalistica: sempre documentato, mai sopra tono, animato dall’intento di trasmettere conoscenze più che opinioni. Dal suo studio sul sindacato parte anche il suo impegno nell’associazione di categoria, che lo porta a diventare presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti.

Non vuole un sindacato figlio di interessi partitici, denuncia l’impoverimento e la precarizzazione della categoria (il giornalista povero non è libero), valuta positivamente una formazione universitaria del giornalista, intravede le possibili insidie della tecnologia e guarda con naturale sospetto alle concentrazioni di poteri e di testate.

Dalla seconda metà degli anni Settanta i giornalisti sono un obiettivo privilegiato del terrorismo rosso. Vanno ricordate le intimidazioni, i numerosi ferimenti e l’uccisione di Carlo Casalegno, firma di punta de La Stampa. A questo proposito scrive Tobagi in una relazione del 1978: “Possiamo annoverare i terroristi tra quelli che si propongono di far tacere, o almeno intimorire, la stampa. Sarebbe sciocco ignorare questa realtà, ma non possiamo nemmeno farci impaurire. Dev’essere chiaro che i giornalisti non vanno in cerca di medaglie, non ambiscono alla qualifica di eroi; però non accettano avvertimenti mafiosi”.

Il gruppo terroristico che lo uccide tre settimane prima aveva sparato alle gambe al giornalista de La Repubblica Guido Passalacqua. La Brigata XXVIII marzo aveva assunto questo nome, nel 1980, dal giorno dell’irruzione nel covo di via Fracchia a Genova degli uomini del Nucleo speciale antiterrorismo. L’azione portò alla morte di quattro brigatisti (fra cui due donne), ma la versione ufficiale dei carabinieri – un conflitto a fuoco in risposta al ferimento di un sottoufficiale dell’Arma – non fugò il sospetto di una reazione eccessiva da parte degli agenti.

Su quest’episodio, Tobagi riesce a non farsi trasportare dagli umori vendicativi che serpeggiano fra la gente del posto e scrive: “È come se perfino un sentimento di pietà non possa più trovar spazio; ed è la conseguenza più avvilente di quella strategia perversa che ha voluto puntare sulla lotta armata”.

Walter Tobagi era diventato un esperto di terrorismo, ne aveva anche analizzato le forme di evoluzione della clandestinità. Il 20 aprile 1980 scrisse uno dei suoi articoli più noti sui terroristi, intitolato Non sono samurai invincibili, chiudendo il pezzo con queste parole: “L’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato”.

Era un’analisi esatta. Sapeva di essere nel mirino dei terroristi e convisse nei suoi ultimi mesi con un dignitoso sentimento di paura, senza arretrare, continuando a lavorare con la sua passione e la sua intelligenza, continuando anche a credere, dopotutto, in un futuro migliore.

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Coronavirus, la richiesta di Medici senza frontiere: no a brevetti su test e vaccini. E a me viene in mente Bennato

Sul vaccino la lezione più grande me l’ha ricordata Edoardo Bennato. Il perché, però, ve lo dico dopo.

Qualche giorno fa, nel corso della trasmissione Agorà, il presidente dell’Istituto ricerche farmacologiche ‘Mario Negri’ di Milano, Silvio Garattini ha parlato di cosa dovrebbe accadere nel momento in cui ci sarà un vaccino contro il Covid-19.

“Se verrà realizzato negli Usa, ci si occuperà di darlo prima negli Usa” ha spiegato, sottolineando la necessità che arrivi ovunque. “Se necessario – ha detto – si potrebbe anche pensare ad abolire il brevetto per permettere a tutti di realizzarlo”. Che poi è una proposta avanzata nei giorni scorsi da diversi scienziati.

Qualche settimana fa l’organizzazione umanitaria Premio Nobel per la Pace, Medici senza Frontiere ha chiesto ai governi che non vengano depositati brevetti su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta alla pandemia di Covid-19, ma che si adottino invece “misure alternative quali il controllo dei prezzi, al fine di garantire la disponibilità e la riduzione del costo dei prodotti, oltre che il salvataggio del maggior numero di vite umane”.

Di fatto, sarebbe un suicidio dal punto di vista della reputazione per un’azienda brevettare un vaccino e imporlo a prezzi alti. Gli Stati, poi, concorderanno l’eventuale prezzo con le aziende in grado di garantire la fornitura. Ma è interessante osservare cosa sta già accadendo intorno a noi.

Medici senza Frontiere segnalava i casi di Canada, Cile, Ecuador e Germania, dove sono stati presi provvedimenti “emettendo una licenza obbligatoria per farmaci, vaccini e altri strumenti medici destinati al trattamento del Covid-19” e ricordava che la casa farmaceutica Gilead aveva rinunciato alla designazione speciale di ‘farmaco orfano’ (anche se non si era ancora impegnata a non applicare i brevetti a livello globale) per il suo antivirale remdesivir, farmaco potenziale per il Covid-19, che le avrebbe consentito in via esclusiva di ricavare esorbitanti profitti dalla vendita.

Sempre se fosse stato efficace contro la pandemia, ma sappiamo come è finita, almeno per il momento. Il Financial Times ha, infatti, anticipato che la prima sperimentazione dell’antivirale in Cina si è rilevata un flop perché il farmaco “non ha migliorato le condizioni dei pazienti o ridotto la presenza del patogeno nel sangue”. Medici senza Frontiere ricordava anche il caso del produttore americano di test diagnostici Cepheid, definendolo “un altro esempio di come si può fare profitto speculando durante una pandemia”.

Appena ricevuta l’autorizzazione rilasciata dalla Fda per l’uso di un test rapido Covid-19 che fornisce risultati in 45 minuti, l’azienda ha annunciato che avrebbe fatto pagare 19,80 dollari per ogni singolo test nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi più poveri al mondo, dove le persone vivono con meno di due dollari al giorno. “Prezzi elevati e monopoli comporteranno il razionamento di medicinali, test e vaccini, e che ciò contribuirà solo a prolungare questa pandemia” la denuncia di Medici senza Frontiere.

E allora mi vengono in mente due storie italiane, una recentissima e una vecchia, come quelle che piacciono a me. La prima riguarda l’azienda farmaceutica statunitense Abbott, che ha vinto la gara bandita dal governo per la fornitura di test sierologici in Italia, offrendo gratuitamente 150mila kit e portando a casa la vittoria, contro ogni pronostico (in molti erano convinti che il bando fosse stato cucito su misura per la piemontese Diasorin).

Ma la vera sorpresa l’ha fatta la Abbott: appena il giorno dopo l’annuncio della vittoria della gara (su 72 partecipanti) che ha procurato all’azienda americana una notevole pubblicità, la multinazionale ha pensato bene di comunicare che entro maggio saranno pronti altri 4 milioni di test sierologici. Ma a pagamento. Una tempistica che pare abbia lasciato con l’amaro in bocca Palazzo Chigi.

E poi c’è l’altra storia, quella vecchia. Me l’ha ricordata Edoardo Bennato perché, in una trasmissione Rai la cui replica è andata in onda in questi giorni, ha dedicato una sua canzone meravigliosa, ‘L’isola che non c’è’ al virologo polacco Albert Bruce Sabin, naturalizzato statunitense. Fu lui a sviluppare il vaccino più diffuso al mondo contro la poliomielite, una malattia virale acuta molto contagiosa responsabile di migliaia di morti, soprattutto tra i bambini. Ne furono vaccinati milioni tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

In Italia divenne obbligatorio nel 1966 e debellò la malattia. Sabin non brevettò mai il vaccino e rinunciò allo sfruttamento commerciale da parte dei colossi farmaceutici affinché il prezzo rimanesse basso. “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino – raccontò – ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”.

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Il Coronavirus ci insegna che è ora di un dialogo adulto tra scienza e popolazione

Quando tutto questo si sarà concluso – e tutti auspichiamo che sia il prima possibile – quel che rimarrà sarà la memoria delle poche menti lucide che avranno saputo arginare il terrore sul ponte della nave che affondava, indicando la via della salvezza e dando un esempio di equilibrio e raziocinio, puntando all’interesse della comunità nazionale e non di interessi locali.

Il virus ha dimostrato di non sapere cosa sia un confine o un punto cardinale. Sembra aver colpito di più dove è riuscito ad arrivare senza lasciare il tempo per prendere le precauzioni necessarie, nei modi e nelle forme che ci verranno spiegate dagli studiosi del campo, quando usciremo dalla pandemia. Non rimarranno, annegando tra i marosi dell’oblio, le polemiche campanilistiche, le rivendicazioni improduttive e gli accenti razzisti che purtroppo trovano spazio mediatico soprattutto nei momenti più dolorosi, per solleticare la pancia di fette più o meno consistenti di elettorato che, ieri come oggi, cercano un capro espiatorio, da un balcone come da un profilo di social network.

La nave che affonda è chiaramente quella della hybris dell’uomo moderno, che ha applicato senza freni le leggi del mercato a tutti gli ambiti, incluse le questioni fondamentali, che attengono ai diritti di base e ai rapporti tra i sapiens nella società del nostro tempo.

Ce l’ha ricordato, qualche settimana, fa il costituzionalista Sabino Cassese, in un’intervista al Messaggero, che è il caso di citare: “Il servizio sanitario è definito nazionale perché deve avere una organizzazione e un funzionamento uniforme sul territorio. Il diritto alla salute non cambia se si passa dalla Lombardia alla Sicilia. Quindi, finita questa vicenda, bisognerà trasferire il servizio allo Stato, o a una guida centrale assicurata da un organo composito Stato-regioni, ma che parli con una voce sola. È questa una proposta da tempo affacciata, che tiene conto anche del fatto che dopo il 1970 alle Regioni (a statuto ordinario, nda) sono state assegnate troppe funzioni, che svolgono con notevole affanno”.

Saliamo a un livello più generale: le questioni che attengono ai Diritti e Doveri dei Cittadini, ossia alla Parte Prima della Costituzione, segnatamente salute (art. 32), istruzione, università (artt. 33-34), non possono e non devono essere oggetto di delega o equivoci derivanti dai confini mobili della legislazione concorrente. Ciò ancor di più vale per la ricerca scientifica, promossa dalla Repubblica già nell’art. 9, ossia nell’ambito dei Principi Fondamentali. E proprio in questi giorni capiamo perché senza bisogno di ulteriori commenti.

Dopo anni di tagli su sanità, università e ricerca, ci siamo ritrovati in questa tempesta nella piena consapevolezza che la salvezza proviene proprio da quei settori, sottoposti a lustri di vacche magre. Eppure, le nostre scuole e università, in pochi giorni, si sono riconvertite per offrire agli studenti gli strumenti per affrontare questo periodo nel modo meno traumatico possibile. Hanno dimostrato resilienza, con gli strumenti a loro disposizione. In questa fase, non andrà dimenticato che anche i docenti e i ricercatori precari hanno dato un sostegno concreto, non lesinando impegno e sforzi.

Una riflessione ulteriore merita la diffusa impreparazione ad ascoltare un dibattito scientifico, a discernere una notizia falsa da una attendibile, a distinguere una dichiarazione di uno scienziato (più o meno illustre) da un risultato scientifico oggetto di pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, che pubblica i risultati di ricerche dopo processi di seria revisione su tesi, aspetti metodologici, riferimenti e risultati. Mentre altre riviste pubblicano qualsiasi studio, dietro pagamento e hanno impatto scientifico decisamente non confrontabile con le prime.

Non solo stiamo prendendo sempre più consapevolezza circa la necessità di foraggiare (almeno quanto gli altri paesi europei) questi settori fondamentali in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, ma anche sull’esigenza di un dialogo adulto e capillare tra scienza e popolazione. In un celebre discorso ai laureandi, lo scrittore David Foster Wallace diceva che “il mantra delle scienze umanistiche – ‘insegnami a pensare’ – in parte dovrebbe significare proprio questo: essere un po’ meno arrogante, avere un minimo di consapevolezza critica riguardo a me stesso e alle mie certezze… perché un’enorme percentuale delle cose di cui tendo a essere automaticamente certo risultano, a ben vedere, del tutto erronee e illusorie”.

A questo processo critico si può e si deve dedicare una vita. Ma se non cade la tara dell’arroganza, da parte di chi divulga, come da parte di chi riceve le informazioni, quel dialogo sereno e maturo non si creerà mai. È giusto che si capisca che la scienza avanza con grande sacrificio e studio di persone che hanno dedicato la propria vita all’approfondimento e allo studio, all’approccio sperimentale. E questo esige rispetto da parte di chi si approcci a un tema per la prima volta, con una ricerca su Google o Wikipedia.

Dall’altra parte, nel mondo scientifico, deve maturare più consapevolezza sulla necessità della collaborazione tra i gruppi di ricerca, non sempre favorita da logiche di distribuzione delle risorse che alimentano la competizione più che la collaborazione. Se questa catastrofe ci lascerà più maturi, da questi punti di vista, il dolore che sta arrecando sarà meno vano.

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Coronavirus, serve collaborazione tra città ed entroterra. E la cultura può cambiare le regole del gioco

La crisi che sta portando il coronavirus ci ricorda quanto importante sia la collaborazione. Dobbiamo riprendere il concetto di comunità e investire sulle persone se vogliamo far crescere il benessere collettivo. La comunità è la base per creare ponti tra città ed entroterra. Abbandonare l’altro e lasciarlo annegare nei problemi porta solo scontri e guerre. Qualunque libro di storia potrebbe confermarlo. Creare, quindi, comunità nel nostro entroterra per sviluppare una reale sinergia con la città.

Dobbiamo dare vita a un processo di inclusione che distribuisca lavoro e benessere su tutto il territorio nazionale attraverso una decentralizzazione capace di dare forza a un nuovo progetto di vita in cui città e paesi, tecnologia e paesaggio vanno a braccetto e trovano sviluppo reciproco nella collaborazione. Dobbiamo investire in una convivenza basata su nuovi stili di vita e di produzione in cui tutto il territorio contribuisce al benessere collettivo e tutto il territorio va difeso e tutelato.

Si potrebbero migliorare i finanziamenti e i contributi a fondo perduto per le imprese agricole e per chi vuole aprire attività in campagna; snellire una assurda burocrazia che ignora ogni logica legata alla campagna; concedere terreni comunali abbandonati a famiglie che scelgono di occuparsene e vivere con ciò che producono e vendono; agevolare le aziende che decidono di creare sedi nell’entroterra piuttosto che nelle periferie urbane; non chiudere i piccoli ospedali nei paesi, come ci insegna il coronavirus; aumentare il numero di scuole nei piccoli centri o aumentare le navette che rendano più facile la vita agli studenti dell’entroterra; investire nell’offerta culturale attraverso biblioteche ed Ecomusei capaci di creare cultura, eventi e attrazione turistica in tutto l’arco dell’anno e non solo in estate.

Ma soprattutto bisognerebbe investire nella Formazione prendendo ad esempio l’Alto Adige: in Val d’Ultimo esiste la “Winterschule Ulten”, una scuola che recupera antichi lavori artigianali attraverso la valorizzazione di prodotti del territorio. Il risultato è che molti giovani hanno trovato lavoro grazie a questa scuola. Tanti ragazzi restano in valle lavorando, guadagnando e tenendo in ordine il paesaggio perché sanno che la loro sopravvivenza dipende da quanto rispetteranno la natura. In questo processo di maestria artigiana la tecnologia riveste un ruolo di primissimo piano aiutando a produrre meglio, con meno fatica e con un impatto diverso sugli ecosistemi.

Insomma, bisogna semplificare la vita a chi sceglie di vivere in montagna, in campagna o comunque in piccoli centri.
Dobbiamo creare le condizioni che possano aiutare i disoccupati di città a cercare lavoro in campagna perché ne avrebbe beneficio sia la loro vita, sia l’ecosistema. Se non rendiamo più accettabile la vita nell’entroterra nessuno mai abbandonerà la città dove è più facile trovare supermercati, farmacie, cinema e gente da incontrare per strada o al bar.

In questa interazione tra città e entroterra anche la cultura riveste la sua importanza, perché solo facendo passare il concetto che il paesaggio è uno straordinario patrimonio della nostra civiltà potremo rendere appetibile la vita in piccoli centri. Si pensi all’Unesco che, decretando i muretti a secco Patrimonio Immateriale dell’Umanità, restituisce rispetto e dignità alla maestria artigiana e al lavoro in campagna.

La cultura cambia le regole del gioco, ricordo un documentario sull’Ilva di Taranto in cui si vedevano degli ulivi pronti ad essere estirpati per far spazio alla cattedrale di acciaio e vetro dell’industria siderurgica. Ebbene, i testi che presentavano la campagna come “miseria”, come qualcosa di vecchio e da abbandonare, erano di Dino Buzzati e la voce che li leggeva era di Arnoldo Foà. Un grande scrittore e un grande attore per sradicare la gente dalla campagna e farne operai. Quegli operai che oggi patiscono mille e un problema. La cultura è stata e sarà sempre di primaria importanza nel far passare un concetto piuttosto che un altro.

Quindi si deve investire nel lavoro, nella sanità, nella scuola, nella formazione e nella cultura rendendo visibile, attraverso ogni canale, una alternativa di vita alla disoccupazione delle periferie urbane. Certo, nessuno si illude di invertire la rotta, ma offrire occasioni reali di lavoro ai disoccupati di città e salvaguardare il paesaggio è già un obiettivo straordinario. Collaborazione attiva tra città ed entroterra significa provare a nutrire un pianeta in cui l’ecosistema sta precipitando.

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Eroi, guerre, catastrofi e #andràtuttobene: come se la passano le parole durante il Carogna-virus

Come si stanno comportando le parole nel tempo del Carogna-Virus?

A guardare (e a leggere) anche superficialmente, ciò che salta all’occhio (e all’orecchio) è che certe parole, certe espressioni, stanno dilagando, alcune parole, determinate metafore ne scacciano altre, mentre ce ne sono che sembrano svanite.

Per esempio, c’è qualcosa di intimamente perverso e vergognoso nel paragonare il tentativo di fermare la pandemia e di salvare più vite umane possibile a una guerra. Che è l’esatto opposto di questo. Come facevamo prima, chiamando le guerre ‘missioni di pace’. Anzi addirittura peggio.

Un medico e un soldato non hanno nulla in comune: uno sta lì per salvare vite, l’altro per annientarle. Dunque chi metaforizza così sta, probabilmente, usando il linguaggio per mascherare la verità, per nascondere a tutti ciò che in realtà sta avvenendo.

In cosa ci guadagna la nostra comprensione di ciò che sta accadendo se, invece di concentrarci sul fatto che il nostro è, prima di tutto, un problema sociale, politico, medico, immaginiamo di essere al centro di una guerra, con soldati al fronte che sterminano il nostro supposto nemico (che sarebbero i bis-miliardi di Carogna-Virus che sono in giro)? Un surplus d’odio nelle nostre giornate recluse?

Certo odiare qualcosa o qualcuno ci aiuta, orwellianamente, a gestire le nostre rabbie e soprattutto le nostre desolazioni e il senso d’impotenza che ne deriva, ma difficilmente aiuta a risolvere i problemi, anzi tende ad aggravarli.

Chi la gestirà, tutta questa rabbia contro il ‘nemico invisibile’, se per caso dietro l’angolo ci aspettasse una Bio-Caporetto?

Definire la decisione di investire enormi capitali in welfare come ‘un’enorme potenza di fuoco’, non rischia di solleticare la pancia di ogni stolto sovranismo, quando invece potrebbe essere indicata meglio facendo riferimento a ben altro, che so? Alla ‘social catena’ leopardiana?

Una guerra è, in buona misura, un evento volontario, una scelta che si dichiara. A chi dovrei arrendermi, visto che sarei in guerra, se volessi alzare bandiera bianca di fronte al Carogna-Virus?

Immagino che tutto questo stia là per impedirci di vedere che l’unica guerra che qui si sta combattendo è quella dell’ultraliberismo capitalista contro se stesso e soprattutto contro di noi, nella pretesa ‘stupida e sciocca’ di continuare a imporci stili di vita dissennati con alla base solo la voracità violenta del profitto. Un’operazione, per stare al linguaggio militare, di ‘disguised flag’. La metafora, errata e tendenziosa, distraente, sta lì apposta per illuderci, mentendo, che la fine del capitalismo sia anche, necessariamente, la fine del mondo, di ogni società.

Una parola di cui invece si sono perse le tracce, anche se mi sarei aspettato di sentirla risuonare e di doverla leggere a ogni pie’ sospinto, è la parola ‘catastrofe’.

Tutti, quando non utilizzano la metafora in mimetica, parlano innanzitutto di crisi, di emergenza, al limite di tragedia, ma non di catastrofe.

Ora a stare al significato proprio di queste parole, una crisi è un punto di svolta, che può creare un’emergenza e finire addirittura in una tragedia.

Ma la crisi resta, sostanzialmente, un momento di scelta: le crisi sono un momento strutturale dei cicli economici capitalistici, sono insomma perfettamente compatibili con quelle che Leopardi chiamò le ‘magnifiche sorti e progressive. Dove c’è crisi, c’è progresso. La crisi è in qualche modo la garanzia che superata la svolta, tutto riprenda come prima e meglio di prima. Come si dice di questi tempi: #andràtuttobene.

Catastrofe significa, invece, ben altro: dal greco καταστρέϕω, cioè ‘capovolgere’ e ha per sinonimi ‘rivolgimento’ o ‘rovesciamento’. In buona misura, cioè, catastrofe è sinonimo di rivoluzione.

Mi rendo conto che la questione imbarazzi chi governa in nome del danaro e della produzione e che quindi la si eviti (magari per evitare il panico) e mi rendo anche conto che forse c’è un pizzico di ingenuo ‘millenarismo’ nel tirarla fuori ora.

Probabilmente non crollerà tutto adesso, probabilmente di catastrofi così ce ne vorranno altre per convincerci infine che così non va e non è possibile continuare così all’infinito, ma certamente quanto sta accadendo ha aspetti molto ‘catastrofici’, nel suo dimostrarci una serie di cose che fino a ieri ci siamo dannati a negare. Nel rallentarci brutalmente e nel reimporre lo scorrere del tempo della vita, liberandoci dal tempo, forsennato, della produzione. Ricordandoci che non è e non può essere l’economia la chiave di ogni nostra decisione, di ogni possibile scelta. Che essa non è un valore etico, ma solo una contingenza storica e che essere vivi è più importante di essere ricchi, o che riunirci liberamente è più importante di consumare tanto e sempre un po’ in più di altri, che siamo mortali, fragili e che non abbiamo affatto colonizzato il pianeta con le nostre tecnologie, che restiamo, insomma, esattamente come quelle formiche della ‘Ginestra’, sterminate dalla semplice caduta di una mela “che maturità, senz’altra forza, atterra”.

La buona notizia è che poi codesta catastrofe riguarda prima di tutto LorSignori. Molto meno noi altre formiche.

La buona notizia è che, ora che lo sfruttamento del lavoro dei poveri è diventato diffusione dolosa del contagio, forse potremo tornare a urlare nelle piazze: lavorare meno, lavorare tutti!

E, visto che ci siamo, potremo aggiornare lo slogan di anni lontani con una chiosa, che male non ci sta: vivere tutti, morire meno!

Così sarà inoppugnabile.

Pubblico qui alcune delle mie Noterelle dai luoghi del Carogna-Virus. Chi fosse interessato a seguirmi con continuità e completezza le troverà tutte su questa pagina Facebook che sarà aggiornata ogni 2 o 3 giorni.

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Milano, ore 7:30. Ingorgo a Porta Venezia, come se fosse un giorno qualsiasi

Mi precipito all’Esselunga di viale Piave, orario d’apertura 7.30, desisto troppa fila. Mi fermo all’altezza semaforo con viale Majno e vedo sfrecciare auto, motorini, camioncini, camion, come se fosse un giorno qualsiasi di una settimana lavorativa. Mi chiedo: dove va tutta questa carrellata di gente? Sono tutti operatori sanitari? Escludendo il fatto che alimentari e farmacie per primarie necessità dovrebbero essere sotto casa, forse, a quell’ora hanno solo individuato una smagliatura nella rete di controllo delle forze dell’ordine. Efficientissima, ho visto poliziotti correre in bicicletta (da veri runner) contro il furbetto del jogging ad ogni costo, intorno al parco.

Visto che l’asintomatico è la specie più temuta, non avete capito che dovete stare a casa, uscendo rendete vani i sacrifici di chi invece ci rimane.

Confidential da Wuhan dove la Pirelli, una volta venduta ai cinesi, ha trasferito fabbrica e quartier generale. Antonio Gallo, manager della comunicazione, riceve una telefonata dalla sua collega cinese che ha visto in rete servizi sul nostro autoisolamento troppo permissivo e dice sbalordita: voi questo lo chiamate lockdown? Loro sono stati confinati in casa per 65 giorni, potevano uscire una sola volta a settimana per fare la spesa e andare in farmacia, tutto nello stesso giorno. Banche, uffici postali, trasporto pubblico, tutto chiuso. Li ricordiamo tutti i droni che, a mo’ di Grande Fratello, dall’alto intimavano con voce robotica: “Fratello, perché sei uscito, vai subito a casa?”. Loro sono una Repubblica monopartitica, insomma una specie di dittatura, ma così facendo, dopo 75 giorni, Wuhan è ritornata alla normalità. Noi quanti ce ne vogliono mettere per passare alla fase 2?

La regina, mentre suo figlio e il premier – entrambi più giovani – si sono ammalati, lei a quasi 94 anni, con l’autorevolezza di vera leader del mondo, ha parlato guardando dritto negli occhi un’intera nazione ma è come se avesse parlato ad ognuno di noi: dobbiamo essere fieri di far parte di una generazione che ha sconfitto il coronavirus. E lo sconfiggeremo. A me è venuto un luccichio negli occhi.

A noi viene chiesto solo il sacrificio di rimanere a casa, poca roba in confronto a chi combatte il “mostro” in prima linea: medici, infermieri, pazienti. Fiorello ha inventato un termine meraviglioso che gli scippo: facciamo casismo. E io lo faccio volentieri perché così salviamo vite umane.

P.S. E auguri a mamma Agata, oggi in solitudine compie 85 anni. Anche lei è bell’esempio di “bisnonnismo” (non inteso in termine militare, ovviamente).

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pagina Facebook di Januaria Piromallo
vignetta by Guido Ciompi

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Coronavirus, medici e infermieri non sono eroi. E ciò che vogliono non è la nostra riconoscenza

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” scriveva Bertolt Brecht. Forse è vero, ma ancora più sventurata la terra che ha bisogno di persone per bene. Dopo l’11 settembre New York e l’America intera celebrò con onorificenze e film i pompieri, che si sacrificarono per salvare centinaia di persone coinvolte nel terribile attentato. Diventarono gli eroi di una nazione, che voleva dimostrare la sua forza. Gente comune, non persone famose, che aveva fatto al meglio il proprio mestiere, aveva dato tutto e per questo un Paese intero concedeva un tributo di riconoscenza che forse solo i reduci della II Guerra Mondiale avevano ricevuto.

Oggi in Italia si sentono alcune, a dire il vero rare, dichiarazioni di stima e riconoscenza verso i tanti infermieri, ambulanzieri, medici, paramedici che operano negli ospedali. Si sente spesso dire che “sono degli eroi”. L’eroismo è un gesto che supera il nostro normale vivere, unico, che eleva chi lo compie al di sopra i tutti noi e in questo senso può essere letto come un riconoscimento verso quelle persone.

Allo stesso tempo, la patente di eroe spinge chi la ottiene al di fuori della realtà, lo mitizza, fino a non riconoscerlo più come simile. Questo temeva Brecht, il bisogno di pensare a qualcosa al di sopra dell’umano per poi concludere che si tratta di un’eccezione.

Chi oggi lavora negli ospedali e in tutte le strutture che servono a proteggerci e a salvarci da questa epidemia sta facendo certamente più di ciò che faceva quotidianamente, ma sta facendo al meglio il proprio mestiere, che è quello di aiutare gli altri. Riconosciamo a ciascuno di loro il grande merito, l’impegno, lo sforzo immane che gli stiamo chiedendo, ma per favore, non mettiamoli su un piedistallo che li disumanizza.

Perché sono umani, molto umani, assolutamente umani e se non riusciamo a pensare a questo significa che non abbiamo nessuna fiducia nei nostri simili. Noi umani siamo capaci di incredibili nefandezze, ma anche di slanci generosi davvero inattesi. È questo che sta accadendo oggi in Italia.

Per favore, queste persone non hanno bisogno di riconoscimenti, oggi, ma di fiducia, di appoggio morale e materiale. Facciamo sentire loro la nostra vicinanza, non allontaniamoli mitizzandoli. Sono la parte buona della nostra società, quella di cui essere orgogliosi, senza retorici appelli alla patria o al grande Paese. Persone che mettono le loro competenze e capacità al servizio di tutti e lo fanno con un impegno superiore, oggi, perché questo serve.

Invece di chiamarli eroi, ricordiamoci di loro quando tutto questo sarà passato e si ricordino di loro i politici e coloro che hanno sempre sottovalutato il loro impegno, riconoscendo a infermieri e operatori sanitari stipendi vergognosi, fornendo loro materiali scadenti e strutture non sempre all’altezza. Questo è il vero modo per ringraziarli.

Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone competenti e di brava gente, che sa cosa significa aiutare l’altro. Di questo abbiamo bisogno e quelle persone ci sono. Ricordiamocene, dopo, sempre.

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Coronavirus, dire che l’assistenza ai più fragili è essenziale non basta: vanno create le condizioni

di Lelio Bizzarri *

L’assistenza alle persone con disabilità e alle persone anziane è un’attività essenziale. Non lo dicono solo i diretti interessati. Ad affermarlo è stato il Presidente del Consiglio dei Ministri che con il Dpcm del 22 marzo 2020 ha elencato le attività che devono essere garantite. Il Decreto ha fatto salve tutte le forme di assistenza anche durante la gestione dell’emergenza Coronavirus: l’attività del personale sanitario (medici, psicologi, infermieri, fisioterapisti, ecc.,); l’assistenza domiciliare e residenziale, ivi compresa quella fornita in forma indiretta per il tramite dell’assunzione di collaboratori domestici e badanti, nonché l’attività degli educatori professionali.

Basterebbe questo per comprendere quanto siano importanti le funzioni svolte da queste figure professionali per la salute e la sopravvivenza stessa di persone con disabilità e dei familiari.

Affermare, però, che l’attività assistenziale non si deve fermare a causa delle restrizioni di movimento imposte dal contrasto al Covid-19 non basta. Bisogna creare le condizioni perché detti servizi vengano erogati continuativamente, altrimenti il rischio è quello di far esplodere un’emergenza psicosociale nell’intento di gestire quella pandemica.

Se in tempi di gestione ordinaria ci si lamentava da più parti che l’insufficienza del supporto assistenziale metteva a rischio la salute e la qualità della vita di persone con disabilità e familiari, ora che, l’emergenza Covid-19 ha imposto la sospensione delle attività dei centri diurni e delle strutture residenziali, senza adeguati e tempestivi correttivi, si moltiplicheranno le situazioni di abbandono e di sovraccarico assistenziale per le famiglie.

Si pensi alle persone completamente dipendenti per ogni atto della vita quotidiana, a quelle con minorazione plurima che necessitano di una sorveglianza continuativa dei parametri vitali, alle persone con disabilità psichiatrica o a quelle con deficit intellettivo, demenza o disturbi dello spettro autistico che presentano anche iperattività, condotte di fuga, autolesionismo e difficoltà nel controllo dell’aggressività. Si pensi, infine, alle persone non autosufficienti che non hanno familiari che possono prendersi cura di loro perché venuti a mancare o perché troppo anziani.

Per tutte queste persone devono scattare misure immediate di compensazione del supporto che trovavano nei centri diurni e nelle residenze sanitarie, le cui attività sono state sospese per l’evidente impossibilità di garantire le condizioni per la prevenzione del contagio. Il decreto legge 17 marzo 2020 n. 18 ha stabilito la possibilità di attivare interventi, indifferibili, nei luoghi delle attività sospese oppure presso il domicilio degli utenti. Ci sono, tuttavia, alcuni problemi organizzativi che devono essere affrontati perché questo intento non rimanga lettera morta.

Il primo è il rapporto operatori-persone con disabilità. In un centro diurno di solito è di 1 operatore per 5 utenti (o anche di più). L’attuazione di interventi domiciliari comporta inevitabilmente la necessità di ampliare il numero di operatori per consentire agli utenti di poter avere un operatore a domicilio almeno per una porzione del tempo che di solito passava nella struttura. Va da sé che si rende necessario immettere risorse economiche al fine di consentire alle cooperative appaltanti e alle famiglie di assumere personale, anche temporaneamente, per rendere possibile l’implementazione di un servizio che inevitabilmente deve essere più capillare.

Il secondo è quello di dotare gli assistenti di presidi sanitari atti a prevenire il contagio. Ciò a tutela della loro salute, di quella delle persone che assistono e dei familiari. Nonché è fondamentale fornire l’accesso ai tamponi in via prioritaria per monitorare il loro stato di salute fin dai primi sintomi. È fondamentale, vista la particolare vulnerabilità dell’utenza al virus, ridurre al minimo la possibilità di contagio. Anche, ove necessario, ricorrendo alla quarantena con adeguato indennizzo da parte degli enti previdenziali.

Il terzo è quello di facilitare l’accesso degli operatori al supporto psicologico per elaborare ansie per la propria salute, quella degli utenti e dei propri familiari. Perché se di guerra si tratta, non sarà lampo e ci si deve preparare a resistere a lungo.

* Psicologo e psicoterapeuta

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Odisseo, l’eroe del giusto limite: un monito per i paladini della deregulation

Il secondo poema omerico è una fonte inesauribile di insegnamenti filosofici. Tra questi spicca, in primissimo piano, il valore della pazienza e della conseguente capacità di resistere alla seduzione del piacere immediato e senza norma, da quello del canto delle Sirene a quello della maga Circe.

L’intero poema dell’Odissea è attraversato, in effetti, dalla tensione tra Odisseo dal multiforme ingegno, da una parte, e dalla dissolutezza sfrontata dei Proci, dall’altra. Emblema del Padre e della Legge, della nostalgia della patria e della famiglia, Odisseo è colui il quale molto sopporta, in vista del ritorno nella rocciosa Itaca. Egli resiste al godimento mortifero che in più occasioni gli si para dinanzi e al quale pure cedono molti tra i suoi compagni.

In maniera diametralmente opposta, gli sfrontati Proci sono tratteggiati, dall’inizio alla fine del poema, come in balia dell’eccesso e del godimento anomico e senza regole: essi violano, insieme, la legge della patria e quella della famiglia, imponendo la sregolatezza del piacere smodato e fine a se stesso. Tale è la natura dei “pretendenti superbi” (I, 106).

In assenza del Nomos rappresentato da Odisseo, prevale la sola legge della dismisura e dell’eccesso, incarnata dallo sfrontato contegno dei Proci: “sgozzano bovi e pecore e floride capre, / gozzovigliano e bevono il vino lucente / senza pensiero. Molto si perde. Perché non c’è l’uomo / ch’era Odisseo per cacciare il malanno di casa” (II, 56-59). Nel libro XIV (vv. 94-95), il porcaio Eumeo spiega a Odisseo come la dismisura sia la cifra dell’agire dissennato dei pretendenti che gli hanno insediato la moglie e la patria: “mai sgozzano solo una vittima o due; / il vino finiscono, senza misura attingendone”.

È questa la scena della lunga notte dei Proci, alla quale si contrappone il Nomos della patria e della famiglia simboleggiato, oltre che da Odisseo, dalla moglie Penelope – che in ogni modo alla sfrontatezza dei Proci si oppone – e dal figlio Telemaco, che operativamente va alla ricerca del padre a Pilo arenosa e a Sparta. È, in fondo, la lezione che viene condensata nelle sagge parole di Alcinoo, re dei Feaci: “meglio avere in tutto misura” (VII, 310).

Sotto questo riguardo, si potrebbe verosimilmente intendere Odisseo, oltre che come il paladino della sopportazione e dell’astuzia, del sapere pratico e dell’inganno, anche come l’eroe della giusta misura: la quale si determina, in concreto, come lotta contro l’eccesso dei Pretendenti e come sforzo di ripristinare il Nomos della patria e della famiglia, per vent’anni sospeso da quando egli salpò glorioso alla volta di Ilio.

Vero è che anche Odisseo commette, talvolta, la hybris dell’eccesso: come quando, accecato il Ciclope, assume, ripartendo sula nave veloce, un contegno superbo e infierisce contro di lui già vinto. Ma, nell’essenziale, Odisseo è e resta l’eroe del giusto limite. Colui il quale, mediante la strage dei Proci, ripristina la giusta legge della misura e dell’equilibrio.

Ed è in questa luce che si spiegano le parole, sul finale dell’opera, che Odisseo rivolge al figlio, esortandolo alla giusta misura e al sempre vigile rispetto per la stirpe dei padri: “Telemaco, ormai questo devi sapere, avanzando / là dove, tra gli uomini in lotta, i migliori si giudicano, / di non far onta alla stirpe dei padri: noi sempre / per forza e bravura brillammo su tutta la terra” (XXIV, 506-509).

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