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Mario, storia di una foto e di un naufragio

8 aprile 2020, Ospedale Maggiore di Parma, reparto Covid. La foto è di Domenico Stinellis. L’uomo steso sul letto lo conosco. Ha un garage dove non parcheggia la macchina.

Si può naufragare in balia della corrente per giorni, perdere i sensi e ritrovarsi ancora in mezzo a un oceano. E si può restare immobili, circondati dalle spondine del letto, in attesa di toccare il pavimento, tornare a casa, finalmente.

È Mario, 82 anni, se gli serve un bullone un po’ speciale non va dal ferramenta sottocasa, perché il bullone giusto lo trova dal Bìlo, a 40 km chilometri da casa. Prova a dissuaderlo se sei capace. Ha un gatto che chiama “Gattone” o “Gatusso”, non sai cosa si dicono, si capiscono, punto. Se è stagione ti offre una spremuta buona. Rito antico, le cose fatte bene hanno un tempo. Nella foto riconosco Mario a stento dai capelli e la punta del naso. È in mare aperto e travolge lui e chi aspetta a casa: una telefonata, una buona notizia, il ritorno da un naufragio.

Mario non ha un garage, ha un “hangarage”: la macchina fuori, serve spazio al biplano che sta costruendo, pezzo dopo pezzo, da anni, senza fretta, la destinazione è staccarsi da terra, non atterrare. E un bullone che vola: non lo trovi facile dal ferramenta. Odore di legno lavorato, trucioli, ingranaggi a leva che mi fa vedere con fierezza. Le ali saranno montate poi, ora è solo carlinga, ma l’elica splende.

Mario è immerso nelle lenzuola, poche onde distinguono il suo corpo sotto la superficie del cotone, isolato da un casco e ventole senza tregua. Gli porgono un taccuino su cui annotare quello che non riesce a dire, leggere quello che non può sentire. Regge una matita, ma il peso sembra trascinarlo sotto.

Nell’hangarage erano spuntate le ali. C’era ancora molto da fare… ma che fretta c’è quando la destinazione è decollare? Quando sei Mario puoi volare anche prima, basta costruire un’idea. Brinderemo a spremute, il gatto farà un discorso, ci sarà il sole.

Sembra una foto come tante, ma quando riconosci un dettaglio, che ti permette di ridare identità alla persona, ecco che anche sotto gli scafandri siamo tutti donne e uomini, non soldati in guerra, anche se la metafora aiuta a dare una forma alla tempesta. Si può restare in balia del mare e sperare. Si può essere migranti del tempo, lo siamo tutti.

C’è un mare di spazio anche fra le nuvole e, con un biplano che non vede l’ora di navigare il cielo, si può andare in quota, così in alto che vedere questa foto sarà un puntino e non sembrerà mai più che ha vinto il mare. O il male.

Due nipoti forse finiranno il lavoro iniziato dal nonno e si daranno il cambio alla cloche: all’andata guido io, al ritorno tocca a te. Ora voliamo.

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Di quando zia Marcella ha compiuto 100 anni

Cinque sorelle e tre fratelli, tutti nomi inizianti per emme: Marcella, Margherita, Mirella, Marna, Milena, Mario, Marcello, Mauro. Milena è mia mamma, Marcella è la primogenita ed è nata il 2 febbraio del 1921.

Tanto per farvi capire, il 1921 è l’anno in cui nasce il Partito Comunista d’Italia e il Partito Nazionale Fascista. In alcune zone del mondo è ancora attiva la pandemia di spagnola e Coco Chanel presenta il 5 maggio il suo celebre profumo Chanel No.5, quello che si posava sul corpo di Marilyn Monroe. L’uomo è ancora lontanissimo dal calpestare il suolo lunare, le Torri Gemelle non ci sono, come ai nostri giorni del resto, la Nutella non esiste, e Pippo Baudo non è ancora nato. Marcella invece nasce dal corpo di Elvira e dal seme di Cencio. E dato che ho il dono della sintesi arriviamo al 2 febbraio del 2021.

Nonostante i miei 100 chili e passa, portati con disinvoltura incosciente, monto sulla bici del mio amico Marco Profeti e con la videocamera in mano mi lancio all’inseguimento della carrozza dove zia Marcella si gode il giro di Firenze in 100 anni, dono dei figli Mery e Giancarlo, immagino il walzer dei ricordi a ritmo di trotto, ma il cavallo Tango è più veloce di me e mi semina.

Annaspo sulla bici con la risata dei gabbiani che volteggiano sull’Arno, il fiato è corto ma resisto, devo farlo per zia Marcella, arrivo finalmente in piazza della Signoria, qui Cosimo I, appassionato di scienze, espose una carcassa di capodoglio sotto la Loggia dei Lanzi, come in un film in bianco e nero di Béla Tarr (Le armonie di Werckmeister).

Ma oggi 2 febbraio, il bianco e nero non esiste, e con tutto il rispetto per Béla Tarr è una splendida giornata di sole incastonata tra due giornate di pioggia, il giorno prima e il giorno dopo pioggia torrenziale.

Ma oggi c’è Marcella e i suoi 100 anni portati con inaudita leggerezza, i suoi occhi luccicanti penetrano il cuore di chi la osserva stupito, Marcella ha un appuntamento col sindaco Dario Nardella, il Palazzo Vecchio si inchina davanti alla fanciullina del secolo, anche la troupe de L’amica geniale che sosta placida all’interno del palazzo, avverte la presenza di qualcosa che va oltre la serie televisiva, il mar rosso dell’attrezzatura di una serie internazionale si apre al passaggio di Marcellina detta Marcella, e io dietro con la mia piccola videocamera e il panama in testa.

Lo staff del sindaco è di una gentilezza squisita, ci fanno accomodare nella sala di Cosimo I, una sala d’attesa dove l’attesa si tinge di arte pittorica, Marcellina al centro, con la vivacità del suo secolo negli occhi, al fianco destro la figlia Mery, delicata di precipizi sorridenti, e al fianco sinistro il figlio Giancarlo, con la sua vociona rassicurante, Giancarlo detto Il Bugetti, vigile del fuoco e caposquadra del primo intervento dopo l’attentato di via dei Georgofili.

Il sindaco non si fa attendere, e immagino che tra le varie incombenze di un sindaco, questa di accogliere una simpatica e arzilla centenaria, non sia una delle più misere, anzi, lo capisco dallo stupore di Nardella, non ci si crede che questa donna così fresca, così floreale, così viva di vita “propria”, non ci si crede che abbia 100 anni da sfoggiare con eleganza inarrivabile, l’eleganza semplice delle persone umili e oneste, ed ecco che sento dire a Marcellina detta Marcella: “Ha visto? Prima di ‘partire’ sono voluta venire qui a salutare il sindaco…” Prima di partire.

Ho intitolato il mio piccolo omaggio filmico Il viaggio di Marcella, ma per fortuna Marcella non è ancora partita, è ancora tra noi, tanto che ieri mia mamma, la “piccola” delle sorelle Vitali, mi ha detto: “Marcellina è tanto felice del tuo film, lo ha fatto vedere a Margherita, mi ha preso da parte, mi ha chiesto di ringraziarti, voleva darti anche 50 euro per il disturbo, ma io le ho detto di no, le ho detto che questo era il tuo regalo, ho fatto bene, Ricky?” Sì mamma, hai fatto bene.

Qui non mi paga nessuno per quello che faccio, e secondo voi mi faccio pagare da zia Marcella? Marcellina, per me è stato un onore, un piacere, una gioia, e so che partirai un giorno col sorriso negli occhi perché sei bella, bellissima.

E si vede che nella vita hai fatto solo il bene, e il male lo hai visto attraversare la Storia, con le sue fanfare e i suoi cannoni, con le sue guerre e le sue stragi, ma non ha avuto la forza di offuscare il tuo sorriso che ha la lieve regalità delle persone semplici e oneste.

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Un anno di Covid: non dimentichiamo che tutto ciò che ci sembrava scontato ora non lo è più

di Domitilla De Gironimo

Non è facile dimenticare quello che è successo, ma c’è gente che, come se nulla fosse, lo fa. Per questo motivo, ad un anno dall’inizio di tutto, voglio invitarvi a non dimenticare.

Innanzitutto, a non dimenticare i medici e operatori sanitari che hanno salvato e stanno tuttora salvando le nostre vite, anche perdendo la loro. A non dimenticare i primi casi di Covid-19 in Italia, le prime zone rosse e le vittime che questo virus ha fatto e continua a fare. A non dimenticare la paura e il silenzio assordante delle strade vuote, così vuote da poter sentire a distanza l’eco di una serranda abbassata.

Non dobbiamo dimenticare che siamo stati i primi in Europa ad essere attaccati dal virus e nemmeno che gli unici paesi che ci sono venuti in aiuto sono stati l’Albania, la Cina e Cuba, mentre gli altri chiudevano i confini. Non dobbiamo dimenticare Boris Johnson, che si vantò di aver stretto la mano a tutti i pazienti ricoverati per Covid-19, per poi essere ricoverato lui stesso poco dopo e curato nientemeno che da un medico italiano. Vi invito a non dimenticare anche l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che suggerì agli statunitensi di iniettarsi il disinfettante per schermarsi dal Covid-19.

Non dimentichiamoci della polizia che ci passava sotto casa con i megafoni, per dirci di rimanere a casa. Ma non dimentichiamoci nemmeno del senso di appartenenza e solidarietà che si era instaurata in quei primi mesi di terrore, quando cantavamo “Volare” dai nostri balconi, e degli arcobaleni e bandiere tricolore che tappezzavano le nostre strade. Non dimentichiamo di quando la nostra relazione con il mondo esterno era limitata alle nostre finestre o balconi, quando avere dei fiori sul proprio davanzale dava una sensazione di gioia e un minimo di collegamento con la natura. Di come ogni giorno sembrava uguale a quello prima o a quello dopo.

Non dobbiamo dimenticarci il timore con cui abbiamo fatto i primi passi fuori di casa, ma anche la strana sensazione di avere il cielo al posto del soffitto sopra le nostre teste. Vi ricordate che, storditi dai mesi passati a casa, non sapevamo nemmeno che stagione fosse o come vestirci? Non dimentichiamoci di come tutto quello che ci sembrava scontato adesso non lo è più, che ogni cosa ha assunto un valore diverso e che la lista di cose da non dimenticare sarebbe ancora molto lunga.

E infine ricordiamoci che questa battaglia non è ancora finita e richiede tutto quello che non dobbiamo dimenticare per essere vinta, se non vogliamo tornare indietro nel tempo.

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Alle ragazze col sogno dell’ingegneria e della tecnologia: fatelo diventare realtà!

Mia figlia Magda, che lavora da anni in un’azienda ad alta tecnologia, si sente fare da sempre questa domanda: “Ma perché Ingegneria? Non è più un mestiere da uomini?”; ed è stufa. Ora, è vero che a Ingegneria c’è sproporzione di genere, ma questa è un’anomalia sociale, certamente non si deve confondere con un’inferiore capacità. Lo dimostrano alcune signore di cui vi parlo oggi.

Conosco Rita Cucchiara, professore ordinario di Sistemi dell’Elaborazione dell’Informazione all’Università di Modena e Reggio Emilia, fin dal suo dottorato a Bologna. Da lì in poi, la sua carriera è stata una sfilza di successi (e di ostacoli superati). Per lei, come per le altre di cui parlerò, sarebbe troppo lungo riportare un curriculum anche sintetico; mi fermo alle realizzazioni più recenti. Nel suo passaggio dalla ricerca in visione robotica a quella in intelligenza artificiale, Rita ha dato un impulso formidabile alla comunità italiana di quel settore, soprattutto durante la sua presidenza del Cvpl. Le sue ricerche attuali vertono in gran parte sul riconoscimento automatico del comportamento umano, sull’interazione fra umano e calcolatore, fra umano e veicolo.

Probabilmente avrete visto Rita in qualche trasmissione televisiva o sul web, perché attualmente dirige il Laboratorio di Intelligenza Artificiale e Sistemi Intelligenti del Consorzio Interuniversitario per l’Informatica, vale a dire oltre 900 ricercatori di 45 università italiane. Sarebbe assurdo che l’Italia non fosse in prima linea nella travolgente evoluzione dell’intelligenza artificiale; per farlo ha bisogno di coordinamento, ma non da parte di un burocrate, bensì di uno scienziato con qualità manageriali; Rita è la persona giusta.

Prima di parlarvi di Cecilia Metra, professore ordinario di Ingegneria Elettronica all’Università di Bologna, devo presentarvi l’Ieee, Institute for Electric and Electronic Engineers: è la massima organizzazione mondiale per ingegneri dell’area che va dall’energia elettrica ai dispositivi elettronici alla robotica. Con base a New York, ha membri in oltre 160 nazioni ed è divisa in diverse società; una delle più importanti, con oltre 50.000 membri, è la Ieee Computer Society.

Cosa c’entra questo con una professoressa della mia Alma Mater? C’entra eccome, visto che Cecilia è stata Presidente dell’Ieee Computer Society nel 2019! Va bene la sua attività di ricerca nella progettazione di circuiti integrati, nella modellistica dei guasti eccetera; va bene la sua vasta attività nei comitati editoriali delle massime riviste del settore; va bene la collaborazione con Intel, STMicroelectronics eccetera, ma un’affermazione del genere richiede qualità superiori. Alla faccia dei detrattori dell’università italiana e degli ingegneri donna.

Non basta. A chi ha passato il testimone Cecilia? Chi era Presidente della Computer Society nel 2020? Un’altra italiana, Leila De Floriani! Leila adesso ha una cattedra all’Università del Maryland, ma non disconosce certo la formazione e la carriera all’Università di Genova, dove ha lasciato una traccia consistente. Delle tre colleghe, Leila è quella di cui conosco meglio le ricerche, dato che lavora allo sviluppo e applicazione di strumenti matematici per la modellazione e visualizzazione geometrica e per il riconoscimento di forme: non per nulla fra i suoi molti riconoscimenti è anche Fellow della Iapr, International Association of Pattern Recognition. Ma c’è una sorpresa: Leila è laureata in Matematica, alla faccia dei detrattori di questa disciplina. A proposito della Iapr, il primo presidente italiano è stata la fisica del Cnr di Napoli Gabriella Sanniti di Baja!

Nessuno si meraviglia che a Matematica ci siano più femmine che maschi. Però di solito si correla questo dato all’insegnamento; invece sono molte le matematiche brillanti nella ricerca. Cito solo Michela Spagnuolo, che dirige l’Imati, Istituto di Matematica Applicata e Tecnologie Informatiche del Cnr grazie alle doti scientifiche e dirigenziali sviluppate sotto la direzione di quella persona fantastica che è Bianca Falcidieno. Le matematiche eccellenti nelle università italiane, poi, sono tante che non ne cito nessuna per non offendere le altre.

Insomma, ragazze che avete il sogno della tecnologia: fatelo diventare realtà. Non lasciate insinuare che, come donne, vi manchi qualcosa per competere con chiunque: per creare sistemi e oggetti fisici e virtuali che funzionano, per sviluppare teorie e metterle in pratica ci vuole solo una persona competente, che sia maschio o femmina.

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Il mio Natale a Waterloo

A Natale siamo tutti più buoni, io sono una persona buona e a Natale divento buonissimo. A Natale divento così buono che potrei invitare a cena un negazionista e un complottista, potrei chiedere a mamma di cucinare la migliore pasta al forno della sua vita in loro onore, e poi tra un calice di Amarone e l’altro potrei accogliere la loro tesi: Conte fa parte di un complotto mondiale teso a buttare sul lastrico tutti i piccoli commercianti, si tratta in realtà di un esperimento di controllo sociale, esperimento riuscitissimo, con la complicità dei giornalisti di tutto il mondo, chi è al Potere sta dimostrando che il cittadino è creatura passiva, manipolabile a tutti i livelli, puoi addirittura svuotare gli stadi e sequestrare una festa come il Natale, blindarla, condannare tutti a un Natale intimista, e non avrai alcuna rivoluzione, nemmeno una ribellione, solo un vago mugugnare sui social, niente di più, scie chimiche di rabbia che presto si disperdono nell’ebetudine celeste della rassegnazione.

A fine cena il famoso tiramisù alle fragole di mamma e un Tokaji aszù con 6 puttonyos, mica si scherza in casa Farina, noi i nemici li trattiamo bene, e non riusciamo a concepire spargimenti di sangue, ma solo allegria, dolcezza e bontà. Siamo persone semplici noi Farina, il Natale
intimista non ci dispiace, fraternizzare è la parola d’ordine, anche se detestiamo gli ordini di qualsiasi tipo. Un Natale senza parenti non è poi una tragedia, a noi piace frequentare i parenti senza l’ingombro del Natale, senza quella farsa spumeggiante dei regali sotto l’albero e dei brindisi dove ci si guarda negli occhi, noi Farina ci guardiamo negli occhi sempre, senza bisogno delle feste.

Non è stato Conte a condannarci a fare un Natale in tre, ma un fenomeno più radicale di Conte: la morte. La morte ci ha privati del papà e di tanti parenti simpatici (zio Gino, zio Vezio, zia Mirella, zio Joe, zia Leda, zio Roberto…), si sa, la vita è un processo in costante sottrazione, e per fortuna io non sono molto bravo in matematica, quindi ogni tanto sbaglio qualche sottrazione, e parlo con mio padre come se fosse ancora vivo. Sognare è la cosa che amo di più, soprattutto per due fattori: nei sogni le persone cieche tornano a vedere e i morti ci abbracciano.

Ma dove eravamo rimasti? Avevo invitato a cena quelli del “Coronavirus è tutta una messa in scena del Potere”, eravamo al tiramisù e al Tockaji, e dopo avere sorseggiato e scolato tutto quello che si poteva scolare, mi sa che prenderei la parola per questo discorso di congedo: carissimi complottisti e negazionisti, per la famiglia Farina e per me in particolare è stato un onore accogliervi al nostro desco natalizio, ci avete illuminato con la potenza scettica del vostro cogitare, ci avete insinuato il rovello divino del dubbio, avete fatto a pezzi le nostre certezze dogmatiche, pensavamo che ci fosse in atto una terribile pandemia, invece, grazie alla vostra scaltra
percezione delle cose, abbiamo capito che si tratta di altro: giochi di potere, scenari mentali, suggestioni cognitive, prove tecniche di repressione globalizzata.

Di tutto questo vi ringraziamo, di averci aperto gli occhi; ora ascoltate, fuori dal portone troverete quattro persone vestite con un camice bianco, cercheranno di farvi indossare una cosa chiamata “camicia di forza”, voi restate calmi, non dovete preoccuparvi, si tratta semplicemente di una candid camera, vi porteranno in un ospedale psichiatrico, ma voi fate finta di nulla, state al gioco, se vi capita di scorgere qualche persona intubata, non impressionatevi, sono tutti figuranti di un immenso Truman Show, cari amici negazionisti, la morte non esiste, il Coronavirus non esiste, io non sono Ricky Farina, non lo sono mai stato, sono Dio, sono Conte, sono una lucertola e un’aspirina, sono tutto, sono l’amore che tiene insieme l’universo, e ovviamente sono Napoleone. A Waterloo. Il mondo non esiste, esiste solo il Belgio, il Belgio e Waterloo. Non lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Buon Natale.

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Caro hater, ora che il Natale è come l’hai sempre voluto ti lamenti? Che rompicoglioni!

Ciao hater, come va? Come butta lì nella tua stanzetta puzzolente da hater, illuminato a giorno da quello schermo dove ogni giorno vomiti tutte le tue frustrazioni e raramente qualcuno osa mettere “mi piace” alle tue frasi acide sugli orrori del mondo che puntualmente fai notare con la tua competenza da indivanados, il risultato della tua formazione dopo anni e anni di studi su Report, Piazza Pulita, Ballarò, la trasmissione di Giletti, quella di quell’altro con la vocina, quella di Del Debbio… insomma quelle robe lì, compresi i giornali e i tg che guardi critichi e pensi: “Queste notizie io le saprei dire meglio”?

E invece no, non le dici meglio, anche perché sei lì nella tua stanzetta col tuo carico d’odio di ricino a rompere i coglioni a tutti, soprattutto in questo periodo che precede le vacanze di Natale, dove qualcuno osa essere contento e tu arrivi lì a rompere i coglioni con le tua frasi da nerd: “Speriamo che questo Natale passi presto”, “Odio il Natale e tutta la sua ipocrisia“, “Che schifo il Natale”, “Chi va a messa è stupido!”.

Ecco, è arrivato il tuo momento. Vai! Collegati a Facebook, Twitter, Linkedin, va bene anche Instagram e spara una frase ad effetto delle tue sul Natale, poi goditi ore ed ore di risposte piccate al tuo post da parte degli amanti di questi giorni di festa che tu odi, come del resto odi tutti quelli che a differenza di te sono felici e che consideri degli stupidi, perché sappiamo tutti che l’unico intelligente sei tu, ci mancherebbe e i tuoi successi esistenziali (ricordiamo: “perché io lavorooooooooooo”) ce lo stanno a ricordare ogni giorno.

Che bello dire: “Che palle il Natale coi parenti” che certo, se sono come te, saranno addirittura peggio di te, ovvio, ma a te piace tirartela di essere la pecora nera della famiglia e al grido di “Ma chi ti caga?”, goditi questo piccolo trionfo personale nella tua cameretta.

E dei regali di Natale, non vogliamo parlarne? Ok, parliamone. Farli? Cheppalle. Riceverli? Ah…. io non desidero niente. E allora niente sia, goditi ‘sto niente, chiuditi in casa, non vedere nessuno e aspetta che passi tutto ‘sto schifo, ma attenzione, quest’anno c’è una novità, ovvero: quest’anno, più o meno tutti trascorreranno il Natale che hai sempre desiderato.

Sei contento? Pensa che figata: una nazione, il mondo intero che trascorrono un Natale di merda identico al tuo, identico a quello che trascorri tu. Sarà bellissimo stare tappati in casa fino al 6 gennaio, non trovi? No? Come, no? Ah, adesso non ti va bene? Come sarebbe “Voglio festeggiare il Natale come lo festeggiavo prima”? In che senso rivuoi il Natale di una volta? Ma, come…..?????

Certo che sei un bel rompicoglioni.

Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo, che tanto lo sai anche tu che prima o poi tutto tornerà come prima, ma un po’ peggio.

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Conoscevo uno di quei numeri. Per questo so cosa significa vaccinarsi

Conoscevo uno di quei numeri.
Purtroppo più di uno.
Un parente, il genitore di un amico, un vicino.
Uno di quelli la cui somma, a fine giornata, viene comunicata con la dicitura “in diminuzione rispetto a ieri”.
Come se 522, 417, 318 morti, tutto sommato, fossero un dato a cui guardare con soddisfazione.

Se conosci uno di quei numeri, se conosci le loro storia, il dolore che si lasciano dietro, come se ne sono andati, beh, credimi, la prospettiva cambia.
Quel numero è tua mamma che viene portata via da due infermieri bardati come astronauti e di cui tu non ricorderai il volto. Quello che non dimenticherai mai, è lei, che prima che l’ambulanza parta ti dice: “Mi porti un pigiama buono?”, perché la sua dignità e il senso del pudore non può essere indebolito neanche da un virus bastardo.
E, tu quel pigiama, non glielo darai mai.
Perché non la vedrai più.

La sentirai al telefono, poco prima che ti chiamino per dirti che non ce l’ha fatta, capendo faticosamente poche parole filtrate da un casco: “Voglio tornare a casa per Natale”.
Vedrai solo una bara, sapendo che non le hai potuto mettere neanche un vestito.
Ti domanderai, per il resto della tua vita, se non avrà freddo, sepolta sotto un metro di terra.

Quel numero è una casa da vuotare con il suo insopportabile carico di ricordi. Tutte quelle foto, ciascuna una fitta al cuore. I suoi vestiti. Le sue cose in bagno. Le ricevute sul mobile vicino alla porta. Le chiavi nella ciotola di ceramica che le hai fatto in quinta elementare. Il libro che stava leggendo. La lista della spesa sul frigo. I ricordi dei suoi viaggi nella vetrinetta.

Ti chiederai se avresti potuto fare qualcosa. Proteggerla meglio. Evitarle una fine così triste. Che tutte le fine sono tristi, per carità. Ma non così. Così è troppo.

E se sei tra quelli che, non dico non ha vissuto in prima persona un’esperienza del genere, ma non l’ha neanche sentita raccontare da qualcuno vicino, sentiti fortunato, davvero fortunato.
Quello che non puoi fare è girarti di spalle pensando che la cosa non ti riguardi.

Vaccinarsi non significa solo fare un passo per ritrovare la libertà di abbracciarsi, viaggiare, andare a un concerto, respirare.
Vuol dire impegnarsi per non essere anche involontariamente motivo di così tanto dolore. Perché nessuno dovrebbe sentire quello che si prova se uno di quei numeri non è soltanto un numero.
Ma un nome. Una storia. Una vita.

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La lezione che Confindustria sembra aver imparato dai birmani

Il noto antropologo britannico Edmund Leach, in un suo celebre studio sui Kachin dell’allora Birmania (oggi Myanmar), mise in luce come uno stesso gruppo potesse avere creato e adottato due sistemi politici differenti. I Kachin studiati da Leach alternavano modelli diversi in genere dopo che uno dei due entrava in crisi. Dopo aver praticato per un certo tempo il sistema aristocratico gumsa, costituito dai capi, passava a un sistema più democratico, detto gumlao, basato sulle comunità di villaggio. Il tutto continuava in una continua alternanza a seconda del momento contingente.

Mi è tornato in mente questo curioso pendolarismo politico, assistendo al penoso balletto dei rimpalli tra Regioni e governo e tra (certi) imprenditori e governo in questi tempi di pandemia. Infatti, i cosiddetti “governatori” hanno fatto spesso a gara a chi è più autonomista dell’altro, sperticandosi a richiedere “libertà” di azione, ansiosi di liberarsi dal giogo oppressivo dello Stato centralizzato. Quando poi si è trattato di prendersi delle responsabilità, di fare delle scelte, ecco che di colpo, con una rapidità da fare invidia ai Kachin, si sono subito affrettati a delegare il governo centrale ad assumersi quelle responsabilità che sarebbero spettate a loro. In sintesi: quando va bene, adottiamo il sistema federale, quando va male, che ci pensi pure lo Stato.

Quelle piccole tribù dell’altopiano birmano sembrano anche avere ispirato certi rappresentanti della Confindustria, in particolare quei corifei del libero mercato, che hanno sempre mal tollerato ogni ingerenza dello Stato nei loro affari. Con un’equazione (sbagliata) in cui liberismo equivale a libertà totale, rincorrono il profitto in ogni modo, tanto poi ci pensa la mano invisibile a riparare i danni. Poi arriva il virus e il mitico mercato onnipresente e onnipotente, si sbriciola in pochi mesi ed ecco allora che toccherebbe allo Stato rimettere le cose a posto. Allora si può anche fare finta di dimenticarsi di essere liberisti e capitalisti, lo Stato ci deve garantire i guadagni persi, deve aiutare le imprese…

Non so perché, ma mi sono sentito per qualche istante più giovane, quando la parola “socialismo” non era ancora stata bandita, nemmeno dalla sinistra. Quando si proponeva una società che riducesse le diseguaglianze, che ridistribuisse le risorse. Che ipotesi simili oggi vengano dagli industriali è curioso, ma forse tra i consulenti della Confindustria c’è qualche Kachin, che suggerisce ai suoi committenti, che è bene alternare i modelli di organizzazione: quando c’è da guadagnare facciamo i capitalisti, quando va male, meglio un sano socialismo.

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Coronavirus, la rinascita dopo la crisi non si può pianificare a tavolino. Di sicuro serve una cosa

di Carmelo Zaccaria

Diamolo pure per scontato. Dopo questo periodo deprimente e tormentato ci si attende una promettente stagione di rinascita. Le previsioni su cosa veramente ci riserva il domani variano da un accentuato ottimismo sulle inesauribili capacità di riscatto del genere umano ad un legittimo pessimismo giustificato dalle sue dinamiche più neglette. In ogni caso dopo un brusco capitombolo in cui le persone, rimuginando sulla felicità perduta, ripiegano su sé stessi, d’improvviso, nella nebbia più fitta, si fa strada una nuova luce, riappare una nuova fiducia.

Nel passato le catastrofi e i flagelli erano fenomeni largamente accettati e sopportati come eventi impressi nel circuito della memoria di intere generazioni che ne tramandavano la minaccia e le traumatiche conseguenze. L’attuale pandemia invece, è stata valutata sin dall’inizio come un fastidioso accidente, le cui tracce sbiadite sono state frettolosamente rimosse dal contesto umano. La civiltà moderna, così piena di ottimismo e di compiacimento, non poteva accettare di sottostare alla diavoleria del contagio. L’invasione oscura e violenta del virus ha colto di sorpresa, nel suo picco, una modernità sazia e soddisfatta, in larga parte liberata dal bisogno, che non poteva aspettarsi di peggio che essere costretta a tenere la testa china, obbligata a ripensare sé stessa.

Ad ogni modo la rinascita di una civiltà non può essere pianificata a tavolino, ma cresce e si diffonde travolgendo idee e consuetudini, infrangendo interessi consolidati, modificando nel profondo modi di fare e di vivere. Dal caos e dal disordine sono sempre scaturiti scenari di mondi inattesi, soprattutto laddove si è potuto contare su istituzioni inclusive e su una diffusa concentrazione di saperi. Luoghi questi in cui si è maggiormente dispiegata la potenza della creatività. Einstein diceva che la creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. Voleva dire che dalla crisi più nera può nascere la spinta necessaria per disegnare nuovi orizzonti, raggiungere mete inesplorate.

Per rinascere dal Covid bisognerà dunque riprendere a volare alto, con valori e bisogni difformi da quelli odierni, far crescere, soprattutto nelle nuove generazioni, quelle spinte motivazionali che favoriscono l’entusiasmo e stimolano la curiosità verso soluzioni mai testate prima. Il livello mortificante raggiunto dal campo dell’istruzione, pensato non più come campo aperto per alimentare sogni imperscrutabili, ma come luogo regolato da logiche convenzionali e burocratiche, non aiuta a ben sperare in nuove forme di socialità.

Jean Piaget sosteneva che l’apprendimento è di per sé un atto creativo. Lanciarsi verso l’ignoto, scrutare da vicino ciò che non si conosce, stimola le funzioni dell’intelletto. Abbiamo appreso dallo psicologo Guilford, che le caratteristiche del pensiero creativo richiamano una stretta combinazione tra il pensiero “convergente” e quello “divergente”, cioè tra il pensiero più ovvio e rassicurante, che si incanala verso le soluzioni più facili e a portata di mano, e quello divergente, meno vincolato e conforme che porta la mente a generare idee originali e dirompenti, accende la scintilla dell’inaccettabile, disarticola l’impossibile. Quest’ultime sono le idee più appropriate che possono scrostare la ruggine del presente.

Purtroppo ultimamente non abbiamo saputo mantenere sgombra e ricettiva la nostra mente, ma l’abbiamo riempita di cose sbrigative e superflue, resa incapace di autoalimentarsi, indebolendo così il demone della creatività. E’ completamente sparita l’attitudine ad osare o a rischiare una brutta figura. Alla fatica e al sudore dell’esperienza diretta, anch’essa fonte di creatività, preferiamo l’accomodante vuotaggine commutata tra le pieghe del digitale.

In realtà lo schermo piatto ammalia e intorbidisce, non contempla lo sforzo creativo e non crea spinte emotive in grado di farci riflettere sulle opportunità che questa crisi ci obbliga ad esplorare.

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L’articolo Coronavirus, la rinascita dopo la crisi non si può pianificare a tavolino. Di sicuro serve una cosa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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