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Libia, la strategia Usa cambierà coi Democratici alla Casa Bianca?

Come potrebbe mutare la strategia americana nel Mediterraneo in caso di vittoria dei Democratici alla Casa Bianca? Se l’amministrazione Trump si è caratterizzata per un sostanziale allentamento delle attenzioni sulla Libia, con posizioni spesso contraddittorie, preferendo altri quadranti come il Medio Oriente e la Cina, quale sarà invece l’indirizzo di Joe Biden in politica estera?

Punto di partenza: il risiko in stile siriano che sta andando in scena, con protagonisti Putin ed Erdogan, su cui i Democratici potrebbero decidere di inserirsi potenziando l’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato in appoggio al governo di Tripoli.

In occasione del discorso pronunciato al Graduate Center al Cuny di New York, Joe Biden ha presentato le sue idee anche in politica estera “per riparare il danno provocato dal presidente Trump e tracciare una rotta sostanzialmente diversa per la politica estera americana per il mondo”.

Ha già detto che l’ambasciata americana in Israele rimarrebbe a Gerusalemme definendo la decisione trumpiana di spostare la base diplomatica da Tel Aviv “miope e frivola”. Pur non essendo stata apertamente menzionata la macro-area mediterranea, è di tutta evidenza come la annunciata discontinuità con l’amministrazione Trump dovrebbe riverberarsi anche su un versante complesso come la Libia (sempre ammesso che la situazione a elezioni finite non sia nuovamente e irrimediabilmente mutata).

Più recentemente Biden ha detto pubblicamente di non essere d’accordo con alcune delle politiche interventiste di Obama, in particolare in Libia, chiedendo al contempo di allentare le sanzioni iraniane, di tornare all’accordo nucleare iraniano e di ristabilire le relazioni con Cuba. Pochi giorni fa il presidente Trump ha chiamato Erdogan per chiedere una rapida de-escalation, dal momento che gli Stati Uniti vogliono evitare che la Libia diventi un’altra Siria.

Ma al di là dell’oggi, il ragionamento tarato sui Democratici va visto in prospettiva sul domani. Se l’imperativo di Biden è compiere un’inversione a U rispetto alle strategie trumpiane, allora è lecito attendersi un nuovo impegno Usa in Libia. L’asse atlantico composto da Usa, Inghilterra e Nato che appoggia il governo di Tripoli di Al-Serraj allora potrebbe vedersi rafforzato da un “uso” diverso della Turchia, che di fatto ha sostituito l’Italia nell’interlocuzione libica.

Al lavoro sul dossier esteri di Biden ci sono una serie di figure tecniche, come Antony Blinken, vicino a Biden da quasi 20 anni, sia quando il candidato dem era nel Comitato per le relazioni estere al Senato sia durante il primo mandato di Obama, quando fu anche vicesegretario di stato. La sua squadra comprende Brian McKeon, i cui legami con il candidato risalgono agli anni ’80, e analisti della sicurezza nazionale che hanno prestato servizio sotto Obama, come Julianne Smith, Colin Kahl, Ely Ratner e Jeffrey Prescott.

L’amministrazione Trump sin dal suo insediamento ha mostrato apertamente uno spiccato disinteresse per il caso libico, in virtù di anni di cosiddetto isolazionismo muscolare caratterizzato esclusivamente dalla lotta al terrorismo in altri versanti del Medio Oriente, accanto alla contrapposizione commerciale e geopolitica con la Cina. Si disse, commentando i primi passi del neoeletto Trump, che in sostanza gli Usa avrebbero proceduto ad una de-responsabilizzazione nel quadrante mediterraneo, per concentrarsi su altri obiettivi considerati prioritari.

Ma verso la fine dello scorso anno, la Casa Bianca è sembrata voler invertire quantomeno quel trend vista la complessità della situazione in Libia. Va ricordato l’incontro dello scorso 24 novembre di una delegazione Usa con il generale Khalifa Haftar, ribadendo il sostegno di Washington alla sovranità e integrità della Libia ma al contempo esprimendo le preoccupazioni a stelle e strisce per lo sfruttamento del conflitto da parte russa (ovvero milizie, risorse petrolifere, Noc, Tripoli).

Dieci giorni prima si era svolto lo Us-Libya Security Dialogue a Washington alla presenza di soggetti aderenti al Government of National Accord, in cui era stata avanzata alla Libyan National Army (Lna) la richiesta di bloccare l’offensiva su Tripoli. Tutti passaggi che non cancellarono le contraddittorie prese di posizione dell’amministrazione Trump sulla Libia.

Si tratta di pillole di rinnovato attivismo, che si legano anche alla contingenza Covid-19, in occasione della quale gli Usa forniranno 6 milioni di dollari di ulteriore assistenza umanitaria alla Libia in risposta alla pandemia. Sono denari che, nelle intenzioni, aiuteranno i funzionari sanitari a prevenire la diffusione della malattia e a rispondere ai bisognosi che hanno contratto la malattia.

Non va sottaciuto però un elemento legato alla oggettiva contingenza, più che alla effettiva strategia soggettiva: chiunque vincerà le elezioni di novembre si troverà ad affrontare una probabile recessione, con un elettorato preso da altri problemi e disinteressato a interventi militari a lungo termine. Una premessa utile a capire quale tipo di politica estera verrà costruita.

@ReteLibia

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Coronavirus, a New York morti seppelliti in una fossa comune: decine di lavoratori assunti per scavare

A New York sono stati 7mila i morti di coronavirus, 4mila solo nell’ultima settimana. I corpi non reclamati vengono sepolti ad Hart Island, nel Bronx, luogo dove riposa chi non ha parenti o la cui famiglia non è in grado di sostenere le spese per il funerale e la sepoltura. Giovedì ne sono stati interrati circa 40. Decine di lavoratori sono stati assunti a contratto proprio per scavare una grande tomba che potesse contenere chi ha perso la vita a causa del Covid-19.















Qui, di norma, una volta alla settimana i detenuti del carcere di Rikers Island seppelliscono in media 25 cadaveri. Ma il numero ha iniziato ad aumentare a marzo con la diffusione del nuovo coronavirus a New York, diventata l’epicentro della pandemia. E ora si stima che sull’isola, al largo del Bronx, vengano seppelliti una ventina di corpi al giorno, cinque giorni la settimana. Si ritiene che il numero delle sepolture sia quadruplicato nella Grande Mela dall’inizio della diffusione del Covid-19.

“Queste sono persone per le quali, in due settimane, non siamo stati in grado di rintracciare nessuno che dicesse’ conosco quella persona, amo quella persona, mi farò carico della sepoltura“, ha detto alla Cnn Freddi Goldstein, ufficio stampa del comune di New York. “Sono persone che hanno zero contatti con la famiglia”.

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Los Angeles, avvocato contea: “Negozi di armi aperti, sono attività essenziali”. Sceriffo sospende i controlli, ora decide il governatore

Centinaia di americani si erano messi in fila fuori dai negozi e avevano comprato armi e munizioni online nei giorni in cui anche negli States stava esplodendo l’emergenza coronavirus. Oggi più di un terzo della popolazione Usa è in lockdown, a casa per contenere l’epidemia e con a disposizione soltanto i servizi essenziali. Ma nella contea di Los Angeles in California – tra gli Stati che hanno imposto misure restrittive – anche i negozi di armi potrebbero rientrare tra le attività che devono rimanere aperte. Le autorità pensavano di no e quindi ne hanno ordinato la chiusura, ma lo sceriffo della contea, Alex Villanueva, ha fatto marcia indietro. “Gli sforzi per chiudere le attività non essenziali sono stati sospesi”, ha twittato, aggiungendo che il governatore democratico Gavin Newsom dovrà determinare quali attività sono essenziali e quali no.

Come ha spiegato Villanueva a Fox News, il fatto è che il consigliere legale della contea ha scritto un parere secondo il quale i negozi di armi sono “attività essenziali e devono rimanere aperti”. Ora toccherà dunque al governatore prendere la decisione finale. L’emergenza coronavirus ha portato ad un boom di vendite di armi negli Stati Uniti. Molti acquirenti temevano il caos o misure restrittuve che avrebbero vietato la vendita di armi e munizioni.

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Coronavirus, quando torneremo alla nostra vita normale ricordiamoci di chi non lo può fare

Ormai esiste solo una notizia e si chiama coronavirus. Come nei film di fantascienza il mondo occidentale si sgretola, crollano tutte le certezze dell’era del benessere infinito, della salita inarrestabile degli indici, delle vacanze perenni, delle navi da crociera-grattacieli e del consumo vorace di tutto, dai social media alle series di Netflix, dal cibo gourmet ai selfie davanti alle opere d’arte.

E’ bastato un microscopico virus a porre fine alla baldoria del secolo. Solo negli Stati Uniti si continua a ballare sul Titanic che affonda. Qui nella terra dell’impero trumpista ancora si pensa di essere nel 2019, quando all’orizzonte c’era il simbolo del dollaro più luminoso anche del sole. Ma presto anche questa spensieratezza svanirà.

Forse è arrivato il momento di fare una riflessione esistenziale, ed è bene che la facciano per primi gli italiani, chiusi in casa come animali feriti nella loro tana. Non siamo noi i primi in questa era di infinite possibilità ad assistere alla distruzione delle certezze ad essere travolti da un nemico micidiale.

Prima di noi è successo agli afghani, ai siriani, a chi ha avuto la sfortuna di nascere in Somalia, nell’Africa occidentale e in quella orientale, a chi è stato rapito dai jihadisti, dai trafficanti di droga dell’America centrale, a tutti coloro che hanno bussato incessantemente alla nostra porta e che abbiamo trattato come una notizia. Se è vero che oggi, davanti al coronavirus, tutti sono italiani, è anche vero che ieri tutti dovevano essere profughi, immigrati illegali e migranti economici.

La pandemia è il prodotto della globalizzazione, su questo nessuno può muovere alcuna obiezione. Il virus si muove con una rapidità agghiacciante perché noi tutti ci muoviamo incessantemente e lo portiamo con noi. E’ uno stile di vita che il pianeta non ha mai avuto e questo è il momento per capire che è innaturale.

Poiché viviamo nel villaggio globale la pandemia ha colto i nuclei familiari in posti diversi impedendo loro di ricongiungersi. Figli, genitori, nonni chiusi in casa in città ormai scollegate, in nazioni senza più contatti. Quando li rivedremo? E li rivedremo?

Ma anche i profughi siriani, gli immigrati illegali, i migranti economici sono vittime della globalizzazione. Il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno lasciato immense regioni del mondo in balia dei signori della guerra, dei jihadisti, dei trafficanti di droga, ha fatto piombare nazioni come la Somalia nell’anarchia perenne. Chi viveva in queste regioni è diventato vittima di un virus molto più micidiale, che dopo trent’anni continua a mietere vittime. Anche costoro sono lontani dai loro cari, spesso non sanno neppure dove siano o se sono ancora vivi.

Non è così che l’homo sapiens ha conquistato il pianeta. Lo ha fatto potenziando la famiglia estesa, il gruppo, la tribù, la specie.

Poco tempo fa ho riletto il Dottor Zivago, in quel libro c’è la descrizione magistrale del lungo viaggio in treno nella Russia congelata della famiglia di Zivago verso un luogo caro e amato, dove nascondersi e attendere che il peggio passi. Allora si scappava dai Bolscevichi e dal tifo che decimava la popolazione. Le epidemie politiche e sanitarie ci sono sempre state e sono sempre state vinte dalla coesione, dalla generosità, dall’altruismo. Anche quelle che stiamo vivendo possono essere vinte con gli stessi strumenti.

Quando si riapriranno le nostre porte e torneremo a vivere una vita normale non dimentichiamoci di chi questo non lo può fare. Debellare il coronavirus per riprendere la corsa pazza verso il benessere individuale, per celebrare l’ascesa degli indici di borsa, per riabbracciare con entusiasmo l’economia canaglia getterà le basi di un’altra epidemia, e la prossima volta non è detto che non sia l’ultima.

Che la riflessione esistenziale di noi italiani, 60 milioni di persone in prima fila nelle trincee della pandemia, ci porti a salvare il pianeta dall’estinzione dei ghiacciai, che fermi l’impazzimento del clima, che porti la pace, la stabilità e la speranza nelle regioni destabilizzate, che ci faccia tornare ad essere ciò che siamo stati all’inizio della conquista del mondo, un specie cosciente, intelligente, sensibile, superiore, una specie che sa gestire la tremenda responsabilità di guidare questo meraviglioso pianeta.

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Trump ora deve studiarsi le mosse di Sanders e Biden. Ma c’è un terzo avversario da sconfiggere

Donald Trump, il candidato unico per i repubblicani alle prossime elezioni di novembre, per ora sta a guardare. Ormai deve solo studiarsi i due candidati Democratici rimasti in corsa. E per ora se la gode come un mandrillo a guardare tutti quegli altri illusi (una ventina circa da quando sono partiti un anno fa) cadere come birilli al bowling.

Lui non ha bisogno di elaborare spericolate strategie, ha già giocato l’anno scorso la carta vincente (la Flat Tax) che ha drogato l’economia e reso orgogliosi i suoi tifosi. Adesso deve solo tener duro per qualche mese ancora e il gioco sarà fatto per altri quattro anni sicuri alla Casa Bianca.

Non teme nessuno perché, come capacità personali (narcisista, fanfarone, decisionista, spietato) in un confronto diretto, lui si “cucinerebbe” agevolmente sia Joe Biden che Bernie Sanders. Quindi se gran parte degli elettori, come consueto, aspettano il confronto diretto per decidere, stiamo pur certi che Trump vincerà a mani basse. Ancor meglio di come fece quattro anni fa.

Questo non vuol dire che lui è migliore “statista” rispetto ai suoi due avversari, anzi, entrambi sono migliori statisti di lui (con modalità molto diverse, ovviamente); vuol dire solo che lui è molto più bravo di loro nel sapersi vendere a chi ha ricevuto in regalo il gettone per votare (gli elettori). Forse, se dovessero pagarlo si informerebbero meglio sui candidati, prima di spenderlo. E questo è un guaio grosso, per l’America, perché se è vero che i democratici sono quelli che quando governano sembrano sempre spendere di più, perché spendono molto nel welfare (che se non si esagera è sempre una buona spesa), è ancor più vero che nella classifica di chi spende malissimo e lascia enormi debiti da pagare a vincere sono sempre loro, i repubblicani.

Comunque, per battere Trump, i democratici devono puntare (come sembra che già abbiano fatto con Biden nel Super Tuesday di questa settimana) solo sul numero di quelli disposti a votare Dem, non sulla bravura o sul programma di chi potrebbe battere Trump nel confronto diretto. Il programma migliore, visto in tutte le sue sfaccettature, economiche e sociali, e la migliore esperienza e capacità per governarlo sul serio, l’aveva Elizabeth Warren, ma lei è riuscita solo a deragliare Bloomberg, mentre gli altri due l’hanno sorpassata e lasciata per strada.

L’elettorato democratico (se tutti vanno a votare, ed è proprio quello che i repubblicani temono di più) è complessivamente più numeroso di quello repubblicano. Quindi per vincere i democratici devono solo convincere i loro elettori a recarsi alle urne (superando anche i trucchetti normativi che i Rep sempre usano per non farli arrivare). Vedremo stavolta se qualcosa è cambiato almeno a livello strategico.

Dovessero vincere i democratici con Biden difficilmente verrebbero affrontate in modo profondo le riforme più avanzate riguardanti l’economia. La “Modern Monetary Theory” (Mmt) infatti è sostenuta fortemente solo dagli elementi più a sinistra del Partito Democratico, inclusa la Warren, ma lei sarebbe molto prudente nel procedere su quella strada basata su spese stratosferiche ma capaci di sviluppo economico e sociale, lasciando alla Banca Centrale l’onere di frenare quando occorre.

Anche Biden andrebbe un pochino su quella strada, ma molto più moderatamente. Lui invece sarebbe (come è sempre stato) molto più vicino degli altri all’establishment capitalista moderato (Buffet, Dimon, Bloomberg, ecc.). Di Sanders si sa ormai bene che è stato l’unico, negli Usa, a riuscire a “sdoganare” almeno il termine “socialista”, che fino a quattro anni fa era ancora sinonimo di “stalinista”. In realtà non ha niente di stalinista, ma nella patria del capitalismo sarebbe comunque, per l’establishment, l’equivalente di ciò che fu per i Romani l’invasione barbarica.

E’ peraltro molto amato da masse importanti di giovani ipersfruttati e stanchi di vedere un ascensore sociale che quando sale contiene solo pochissimi elementi (il più delle volte già “figli di papà”) mentre quando scende è sempre stracarico di persone che cercano disperatamente di “sbarcare il lunario” in un modello sociale che vede allargarsi solo le due fasce estreme: quella dei poveri, quasi senza protezione; e quella dei ricchissimi, abituali frequentatori dei più noti paradisi fiscali del mondo.

Parlando di America si dovrebbe tornare a parlare delle spericolate politiche estere di Trump, specialmente nel lontano Oriente, che riesce, “un colpo al cerchio e uno alla botte”, a farsi nemici in tutto il mondo invece che amici. Tutti sperano che il popolo americano si svegli e rimandi l’alieno a casa nella sua dorata “Tower Trump”, invece che nella troppo importante Casa Bianca per uno come lui, totalmente allergico alla diplomazia.

A complicare tutte le cose (non solo per lui) è arrivato però adesso il Coronavirus, la pericolosa pandemia che Trump si illude di stoppare come fa coi migranti che arrivano dal lungo confine col Messico, con la perfida autorità dei padroni vecchio stampo e con lunghissimi muri che danno più fastidio agli americani di frontiera che agli immigranti.

Ma con la Sanità che si ritrova, costosissima e che fa di tutto per affondare sempre di più (sperando così di recuperare qualche miliarduccio speso un po’ maldestramente l’anno scorso) sarà proprio impossibile che ci riesca, perché questo virus ha già contagiato mezzo mondo e può essere mortale se il paziente non è curato presto e in modo adeguato.

Ma se i milioni di clandestini che ha già in casa prendono il virus, chi li cura visto che loro non possono frequentare normalmente le salatissime strutture ospedaliere? Lo faranno, per non morire, solo quando avranno la febbre alta, ma a quel punto, quante persone avranno già infettato? Trump (sentito oggi in tv) tranquillizza garantendo che ci penserà il caldo a sterminare il virus. Auguri! Se il caldo, come è probabile, non basterà a fermare il virus, lo aspetta un finale come quello di Bush nel 2008.

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Usa 2020, paura per Joe Biden: contestatrice sale sul palco e interrompe il comizio. Il video

Il candidato alle primarie democratiche Joe Biden, attualmente in testa ai sondaggi, stava per cominciare il suo discorso di chiusura per il Super Tuesday da Los Angeles quando una contestatrice pro-vegan è salita sul palco con un cartello di protesta contro l’industria casearia. Gli uomini della sicurezza l’hanno presa di forza e allontanata.

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Trump, Clinton e Kenneth Starr: note tragicomiche dall’inferno dell’impeachment

“Like war, impeachment is hell”: come la guerra, l’impeachment è un inferno. Questo giorni fa disse, con molto compunti accenti, Kenneth Starr, uno dei più prominenti tra gli assai prominenti avvocati del collegio di difesa di Donald J. Trump. E sebbene nessuna sonora risata abbia, a seguito delle sue parole, rotto l’affettata solennità del protocollo, assai probabile è che proprio quello sia stato il momento più comico e surreale d’uno spettacolo – il processo in realtà mai neppure cominciato contro il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America – che nel ridicolo e nell’assurdo è costantemente navigato tra il 16 di gennaio e il 5 di febbraio scorsi.

Ovvia domanda: che cosa c’era di tanto ridicolo e di tanto surreale nelle parole dell’avvocato Kenneth Starr? In sé, assolutamente nulla. E anzi sicuramente solida – anche se più o meno condivisibile – era l’architrave giuridico-politica che sosteneva la sua arringa difensiva. L’impeachment del presidente in carica, aveva argomentato Starr, sottopone la Nazione a un tremendo trauma che può essere adeguatamente affrontato solo sulla base d’un giudizio largamente bipartisan, d’un pressoché unanime appoggio della pubblica opinione ed esclusivamente in presenza di reati d’eccezionale gravità. Tre condizioni che a giudizio di Starr, nel caso del processo contro Trump, non sussistevano.

A trasformare in una sorta di sfrontato siparietto comico quell’arringa erano in realtà non i concetti e le parole, ma l’uomo, le molto specifiche labbra dalle quali quei concetti e quelle parole andavano fuoruscendo, sfarfallando allegre tra i banchi del Senato. Perché? Perché quelle labbra – parte d’un volto che, date le circostanze, si può solo definire “di bronzo” – appartenevano, per l’appunto, a Kenneth Starr. A quel medesimo Kenneth Starr che 22 anni or sono aveva condotto le indagini che portarono, lungo molto tenebrosi sentieri, all’impeachment di Bill Clinton.

Ovvero: ad una messa in stato d’accusa del presidente in carica che non aveva alcuna base bipartisan, che era apertamente avversata dalla pubblica opinione e che si basava su reati – o meglio su comportamenti – che, contrariamente al caso di Trump e dell’Ucrainagate, concernevano esclusivamente la vita privata dell’imputato.

Proviamo a ricapitolare. Bill Clinton era stato, a suo tempo, accusato d’avere mentito sotto giuramento in merito alla relazione amorosa che andava intrattenendo con una giovane stagista della Casa Bianca, Monica Lewinsky. Alla tutto sommato innocente tresca tra Bill e Monica – consumata in rapidi incontri ai margini dell’Oval Office – Kenneth Starr era giunto partendo da molto lontano. Più esattamente: da uno scandaletto immobiliare consumatasi in Arkansas, quando ancora Clinton era governatore dello Stato. E la sua era stata – sotto gli auspici d’una assai aggressiva maggioranza repubblicana nel Congresso – una vera e propria caccia all’impeachable crime. Quale? Qualunque.

Fu così che, dopo ben più di tre anni d’indefesso indagare, lasciatosi alle spalle gli Ozarks, l’Arkansas e una infinità d’altre tappe intermedie, Kenneth Starr giunse infine sul luogo del delitto. Vale a dire: alla Casa Bianca. E, guardando dal buco della serratura, scoprì la relazione tra il presidente e la stagista. Il gioco, a quel punto, era fatto. Bastava tendere una trappola – spingere Bill Clinton a negare sotto giuramento quella relazione – e, quindi, afferrare la preda.

Bill Clinton venne messo sotto accusa il 19 dicembre del 1998. Poco più di tre mesi prima, l’11 di settembre, Kenneth Starr aveva concluso l’opera diffondendo pubblicamente, on line, un chilometrico j’accuse che non si limitava affatto a esporre in termini legali le colpe dell’imputato. Erano piuttosto, quelle 400 e passa pagine di rapporto, un vero e proprio racconto erotico ricolmo di pruriginosi e compiaciuti dettagli, evidentemente tesi molto più a umiliare il reo che a definirne le colpe.

Qualcuno potrebbe a questo punto avanzare l’ipotesi che l’esibizione anti-impeachment di Starr sia in realtà stata non il tragicomico siparietto sopra ipotizzato, ma una sorta d’atto di pubblica contrizione, il coraggioso mea culpa d’un uomo che quell’inferno ben lo conosce perché ne è, a suo tempo, stato causa. E che oggi, cosparso il capo di cenere, si mortifica di fronte al mondo al fine d’evitarne la riproposizione.

Nulla potrebbe, però, esser più lontano dal vero. Il Kenneth Starr che due settimane fa – in un contesto che implicava ben più della incontinenza sessuale d’un presidente – ha inveito contro i pericoli dell’“impeachment facile” ha parlato con l’eterea leggerezza, o con l’affettata innocenza, di chi è appena disceso dal paradiso, concedendosi non più d’una molto fuggevole e neutrale referenza – “…come sanno quelli tra noi che hanno vissuto l’esperienza dell’impeachment di Bill Clinton…” – al Kenneth Starr del 1998.

Grottesco? Senza dubbio. Tanto grottesco, in effetti, che a questo punto è impossibile non chiedersi per quale bizzarra ragione Trump e l’ampia congrega dei suoi legali abbiano deciso d’affidare proprio a Kenneth Starr questa molto specifica parte della linea di difesa. A questa domanda, essenziale per comprendere la vera natura dell’assoluzione di Trump, proverò a rispondere in un prossimo post.

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Grecia, la strategia Usa per investimenti nel settore energetico: passare dal turismo per accedere alle privatizzazioni nel green

L’energia verde in tandem con il gas: così gli Usa sviluppano la propria strategia nell’Egeo dopo le firme per il gasdotto Eastmed che, di fatto, rivoluzionerà l’approvvigionamento energetico per l’Europa e gli equilibri, di alleanze e accordi, per l’intera area mediterranea.

Per questa ragione Washington, dopo aver instaurato una partnership di carattere militare con la Grecia, grazie all’accordo siglato dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, e dal premier, Kyriakos Mitsotakis, per l’uso di quattro basi su suolo ellenico, ora punta forte sul green e sulle privatizzazioni. Due fondi di private equity statunitensi vogliono investire nel mercato del turismo greco, con oltre 1 miliardo di dollari di capitale. Ma sarà solo l’anticamera per l’interesse americano nel settore energetico, con la possibile privatizzazione delle società greche Depa, Elpe e Deddie e la prossima apertura ad Atene della sede della più grande azienda statunitense di energia rinnovabile.

Una mossa che si inserisce in un contesto in cui la nuova Commisisone Ue sta lavorando al Green New Deal con lo stanziamento di 1.000 miliardi di euro in dieci anni come “impegno di solidarietà e correttezza per coloro che affrontano le sfide più profonde per compiere questo viaggio con noi”, come annunciato dal vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans.
Alcuni dati su cui imbastire nuove azioni e direzioni di marcia sono stati diffusi dal professor Robert Pollin, fondatore di Peri, il Political Economy Research Institute dell’Università del Massachusetts, che ha tenuto nei giorni scorsi una conferenza ad Atene dal titolo La via per la stabilizzazione del clima globale attraverso un nuovo affare verde globale presso il Museo di Storia Nazionale di Goulandris.

Il suo obiettivo principale è un’economia a zero emissioni nei prossimi 30 anni. Ma come realizzarla? Il New Deal verde, ha detto, aumenterebbe l’attività economica e creerebbe più posti di lavoro di quelli persi a causa della chiusura del settore dei combustibili fossili. Si prenda 1 milione di euro dal carbone e lo si metta in investimenti verdi, si tratta della stessa creazione di posti di lavoro, ovvero 20 posti di lavoro per milione di euro: questa la sua tesi. Ciò rappresenterebbe la leva ideale per un Paese con la struttura economica della Grecia perché crea opportunità per le piccole e medie imprese, progetti collaborativi e comunità energetiche.

Così il governo greco ha messo a punto, lo scorso 19 dicembre, il progetto definitivo del piano nazionale per l’energia che ha presentato a Bruxelles, dopo che dalla Banca Europea per gli Investimenti (Bei) è arrivato il via libera ad un co-finanziamento da 700 milioni di dollari per realizzare in tutto il paese parchi eolici, impianti fotovoltaici, impianti a biomassa/biogas e centrali idroelettriche.

Alcune importanti realtà americane, dunque, stanno progettando iniziative in Grecia proprio al fine di creare un percorso green che sia parallelo al gas. L’Ellade sta assumendo infatti il ruolo di gas-hub del Mediterraneo per il contemporaneo transito dei gasdotti Tap, Tanap e Eastmed mutando di fatto il proprio peso specifico. Lo dimostrano tra le altre cose due interessanti progetti già avviati. Da due anni è operativo il laboratorio di Tesla in Attica, in cui il gruppo di Musk sta mettendo a punto la nuova alta velocità solare per i treni e da un anno è entrato nella fase finale un progetto europeo per dotare un’isola dell’Egeo di batterie pulite.

twitter@FDepalo

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“Abu Bakr al Baghdadi morto”: dalla prigionia in Iraq all’Isis, chi è il ‘Califfo’ islamista in fuga da 5 anni e dato per ucciso in diversi raid

Lo hanno dato per morto più volte. Ora sotto i raid aerei della Coalizione internazionale, ora dell’aviazione irachena o della Russia. Ferito e paralizzato, in fuga tra Mosul e Raqqa. Come un gatto dalle sette vite, Abu Bakr al Baghdadi in realtà è sempre riuscito a sfuggire ai tentativi di eliminazione. La notizia della sua uccisione nella zona di Idlib, in Siria, da parte delle truppe americane è l’ultima di una serie sulla morte del leader dell’Isis che hanno contribuito a farlo diventare una figura leggendaria.

Il ‘califfo’ al Baghdadi, al secolo Awwad al Badri, nasce da una famiglia sunnita nel 1972 a Samarra, in Iraq, città simbolo dello sciismo, e cresce a Baghdad dove vive fino al 2004 con due mogli e sei bambini. Nel 2003, durante l’invasione anglo-americana dell’Iraq, Awwad, allora trentaduenne, forma un gruppuscolo armato e si unisce alle formazioni jihadiste. Finisce nelle mani dei soldati americani e viene imprigionato a sud di Baghdad nelle celle di Abu Ghraib.

Una volta libero si avvicina ad al Qaida in Iraq, che diventa ‘Stato islamico dell’Iraq’. Alla morte del capo Abu Omar al Baghdadi, il 18 aprile 2010, i vertici del gruppo nominano leader proprio Awwad che prende il nome di Abu Bakr. Un mese dopo, il 16 maggio, annuncia l’alleanza con al Qaida, guidata da Ayman al Zawahiri. Ma poco dopo comincia a sfidare l’autorità del medico egiziano, successore di Bin Laden, ucciso nel 2011.

Con l’inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal nord e dall’est della Siria, gli uomini di Baghdadi risalgono facilmente l’Eufrate e prendono Raqqa, proprio come è successo poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014. Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di Baghdadi che ha ormai rotto con al Qaida – e su cui gli Usa hanno intanto messo una taglia milionaria – conquista la fiducia di migliaia di giovani jihadisti di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire. Quindi la consacrazione definitiva con il celebre sermone alla moschea di Mosul che annuncia la nascita dello Stato islamico.

In quell’anno cominciano a diffondersi le notizie sulla morte del Califfo. Già il 10 novembre 2014, l’Iraq afferma che il leader jihadista è rimasto ferito in un raid aereo iracheno ad Al Qaim, nella provincia occidentale di Al Anbar, mentre l’allora ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari, si spinse a scrivere su Twitter che Baghdadi era stato ucciso. Il Pentagono conferma di aver colpito un convoglio di leader dell’Isis vicino a Mosul, ma senza poter confermare quale fosse la sorte di Baghdadi.

Solo sei mesi dopo, nell’aprile 2015, un nuovo annuncio diffuso da alcuni media iraniani e iracheni, e ripreso da siti online panarabi di scarsa autorevolezza, secondo cui Baghdadi sarebbe morto in un ospedale israeliano sulle Alture del Golan, dopo essere rimasto ferito in un raid aereo. Sempre nel 2015, ancora il governo iracheno rende noto che il Califfo è rimasto coinvolto in un raid dell’aviazione di Baghdad nell’ovest del Paese e che è stato “portato via d’urgenza”, ma senza saper precisare se fosse rimasto ferito. Il giorno dopo, il 12 ottobre, fonti mediche locali riferirono che Baghdadi non risultava né tra i feriti né tra i morti dell’operazione.

L’11 giugno 2016, è la tv di Stato di Damasco a riferire che Baghdadi è stato ucciso in un raid su Raqqa il giorno prima. Poi ancora la presunta morte in un raid russo sulla stessa città siriana a maggio, che Mosca precisa di non poter confermare al 100 per cento. Poi le notizie si diradano. Ma a settembre 2017 si diffonde un nuovo audio nel quale il Califfo cita i suoi seguaci a continuare la guerra santa.

A marzo 2019 gli 007 iracheni sostengono che il capo dell’Isis sia nascosto nel deserto lungo il confine tra Siria e Iraq. Il mese dopo, per la prima volta dopo cinque anni, Baghdadi compare in un video di 18 minuti in cui parla della “guerra ai crociati”, ma anche di temi d’attualità come la battaglia di tra forze curde e jihadisti a Baghuz, roccaforte dell’Isis in Siria, combattuta a fine marzo. Lo scorso settembre, l’ultimo segnale: un audio intitolato ‘Agite!’ in cui il capo dell’Isis esorta i jihadisti a raddoppiare gli sforzi nel campo della predicazione, dei media, militare e della sicurezza. Fino al tweet di Donald Trump nella notte tra sabato e domenica: “È successa una cosa enorme”. Questa volta sembrano tutti convinti: il Califfo islamista è morto davvero.

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F35, “Conte ha confermato agli Usa l’impegno ad acquistarli”. Malumori M5s. Palazzo Chigi: “Rinegoziare? Il premier è d’accordo”

“Giuseppe Conte si è impegnato con Mike Pompeo sul rispetto degli accordi presi sull’acquisto di 90 aerei F35″. Un retroscena del Corriere della Sera agita le acque in casa Movimento Cinque Stelle, perché da sempre gli aerei da guerra sono materia delicata in casa pentastellata. Così la ricostruzione del quotidiano di via Solferino riguardo il colloquio tra il premier e il segretario di Stato Usa sulla possibilità di via libera a una spesa prevista di circa 14 miliardi – con un “ritorno” parziale per l’industria italiana che produce le ali dei velivoli – starebbe provocando malumori tra gli eletti.

In ambienti parlamentari M5S ha destato “stupore” e un “certo malessere”, secondo quanto riporta l’Adnkronos, la conferma di Conte al capo della diplomazia statunitense circa l’intenzione dell’esecutivo di rispettare gli impegni assunti sull’acquisto dei jet militari. E nelle ore successive è il senatore Gianluca Ferrara, capogruppo pentastellato in commissione Esteri, a criticare: “Il M5s – afferma – ha sempre criticato questo programma militare. Un progetto insostenibile che molti Paesi, Usa compresi, hanno già tagliato. Una rinegoziazione è doverosa anche da parte dell’Italia. Confidiamo nel fatto che il nostro presidente del Consiglio farà la scelta giusta”. E in serata fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che il premier, in realtà, è “d’accordo” sulla necessità di rinegoziare.

Il Movimento 5 Stelle, ricordava Ferrara, “ha sempre criticato questo programma militare che, così com’è, ci indebiterebbe per almeno 50 miliardi di euro nei prossimi quarant’anni”. Mentre, sottolinea, un ridimensionamento degli acquisti “consentirebbe di liberare miliardi di euro da investire in scuole, ospedali e trasporti pubblici”. “I cittadini ci chiedono questo, non bombardieri strategici con capacità nucleare.

Secondo il retroscena del Corriere, durante la cena di giovedì organizzata a Villa Taverna con imprenditori e banchieri gli americani avrebbero confermato pubblicamente la “soddisfazione” per l’impegno assunto da Conte. Già le mosse del precedente governo M5s-Lega, in realtà, erano parzialmente andati in questa direzione. E il dossier era passate proprio nelle mani di Conte.

Adesso il tema sarebbe riemerso nel corso del bilaterale. Perché se da un lato l’Italia ha insistito sulla necessità di evitare che i nuovi dazi Usa penalizzino prodotti tipici come il parmigiano e l’olio d’oliva, secondo il Corriere, Pompeo avrebbe ricordato a Conte che anche Roma ha impegni da rispettare. Quindi Conte avrebbe confermato la volontà di dare seguito all’acquisto degli F35. Due giorni dopo, racconta il Corriere, durante l’incontro a cena in ambasciata tra Pompeo e i rappresentanti di industria e finanza italiana si sarebbe parlato del buon esito dei colloqui sui jet da guerra.

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