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“Gli Usa stanno schierando bombardieri B-1 in Norvegia”. La sfida alla Russia: difesa degli alleati e corsa all’Artico

Dopo lo scontro sull’affare Navalny e le dichiarazioni della nuova amministrazione che ha annunciato una “linea più dura ed efficace” nei confronti del Cremlino, è destinata a crescere ulteriormente la tensione tra Stati Uniti e Russia dopo che Washington ha deciso di schierare i suoi bombardieri B-1 in Norvegia, in una zona molto sensibile per l’influenza di Mosca nei Paesi baltici e nell’Artico.

È la prima volta che Washington opta per un’azione del genere, una mossa che, oltre a difendere gli alleati nell’area, come riporta la Cnn, ha l’obiettivo di far capire a Vladimir Putin che l’esercito americano opererà nella regione artica perché ritenuta strategicamente importante. Citando più funzionari della difesa, la tv americana riferisce che quattro bombardieri B-1 della US Air Force e circa 200 membri del personale della Dyess Air Force in Texas saranno spostati nella base aerea di Orland e che nelle prossime tre settimane inizieranno le missioni nel Circolo Polare Artico e nello spazio aereo internazionale al largo della Russia nordoccidentale.

Gli Stati Uniti, oltre a rinforzare il proprio controllo nell’area, saranno in grado di reagire più rapidamente a una potenziale aggressione russa. Negli ultimi mesi, il Pentagono ha utilizzato dei bombardieri simili ai B-1, i B-52, in Medio Oriente come mezzo per dimostrare la capacità degli Stati Uniti di spostare rapidamente le risorse militari in regioni potenzialmente tese. Si tratta di missioni che richiedono settimane per essere pianificate, il che significa che il dispiegamento in Norvegia è in fase di organizzazione da tempo, spiegano gli stessi funzionari.

Questa decisione potrebbe essere motivata dalla preoccupazione del Dipartimento della Difesa riguardo alle mosse militari russe tese a bloccare il potenziale accesso all’Artico: “I recenti investimenti russi nell’Artico includono una rete di mezzi aerei offensivi e sistemi missilistici costieri”, ha avvertito Barbara Barrett, segretaria dell’Air Force durante l’amministrazione Trump. Per gli Stati Uniti la Russia considera il mantenimento del proprio accesso all’Artico sempre più vitale, con quasi il 25% del suo prodotto interno lordo proveniente da idrocarburi a nord del Circolo Polare Artico, ha detto Barrett. Solo il mese scorso, un caccia russo ha sorvolato l’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere navale statunitense, nelle acque internazionali del Mar Nero.

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La ginnasta celebra la musica nera e si esibisce sulle note di Beyonce, Missy Elliott e Tupac: il video della performance fa il giro del mondo

Nia Dennis è una ginnasta di 21 anni dell’Università della California. Alcuni giorni fa, grazie a una performance perfetta a cui i giudici hanno assegnato il punteggio di 9,95, ha permesso alla sua squadra di portare a casa la vittorio contro l’Arizona State. Ma la sua esibizione al ritmo delle musiche di Beyonce, Missy Elliott,Tupac Shakur ha conquistato non solo i suoi fan. Il video infatti, ripostato con l’hashtag #blackexcellence, ha collezionato in poche ore milioni di visualizzazioni e di condivisioni

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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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Usa, il pericolo non sta solo in ciò che è successo ma anche in quel che viene raccontato

Nell’ottobre del 2017 ho fatto in questo blog un primo riesame dei primi mesi di operato del primo (e più strano) presidente americano che sia riuscito in questo secolo ad entrare nella Casa Bianca senza provenire dalla politica. Lui infatti, anche se si è presentato come rappresentante del Partito Repubblicano, non è mai stato prima un politico, ma un affarista miliardario con forti interessi nel campo immobiliare e nelle sale da gioco di alto livello (il più grande casinò del New Jersey è suo).

Per questo, pur rispettando la sua elezione, formalmente regolare, ma densa di punti interrogativi per quel suo spavaldo modo di fare capace di minimizzare anche problematiche molto serie sul piano economico e sociale, già dopo pochi mesi dalla sua inaugurazione ho deciso di scrivere un post, intitolato Donald Trump, l’alieno alla Casa Bianca che gioca a destabilizzare, e mai è stata così vera questa constatazione come ora che è arrivato il momento del commiato.

E’ certamente comprensibile che a lui dispiaccia essere stato licenziato dopo aver fatto tanto per rimanere altri quattro anni, ma non è il primo a cui capita questo giudizio dagli elettori. Lui invece l’ha presa proprio male e ha pensato di schierare (a dimostrazione che sono stati gli altri a non aver capito) un buon numero di suoi “fans” a protestare fuori dal Campidoglio proprio nel giorno in cui ci si riuniva per approvare il passaggio delle consegne a Biden.

Quello che è avvenuto in quella disgraziata giornata lo hanno visto tutti anche in Italia: un assalto al “Palazzo” del Campidoglio americano che ricordava più l’assalto alla Bastiglia di due secoli fa, quando partì la rivoluzione francese, che la pacifica protesta di sostenitori di un politico sconfitto alle urne. Che poi non si capisce nemmeno di cosa dovrebbero protestare i suoi tifosi (oltre al fatto che proprio lui lo ha chiesto con le sue continue proteste e accuse senza prove).

Tuttavia, da americano espatriato in Italia (dopo essere stato un italiano espatriato in America), non essendo stato per niente sorpreso dai milioni di voti presi da Trump, ho voluto documentarmi un poco anche consultandomi con amici del Texas e leggendo opinioni opposte tra loro scritte da organi di stampa specializzati.

Non mi è possibile per ragioni di spazio riportare interamente i due articoli che ho scelto, ma se conoscete l’inglese potete confrontarli e giudicare da soli. L’articolo It happened in America (E’ accaduto in America) racconta con pieno sdegno l’accaduto, chiedendosi come possa essere successa una cosa del genere proprio negli Stati Uniti, simbolo di libertà e democrazia in tutto il mondo. “Questa è una insurrezione, altro che protesta!” si afferma esplicitamente nell’articolo.

Lo sdegno però ce l’hanno anche quegli altri, quelli che invece addossano tutta la colpa a Joe Biden e ai democratici.

L’articolo Usa, il presidente dimezzato (scritto in italiano da Mario Galardi su Notizie Geopolitiche) dice infatti tutto il contrario e racconta tutte le “manovre” inventate dai democratici (guidati da Biden) per falsare le elezioni mediante milioni di voti rubati o fatti sparire, o di voti duplicati o dati da persone che non ne avevano diritto: logico che poi Trump si senta derubato e privato del suo diritto di continuare a governare per altri 4 anni. Secondo il pezzo, lui avrebbe voluto semplicemente finire il lavoro iniziato e mantenere così tutte le promesse fatte agli americani. La protesta – che lui ha sostenuto ma che sarebbe stata spontanea – voleva quindi solo “informare” il Congresso sull’ingiustizia che stava subendo. Poi purtroppo la cosa sarebbe sfuggita di mano a tutti a causa di qualche esagitato che ha perso il controllo, provocato però da chi voleva persino impedire la protesta.

Beh, se vogliamo fare una comparazione tra i due scritti si vede subito chi fa analisi vera e chi semplicemente simpatizza per Trump.

La colpa dell’irruzione nel Congresso, a giudizio di Galardi, è tutta del fatto che “…è evidentemente mancato il servizio d’ordine, sempre necessario quando si concentrano centinaia di migliaia di persone”. Già qui si può notare l’esagerazione. Quelli che abbiamo visto nel filmato saranno stati al massimo qualche migliaio, non “centinaia di migliaia”.

Subito dopo afferma che l’irruzione ha danneggiato solo Trump che “…aveva invitato a dimostrare pacificamente”. Se fosse vero, Trump, che ovviamente seguiva in diretta a distanza quella sommossa, sarebbe intervenuto subito a ordinare di fermarsi, e loro si sarebbero fermati. Invece è rimasto volutamente zitto per tutto il tempo della gravissima occupazione, che ha fatto tra l’altro quattro morti. Solo alla fine ha detto di “tornare pacificamente a casa”. Credo che basti a capire che i fatti sono raccontati con grande libertà e pochi riscontri con l’accaduto. Ma così è la gran parte dell’informazione oggi.

Non bisogna illudersi però che con l’insediamento di Biden alla Casa Bianca tutto ritorni normale. Trump è stato chiaro su questo punto: organizzerà politicamente i suoi milioni di tifosi, non disperderà quel capitale di consensi faticosamente conquistato, e si ripresenterà tra 4 anni più forte di prima. Attenzione però: la prossima volta non avrà più bisogno dei repubblicani, si presenterà da “indipendente” (non l’ha ancora detto, ma sono sicuro che a quello sta pensando). Ormai anche i repubblicani sono una zavorra per lui. La gente ha votato per lui, non per i repubblicani che lui ha già ridicolizzato nelle primarie del 2016.

Questo modo di raccontare i fatti e queste intenzioni sono già da ora un pericolo serio per la democrazia americana, anche se i prossimi quattro anni saranno governati da Biden.

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L’ultima offensiva di Trump parla chiaro: servono politici con idee chiare e moralità, non venditori

di Roberto Severoni

Per poter giudicare i recentissimi fatti americani, secondo me occorre capire che tipo di persona sia Donald Trump e quali siano le sue capacità e i suoi difetti, che si possono desumere dalle scelte personali ed imprenditoriali passate.

Nonostante il velo che Donald ha alzato sul suo passato, sappiamo che ha gestito tre grosse attività: una legata all’edilizia, principio delle fortune del padre ereditate in seguito da lui, un’altra relativa alle scommesse in Borsa e l’ultima riguardante le fortune e la popolarità che ha accumulato durante lo show televisivo condotto per 14 anni.

È molto probabile che le prime due attività abbiano avuto alterne vicende finanziarie, soprattutto siano state gestite in maniera spregiudicata, al limite della truffa. Questo direbbe molto delle scelte personali di Donald. Il successo vero e certificato da tutti è quello conseguito con la televisione dove, oltre ad avere una presenza scenica notevole, ha dimostrato una indubbia capacità di venditore di se stesso e delle sue attività. Questa è la sua dote migliore che, insieme alla popolarità acquisita, ha reso possibile la scalata alla Casa Bianca con numeri mai visti nel primo e nel tentativo di ottenere il secondo mandato.

Sono tre le sfide che Trump ha dovuto affrontare durante il suo mandato, mettendo alla prova la sua capacità di scelta e di decisione: l’attuazione delle sue idee politiche che ne hanno decretato il successo elettorale, la risposta alle varie accuse di brogli e la gestione della pandemia. In una escalation di scelte, che lo hanno portato ad essere sempre più solo dal punto di vista politico e sempre più impopolare presso l’elettorato, si è evidenziato sempre più il suo carattere narcisista maligno, testimoniato da tweet, conferenze stampa e interviste che ne hanno sottolineato il carattere privo di empatia, manifestato tramite bugie, sottovalutazione e negazione dei rischi, disinteresse verso gli altri: insomma, un manipolatore infido e inaffidabile.

In un crescendo emotivo, culminato con la sconfitta elettorale, ha arringato l’ultimo manipolo di discepoli devoti e fedeli nell’invasione della Casa Bianca, azione politica gravissima condotta dai negazionisti. In questo ultimo colpo di coda si può condensare la sua incapacità di prendere decisioni politiche “giuste” in quanto prima ha compattato l’opinione pubblica, i democratici, i repubblicani e persino il vicepresidente a schierarsi contro di lui e poi si è giocato la possibilità di ripresentarsi in futuro e chissà cos’altro. Poteva ripresentarsi in futuro con notevoli chances, ma il suo carattere ha avuto la meglio sulla sua razionalità.

Puntualizzando che il sistema democratico, guidato da un signore che ha notevoli problemi emotivi, è riuscito a tenere salda la sua struttura, la riflessione è che in politica occorra un capitano dalle idee chiare, dai nervi saldi e da una sana moralità e non un venditore, orientato solamente al merchandising del voto ma privo della preparazione e della capacità di gestire la Cosa Pubblica.

Quando si tratterà di scegliere un rappresentante, occorrerà dargli fiducia non solo per quello che dice, ma soprattutto per i suoi comportamenti che svelano quello che è in realtà. Gli statunitensi sapevano già che tipo fosse Donald, ma hanno dato fiducia alle sue parole sottovalutando la sua personalità contraddittoria. A chi sarà attribuita la responsabilità della morte delle cinque persone coinvolte nella sommossa di Capitol Hill?

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Schwarzenegger: “Trump è un fallito, ha cercato il colpo di Stato ingannando le persone” – Video

“Da immigrato in questo Paese, vorrei dire due parole ai miei concittadini americani e a tutto il mondo su quello che è successo in questi giorni”. Si apre così il videomessaggio di Arnold Schwarzenegger, diffuso sui suoi canali social, con cui accusa Donald Trump di “aver cercato un colpo di Stato ingannando le persone con le sue bugie”. Per l’ex governatore della California, l’attacco a Capitol Hill ha minato i principi su cui si fonda la democrazia degli Stati Uniti e ha paragonato il movimento di estrema destra dei Proud Boys ai nazisti. “So che c’è una paura diffusa in questo Paese. E dobbiamo stare attenti alle conseguenze dell’egoismo e del cinismo – ha detto – perché tutto inizia con bugie e intolleranza”. Poi il riferimento al presidente uscente: “È un fallito, verrà ricordato come il peggiore della storia. La cosa positiva è che presto sarà irrilevante come un vecchio tweet”. Infine, le parole rivolte a Joe Biden: “Presidente Biden, se lei avrà successo, tutto il Paese lo avrà. Siamo con lei, oggi, domani, sempre, dalla parte di chi difende la nostra Costituzione da chi la minaccia”.

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Stati Uniti, Biden sceglie Antony Blinken come segretario di Stato. Dall’appoggio a Dukakis negli anni Ottanta all’era Obama, ecco chi è

Antony Blinken sarà il prossimo segretario di Stato americano. L’annuncio ufficiale è atteso per martedì, ma i media Usa hanno anticipato la scelta di Joe Biden per una delle caselle chiave della Casa Bianca. Blinken, che durante l’amministrazione Obama ha già affiancato Biden come consigliere alla sicurezza nazionale e negli ultimi mesi ha sempre supportato il neo-presidente eletto nella sua corsa elettorale, avrà il compito di rilanciare l’America a livello internazionale. La svolta nella politica estera, dopo i 4 anni dell’era Trump, è infatti uno dei pilastri su cui Biden ha intenzione di basare il suo mandato.

Laureato ad Harvard, 58 anni, Blinken è entrato in politica alla fine degli anni Ottanta aiutando Michael Dukakis a raccogliere fondi per la sua campagna elettorale. Ha iniziato la sua carriera al dipartimento di Stato dell’amministrazione Clinton per poi fare il salto durante la presidenza Obama. Ha affiancato Biden sui temi della sicurezza ed è stato nominato vice segretario di Stato. Ha sempre lavorato fianco a fianco al senatore del Delaware, diventando anche direttore dello suo staff alla commissione per gli affari esteri.

Dopo l’esperienza con il ticket Obama-Biden, Blinken ha co-fondato la società di strategia politica WestExec Advisor insieme a un altro ex dell’era Obama, Michele Flournoy. Ora succederà a Mike Pompeo come segretario di Stato, diventando il volto degli Stati Uniti all’estero. La nomina verrà ufficializzata martedì, quando il presidente-eletto nominerà anche il suo consigliere alla sicurezza nazionale e l’ambasciatore americano all’Onu. Jake Sullivan sarebbe stato scelto per il ruolo di consigliere, mentre Linda Thomas-Greenfield è in corsa come ambasciatrice all’Onu.

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Usa 2020, ecco ‘come rubare un’elezione’

Si dice degli Stati Uniti che siano una giovane nazione, anzi una nazione “senza storia” e, allo stesso tempo, si attribuisce loro la qualifica di più antica democrazia repubblicana dell’occidente. Queste due osservazioni, per quanto contraddittorie, contengono elementi di verità e rivelano tensioni del tessuto istituzionale statunitense che queste imminenti elezioni rischiano di esacerbare fino al punto di rottura.

Che gli Stati Uniti non siano privi di storia non è solo un’evidenza cronologica, ma un fatto gravido di conseguenze per molteplici fronti caldi del dibatto sociale contemporaneo. Tra i temi più rilevanti si potrebbero annoverare la furia iconoclasta degli ultimi dieci anni (fenomeno liberticida tipico della sinistra americana), la cronica incapacità di esprimere un giudizio definitivo e interamente indignato sul passato schiavista (fenomeno liberticida tipico della destra americana), infine l’indisponibilità a perseguire ogni serio progetto di giustizia sociale che richieda un contributo economico – anche minimo – da parte del singolo (un nanismo morale per il quale repubblicani e democratici fanno a gara).

Questi punti di stallo del dibattito politico americano non nascono dal nulla, ma sono frutto della storia del paese. Tra i lasciti del passato più pericolosi per le presenti elezioni e potenzialmente esiziali per la democrazia americana, figurano il sistema dei grandi elettori e la piaga del gerrymandering.

Andando con ordine, negli Stati Uniti il presidente non viene eletto direttamente dai cittadini. I votanti di ogni Stato, con le loro preferenze, selezionano i cosiddetti “grandi elettori”, cioè degli individui, in numero variabile a seconda dello Stato, che ricevono la delega dai singoli cittadini a esprimere il loro voto per uno dei due candidati alla presidenza, così come questo è stato determinato al verdetto delle urne.

Questi grandi elettori, in numero di 538, si recano a Washington il primo lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre (sic!) e, riunitisi in assemblea presso la House of Representatives, votano in osservanza alla delega ricevuta dallo Stato di provenienza. Da un punto di vista formale, il presidente degli Stati Uniti viene eletto in dicembre, non in novembre. Tale meccanismo è regolato dal secondo articolo della Costituzione, prima sezione, seconda clausola.

La disfunzione di questo sistema, di per sé già sufficientemente lambiccato, risiede nella mancata corrispondenza percentuale tra numero di votanti e numero di grandi elettori. Questi rapporti percentuali, rimasti sostanzialmente invariati nel corso della storia del paese, fanno sì che il voto di zone densissimamente popolate venga rappresentato da un numero di grandi elettori proporzionalmente molto più basso rispetto a zone a minore densità abitativa, dove gruppi sparuti di cittadini possono inviare a Washington un numero abnorme di grandi elettori.

Il risultato finale consiste nella palese violazione del sacrosanto principio “one man, one vote” ovvero “un uomo, un voto”. A titolo di esempio, è stato calcolato che una preferenza espressa nello Stato di New York (il mio Stato) pesa meno di un singolo voto: per l’esattezza ne vale lo 0,8%. Al contrario, nello Stato rurale del Wyoming il “vote-weight” è pari al 2,97%. È come se un elettore, entrando in cabina, se ne portasse appresso altri due (o quasi).

A questa straordinaria distorsione si aggiunge il cosiddetto gerrymandering, una pratica che prende nome da Elbridge Gerry il quale, nel 1812, in qualità di governatore del Massachusetts, volle ridisegnare la distribuzione di una circoscrizione di Boston per trarne vantaggi elettorali. In sostanza, il gerrymandering consiste nella manipolazione geografica dei confini di un distretto elettorale, al fine di riportare una vittoria anche con un numero minoritario di voti.

Come questo sia possibile risulta evidente da vari schemi illustrativi che circolano in quantità sui media americani. Ne propongo uno di S. Nass che è stato più volte pubblicato dal Washington Post con l’eloquente titolo “How to steal an election”, cioè “Come rubare un’elezione”:

Queste illustrazioni schematiche rivelano croniche distorsioni del sistema elettorale che, unitamente al meccanismo dei grandi elettori, consegna al paese risultati grandemente deformati e divergenti dalla volontà dei votanti. L’architettura che i padri fondatori avevano disegnato per una neonata nazione, largamente dedita all’attività agricola e con una densità di popolazione più uniformemente distribuita, si dimostra inadeguata a rappresentare un quadro socioeconomico così profondamente mutato.

Dopo quasi due secoli e mezzo di vita istituzionale, gli Usa si trovano sull’orlo di un precipizio ed è la tenuta democratica del sistema a essere in pericolo. E così il paese “senza storia” rischia di restare schiacciato sotto i tanti fardelli della propria storia.

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Snowden rinuncia a oltre 5 milioni di dollari di ricavi per libri e conferenze: dovrà risarcire gli Usa

Edward Snowden, l’ex talpa della National Security Agency (Nsa), rinuncerà a oltre cinque milioni di dollari guadagnati dalla vendita del suo libro e dai compensi per le conferenze tenute dopo aver rivelato i segreti degli Stati Uniti sette anni fa. La decisione arriva dopo che un giudice federale si era schierato con il dipartimento della Giustizia nella sua causa di risarcimento contro Snowden e ora sta valutando la somma che dovrà essere restituita. Il giudice non ha ancora approvato l’accordo raggiunto tra l’ex talpa e il governo.

L’ex contractor della Cia – che vive in Russia – ha infatti pubblicato l’anno scorso il libro ‘Permanent Record’ senza l’autorizzazione del governo Usa, violando così gli accordi di non divulgazione che aveva preso con la Cia e la Nsa.

Snowden ha guadagnato 4,2 milioni di dollari dalla vendita del libro e altri 1,03 milioni di dollari dalle conferenze, con un compenso medio di 18mila dollari. Non è detto comunque che l’amministrazione Usa riceverà subito la somma, che verrà messa in un trust. Secondo l’avvocato di Snowden, Lawrence Lustberg, le autorità americane potrebbero avere difficoltà a recuperare il denaro se verrà depositato all’estero.

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