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Gli Usa rientrano nell’Accordo di Parigi, ma non solo: tutte le sfide e le promesse di Biden per cancellare la politica di Trump sul clima

Gli Stati Uniti rientrano negli Accordi di Parigi, è ufficiale. E non è l’unico provvedimento che riguarda il clima preso dal neo presidente Joe Biden che, per la prima volta nello studio ovale, ha firmato una quindicina di ordini esecutivi, 13 ordini e due azioni. Oltre ad aver inviato una lettera alle Nazioni Unite, avviando formalmente l’iter per far rientrare gli Usa nell’Accordo entro 30 giorni, Biden ha anche revocato il permesso di costruzione per l’oleodotto Keystone XL, i cui lavori sarebbero dovuti partire la scorsa estate. Quasi 2mila chilometri per trasportare 830mila barili di bitume al giorno dal Canada occidentale fino in Nebraska, dove si sarebbe dovuto collegare al tratto già operativo che arriva fino alle raffinerie del Texas. Ad aprile 2020, però, un giudice ha annullato il permesso per i lavori in Montana, tratto fondamentale per la realizzazione di tutto il progetto, che non aveva tenuto conto dei rischi per le specie protette. Ma Biden ha anche dato disposizioni alle agenzie federali, perché inizi un processo di ripristino delle normative ambientali.

LE NUOVE SFIDE – Insomma, il percorso inverso rispetto a quello fatto da Donald Trump: appena pochi minuti dopo il suo giuramento dal sito internet della Casa Bianca erano sparite le pagine dedicate al cambiamento climatico e alle politiche di Barack Obama e, al loro posto, era comparsa la sezione An American First Energy Plan nella quale veniva ribadita la posizione della nuova amministrazione. Una posizione che si è concretizzata in decine e decine di provvedimenti, alcuni presi anche a ridosso e poco dopo il voto. Si potrà tornare indietro? E, soprattutto, con la sua nuova squadra Biden vorrà (e potrà) davvero smantellare tutto ciò che ha fatto Trump sul fronte ambientale? Il rientro negli Accordi di Parigi è una prima risposta, ma negli ultimi quattro anni sono cambiate molte cose. E ora sono cambiati l’Europa stessa, le relazioni internazionali, la credibilità degli Stati Uniti sul fronte delle politiche climatiche (tutta da ricostruire) e, causa pandemia, le priorità globali.

IL RIENTRO E IL RECUPERO DEI RITARDI – Tra i primi commenti quello del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. “Accolgo con grande favore i passi del presidente Biden per rientrare nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – ha detto – e unirsi alla crescente coalizione di governi, città, stati, imprese e persone che intraprendono azioni ambiziose per affrontare la crisi climatica”. Ora gli Stati Uniti hanno 30 giorni di tempo per presentare Contributi Nazionali Determinati (Nationally Determined Contributions, NDC), ossia gli obiettivi climatici che si sono dati in maniera autonoma gli Stati aderenti al patto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi Celsius. Entro quel termine, le promesse e i propositi illustrati da Biden in campagna elettorale verranno messi nero su bianco. Se durante il mandato di Obama, sottoscrivendo l’Accordo del 2015, gli Usa si erano impegnati a ridurre entro il 2025 una quota di emissioni pari al 28% rispetto ai livelli del 2005, oggi sono molto lontani da quell’obiettivo: restano responsabili del 14% delle emissioni globali (circa il doppio dell’Europa), secondi dopo la Cina. In campagna elettorale Biden ha annunciato un piano di 2mila miliardi di dollari per incentivare l’energia pulita, costruire 500mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici e nuove case ad alta efficienza energetica. L’obiettivo è quello di raggiungere la carbon neutrality entro il 2050.

IL CAMBIO DI ROTTA E I POSSIBILI OSTACOLI – Biden aveva già annunciato una serie di misure nei primi cento giorni di mandato. E il lavoro non manca, dato che ci sono circa cento regolamenti ambientali da modificare: si va dalle emissioni delle auto all’efficienza energetica degli edifici. Molti di essi vanno semplicemente riportati a come erano prima che Trump vi mettesse mano ma, comunque, dovranno superare l’approvazione di un Congresso molto diverso (e più diviso) rispetto a quello dell’era Obama. Per non parlare dell’ostacolo rappresentato dalle lobby delle industrie e delle fonti fossili che con Trump hanno sempre mantenuto un rapporto di reciproco sostegno. E poi ci sono le relazioni internazionali che negli ultimi quattro anni si sono modificate anche (ma non solo) a causa della politica aggressiva di Trump. E c’è quell’asse Europa-Cina, che oggi gli Usa non possono spezzare. Lo sa bene Biden, che pure ha manifestato la sua contrarietà alla ratifica dell’accordo economico tra Pechino e una Unione Europea impegnata a mantenere un equilibrio. L’altro nodo è quello legato al gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2. Già Trump aveva rimproverato a diversi Paesi Ue la loro dipendenza dal gas russo e varato misure restrittive per colpire le aziende che collaboravano con l’azienda energetica russa Gazprom, parzialmente controllata dallo Stato. A dicembre 2019 una prima tornata di sanzioni aveva fatto desistere la società svizzera impegnata nella posa dei tubi, provocando la sospensione dei lavori per oltre un anno. Proprio in queste ore Anthony Blinken, nominato da Biden segretario di Stato, ha confermato il suo impegno per bloccare il completamento dell’opera ed è prevista a febbraio un’altra stretta che potrebbe colpire diverse società europee. Commentando il rientro degli Usa negli Accordi di Parigi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato di una “nuova alba negli Stati Uniti”, un momento “che abbiamo atteso a lungo, L’Europa è pronta per un nuovo inizio”. Bisognerà capire se il figliol prodigo sta davvero tornando.

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Inauguration Day, la svolta di Biden non basta a cancellare i danni di Trump

Joe Biden non aveva ancora prestato giuramento come 46esimo presidente degli Stati Uniti che s’era già attrezzato per liquidare l’eredità legislativa di Donald Trump: in realtà, poca cosa. A conti fatti, saranno bastati una decina di decreti, varati all’alba di una nuova era della politica statunitense, che assomiglia, nei volti – un po’ invecchiati -, nei toni, nei principi e negli obiettivi, all’America 2009 di Barack Obama. Il vice di allora promosso leader non ha il carisma del primo presidente nero, ma il richiamo all’unità del discorso d’insediamento ne riecheggia le parole.

Più difficile, per Biden, sarà liquidare l’eredità politica del magnate presidente, quel mix di odio, divisione, scorrettezza pubblica e personale, prosopopea e tracotanza di fronte alla legge che Trump ha esibito per tutto il suo mandato, fino all’apoteosi del 6 gennaio, quando incitò i suoi fan a dare l’assalto al Campidoglio, indicando senza prove i brogli come causa della sua sconfitta elettorale.

Nello strascico di risentimenti e frustrazioni lasciato da Trump, Biden, che a 78 anni è il presidente più anziano della storia Usa, ha dovuto rinunciare, per motivi di sicurezza, ad arrivare a Washington in treno da Wilmington, nel Delaware, per rievocare i suoi 36 anni vissuti da ‘senatore pendolare’: è stato il Secret Service a fargli cancellare il ‘viaggio amarcord’, mentre Guardia Nazionale e polizia trasformavano la capitale federale in una città militarizzata. Trump, invece, se ne va letteralmente ‘in fanfara’: tappeto rosso e 21 colpi di cannone alla Andrews Air Base, prima di imbarcarsi per l’ultima volta sull’AirForceOne, destinazione Mar-a-lago, Florida – nella ‘sua’ New York, non ci vuole tornare e non ce lo vogliono.

Prima di lasciare la Casa Bianca senza avere mai incontrato il suo successore, dopo l’Election Day del 3 novembre e senza averne mai riconosciuto la vittoria, ha tracciato, in un messaggio registrato lunedì e diffuso martedì, un bilancio del suo operato: “Abbiamo fatto quello che volevamo fare e molto di più … Abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo … Sono particolarmente orgoglioso di essere stato il primo presidente da molti decenni a non avere iniziato nuove guerre … Abbiamo realizzato la Operazione ‘Warp speed’ per lo sviluppo e la distribuzione del vaccino , un miracolo medico”.

Mentre Trump va e Biden arriva, l’epidemia da coronavirus è fuori controllo negli Stati Uniti: oggi, all’alba, il numero dei contagi nell’Unione superava i 24.250.000 e quello dei decessi era già oltre 400mila. Il doppio delle 200mila bandierine piantate sul Mall di Washington per ricordare, nell’Inauguration Day, gli americani che non possono assistervi.

Il più ricco e potente Paese al Mondo, con meno del 5% della popolazione mondiale, ha un quarto dei casi mondiali e un quinto delle morti: ieri sera, al loro arrivo a Washington, Biden e la sua vice Kamala Harris hanno reso omaggio alle vittime della pandemia con una fiaccolata intorno allo specchio d’acqua del Lincoln Memorial.

I progetti di Trump per il futuro sono fumosi – e subordinati all’esito del processo d’impeachment intentatogli dopo l’attacco al Congresso da lui innescato e che ha fatto cinque vittime: restare immanente nella politica Usa, ricandidarsi nel 2024, fondare un nuovo partito, il ‘Patriot Party’… Piani che richiedono impegno, costanza, importanti investimenti di tempo e denaro. Il magnate potrebbe disporre, per realizzarli, della squadra vincente di Usa 2016: ha infatti graziato tutti i suoi consiglieri e collaboratori finiti sotto gli strali della giustizia, anche quelli non ancora condannati, come il guru Steve Bannon, raggiunto in extremis – e contro la sua volontà – da un provvedimento di clemenza preventivo.

L’ultima raffica di grazie (73) e condoni (70) ha complessivamente toccato 143 persone, che vanno ad aggiungersi alle decine già sottratte alla giustizia, fra cui – del team 2016 – Paul Manafort, George Papadopoulos, l’amico Roger Stone, il generale Michael Flynn. Nell’ultima ondata, uomini d’affari come il finanziatore dei repubblicani Elliot Broidy, celebrità e socialites, politici e condannati per reati di droga non violenti, anche un cittadino italiano, l’imprenditore fiorentino Tommaso Buti. Non vi figurano, invece, come s’era ipotizzato, familiari del magnate, che ha pure rinunciato ad ‘auto-graziarsi’ – provvedimento probabilmente illegittimo.

Firmando i decreti che annullano alcune delle decisioni più controverse di Trump, Biden intende imprimere una svolta alla lotta alla pandemia e alla crisi economica da essa generata, ma anche rottamare il più presto possibile l’eredità legislativa di quattro anni di trumpismo: via il divieto d’ingresso negli Usa da alcuni Paesi musulmani, via la misura che permette di separare le famiglie degli immigrati dal Messico; ritorno negli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e nell’Organizzazione mondiale della Sanità.

Tra le disposizioni sul fronte della lotta alla pandemia, ci sarà l’obbligo di indossare la mascherina nelle proprietà federali e nei movimenti tra Stato e Stato dell’Unione. Finché l’emergenza sanitaria non superata, ci sarà lo stop agli sfratti e lo slittamento dei pagamenti dei prestiti contratti dagli studenti universitari. E, ancora, stop alle esecuzioni federali (che Trump aveva ripristinato, dopo una lunga moratoria) e stop all’oleodotto Keystone, che Obama aveva già bloccato e Trump ri-autorizzato, e revoca del bando dei transgender nell’esercito.

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Trump, “martedì possibile voto della Camera su impeachment”. Il 56% degli americani favorevole alla rimozione del tycoon

Nel giorno in cui probabilmente la Camera voterà per l’impeachment di Donald Trump, lui sarà in visita al confine con il Messico per verificare di persona i progressi nella costruzione del muro di confine. E si tratterà anche della prima apparizione in pubblico dopo l’assalto al Campidoglio, che ha portato i democratici a instradare la sua messa in stato d’accusa. I tempi dipendono dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, ha sottolineato il deputato democratico James Clyburn, aggiungendo l’aula potrebbe votare la messa in stato di accusa già martedì. Tuttavia potrebbe attendere fino a dopo i primi 100 giorni della presidenza di Joe Biden per inviare la procedura in Senato, che sarà a maggioranza democratica dopo l’insediamento dei due senatori eletti nei ballottaggi in Georgia. “È essenziale che coloro che hanno perpetrato l’assalto alla nostra democrazia siano ritenuti responsabili. Deve esserci il riconoscimento che questa profanazione è stata istigata dal presidente”, ha scritto Pelosi in una lettera indirizzata ai colleghi del partito democratico inviata sabato sera. “Quando prestiamo giuramento, promettiamo al popolo americano la nostra serietà nel proteggere la nostra democrazia“, ha aggiunto.

La strada dell’impeachment è più probabile rispetto alle dimissioni del tycoon – che non ha alcuna intenzione di andarsene – e al ricorso al 25° emendamento, che consentirebbe la destituzione del magnate dalla Casa Bianca. Trump stesso si è detto fiducioso sul fatto che Mike Pence non lo rimuoverà percorrendo questa strada, alla quale anche Biden è contrario. Rischierebbe di spaccare ulteriormente il Paese e produrre ulteriori disordini, peraltro già temuti in vista del giuramento del 20 gennaio. Chi è favorevole alla rimozione del presidente è però la maggioranza degli americani, il 56% secondo quanto emerge da un sondaggio condotto da Abc News e Ipsos. Il 67 per cento degli intervistati, inoltre, considera Trump responsabile delle violenze che si sono registrate al Congresso e che sono costate la vita a cinque persone, mentre il 43 ritiene che Trump non debba essere rimosso, quasi la metà (il 45 per cento) afferma che le sue azioni di questa settimana siano sbagliate.

Favorevole all’impeachment anche la sinistra dem, che trova in Alexandra Ocasio-Cortez, la più giovane deputata al Congresso, la sua esponente di punta. “Ogni minuto che resta in carica rappresenta un pericolo chiaro” per gli Stati Uniti, ha dichiarato nel corso di un’intervista a Abc. “Stiamo anche discutendo di come fare per impedirgli di candidarsi nuovamente”, ha aggiunto. Rispondendo a una domanda sul fatto che il processo di impeachment al Senato potrebbe ritardare l’agenda di Biden, Ocasio-Cortez ha detto di ritenere che la “sicurezza” e la “sicurezza del nostro Paese abbiano la precedenza sui tempi delle nomine” e delle “conferme”.

Due invece i senatori repubblicani che finora hanno chiesto le dimissioni di Trump: dopo la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, anche Pat Toomey, eletto della Pennsylvania, che ha precedentemente accusato il tycoon di aver commesso “reati da impeachment”. Toomey ha chiesto al presidente uscente di dimettersi dicendo che era la cosa migliore per il Paese.

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Donald Trump potrebbe essere rimosso con il 25esimo emendamento: ecco cos’è e come funziona

Dopo quasi quattro anni passati a aizzare i fedeli e sconvolgere le regole della democrazia, passati a dominare le reti tv e la conversazione nazionale, tra comizi e sparate su Twitter, per Donald Trump è arrivato il giorno della resa dei conti. Tutti gli occhi ora sono puntati su di lui, sempre più isolato dopo che il suo vice Mike Pence ha proclamato la vittoria definitiva di Joe Biden e che tutti i suoi account social sono stati temporaneamente bloccati da Twitter, Facebook, Youtube e Instagram per le sue minacce e le sue accuse sul voto. Le prossime ore saranno cruciali per il suo destino: il tycoon potrebbe concludere nel modo più inglorioso la sua carriera di presidente degli Stati Uniti, con l’impeachment o con la rimozione invocata con il 25esimo emendamento della Costituzione americana.

Secondo la Cbs, sarebbe proprio questa seconda ipotesi quella al momento più caldeggiata sia dai repubblicani che dai democratici: il vice presidente Mike Pence potrebbe “prendere seriamente in considerazione la possibilità di invocare il venticinquesimo emendamento per preservare la democrazia“. Ma cosa prevede e come funziona? Il venticinquesimo emendamento delinea le procedure per la destituzione del presidente degli Stati Uniti dall’incarico quando viene riconosciuto incapace di “adempiere ai poteri e ai doveri della carica”. Può farvi ricorso il vicepresidente, che a quel punto lo sostituisce, e la maggioranza degli ufficiali esecutivi del presidente, o un altro organo designato dal Congresso. Il testo prevede quindi che il vicepresidente prenda i poteri nel caso il presidente muoia, si dimetta o sia rimosso dal suo incarico. A differenza dell’impeachment, dunque, consente di rimuovere il presidente senza che sia necessario elevare accuse precise: è sufficiente che il vice presidente e la maggioranza del governo trasmettano una lettera al Congresso sostenendo che il presidente non è più in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio.

Al momento, secondo la Cnn, un crescente numero di leader repubblicani inizia a ritenere che Donald Trump dovrebbe essere rimosso prima del 20 gennaio: quattro repubblicani ritengono il 25/o emendamento la strada migliore, mentre altri due opterebbero per l’impeachment. L’Un’indiscrezione che mostra la crescente frustrazione del partito del presidente, già spaccato sulle accuse di Trump di brogli elettorali. A optare per la messa in stato d’accusa del tycoon sono i repubblicani anti-Trump del Lincoln Project, che hanno chiesto l’impeachment: “Chiediamo l’immediata messa in stato di accusa e la condanna del presidente per costringere la sua rapida rimozione dalla Casa Bianca“, si legge in una dichiarazione del gruppo che si è schierato contro il presidente durante la campagna elettorale.

Per quanto riguarda i Democratici, su Twitter la rappresentante al Congresso Usa Ilhan Omar è dello stesso avviso: “Sto redigendo gli articoli per l’impeachment. Donald J. Trump dovrebbe essere messo sotto accusa dalla Camera dei rappresentanti e rimosso dall’incarico dal Senato degli Stati Uniti. Non possiamo permettergli di rimanere in carica, si tratta di preservare la nostra Repubblica e dobbiamo adempiere al nostro giuramento”. Lo stesso ha scritto Alexandria Ocasio-Cortez. Intanto sembra che il commander in chief sia stato tagliato fuori dalla catena di comando: a dispiegare la guardia nazionale è stato Pence, non Trump. A censurarlo anche un coro di ex presidenti: Barack Obama, Bill Clinton, Jimmy Carter e George W. Bush, che ha evocato la ‘Repubblica delle banane”.

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Elezioni Usa 2020, tensioni a Washington alla vigilia della grande manifestazione dei sostenitori di Trump

Una “grande manifestazione di patrioti”, così è stata annunciata la marcia dei sostenitori di Trump a Washington dove migliaia di persone manifestano in dissenso con il risultato emerso dalle urne e in sostegno al presidente uscente Donald Trump. Già ieri notte i manifestanti pro Trump hanno dato prova della loro presenza, ammassandosi in strada scandendo slogan e, in alcuni casi, arrivando a scontrarsi con gruppi di antifascisti.

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È appena nata ma ha già 28 anni e sua madre ha solo 18 mesi più di lei: ecco come è possibile

È nata solo lo scorso ottobre, ma tecnicamente ha già 28 anni ed è “più giovane” di sua mamma di appena 18 mesi. Come è possibile? Tutto questo si spiega con il fatto che la piccola Molly Everette Gibson è nata da un embrione congelato 28 anni fa, un anno e mezzo dopo la nascita della donna che ha portato a termine la gravidanza, Tina. La vicenda è avvenuta in Tennessee ed è riportata da diversi quotidiani statunitensi, che sottolineano come la piccola Molly abbia battuto il record precedente, che appartiene sempre alla stessa coppia adottiva, che aveva fatto nascere nel 2017 un altro embrione sempre risalente al 1992, che era quello della sorella gemella di Molly.

“Siamo sulla Luna – commenta la signora Gibson al New York Post -, sono ancora senza fiato. Se qualcuno mi avesse detto cinque anni fa che avrei avuto non uno ma due figli gli avrei dato del pazzo”. Tina, una insegnante elementare, e il marito, un esperto di cybersicurezza di 36 anni, sposati da dieci anni, hanno cercato di avere una gravidanza naturale per cinque anni prima di rivolgersi al National Embryo Donation Center (NEDC), una no profit di Knoxville che raccoglie gli embrioni cosiddetti ‘orfani’, che i genitori decidono di non utilizzare. Le famiglie interessate possono optare sia per una adozione ‘chiusa’, in cui non sanno nulla dei genitori biologici, o per una aperta in cui entrano invece in contatto diretto. Delle oltre mille gravidanze ottenute dall’associazione però, solo le due che riguardano le sorelle Gibson sono state portate avanti da embrioni così ‘vecchi’.

Anche in Italia, afferma Arianna Pacchiarotti, Responsabile Pma dell’ospedale San Filippo Neri di Roma e docente dell’università Sapienza di Roma, ci sono embrioni conservati da così tanto tempo, ma sarebbe impossibile ‘adottarli’. “Le cause per cui rimangono orfani sono tante – spiega -. La principale è che le coppie riescono ad avere una gravidanza, e quindi decidono di non farsi impiantare gli altri embrioni ottenuti dalle tecniche di fecondazione assistita, magari perchè già in là con l’età . In Italia sono probabilmente migliaia ma la legge non permette di adottarli, andrebbero quantomeno portati tutti in un unico centro per tutelarli di più , perchè ora sono ‘dispersi’ in tutti i centri per la Pma del paese, e può succedere che un centro chiuda, o venga venduto”. Il fatto che un embrione dopo 30 anni sia ancora capace di dare luogo ad una gravidanza non stupisce, afferma l’esperta. “Gli embrioni che vengono selezionati per essere crioconservati sono quelli vitali, che non hanno nessun problema – spiega Pacchiarotti -, se sono conservati correttamente è possibile che ‘resistano’ anche di più“.

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Negli Stati Uniti il Columbus Day cancellato in molte città a causa del Covid e delle proteste Black Lives Matter: rimosse 35 statue

Quest’anno in decine di città americane non si festeggerà il “Columbus Day”, il giorno con cui ogni anno il 12 ottobre si ricorda la scoperta dell’America. L’emergenza Covid-19 ha spinto il sindaco di New York, Bill de Blasio, e molti altri colleghi, tra cui quelli di Chicago, Cleveland, Pittsburgh, ad annullare la tradizionale sfilata o a trasformarla in un evento virtuale. Ma la ragione è anche un’altra: già da tempo, ma mai come quest’anno, la festa per la scoperta dell’America è vissuta nel paese in modo controverso. Decine di stati e città americane hanno quindi scelto di dedicare la giornata del 12 ottobre alle popolazioni indigene.

Con il diffondersi delle manifestazioni per Black Lives Matter, iniziate dopo l’assassinio durante un arresto dell’afroamericano George Floyd lo scorso 25 maggio, sono state vandalizzate e decapitate numerose statue di Cristoforo Colombo. Non sono stati infatti presi di mira solo i monumenti in ricordo dei generali confederati, ma anche quelli del navigatore genovese e dei missionari spagnoli Junipero Serra e Juan de Onate. Per tutti l’accusa è quella di essere corresponsabili del genocidio delle popolazioni native americane condotto dalle potenze coloniali. Dallo scorso giugno sono ben 35 i monumenti dedicati allo scopritore dell’America rimossi durante le proteste o per decisione delle autorità locali, che hanno ordinato di eliminarle accogliendo le istanze avanzate.

Molte le città in cui non si festeggia – Sono diversi i centri degli Stati Uniti dove il Columbus Day non si festeggia più, sostituito da una giornata dedicata alle popolazioni indigene. Tra questi anche San Francisco, proprio la città dove nel 1869 si celebrò per la prima volta la festa dedicata al navigatore. La celebrazione divenne poi nazionale nel 1937. Fu però sempre a San Francisco e più nello specifico a Berkley che nel 1992, in occasione del 500esimo anniversario della scoperta dell’ America, fu istituita la giornata per le popolazioni indigene.

A Chicago la sfilata è stata annullata per il Covid e l’amministrazione scolastica ha deciso che quest’anno nelle scuole non verrà ricordato Colombo, ma le popolazioni native americane. Chicago è stata una delle città dove l’amministrazione locale ha deciso la rimozione della statua, nonostante le proteste del comitato italoamericano. La comunità ha comunque annunciato per il 12 un piccolo raduno, nel rispetto delle regole anti-Covid, intorno al piedistallo su cui si ergeva la statua di Colombo, ormai vuoto e recintato.

Vermont, Maine, New Mexico, Alaska, Oregon, Hawaii, Louisiana, Michigan, Wisconsin, Washington, North Carolina, Iowa e South Dakota, apripista dal 1999: sono molti gli Stati americani che negli anni hanno deciso di cambiare la festività del 12 ottobre. Dopo le proteste di quest’anno, altri ancora hanno seguito il loro esempio. Alcuni, come l’Arizona, hanno cercato una soluzione compromesso: il governatore Doug Ducey ha firmato un’ordinanza che stabilisce che nello stato verranno celebrati sia il Columbus Day che il Native Day. Il Colorado ha deciso di sostituire la festa per l’esploratore italiano con una per una connazionale: Francesca Cabrini, che a fine ‘800 fondò l’ordine che costruì decine di scuole e orfanotrofi negli Stati Uniti e in America Centrale.

Trump contro chi attacca Colombo: “Un grande eroe italiano” – Nel proclama per il Columbus Day, che ogni anno il presidente americano pubblica alla vigilia della festa, Donald Trump si è scagliato contro “gli estremisti che stanno minando l’eredità” di questo “grande, intrepido, eroe italiano” accusandoli di revisionismo storico. “Questi estremisti cercando di sostituire la narrativa dei suoi enormi contributi con accuse di fallimenti, le sue scoperte con atrocità, le sue conquiste con trasgressioni”, continua Trump. Il presidente ha poi ricordato di aver firmato a giugno “un ordine esecutivo in cui assicura che ogni persona o gruppo che vandalizzi un monumento federale o una statua sia perseguito ai termini di legge“. Il presidente ha fatto infine riferimento al suo recente programma per promuovere quella che lui definisce “educazione patriottica” nelle scuole americane.

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Coronavirus, Trump ricoverato in ospedale: “Sta molto bene, non ha più febbre”. Ancora nessuna previsione sulle dimissioni

Donald Trump “sta molto bene, siamo estremamente contenti dei progressi che ha fatto”, ha detto il medico della Casa Bianca Sean Conley, anche se il presidente americano è ancora ricoverato in via precauzionale in un ospedale militare poche ore dopo che è stata diffusa la notizia della sua positività al coronavirus: è stato trasportato “per precauzione”, come dice la Casa Bianca, al Walter Reed Medical Center, conosciuto come l’ospedale dei presidenti. Trump “continuerà a lavorare da lì”, ha sottolineato la portavoce Kaleygh McEnany. Un’informazione che si collega a un’altra precisazione che la Casa Bianca ha voluto fare: non ci sarà un trasferimento di poteri al vicepresidente Mike Pence. Il presidente è sottoposto ad una terapia sperimentale di anticorpi sintetici ritenuta incoraggiante”, ha detto Conley. Dopo alcune ore è lo stesso Trump a dare un aggiornamento sulle sue condizioni di salute: “Sta andando bene, credo. Grazie a voi tutti, con affetto!!!”, ha scritto su Twitter. Anche la first lady Melania è risultata positiva: ha “tosse leggera e mal di testa”. Il primo effetto sulla campagna elettorale per le presidenziali, in programma tra un mese esatto, è che il suo sfidante democratico, Joe Biden, sta rimuovendo temporaneamente gli spot negativi sul presidente.

Dopo le varie indiscrezioni circolate sulle condizioni di salute del presidente, un team di medici dell’ospedale che lo ha in cura, in un briefing con la stampa, ha precisato che Donald Trump non ha bisogno di ossigeno, respira e cammina regolarmente, i suoi organi sono a posto ed è di eccezionale buon umore. Inoltre, anche la febbre sembra essere scomparsa ed è durata solo 24 ore. Ma è ancora presto per prevedere i tempi della dimissione dall’ospedale, anche se il tycoon ha detto ai medici di sentirsi “come se potessi uscire di qui oggi”.











Era stato lo stesso Trump giovedì in tarda serata ad informare sempre via Twitter il mondo del suo contagio, un paio d’ore dopo aver annunciato di essersi sottoposto al test insieme a Melania e di essere in quarantena in attesa dei risultati del tampone. Un controllo deciso dopo il contagio contratto molto probabilmente da Hope Hicks, la fedelissima consigliera che segue come un’ombra il presidente, in questi ultimi giorni ovunque, anche a bordo dell’Air Force One. Oltre a lei, è risultato positivo nelle scorse ore anche Bill Stepien, il nuovo manager della campagna presidenziale. Lo scrivono Politico e la Bbc, secondo cui Stepien risente di “sintomi lievi di tipo influenzale” e che da ora lavorerà da casa.

Si tratta di una notizia che scuote l’America e fa immediatamente tremare i mercati, aprendo un’incognita sulla parte finale della campagna elettorale, ora seriamente a rischio. Il presidente, 74 anni, “è in grado di continuare a portare avanti i suoi compiti senza alcuna interruzione”, ha subito fatto sapere il suo medico personale. “È al lavoro e resterà al lavoro”, ha assicurato il capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows. I suoi sintomi sono leggeri – il messaggio fatto filtrare fin dall’inizio dall’entourage del presidente – e lasciano sperare in una rapida ripresa. Ma nel frattempo il vicepresidente Pence, a sua volta immediatamente testato e risultato negativo, è stato messo in preallerta, nel caso in cui la situazione dovesse improvvisamente precipitare. Confermato per ora il suo primo ed unico duello tv con la candidata vicepresidente Kamala Harris, mercoledì prossimo in Utah.

Inevitabilmente saltati per il momento tutti gli appuntamenti elettorali delle prossime ore, quando il presidente era atteso ad un evento al Trump Hotel di Washington e poi nello Stato chiave della Florida. Di fatto una sospensione della campagna per la rielezione che a questo punto non si sa quando e se mai potrà riprendere normalmente, a partire dalla partecipazione ai prossimi dibattiti presidenziali del 15 ottobre a Miami e del 22 a Nashville. Con il leader dei senatori repubblicani, Mitch McConnell, che ha avanzato l’ipotesi di confronti da remoto.

Intanto alla Casa Bianca quella tra giovedì e venerdì è stata una notte di angoscia e di paura, nel timore di scoprire un vero e proprio focolaio al suo interno. Con il passare delle ore la preoccupazione si è attenuata, con i test risultati negativi per quasi tutti quelli che in questi ultimi giorni sono stati vicini a Hope Hicks e alla coppia presidenziale: non solo il vicepresidente Pence e la moglie, ma anche Ivanka Trump e il marito Jared Kushner, e i ministri della Giustizia William Barr e del Tesoro Steve Mnuchin. Negativo anche Barron, il figlio quattordicenne di Donald e Melania che vive con loro nella East Wing della residenza presidenziale. Positivo solo un reporter e un membro dello staff che appartiene alla parte più bassa dell’area media.

Diverso è il caso di chi ha partecipato alla cerimonia nel Rose Garden, durante la quale il presidente ha ufficializzato la scelta del giudice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. In totale sono sei i presenti poi risultati positivi al coronavirus: oltre a Trump e alla moglie, si tratta del senatore repubblicano dello Utah Mike Lee, del collega della Carolina del Nord Thom Tillis e del presidente dell’Università di Notre Dame, il reverendo John Jenkins. Nelle ultime ore si è aggiunta anche l’ex consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway. “I miei sintomi sono lievi (un raffreddore)”, scrive su Twitter, “ho cominciato la quarantena“. Positivi anche tre giornalisti accreditati alla Casa Bianca e presenti all’evento.

Positivo un terzo senatore, è Ron Johnson del Wisconsin. Il suo portavoce ha riferito che non ha sintomi per ora, ma la notizia mette in allarme il partito perché comincia ad apparire a rischio la conferma del del giudice Barrett alla Corte Suprema nell’aula del Senato, dove i repubblicani hanno un’esigua minoranza.

Ma ad essere controllato è stato anche Joe Biden, che martedì sera ha condiviso lo stesso palco col presidente nel primo duello tv in Ohio: il candidato democratico, 77 anni, è risultato negativo, così come sua moglie Jill e la sua running mate Kamala Harris. Biden, che dopo gli insulti di martedì sera ha inviato gli auguri di pronta guarigione a Trump, può quindi proseguire tranquillamente la sua campagna elettorale, che lo vede impegnato in Stati chiave e in bilico come il Michigan. “Con il virus non bisogna fare i duri ma portare la mascherina e seguire tutte le altre raccomandazioni delle autorità sanitarie”, ha detto aprendo un comizio a Gran Rapids. La positività di Trump, ha aggiunto, è un “monito corroborante a tutti noi che dobbiamo prendere il virus seriamente”.

Si cerca ora di ricostruire come siano andate le cose. Secondo quanto riportano alcuni media, citando fonti vicine alla campagna elettorale di Trump, la Casa Bianca sapeva della positività di Hicks già da mercoledì sera, tanto che quel giorno di ritorno da un comizio in Minnesota la consigliera avrebbe viaggiato in una cabina separata dell’Air Force One, uscendo poi dalla parte posteriore dell’aereo una volta arrivati alla base di Andrews. Nonostante ciò Trump non si è messo subito in quarantena, ma è volato il giorno dopo in New Jersey per partecipare a un evento per la raccolta fondi. È lì che avrebbe accusato i primi sintomi, con raffreddore e qualche colpo di tosse. La decisione di sottoporsi al test, quindi, solo dopo il rientro in tarda serata alla Casa Bianca. Certo, non era questa la October surprise in cui sperava il presidente americano per imprimere una svolta alla sua campagna durante il rush finale verso il 3 novembre. Saranno i prossimi giorni a dire se The Donald riuscirà ancora una volta a riemergere da una situazione da incubo.

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Usa 2020, verso il primo dibattito tv tra Biden e Trump: dalla preparazione dei candidati ai temi, ecco cosa aspettarci dal confronto

La mezz’ora forse più importante di tutta la campagna elettorale. È la prima mezz’ora del primo dibattito presidenziale, che si terrà stasera a Cleveland, Ohio, moderato da Chris Wallace di Fox News. È in quella mezz’ora che Joe Biden dovrà mostrare agli americani di essere in grado di guidare il Paese. È nella stessa mezz’ora che Donald Trump dovrà dimostrare, anche agli americani che non lo amano e non lo hanno mai amato, che lui è comunque la scelta meno rischiosa, quella che evita agli Stati Uniti pericolosi salti nel buio.

L’importanza dei dibattiti nella storia presidenziale – I dibattiti presidenziali in TV, nonostante critiche e frequenti appelli ad aggiornarli, restano un appuntamento importante di ogni campagna elettorale. Inaugurati nel 1960, con un mitico scontro tra John F. Kennedy e Richard Nixon, continuano ad attirare un numero altissimo di spettatori – soprattutto il primo, che è quello in cui l’attesa è più alta. Il primo dibattito televisivo tra Hillary Clinton e Donald Trump, nel 2016, fece 84 milioni di spettatori; 71,6 milioni si collegarono per il terzo dibattito. Se si pensa che la notte finale delle Convention dei due partiti, sempre nel 2016, raccolse meno di 35 milioni di spettatori, si capisce quanto l’appuntamento sia significativo.

Ogni dibattito resta nella storia per qualcosa di particolare. Un dettaglio, una frase, un gesto, una gaffe, cose che poco hanno a che fare con la politica ma che possono decidere un’elezione. Tutti ricordano il primo dibattito TV, il 26 settembre 1960 con Nixon vestito di grigio, pallido, affaticato, sudato, con lo sguardo mai rivolto alla camera ma sempre vagante per la sala: a fine serata, Kennedy aveva acquisito un vantaggio di cinque punti sul rivale. Nel suo dibattito con Jimmy Carter, nell’ottobre 1976, Gerald Ford disse che “non esiste dominio sovietico nell’Europa orientale”. Ford voleva ovviamente dire che gli Stati Uniti non avrebbero mai riconosciuto il dominio sovietico nell’est Europa. Ma la frase venne fuori stonata, tanto da perseguitare il candidato repubblicano per tutta la campagna e fino alla sconfitta finale.

Andò molto meglio a un altro candidato repubblicano, Ronald Reagan, che si presentò in TV nel 1980 per un dibattito, proprio contro Carter. I democratici avevano sino allora cercato di dipingere Reagan come un pericoloso conservatore e guerrafondaio. Quando Carter ripeté l’accusa, Reagan sorrise, scrollò la testa e disse: “Eccoti ancora qui”. Come a dire, eccoti a ripetere un’accusa ridicola. Sorriso e tono sembrarono tutt’altro che minacciosi. Reagan, che era entrato in sala per la diretta TV con tre punti di svantaggio, ne uscì con tre di vantaggio.

Il dibattito di stasera – I tempi sono ovviamente cambiati. Oggi i candidati, grazie a un’informazione che scorre ininterrotta per 24 ore e all’uso pervasivo dei social, sono personaggi stranoti e non hanno bisogno del dibattito tv per farsi conoscere. La radicalizzazione e la polarizzazione della vita politica sono un altro elemento che riduce l’importanza dei dibattiti TV. A differenza di un tempo, gli indecisi sono oggi molto meno. Secondo un sondaggio Nbc News/Wall Street Journal di queste ore, solo l’11 per cento dei potenziali elettori non ha ancora deciso per chi votare. Questo significa che la percentuale di chi deciderà il proprio voto sulla base dell’appuntamento TV è molto bassa, e l’apparizione dei due candidati servirà, più che altro, a infiammare le opposte fazioni e confermare i propri orientamenti e pregiudizi. Detto questo, il dibattito non va sottovalutato. Una gaffe, un atteggiamento sbagliato verso il rivale, possono ingenerare dubbi e creare problemi. Per questo il principale obiettivo, stasera, sarà sicuramente uno: non fare errori. Prima di colpire e affondare l’avversario, Joe Biden e Donald Trump devono sincerarsi di non fare passi falsi. Entrambi sono piuttosto in là con l’età, rispettivamente 77 e 74 anni, e reggere un’ora e mezza di domande e risposte, soggetti a una pressione tremenda, non sarà un’impresa facile. Entrambi sono conosciuti per non essere capaci di attenersi rigidamente allo script. Per tutti e due, quindi, la regola prima sarà mantenere un ferreo controllo sulla performance.

La preparazione – I due si sono preparati in modi diversi. Biden ha svolto gran parte del lavoro preparatorio a casa, a Wilmington, interagendo con i suoi collaboratori di persona o via Internet. È stato spesso il senatore del Delaware, Chris Coons, a fargli da sparring partner. I dibattiti durante le primarie (meglio per lui il faccia a faccia con Bernie Sanders piuttosto che quelli affollati di candidati che si parlavano uno sull’altro) dovrebbero averlo forgiato a sufficienza – come peraltro 47 anni di vita politica a Washington. Più irregolare, manco a dirlo, il modo in cui Trump arriva all’appuntamento. Il presidente non ha mai amato un rigoroso lavoro preparatorio, preferendo affidarsi all’istinto. In queste settimane, tra un comizio e un impegno presidenziale, tra un volo aereo e una conferenza stampa, Trump ha “provato” il dibattito con due dei suoi più stretti collaboratori, Jason Miller e Hope Hicks, e con due vecchie volpi repubblicane: Chris Christie e Rudy Giuliani. Le prove vere, ha però tenuto a sottolineare, sono state quelle con i giornalisti “che mi sono sempre ostili”. Per il resto, ha aggiunto, “mi preparo un po’ ogni giorno, facendo quello che faccio”. Va ricordata una cosa. Spesso i presidenti in carica arrivano al primo dibattito senza tempo e voglia per un’adeguata preparazione. Successe a Carter contro Reagan, a George W. Bush contro John Kerry, a Barack Obama contro uno spiritato Mitt Romney. Potrebbe accadere di nuovo, questa volta a Trump.

Cosa aspettarci – Il dibattito arriva in un momento non facile per Trump. Le rivelazioni del New York Times, che pure non mostrano nulla di davvero illegale, rivelano un presidente coperto di debiti e pronto a tutto – per esempio, assegnare alla figlia Ivanka sostanziose “parcelle di consulenza” – pur di non pagare le imposte. La trasformazione della linea di difesa di Trump – che prima ha bollato come “fake news” le rivelazioni e poi ha spiegato di aver “di diritto” usufruito delle scappatoie fiscali, sono il segno di una certa difficoltà a spiegare agli americani i misteri dei suoi “tax returns”.

Trump sa anche molto bene che Biden colpirà duro sugli oltre 200mila morti per Covid-19 e più in generale sulla gestione della pandemia negli Stati Uniti. La campagna del presidente potrebbe anche aver fatto, in questi mesi, un errore capitale. La strategia è stata quella di dipingere Biden come troppo anziano, non al massimo delle sue facoltà mentali. “Sleepy Joe” è stato il soprannome che Trump ha dato al rivale; e ancora domenica, in un tweet, il presidente chiedeva un test antidroga per Biden, sottintendendo che senza l’aiuto di qualcosa di chimico il candidato democratico non funziona. Fissando così in basso la sbarra per la performance di Biden, Trump però potrebbe averlo aiutato. Qualsiasi cosa Biden farà o dirà, apparirà comunque superiore alla attese.

Quanto a Biden, lo sfidante sa molto bene una cosa: che Trump si scatenerà contro la sua famiglia, contro i figli Hunter (implicato in transazioni non chiarissime nell’affare ucraino), Frank e Jim. Il vecchio vice-presidente non deve commettere l’errore di farsi coinvolgere da Trump in un corpo a corpo sui dettagli: il candidato repubblicano spesso inventa cifre e dati e potrebbe essere faticoso, e noioso per il pubblico, confutare le sue affermazioni. Più capace Biden sarà di apparire il candidato del ritorno alla normalità, più frequenti saranno i momenti in cui potrà mostrare il suo lato intimo e affettuoso, più probabilità avrà di uscire vittorioso. Esitazioni nelle risposte, una certa incapacità a restare focalizzato sul messaggio – pecche mostrate durante le primarie democratiche – potrebbero però essergli fatali.

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Blue Lives Matter, il movimento che protesta a sostegno dei poliziotti americani: accusati di razzismo, non piacciono agli agenti di colore

Dall’essere al servizio dei cittadini al venir indicati come nemici della comunità: i poliziotti americani sono sotto i riflettori da mesi, dalla morte durante un fermo dell’afroamericano George Floyd che ha scatenato di nuovo le proteste di piazza dei Black Lives Matter, e così provano a difendersi creando il contro-movimento Blue Lives Matter (traduzione: “Le vite blu contano”, in onore del colore delle divise).

Simpatizzanti pro-polizia sono scesi in strada di recente in varie città statunitensi, fiancheggiati da personale fuori servizio e uniti sotto il simbolo della bandiera a stelle e strisce, ma tinta di nero e con una riga blu nel mezzo: è l’emblema della sottile linea blu composta dalla pubblica sicurezza nella società. I cortei Blue Lives Matter stanno causando scontri con le più frequentate manifestazioni Black Lives Matter e sono destinati ad aumentare ora che due agenti sono stati feriti nella città a maggioranza afroamericana Compton, alle porte di Los Angeles.

Un attentato che ricorda le origini della corrente a favore di chi indossa il distintivo, diffusa anche con il nome Back the Blue: “Blue Lives Matter è stata fondata nel dicembre 2014 dopo che due ufficiali del dipartimento di New York furono uccisi mentre sedevano nelle loro auto di pattuglia. Il loro assassino li ha presi di mira come rappresaglia per presunte ingiustizie della polizia verso i neri”, si legge nelle pagine di Police Tribune, un sito creato da familiari di agenti.

Le forze dell’ordine si trovano in una situazione difficile dopo gli omicidi dei cittadini afroamericani George Floyd e Breonna Taylor e il ferimento del giovane Jacob Blake da parte di agenti in servizio. Sui social e nelle marce si diffonde la richiesta di una riforma della polizia statunitense, in parte attuata dal presidente Donald Trump dopo il caso Floyd. Accuse di infiltrazioni di estrema destra e statistiche sulla profilazione razziale negli arresti, con maggiori probabilità per i neri di essere fermati, hanno peggiorato notevolmente la figura dei poliziotti negli Usa.

Limitazioni sull’uso delle armi, addestramento a collaborare con le minoranze e un ritorno ai concetti di “proteggere e servire” (come campeggia sulle volanti di numerosi dipartimenti Usa) sono le richieste portate avanti dagli americani stanchi dell’aggressività delle forze dell’ordine. Ma c’è pure la voce degli agenti: “Ciò che è successo a Compton dimostra che il nostro è un lavoro pericoloso e non diventerà più facile perché alle persone non piacciono le forze dell’ordine”, ha detto lo sceriffo Alex Villanueva della contea di Los Angeles.

Negli Stati Uniti i poliziotti sono spesso riuniti in sindacati, potenti organizzazioni in grado di influenzare i voti e fare pressioni sui sindaci, compreso quello di New York. “Stiamo riducendo le dimensioni delle nostre forze di polizia e vogliamo spostare le loro funzioni alle agenzie civili”, ha detto il primo cittadino della Grande Mela, Bill de Blasio, inimicandosi buona parte degli agenti newyorchesi. Non tutti, perché nuovi gruppi di poliziotti di origine latina e afroamericana si sono schierati contro gli abusi compiuti dai colleghi e non sembrano voler tollerare la corrente Blue Lives Matter. I sostenitori dei diritti degli afroamericani argomentano che la scelta di un lavoro non sia paragonabile alle difficoltà dovute al colore della pelle e invocano quindi uno stop agli ingenti fondi per la polizia, chiedendo che i soldi risparmiati vengano spesi nel miglioramento delle condizioni di vita delle fasce di popolazione più povere. I sindacati propongono di equiparare i delitti contro i poliziotti ai crimini d’odio, come già succede in Louisiana. Quanto successo a Compton potrebbe creare ulteriore caos nella già frammentata situazione statunitense.

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