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Greta Beccaglia: quand’è che le donne possono ricevere solidarietà ed empatia da noi uomini?

di Jakub Stanislaw Golebiewski

Ieri pomeriggio ho assistito a una polemica tra Marco, un mio conoscente, e sua figlia adolescente sulla manata inflitta dal tifoso dell’Empoli alla giornalista Greta Beccaglia. Il padre le spiegava che quella “semplice” pacca sul sedere era certamente frutto di maleducazione, ma non era poi un fatto così grave perché “c’è di peggio”. Continuando con tono pacato le diceva che quell’uomo, comunque, avrebbe pagato amaramente la sconsideratezza del gesto col Daspo, non avrebbe potuto seguire la squadra del cuore per tre anni e avrebbe persino subito un processo rischiando dai 6 ai 12 anni di carcere. Per di più stava subendo una gogna e tutto questo per una semplicissima pacca sul sedere.

La figlia controbatteva: “Voi uomini dite così perché non sapete cosa significa avere le mani addosso“.

Mi è sembrato che Marco fosse abbastanza indifferente alle parole e alla rabbia della figlia. Se fossi stato al suo posto mi sarei preoccupato e avrei chiesto se per caso fosse capitato anche a lei di subire palpeggiamenti o altre forme di aggressione verbale per strada o a scuola.

Tra quel noi (le donne) e quel voi (gli uomini), nelle parole concitate di quella adolescente, stava tutta la distanza tra la condizione maschile e quella femminile. Tra chi camminando per strada può essere apostrofata, palpeggiata e molestata e chi può camminare tranquillo perché non sarà mai trattato come una preda sessuale. Il catcalling o molestie sessuali sono un fenomeno tutt’altro che banale, che condiziona la vita di milioni di donne nel mondo.

Un paio di anni fa, il gruppo americano “Hollaback!”, in collaborazione con la Cornell University, ha condotto una ricerca coinvolgendo 22 Paesi sull’impatto delle molestie sessuali sui comportamenti delle donne che le subiscono. È emerso che l’84% delle donne intervistate ha ricevuto molestie dalla strada prima dei 17 anni con conseguenze psicologiche negative. Le vittime hanno raccontato di provare sentimenti di rabbia e umiliazione. L’Italia è risultata essere tra i Paesi con la più alta percentuale di donne che hanno scelto di cambiare strada per tornare a casa dopo aver subito episodi di catcalling.

Non possiamo quindi minimizzare come ha fatto Marco che, come tanti altri, pensa: “Che cos’è poi una pacca sul sedere, uno strusciamento, qualche parola lasciva? Le violenze sono ben altre”.

Eppure, anche quando le violenze sono ben altre e si tratta di stupri e abusi che le donne denunciano, noi uomini non ci troviamo mai immersi in una corale e comune indignazione a sostegno alla vittima. Ci sono sempre dei “se” e dei “ma”, ci sono le giustificazioni per gli stupratori, ritenute attenuanti, e i giudizi sommari sulle donne che hanno subito lo stupro a significare (per loro) che è la stessa donna la causa dello stupro. O non si crede alle vittime, dubitando della loro parola, o le si denigra per essersi messe in quella situazione, per aver bevuto, per essere andate in giro di notte in minigonna e autoreggenti, per le loro scelte sessuali, per aver provocato. Ma allora quand’è che le donne possono dire no a una violenza, che sia una pacca sul sedere, un commento volgare o uno stupro, ricevendo solidarietà ed empatia da parte di tutti, e mi riferisco soprattutto a noi uomini?

In fondo l’ipocrisia del benaltrismo cela malamente il fastidio per un silenzio che è stato rotto. I tifosi che hanno innalzato lo striscione nello stadio la domenica successiva all’aggressione di Beccaglia – “Razzisti, sessisti mai giornalisti” – hanno addirittura sbandierato un orgoglio misogino e maschilista, come del resto ha fatto anche il giornalista Filippo Facci dopo essere stato bannato da Facebook per aver ironizzato sull’aggressione a Greta Beccaglia.

C’è chi si sarebbe sentito molto meglio se quest’ultima avesse sorriso e fatto finta di niente. Quando invece le donne rompono il silenzio e dismettono la maschera del sorriso perché un uomo pensa di poterle trattare come “pali della luce da prendere a calci”, in troppi reagiscono con stizza e rancore. Forse, e ne sono fermamente convinto, hanno qualche scheletro nell’armadio o temono prima o poi di averlo.

Cari maschietti alfa, svegliamoci da questo incantesimo cercando di essere civili, sempre e con chiunque.

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Omar Confalonieri, pm ascoltano tre donne. Una denuncia: “Nel 2013 la droga negli arancini. Sul pc trovai video pornografici”

Drogata e poi violentata, un incubo durato dieci ore. È questa l’accusa che una donna di 39 anni, residente a Milano, muove contro il 48enne Omar Confalonieri, l’agente immobiliare arrestato lo scorso 8 novembre dai carabinieri di Corsico per aver avvelenato due apertivi in un bar e averli portati a una coppia di clienti, che si trovavano con lui per valutare l’affitto di un box. Il veleno avrebbe provocato lo stordimento di entrambi e Confalonieri ne avrebbe poi approfittato per stuprare la donna.

Dopo i casi simili di Bergamo e Monza, entrambi del 2007, dove Confalonieri fu accusato di violenza sessuale e fu prosciolto nel primo ma condannato nel secondo, la presunta nuova vittima racconta una vicenda avvenuta a Milano nel 2013. Con una particolarità: lei è una parente acquisita dell’agente immobiliare. Lo conosce, talvolta lo incontra. Come quel pomeriggio, quando entra in un negozio per acquistare biancheria intima e si accorge della presenza dell’uomo. Che poi la accompagna a casa, dopo essersi fermato in una rosticceria per comprare due arancini siciliani. Secondo la vittima, è lì dentro che finisce la droga, sempre la stessa: farmaci a base di benzodiazepine. La donna si sveglierà dieci ore dopo in stato confusionale e con i ricordi annebbiati. Dopo qualche giorno riesce a ricostruire, anche se solo in piccola parte, ciò che è avvenuto. Così, davanti ai suoi familiari, telefona a Confalonieri.

Gli chiede conto del giorno precedente, di cosa ci fosse nel cibo, dei video pornografici trovati sul suo pc. Decide di registrare la telefonata, che ora è nelle mani della Procura. Si sente la voce agitata dell’agente immobiliare che prova a giustificarsi: le spiega che assume degli ansiolitici e che lei deve aver bevuto dal suo bicchiere, dove ce n’era ancora traccia. La donna non crede alla spiegazione, si fa visitare da un medico e si rivolge a un avvocato, ma ricorda poco, pochissimo. E alla fine decide di non avere elementi per una denuncia. Quando l’agente immobiliare viene arrestato, lo legge sui giornali e apprende i dettagli dal racconto delle vittime. Un po’ alla volta la memoria si fa più nitida. La mente torna a otto anni prima. Lui che la tocca nelle parti intime, le mostra filmati pornografici e le dice cosa gli piacerebbe fare. Sono gli stessi trovati il giorno dopo sul suo pc, a cui non riusciva a dare una spiegazione. Ricorda l’agente immobiliare sopra di lei e tutto il resto. Rivive quelle dieci drammatiche ore e ieri pomeriggio, davanti a pubblici ministeri Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, mette ogni cosa nero su bianco. Infine consegna il materiale che ha conservato, senza più guardarlo, dal 2013 a oggi, tra cui un referto del Centro antiviolenza della clinica Mangiagalli di Milano. Lo sconvolgente racconto della donna sembra avvalorare la tesi della Procura: Confalonieri sarebbe uno stupratore seriale. Ora i magistrati cercano conferme a queste nuove accuse.

Sempre oggi i pm hanno ascolto altre due presunte vittime di Confalonieri, che però non sarebbero riuscite a riferire i fatti con precisione né a fornire riscontri sufficienti: il modus operandi, secondo quanto emerge dalle loro testimonianze, è sempre lo stesso, ma i ricordi sono ancora flebili. Al contrario del racconto della 39enne, dettagliato e circostanziato. Sarebbero inoltre in corso indagini su alcune telefonate acquisite agli atti, dalle quali si evincerebbe come i familiari dell’agente immobiliare fossero a conoscenza dei suoi comportamenti e dei suoi metodi per avvicinare le vittime, drogarle e violentarle.

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Un tappeto di colori invade Piazza Duomo: a Milano arrivano le coperte di Viva Vittoria contro la violenza sulle donne – FOTO











Un tappeto di colori ha invaso la Piazzetta Reale di Milano, di fianco al Duomo. Almeno 5mila coperte fatte a maglie o all’uncinetto sono state stese a terra per la mega installazione del progetto Viva Vittoria, per combattere la violenza contro le donne, che, dopo aver fatto tappa a Roma, davanti a Castel Sant’Angelo a fine settembre, è arrivato nel capoluogo lombardo.

Iniziata a Brescia nel 2015, si tratta a tutti gli effetti di un’opera di design creata con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere e per sostenere il reinserimento in società delle donne che hanno subito violenza. L’opera è composta da migliaia di quadrati di maglia a ferri o uncinetto cucini insieme con un filo rosso, simbolo dell’unione fra le donne, fino a formare migliaia di coperte.

L’iniziativa milanese ha avuto il sostegno del sindaco Beppe Sala e ha visto la partecipazione di Alessandra Kustermann, ginecologa primario della clinica Mangiagalli dove ha creato il centro Soccorso Violenza Sessuale e Domestica.

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La Commissione sul femminicidio boccia l’operato dei tribunali civili. E la nostra ricerca lo conferma

La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, presieduta da Valeria Valente, ha bocciato i tribunali civili e rimandato a settembre le Procure. La metafora, se si leggono gli atti, calza a pennello.

Nelle decisioni da prendere in materia di affido dei minori durante le separazioni, la violenza viene letta come “conflittualità”, negando giustizia alle donne che hanno denunciato maltrattamenti. Le cose vanno meglio, ma non bene, nelle Procure: il 10% degli uffici non hanno magistrati specializzati nella materia della violenza contro le donne e solo il 12,3% delle Procure incarica magistrati specializzati in violenza di genere e domestica.

La giudice Maria Monteleone durante la presentazione dei lavori della Commissione ha denunciato “la totale invisibilità della violenza contro le donne nei tribunali civili” quale “segno di arretratezza e di sottovalutazione del fenomeno”. I dati raccolti dalla Commissione, riferiti al triennio 2016-2018, sono sconfortanti. Il 95% dei tribunali civili non sono stati in grado di quantificare i casi di violenza domestica emersi nelle cause di separazione giudiziale e nei provvedimenti riguardo i figli e nelle Ctu- Consulenze tecniche d’ufficio.

La cancellazione della violenza nelle consulenze tecniche, come viene denunciato da tempo, porta a colpevolizzare le madri se ci sono problemi relazionali tra padri maltrattanti e figli. Nei casi peggiori, gli iter processuali si concludono con la decadenza della responsabilità genitoriale di madri che volevano proteggere i figli da abusi. Un’altra criticità è rappresentata dalla scarsa competenza sul fenomeno della violenza domestica da parte di magistrati, avvocati e consulenti del tribunale, questi ultimi scelti sulla base dell’iscrizione all’albo e non di specifiche conoscenze.

La Scuola Superiore della magistratura ha segnalato che, a livello centrale, sono stati realizzati solo sei corsi di formazione in tre anni, e sono state realizzate 25 iniziative di formazione a livello locale che hanno coinvolto un 13% di magistrati. Per quanto riguarda il Consiglio Nazionale Forense a livello nazionale sono stati realizzati in un triennio più di 100 eventi formativi ma vi hanno partecipato solo un 0,4%, in maggioranza civiliste. Evidenti criticità riguardano anche gli ordini degli psicologi che hanno realizzato solo 24 corsi di formazione in tre anni.

I risultati della Commissione coincidono con l’indagine realizzata dal Gruppo avvocate D.i.Re,”Il (non) riconoscimento della violenza domestica nei tribunali civili e per i minorenni”, condotta dal 1 gennaio 2017 al 30 giugno 2019 e presentata ieri.

I tribunali civili e per i minorenni non citano mai la Convenzione di Istanbul come riferimento normativo, anche se in tutti i procedimenti giudiziari le avvocate avevano depositato la documentazione comprovante la violenza subita dalla donna e dai minori: denunce (94,4%), referti (100%), misure cautelari emesse in sede penale (98,1%), decreti di rinvio a giudizio (96,3%), sentenze di condanna (88,9%), relazioni del Centri Antiviolenza (63%).

“Ancora oggi nei tribunali, l’obiettivo principale è conservare ‘il rapporto con la prole’” spiegano le avvocate Titti Carrano ed Elena Biaggioni, senza valutare le violenze paterne perché “la convinzione radicata è che un uomo maltrattante possa essere un buon genitore”.

Altre criticità riguardano l’affidamento dei figli. Nell’ 88,9% dei casi presso il Tribunale ordinario e nel 51,9% dei casi presso il Tribunale per i minorenni, è stato disposto l’affidamento condiviso tra i genitori anche in presenza di denunce, referti, misure cautelari emesse in sede penale, decreti di rinvio a giudizio, sentenze di condanna e relazioni del centri antiviolenza. Esponendo le donne al controllo e alle violenze degli ex.

Riguardo alle Ctu nell’83% dei casi i quesiti loro posti dal giudice non sono definiti in base al caso preso in esame, e nel 94% dei casi non sono poste domande in merito alla violenza subita e/o assistita. Si tratta cioè di quesiti che ancora una volta indagano quello che i magistrati ritengono essere un conflitto tra i genitori e non una situazione di violenza. Il 74,1% delle avvocate dichiara che l’alienazione parentale (Pas) o altri comportamenti manipolatori da parte della madre sono citati nelle relazioni delle Ctu. E per quanto riguarda i servizi sociali vi è ancora l’imposizione della mediazione anche se è vietata dalla Convenzione di Istanbul nei casi di violenza.

Alla luce di questi dati è necessario ripensare urgentemente il funzionamento della giustizia. Antonella Veltri, presidente D.i.Re, ha dichiarato che i centri antiviolenza continueranno “a impegnarsi per porre fine alla vittimizzazione secondaria di donne e minori, una violenza istituzionale che non dovrebbe esistere più in un paese che ha firmato e ratificato la Convenzione di Istanbul”.

@nadiesdaa

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Violenza sulle donne, così funziona l’inferno della ripetizione post traumatica

Ho partecipato a diversi incontri che trattano la violenza sulla donna. A breve sarà l’8 marzo.
Voglio qui riassumere, con le dovute cautele e tutele, l’esperienza devastante di una violenza sul corpo che non riesce ad essere simbolizzata.

Mi vedo, ma non mi percepisco. Le parti del mio corpo sono slegate, frammentate. Punto la sveglia ogni giorno ad un orario diverso, avanzando ogni volta di un quarto d’ora, ma non riesco a forzare una gabbia temporale che non riparte se non dal momento in cui avvenne il tutto. Erano le quattro del mattino. Da allora, ogni ora per me è sempre le quattro del mattino. Alle 4 mi alzo, alle 4 mangio. Alle 4 faccio la doccia, alle 4 mi corico. Financo le nuvole, il sole, la pioggia, seppur io li veda muoversi e susseguirsi con immenso sforzo come fossero rallentati, paiono ruotare in un lasso di tempo che va dalle 4 alle 4 e mezza. Alle 4 e mezza del mattino venni raccolta per strada. Ricordo la luce che filtrava dalle dita protese del mio soccorritore. Quando persi i sensi pioveva, faceva freddo. Seppi solo dopo che erano le quattro di mattina. Un giorno che è diventato un’epoca, mutata in un’era ghiacciata e ripetitiva.

A volte la mia mente, spontaneamente, apre i cancelli e sono sopraffatta da qualcosa che sembra un ricordo: la voce di mio padre, la scuola dei miei figli. Ma sono immagini spettrali, rachitiche, nebbie che si dissolvono all’arrivo del ricordo inchiodato di quel giorno. Erano in cinque, mi sbatterono a terra, mi violentarono mentre uno di loro mi strappava orecchini e orologio. I loro visi, all’imbrunire e al fare del mattino, ancora appaiono, tenui e ghignanti, sovrapponendosi a quelli dei miei familiari. Quante volte mio figlio è stato costretto a dirmi “Ehi, mamma! Sono io ehi?” quando mi vede immobile, mentre fisso il vuoto, momento che precede lo sprofondo nel ricordo di quel giorno alle 4 di mattina.

In palestra mi metto davanti allo specchio, ma i volti di quei tizi mi compaiono alle spalle, per questo mi siedo e mi metto al vogatore. Devo sempre avere la musica in sottofondo, pena l’udire le loro voci sporche di saliva “Stai ferma! Cosa gridi, alle 4 non ti sente nessuno!” Da allora non posso più essere toccata, sfiorata. La mia dermatologa usa un paio di guanti doppi, e pian piano mi accarezza le gote chiedendomi se e quando la sua mano diventa la loro, la sua voce sfuma nelle loro voci. Allora si blocca. Il mio analista non può più mettermi sul lettino, perché la posizione favorisce l’arrivo dei loro volti. Il mio medico non mi visita più, dalla ginecologa non riesco più ad andare perché la parte bassa del mio corpo è come se fosse ancora sanguinante ed intoccabile.

Quando mi faccio il bagno, chiudo a doppia mandata ponendo davanti alla porta una sedia messa di traverso. Sento che arrivano, avverto il loro odore. Non posso appisolarmi perché temo che al mio risveglio li possa ritrovare lì, tutti e 4, dentro al mio bagno. Poi vado a letto, ingoio un sonnifero. Non appena prendo sonno, rivedo e rivivo quella scena fin verso le sei del mattino. Quando mi alzo bevo il tè, osservo l’orologio, e vedo che sono di nuovo le 4. È così da almeno due anni.

Questa storia non è la storia di una sola donna, ma quella di Tania, Maria, Roberta, Emma e tante altre ancora. In queste righe si trovano le vite interrotte di tutte quelle donne che, dopo aver subito una violenza sessuale, cadono nell’inferno della ripetizione post traumatica, costrette a rivivere la scena dello stupro per mesi, a volte anni.

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“‘El violador eres tu’ è un ballo per liberare le donne”. Parlano le autrici cilene dell’inno femminista che sta facendo il giro del mondo






Il loro messaggio è chiaro, le parole dirette e semplici, così come i loro movimenti. Dicono cose che ogni membro del sesso femminile avrà pensato, almeno una volta nella vita, sentendo le giustificazioni immotivate e paradossali alle violenze subite dalle donne. Ed è forse per questo che l’inno “Un violador en tu camino” (Uno stupratore sul tuo cammino), realizzato dal collettivo Las Tesis di quattro giovani artiste cilene, si è diffuso a macchia d’olio nelle piazze di tutto il mondo in meno di un mese.

Da Valparaiso a Santiago, e poi a decine di città in Messico, Turchia, Francia, Italia, Australia, toccando l’Africa, gli Stati Uniti e l’Asia, migliaia di donne (10mila nello Stadio Nazionale del Cile, che fu un centro di tortura durante la dittatura) si sono radunate bendate per cantare e ballare quello che è diventato il nuovo inno femminista contro la violenza maschilista. La prima rappresentazione è stata fatta il 20 novembre a Valparaiso, nel pieno delle proteste che hanno iniziato a sconvolgere il paese sudamericano dal 18 ottobre, cui ne è seguita un’altra a Santiago il 25 novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza femminile. E da lì è stato un crescendo ininterrotto.

Sibila Sotomayor, Dafne Valdés, Paula Cometa Stange e Lea Cáceres, 31 anni, hanno dato vita a questo collettivo poco più di un anno fa, nel pieno della battaglia del femminismo nelle università cilene per avere sanzioni e regolamenti anche negli atenei contro molestie e violenze e chiedere al governo provvedimenti per garantire una parità vera tra i due sessi. Il nome Las Tesis (le tesi) è stato scelto per tradurre “le tesi di autrici femministe in performance, in modo da arrivare a diversi tipi di pubblico”, come hanno spiegato loro stesse al sito cileno Interferencia.

Dopo la prima performance, ispirata al libro Calibano e la strega di Silvia Federicci, in questo caso le ragazze di Las Tesis hanno lavorato sui testi dell’antropologa argentina Rita Segato sullo stupro e la demistificazione del violentatore come soggetto che esercita la violenza per piacere sessuale. “Abbiamo iniziato a fare ricerche sugli stupri, omicidi e violenze in Cile, constatando che le denunce di questo tipo si perdono nel sistema della giustizia. I nostri lavori durano 15 minuti – ha spiegato Paula Cometa – Non lo abbiamo pensato come un canto di protesta, ma come una parte della nostra opera, che indubbiamente ci è sfuggita di mano”.

A contribuire al suo successo, il fatto che le quattro abbiano deciso di mettere a disposizione di tutti testo e base musicale, in modo che ogni paese potesse trasformarli. E da lì è iniziato il crescendo che ha reso virale questo inno. “Nel caso cileno c’è un’esperienza legata a ricordi tuttora presenti, cioè quelli della dittatura e delle violenze esercitate dallo Stato sui suoi cittadini – continua – Del resto anche in questi giorni di protesta abbiamo visto i militari per le strade e un’imponente, se non eccessiva, risposta da parte della polizia”, come ha anche evidenziato l’Onu nel suo rapporto. Tanto che una strofa dell’inno è tratta da quello dei Carabinieri, “che dovrebbero proteggere la nostra sicurezza, ma ciò è ben lontano dalla realtà. Siamo di fronte ad un’istituzione che non rappresenta ciò che dice nel suo inno”, aggiunge Cometa.

“L’idea del ballo è di liberarsi di ciò che costringe moralmente e ti colpevolizza del perché un uomo, della tua famiglia o un amico, ha abusato di te”, precisa. Ecco perché si canta: “Il patriarcato è un giudice, che ci giudica per essere nate, e il nostro castigo è la violenza che non vedi. È femminicidio. Impunità per il mio assassino. È la scomparsa. È lo stupro. E la colpa non era mia, né di dove stavo né di come ero vestita. Lo stupratore sei tu. Sono i Carabinieri, i giudici, lo Stato, il presidente. Lo Stato oppressore è un maschio stupratore. Lo stupratore eri tu, lo stupratore sei tu. Dormi tranquilla bimba innocente, senza preoccuparti dei criminali, che sul tuo sonno dolce e sorridente veglia il tuo appassionato Carabiniere”.

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Violenza sulle donne, la Rai non rimanda in onda ‘Processo per stupro’. Per fortuna c’è la Rete

Processo per stupro aveva mostrato 40 anni fa (e nel corso del tempo ha continuato a fornire la prova visiva e il supporto politico per una maggiore consapevolezza rispetto ai temi della violenza sessuale) che la legge in Italia non è uguale per tutti. Allora fu una sorpresa molto inquietante perché fu chiaro agli occhi del paese che le donne, nei processi per stupro, da vittime diventano imputate di un crimine che avevano subìto, un crimine gravissimo. Quando ci si è accorte di ciò il dibattito sulla legge in particolare, e in generale sulla cultura italiana, è lievitato. Processo per stupro è stato questo: un lievito culturale e politico”.

Sono le parole di Loredana Rotondo, una delle sei autrici registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti) del celebre documentario prodotto dalla Rai e andato in onda il 26 aprile 1979.

Quest’anno, a novembre, in occasione anche della ricorrenza della giornata internazionale sulla violenza contro le donne, il giornalista Gian Antonio Stella ha scritto un articolo sul Corriere della Sera, nel quale oltre a ricordare l’importanza di quel documentario, conservato anche al MoMa di New York, il collega si domanda perché la Rai non lo riproponga nelle sue reti. Di fronte al diniego ad arte della Rai di trasmettere il documentario, Stella avanza la risposta: ”A quanto pare gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale”.

Fin contro questo che si configura come un gravissimo episodio di censura si è levata la voce, in sede Rai, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza, che ha scritto sui social: “Dopo la diffusione dell’agghiacciante sondaggio dell’Istat, secondo cui una persona ogni quattro pensa che le donne possano provocare violenza sessuale con il loro modo di vestire e addirittura il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo voglia, sarebbe ancora più doveroso, se non un obbligo morale, fare vedere Processo per stupro“.

Loredana Rotondo, che nel 1981 fu persino incriminata per un secondo documentario – questa volta sulla prostituzione, AAA Offresi, prodotto dalla Rai che fece scandalo, purtroppo mai trasmesso e che si teme sia irrintracciabile – non usa mezzi termini: “Io penso che la risposta della Rai sull’impossibilità di riproporre Processo per stupro significhi tutelare interessi di parte e politicamente convergenti con una deriva molto pericolosa, che tra l’altro contrasta con lo spirito dell’articolo 3 della Costituzione. Questo è grave. Aggiungerei che se la Rai oggi non è più all’altezza della sua funzione pubblica (il privato è pubblico) e della sua storia (Processo per stupro è stato esibito nel 2004 da Pippo Baudo nella trasmissione celebrativa del cinquantenario della Tv) chi vuole può vederlo su YouTube. Spero in un pubblico di giovani, come auspicato da Gian Antonio Stella, a cui oggi viene negata dalla tv pubblica questa possibilità”.

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