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Ursula von der Leyen riprende Boris Johnson: “Manteniamo le distanze e indossiamo la mascherina”

Durante la foto di rito a Bruxelles dopo l’incontro tra Ursula von der Leyen e Boris Johnson sulla Brexit, la presidente della Commissione europea non ha perso occasione per riprendere il leader britannico. Von der Leyen ha ricordato al premier di mantenere il distanziamento sociale e di abbassare la mascherina solo per i pochi secondi degli scatti. “Dobbiamo indossarla di nuovo”, ha detto la politica tedesca al termine delle foto, di fronte allo sguardo scettico di Johonson, che ha replicato: “Dobbiamo indossarla di nuovo immediatamente? Ok”. Il primo ministro inglese ha già contratto il coronavirus, trascorrendo alcuni giorni in terapia intensiva, ed è poi guarito.

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Recovery fund, difficile che Ungheria e Polonia si oppongano fino in fondo

di Luigi Manfra*

Dopo numerosi tentativi negoziali, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio pluriennale da 1.074 miliardi, e sul pacchetto per la ripresa da 750 miliardi di euro concordato a luglio dai leader europei. Ursula Von der Leyen aveva proposto di aumentare la capacità di bilancio Ue, che è stato incrementato di 16 miliardi, per poi usarlo come garanzia per raccogliere fondi sul mercato, attraverso bond comuni. L’alternativa, cioè aumentare i contributi degli Stati, sarebbe stata respinta sia dai paesi del nord, ma anche dai paesi del sud in difficoltà già prima del Covid-19.

L’accordo raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 era indispensabile per consentire al Consiglio di approvare la decisione sull’utilizzo delle risorse proprie, e superare l’opposizione di alcuni Stati. Nell’accordo, però, è stata inserita anche una nota che prevede il rispetto dello stato di diritto, su cui non si è ancora trovata un’intesa con i paesi dell’est europeo.

Il Recovery fund, com’è noto, prevede una quota di prestiti garantiti dall’Unione europea per 360 miliardi di euro, e una seconda quota di 390 miliardi di erogazioni a titolo gratuito. Per quanto riguarda i prestiti, è noto che non verranno richiesti da molti paesi. Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Finlandia hanno, infatti, rendimenti negativi sui bond che emettono. Inoltre la politica monetaria espansiva della Bce ha portato ad una riduzione generalizzata dei tassi, e forse anche la Spagna ed altri paesi non utilizzeranno i prestiti almeno nell’immediato.

Ad esempio, a fronte del tasso sul bond decennale tedesco che attualmente propone agli investitori un rendimento negativo dello 0,54%, anche quello dei paesi mediterranei si è ridotto. Il bond spagnolo paga lo 0,12%, quello italiano lo 0,64%. Quindi la Spagna ed altri Paesi mediterranei, mentre richiederanno subito i trasferimenti, sono propensi a richiedere i prestiti soltanto se le condizioni monetarie peggioreranno. Di conseguenza, dei 360 miliardi di prestiti previsti dal piano europeo, ne verranno richiesti dagli Stati soltanto 176, oppure 239 se anche la Spagna dovesse richiederli.

I grants, pari a 390 miliardi, saranno, invece, richiesti da tutti gli Stati beneficiari perché l’onere del debito sarà coperto da fondi europei, anche se quest’ultimo aspetto non è ancora stato definito nei dettagli. La restituzione dovrebbe essere coperta con l’introduzione di nuove tasse emesse dall’Europa, ispirate a criteri di protezione ambientale sulla plastica non riciclata, sulle emissioni del trasporto aereo e marittimo, e di equità finanziaria sulle imprese digitali. Com’è noto, la ripartizione dei contributi e dei prestiti non è stata fatta in base alle quote dei singoli stati sul Pil della Ue, ma sugli effetti economici provocati dalla pandemia, seguendo fondamentalmente tre criteri: popolazione, reddito pro-capite, tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni.

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro, molti di più del suo peso demografico. Il resto della somma si deve dunque agli altri due criteri, ed è stato attribuito perché l’Italia presenta valori inferiori alla media europea, soprattutto nel Mezzogiorno che con un reddito pro-capite medio di 19 mila euro rispetto ai 36mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del resto del paese, si trova in una crisi economica sempre più grave. Equità vorrebbe che la maggior parte di questi fondi fossero investiti in questa parte del paese. Ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2058 per il rimborso dei prestiti. Stessa scadenza anche per la parte delle risorse a fondo perduto.

Come tutti, anche l’Italia dovrà presentare un piano coerente con le raccomandazioni specifiche che la Commissione dà a ogni singolo Paese. Tra gli elementi che incidono sulla valutazione positiva ci sono la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, la transizione verde e digitale, condizione basilare quest’ultima per ottenere l’approvazione dell’Europa. Dopo aver vinto le resistenze dei cosiddetti paesi “frugali”, soprattutto alla mutualizzazione del debito, l’opposizione più forte arriva ora dal blocco dell’Est, già in conflitto con Bruxelles per violazioni allo stato di diritto.

L’Ungheria ha minacciato di mettere il veto sull’intero pacchetto del Recovery fund. Stessa posizione ha assunto la Polonia, minacciando un voto contrario all’accordo da parte del parlamento di Varsavia. Dalle minacce ai fatti: gli ambasciatori dei due paesi, secondo notizie recenti, hanno posto il veto sull’approvazione del Bilancio Ue. Ma Ungheria e Polonia sono fra i paesi che più beneficiano dei fondi Ue.

Nel 2019 Budapest ha ricevuto 6,2 miliardi di euro a fronte di appena 1,2 miliardi di euro versati, mentre per la Polonia le cifre sono rispettivamente di 16,3 e 5 miliardi. Con questi numeri, e ancor di più con le risorse che arriveranno dal Recovery fund, è presumibile che i due paesi non avranno nessun interesse a portare la loro opposizione fino alle estreme conseguenze, soprattutto in una situazione come quella che attualmente affronta l’Europa.

* Responsabile progetti economico-ambientali per Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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Polonia, il presidente Duda in vantaggio alle presidenziali: verso il ballottaggio con l’europeista Rafal Trzaskowski

Il presidente conservatore uscente Andrej Duda è in vantaggio al primo turno delle elezioni presidenziali polacche: con l’87% delle schede scrutinate, il presidente sostenuto dal partito populista conservatore Legge e Giustizia (Pis), che è al governo in Polonia, ha ottenuto il 45,24%. Si profila il ballottaggio, il 12 luglio, con il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski, che si attesta sul 28,92%. Al terzo posto c’è il candidato indipendente Rafal Holownial, con il 13,69%. Soltanto fra due settimane si conoscerà quindi l’esito della sfida fra due figure che rappresentano due strade molto diverse per l’avvenire del paese e per il suo ruolo in Europa. Per far fronte al presidente uscente, al ballottaggio l’europeista Trzaskowski dovrà raccogliere i voti degli altri candidati democratici che fino ad oggi, per motivi strategici, non avevano dichiarato le proprie intenzioni.

Stando ai primi exit poll pubblicati dall’Ipsos dopo la chiusura dei seggi, Szymon Holownia, giornalista cattolico che si è presentato come candidato indipendente, ha ricevuto il 13,3% delle preferenze, mentre il nazionalista Krzysztof Boska avrebbe ottenuto il 7,4%. Seguono il candidato della sinistra Robert Biedron con il 2,9% e il leader del Partito dei contadini Wladyslaw Kosiniak Kamysz con il 2,6%. Fra questi, Holownia e Kosiniak Kamysz potrebbero spingere i propri elettori a votare per il primo cittadino di Varsavia. Tutti i sondaggi sul secondo turno delle presidenziali hanno però finora dato Duda per vincente.

Sorprendente, per ora, il dato dell’affluenza, più alta del solito nonostante la pandemia. In totale, ha votato il 53,3% dell’elettorato. Già a mezzogiorno aveva votato il 24,08% dei quasi 30 milioni di elettori polacchi; alle 17 erano il 47,89% e si stima che alla chiusura dei seggi l’affluenza sia stata del 62,9% (nel 2015 fu del 48,96%). Numeri che fanno capire quanto sia profondo il conflitto in corso in Polonia fra chi teme la fine della democrazia e vorrebbe il cambiamento, e chi invece si fa seguace della linea sovranista dell’attuale governo del partito di Diritto e giustizia del leader Jaroslaw Kaczynski che sostiene il presidente Duda.

Con le presidenziali la Polonia è a un bivio anche secondo l’ex presidente del consiglio europeo Donald Tusk che oggi ha votato a Danzica e si è espresso subito dopo su Twitter. La scelta da affrontare è semplice, secondo Tusk: “La verità versus la menzogna, il rispetto o il disprezzo, l’orgoglio oppure la vergogna. Nessuno può più fare finta di non capire che cosa c’è in ballo” ha scritto. Intanto, per il capo dello Stato uscente, l’esecutivo ha messo tutte le sue forze in campo: per far aumentare l’affluenza ai seggi dell’elettorato più tradizionalista, ad esempio, il governo ha promesso pochi giorni prima del voto nuovi camion dei pompieri per i comuni con meno di 20mila abitanti: e questo proprio nelle regioni in cui l’affluenza sarà più alta. In questi comuni abitano circa 20 milioni di polacchi. Nei comizi a favore di Duda hanno partecipato inoltre diversi membri del governo, mentre la radio e la televisione pubblica sostenevano esclusivamente lui. Un svolta in Polonia non è esclusa, ma la strada per Trzaskowski è in salita.

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Coronavirus, la Bce: “Nel primo trimestre Pil dell’Eurozona -3,8%. Ma impatto della pandemia sarà peggiore nel secondo”

La peggiore crisi, una ripresa incerta. Questo lo scenario che la Banca centrale europea vede per l’eurozona nel corso del 2020. La crisi dovuta alla pandemia – si legge nel bollettino mensile dell’Eurotower – ha arrestato gran parte dell’attività economica e provocherà una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra -5 e -12%. E “con la graduale rimozione delle misure di contenimento, si verificherà una ripresa dell’attività economica, la cui rapidità e portata restano tuttavia fortemente incerte”. “Al di là dei disagi derivanti nell’immediato dalla pandemia di coronavirus – scrive la Bce – con la graduale sospensione delle misure di contenimento la crescita dell’area dell’euro dovrebbe riprendere, sostenuta da condizioni di finanziamento favorevoli, dalle politiche di bilancio nell’area e dalla ripresa dell’attività mondiale. Tuttavia, l’incertezza è estremamente elevata e rimarrà tale, rendendo molto difficile prevedere la probabile portata e durata dell’imminente recessione e della conseguente ripresa”.

Tradotto: se il primo trimestre 2020 è stato segnato dal crollo delle attività economiche, lo scenario peggiore potrebbe verificarsi nel secondo trimestre: “Il deterioramento degli indicatori dei consumi è senza precedenti”, scrive la Bce a proposito dell’effetto dei lockdown sull’attività economica dell’Eurozona. “Lo shock provocato dal COVID-19 – si legge – ha prodotto un effetto diretto attraverso il razionamento di diverse componenti di spesa. Gli effetti indiretti dovrebbero concretizzarsi attraverso l’impatto sul reddito, sulla ricchezza e sull’accesso al credito. Inoltre, la domanda repressa può avere un impatto positivo una volta revocate le misure di contenimento. L’impatto nel medio periodo sui consumi privati dipende dalla durata dei lockdown, dal ritmo di allentamento delle misure, dai cambiamenti del comportamento delle famiglie e dall’efficacia delle politiche pubbliche”. Nello specifico, “la pandemia e le relative misure di contenimento hanno colpito duramente il settore manifatturiero e dei servizi, con ripercussioni sulla capacità produttiva dell’economia dell’area e sulla domanda interna. Nel primo trimestre del 2020, interessato solo in parte dalla diffusione del virus, il Pil in termini reali dell’area dell’euro è diminuito del 3,8 per cento sul periodo precedente, per effetto delle misure di chiusura messe in atto nelle ultime settimane del trimestre. Il brusco ripiegamento dell’attività economica ad aprile – si legge ancora – suggerisce che tale effetto sarà probabilmente persino più grave nel secondo trimestre. Tenuto conto dell’elevata incertezza riguardo alla durata della pandemia, è difficile prevedere la probabile entità e durata dell’imminente recessione e della successiva ripresa”.

Per parte sua, l’istituzione diretta da Christine Lagarde si dice pronta a fare tutto il necessario: “Il consiglio direttivo della Bce è determinato a continuare a sostenere l’economia dell’area dell’euro di fronte alle attuali disfunzioni economiche e all’accresciuta incertezza e ha pertanto deciso di rendere ancor meno vincolanti le condizioni relative alle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine e di avviare una nuova serie di operazioni, non mirate, di rifinanziamento a più lungo termine per l’emergenza pandemica”. Gli acquisti di debito con il programma per l’emergenza pandemica (Pepp) “continueranno ad essere effettuati in maniera flessibile nel corso del tempo” e “finché il Consiglio direttivo non avrà ritenuto conclusa la fase critica legata al coronavirus”. Il Consiglio “ribadisce il massimo impegno a fare tutto ciò che sarà necessario nell’ambito del proprio mandato per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà”.

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9 maggio, Festa dell’Europa: l’Ue spiegata ai più piccoli in sei domande. Che cos’è, come funziona e perché ha fermato le guerre

Oggi 9 maggio è la festa dell’Europa. In questo momento di emergenza sanitaria, le istituzioni europee presenti a Bruxelles e a Strasburgo (ma anche a Milano e Roma) non potranno aprire le loro porte ai cittadini come ogni anno. Ilfattoquotidiano.it ha deciso di celebrare la ricorrenza “spiegando l’Europa” ai lettori più giovani e di farlo rispondendo a sei domande. La bandiera blu con le stelle gialle infatti campeggia davanti alle scuole di tutta Italia, ma non sempre gli alunni sanno com’è nata e a cosa serve davvero l’Unione Europea.

Perché la festa dell’Europa è il 9 maggio?
La Seconda guerra mondiale finì nel 1945. Le distruzioni e i massacri terribili di quegli anni si erano scatenati proprio in Europa. In che modo i leader dei Paesi europei avrebbero potuto impedire che quelle orribili cose si ripetessero? C’era bisogno di un buon piano che non fosse stato mai sperimentato in precedenza. Un francese di nome Jean Monnet rifletté intensamente sulla questione. Si rese conto che vi erano due cose di cui un Paese aveva bisogno per poter iniziare una guerra: il ferro per produrre l’acciaio (necessario a costruire carri armati, cannoni, bombe ecc.) e il carbone per fornire energia alle industrie e alle ferrovie. L’Europa aveva grandi quantità di carbone e acciaio: ecco perché per i paesi europei era stato facile costruire armi e intraprendere guerre.

Così Jean Monnet ebbe un’idea nuova e molto audace. I governi di Francia e Germania — e forse anche quelli di altri paesi europei — non avrebbero più dovuto gestire le loro fabbriche di carbone e acciaio. L’organizzazione di queste ultime sarebbe invece stata affidata a persone appartenenti a tutti i paesi coinvolti, che si sarebbero sedute a un tavolo per discutere e decidere insieme. In questo modo, la guerra tra loro sarebbe stata impossibile! Jean Monnet intuiva che questo piano avrebbe veramente funzionato solo se i leader europei avessero avuto la volontà di sperimentarlo. Ne parlò al suo amico Robert Schuman, all’epoca ministro del governo francese. Quest’ultimo la ritenne un’idea brillante e la annunciò in un importante discorso, il 9 maggio 1950.

Quali sono i Paesi fondatori dell’Europa?
Il discorso di Schuman convinse non solo i leader francesi e tedeschi, ma anche quelli di Belgio, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Tutti decisero di riunire le loro industrie di carbone e acciaio e di formare un’associazione chiamata Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Essa avrebbe operato per scopi pacifici e contribuito a far risorgere l’Europa dalle macerie della guerra. La Ceca fu istituita nel 1951.

Come si arriva all’Unione Europea?
I sei paesi andavano talmente d’accordo che ben presto decisero di dar vita a un’altra associazione, chiamata Comunità economica europea (CEE), che prese avvio nel 1957. Il mercato comune non tardò ad agevolare la vita degli abitanti della Cee.

Essi ebbero più denaro da spendere, più cibo da mangiare e una maggiore varietà di prodotti nei negozi. I paesi limitrofi se ne accorsero e negli anni Sessanta alcuni cominciarono a chiedere l’ingresso nella Comunità. Dopo anni di discussioni, Danimarca, Irlanda e Regno Unito vi aderirono nel 1973. Col 1981 venne il turno della Grecia, cui seguirono Portogallo e Spagna nel 1986, quindi Austria, Finlandia e Svezia nel 1995. A quel punto la Comunità contava 15 membri. In breve, la Comunità riuscì a raggiungere un tale livello di diversificazione e integrazione che nel 1992 si decise di cambiarne il nome in “Unione europea” (UE).

Quali sono i simboli dell’Unione Europea?
L’Europa ha la sua bandiera e il suo inno: “Inno alla gioia”, tratto dalla nona sinfonia di Beethoven. Il testo originale è in tedesco, ma quando viene usato come inno europeo è privo di parole: viene cioè eseguita solo la versione strumentale.

Com’è organizzata l’Unione Europea?
Il Parlamento europeo
Il Parlamento europeo rappresenta tutti i cittadini dell’Ue. Ogni mese si riunisce in sessione plenaria, a Strasburgo (Francia), per discutere e decidere le nuove leggi. È costituito da deputati provenienti da tutti i paesi dell’Ue. I Paesi di maggiori dimensioni hanno un numero di deputati maggiore rispetto a quelli più piccoli.

I membri del Parlamento europeo (i deputati europei) sono scelti ogni cinque anni tramite elezioni alle quali tutti i cittadini adulti dell’Ue hanno la possibilità di partecipare.

Il Consiglio europeo
È qui che tutti i capi di Stato e di governo si riuniscono regolarmente in “riunioni al vertice”, per discutere come procedono le cose in Europa e definire la strategia per l’Unione. Non si soffermano sui dettagli delle questioni, come ad esempio la formulazione delle nuove leggi.

Il Consiglio dell’Unione europea
Le nuove leggi per l’Europa devono essere discusse dai ministri dei governi di tutti i paesi dell’Ue, non soltanto dai deputati del Parlamento europeo. Quando i ministri si riuniscono tutti insieme formano il “Consiglio”.

Dopo aver discusso una proposta, il Consiglio la mette ai voti. Esistono norme relative al numero di voti attribuito a ciascun paese e al volume totale di voti necessario per approvare una legge. In alcuni casi la norma stabilisce che il Consiglio deve pronunciarsi all’unanimità (ovvero ogni Paese deve dare il proprio assenso). Una volta che il Consiglio e il Parlamento hanno varato una nuova legge i paesi dell’Ue devono rispettarla.

La Commissione europea
A Bruxelles un gruppo di donne e uomini (uno per ogni paese membro) si riunisce ogni mercoledì per discutere sulle attività da intraprendere. Queste persone vengono proposte dal governo del loro paese, e tale scelta deve poi essere approvata dal Parlamento europeo.

Sono chiamati “commissari”, e insieme formano la Commissione europea. Il loro compito consiste nell’elaborare le strategie più efficaci per l’intera Unione e nel proporre la nuova legislazione per l’Ue. Nel loro lavoro i membri della Commissione sono aiutati da esperti, giuristi, segretari, traduttori e così via. Sono loro a svolgere le attività quotidiane dell’Unione europea.

Che cosa fa l’Unione Europea?
L’Ue si impegna per migliorare la qualità della vita in molti modi diversi. Eccone alcuni.

L’ambiente appartiene a tutti, perciò i paesi devono impegnarsi assieme per salvaguardarlo. L’Ue prevede norme per il controllo dell’inquinamento e la protezione, per esempio, degli uccelli selvatici. Queste norme si applicano in tutti i paesi UE e i loro governi devono accertarsi che siano rispettate.

In passato ogni Paese aveva la propria moneta, o “valuta”. Ora ne esiste una sola, l’euro, che tutti i paesi dell’Unione possono adottare, se sono pronti. Avere una moneta unica rende più semplice commerciare, viaggiare e fare acquisti in tutta l’Ue, senza dover cambiare una valuta in un’altra. L’euro rende inoltre l’economia più stabile in tempi di crisi. Oggi sono 19 gli Stati che usano l’euro come valuta.

All’interno dell’Ue i cittadini sono liberi di vivere, lavorare o studiare in qualunque paese desiderino, e l’Unione sta facendo il possibile per agevolare il trasferimento da un paese all’altro. Attraversare le frontiere tra la maggior parte dei paesi Ue, non richiede più il passaporto. L’Unione incoraggia gli studenti e i giovani a trascorrere un periodo di studio o di tirocinio in un altro paese europeo.

L’Ue fronteggia i problemi riscuotendo fondi da tutti gli Stati membri e adoperandoli per aiutare le regioni in difficoltà. Per esempio, fornisce assistenza finanziaria per la costruzione di nuove strade e collegamenti ferroviari e aiuta le imprese a offrire nuovi posti di lavoro.

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Coronavirus, Die Welt: “Merkel non ascolti l’Italia, la mafia aspetta i soldi da Bruxelles”. Di Maio: “Vergognoso, Berlino si dissoci”

“Un’affermazione vergognosa e inaccettabile“. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, attacca il quotidiano tedesco Die Welt e chiede al governo tedesco di dissociarsi dopo un articolo in cui si chiede all’esecutivo di Berlino di non cedere alle richieste italiane al tavolo dell’Eurogruppo e del prossimo Consiglio Ue, nei quali si cercherà di prendere una decisione condivisa sui provvedimenti economici a livello europeo per il contrasto alla pandemia di coronavirus. Nel testo si legge che “in Italia la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles“.

Nell’articolo del quotidiano conservatore, dal titolo “Frau Merkel resti ferma”, si esplicita che “la solidarietà è un elemento importante dell’Europa”, ma “la sovranità nazionale nei confronti degli elettori è centrale”. Ma questa solidarietà può essere “senza limiti e controlli?”, si chiede l’autore dell’articolo. “Dovrebbe essere chiaro che in Italia, dove la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles, i fondi dovrebbero essere versati soltanto per il sistema sanitario e non per il sistema sociale e fiscale. E naturalmente gli italiani devono essere controllati da Bruxelles e usare i fondi in modo conforme alle regole”, si aggiunge. “Anche nella crisi del coronavirus i principi fondamentali devono valere ancora”, conclude.

Parole che hanno provocato la reazione di Di Maio che ha chiesto al governo tedesco di prendere le distanze da “un’affermazione vergognosa e inaccettabile”: “L’Italia piange oggi le vittime del coronavirus, ma ha pianto e piange le vittime della mafia. Non è per fare polemica ma non accetto che in questo momento si facciano considerazioni del genere”, ha dichiarato a Uno Mattina. “È inaccettabile – ha insistito Di Maio – che in un momento in cui l’Italia sta chiedendo di poter spendere tutti i soldi necessari per aiutare i propri cittadini, i propri imprenditori, i lavoratori, i disoccupati, i giovani e i meno giovani, si facciano considerazioni del genere”.

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Coronavirus, ex cancelliere tedesco Schröder: “Dopo la guerra la Germania è stata aiutata, ora tocca a lei. Sì a strumento debito comune”

“Se c’è un Paese che deve capire che dopo una crisi esistenziale è indispensabile avere un sostegno paneuropeo per la ricostruzione, questo è la Germania. Noi siamo stati aiutati molto dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante fossimo stati proprio noi a causarla”. L’ex cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, si schiera contro il rigorismo dei paesi del Nord Europa e sostiene che anche la ‘sua’ Germania, in una crisi così imprevedibile e globale, causata da fattori non legati alla gestione dei conti da parte di un singolo Paese, dovrebbe aprirsi maggiormente alle richieste degli Stati europei più in difficoltà, come Italia e Spagna, anche sulla creazione di strumenti di debito comune: “Ho l’impressione che l’atteggiamento della Germania sul debito stia cambiando – ha detto al Corriere l’ex leader socialista – Sono convinto che come prossimo passo abbiamo bisogno anche di uno strumento di debito comune europeo. Possono essere gli eurobond, anche se non sono veloci da realizzare, oppure può essere un’obbligazione comune e una tantum”, come proposto ultimamente dalla membro tedesco del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, Isabel Schnabel.

Il focus della gestione della crisi, sostiene Schröder riprendendo le parole di alcuni leader delle istituzioni europee, è “solidarietà”: “Siamo scioccati dalle immagini che vengono dall’Italia, in particolare da Bergamo. E sono felice che la Germania abbia deciso di accogliere e curare pazienti italiani e di inviare materiale sanitario. La parola del momento è solidarietà, per tutti, anche a livello europeo e internazionale. Perché se l’Unione e i Paesi membri non vincono questa sfida, allora l’intero progetto europeo è in pericolo. Non dobbiamo permetterlo e penso anche che non succederà. L’Europa è una comunità di destini”.

Anche lui, come richiesto in particolar modo dall’Italia, ritiene che il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), in questo momento, non debba prevedere particolari condizioni, al fine di evitare il riproporsi di situazioni come quella greca dopo la crisi del 2008: “Dev’esserci una risposta veloce e la stiamo dando – ha detto – Per questo bisogna usare quello che già esiste. Il Meccanismo europeo di stabilità senza particolari condizionalità, la Banca europea degli Investimenti (Bei) e la Commissione. Il pacchetto da 540 miliardi di euro in discussione è un segnale forte. In più c’è l’azione della Bce che sta acquistando titoli pubblici e privati per stabilizzare i mercati finanziari”.

Solo dopo questa primissima fase ne serve una seconda, con la quale si può pensare anche agli eurobond: “Molti economisti tedeschi, gli stessi che finora avevano sempre osteggiato gli eurobond, esprimono l’opinione che siano proprio questi la direzione da prendere”, conclude.

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Coronavirus, ministro Finanze olandese: “No a coronabond. Mes? In passato ottimi risultati”. Sanchez: “Salva-Stati solo in fase iniziale. Poi serve solidarietà”. Bce: “Eurobond una tantum sono una possibilità”

Mentre dalla Banca centrale europea continuano ad arrivare segnali di apertura alle richieste dei Paesi del centro e sud Europa, tra cui l’Italia, rinnovando la disponibilità a fare tutto il necessario per sostenere gli Stati membri durante la crisi dovuta al coronavirus e mantenendo aperta la possibilità dei coronabond “una tantum”, è di nuovo il ministro delle Finanze olandese, Wopke Hoekstra, a mettersi alla guida del gruppo dei rigoristi. Dopo le dure critiche raccolte in seguito alla richiesta di un’indagine della Commissione Ue sulla gestione dei bilanci da parte di Paesi come l’Italia e la Spagna, il capo del Tesoro di Amsterdam è tornato a chiudere la porta agli eurobond e a sponsorizzare il Mes: “In passato ha dato ottimi risultati“.

Hoekstra: “La Bce sta facendo abbastanza, no ai coronabond”
In un’intervista a Repubblica, il ministro delle Finanze del governo guidato dal liberale Mark Rutte ha dichiarato che “nella strategia di lungo termine dobbiamo assicurarci che l’Unione Europa sviluppi resilienza e prosperità capaci di durare nel futuro. Concordo sul fatto che gli strumenti per riuscirci debbano essere comuni, ma ci sono differenti punti di vista. A nostro avviso la Bce sta facendo abbastanza e gli eurobond non rappresentano una soluzione“.

Quando gli viene chiesto quali siano i piani di Amsterdam e dei paesi del Nord che, insieme alla Germania, compongono il blocco dell’austerity, il ministro olandese risponde: “Per noi l’obiettivo è duplice. Rispondere alle esigenze immediate e assicurarci che a lungo termine gli stati membri e la zona euro siano resilienti. In passato il Fondo Salva-Stati o Mes ha dato ottimi risultati. Comunque è difficile dire come proseguirà la discussione, ne stiamo parlando con i partner Ue”.

All’appello dei Paesi del Sud, tra i quali anche quello del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in varie interviste a quotidiani olandesi e tedeschi ha chiesto maggiore unità, solidarietà e collaborazione da parte di tutti i Paesi membri, ricordando che una crisi del Sud Europa metterebbe in difficoltà le economie di tutti gli altri Stati, Hoekstra risponde dicendo di credere “fermamente nella collaborazione europea. Concordo sul fatto che dobbiamo agire insieme visto che i nostri Paesi sono totalmente interconnessi dal punto di vista economico e dei valori. Dobbiamo creare più stabilità, non più instabilità. La grande domanda è come. E su questo abbiamo opinioni diverse, ma i Paesi Bassi lavorano per creare ponti, non per dividere”.

E sul futuro delle imprese disegna un quadro cupo: “In Parlamento mi è stato chiesto se posso garantire che nessuna azienda fallisca. La mia risposta è che come governi e come Unione saremo capaci di uscire da questo momento, ma in tutta onestà devo anche dire che in Olanda e in Europa alcune imprese finiranno nei guai“.

Sanchez: “Mes? Utile solo in una prima fase”
Al ministro Hoekstra, sempre dalle colonne di Repubblica, risponde il capo del governo spagnolo, Pedro Sanchez. Il Mes “può tornare utile in una prima fase per iniettare liquidità nelle economie europee tramite una linea di credito, qualora questa sia universale e senza condizionalità, ma non sarà sufficiente a medio termine – ha detto – È il momento di agire in modo solidale, creando un nuovo meccanismo di mutualizzazione del debito, agendo in blocco per l’acquisto di prodotti sanitari di prima necessità, stabilendo delle strategie coordinate sulla cybersicurezza e preparando un grande piano di intervento affinché la ripresa del continente sia veloce e solida”.

Non è certamente d’accordo sul fatto che in passato il Fondo Salva-Stati abbia portato a ottimi risultati, riferendosi implicitamente al caso greco: “Gli Stati Uniti hanno risposto alla recessione del 2008 con degli incentivi, mentre l’Europa rispondeva con l’austerità. I risultati sono noti a tutti. Oggi, in un momento in cui si presenta una crisi economica globale più profonda di quella, gli Stati Uniti hanno applicato la più grande mobilitazione di risorse pubbliche della loro storia. E l’Europa? È disposta a rimanere indietro? Questo è il momento di rompere i vecchi dogmi nazionali“.

In una situazione così eccezionale, aggiunge il premier di Madrid, “o siamo all’altezza delle circostanze o falliremo come Unione. Abbiamo bisogno di una solidarietà decisa. Senza solidarietà non ci sarà coesione, senza coesione ci sarà disaffezione e quindi la credibilità del progetto europeo verrà gravemente danneggiata”.

Schnabel (Bce): “Faremo tutto il necessario. Ok a coronabond una tantum”
La Bce, intanto, rinnova la propria apertura a ogni tipo di soluzione condivisa. Il membro tedesco del comitato esecutivo della Bce, Isabel Schnabel, in un’intervista al giornale greco To Vima, ha detto che il piano da 750 miliardi (Pepp) con il quale la Banca centrale europea comprerà titoli pubblici e privati rappresenta “la nostra risposta a questo shock economico straordinario causato dalla pandemia”. Si tratta di un piano “temporaneo, significativo per dimensioni ed elastico”, ha aggiunto precisando che “durerà fino a quando la crisi sarà finita, ma comunque almeno fino alla fine dell’anno”.

Ma non chiude alla possibilità di ricorrere ai coronabond: “L’emissione una tantum dei coronabond potrebbe essere una possibilità”, continua aggiungendo che “ci sono altri strumenti che potrebbero essere utilizzati, come un Fondo di salvataggio dell’Ue oppure misure che coinvolgono il Mes o la Banca Europea per gli Investimenti“.

E lancia un messaggio alle banche: “La crisi avrà certamente effetti negativi sulle banche, ma questa volta gli istituti di credito non sono la causa della crisi, ma piuttosto devono essere parte della soluzione visto che si trovano in una posizione migliore, con più capitale e liquidità”.

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Il Mes è il prestito di tuo suocero, i coronabond sono i soldi che ti regala tuo padre

Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria. Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori, ma probabilmente neanche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi “sottotitoli”.

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) per il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato?
Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa.

Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia “piena” dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa “a prima chiamata”, cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

Solo per inciso occorre ricordare che il “merito del credito”, attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito, ottenuto magari per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tv.

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. E in fretta. Il resto non conta.

Ad ogni modo Patuelli dà una sua affermazione (“…se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati…”) lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Vogliamo rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti? Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre.

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario. All’epoca ci si scontrava con l’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli stati membri (e alla Bce) di ‘salvare’ paesi in difficoltà basandosi sulla logica che gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso.

Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l’economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes, peraltro, ricordiamolo, dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Il Mes (o Fondo Salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€ 6,3 miliardi), Grecia (€ 61,9 miliardi) e Spagna (€ 41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

Gli eurobond o coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’Eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento – quelle classiche (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus – e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri.

Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa, per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta frena su questo progetto.

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Coronavirus, Conte scrive a Von der Leyen: ‘Serve coraggio. Si insiste su Mes: è inadeguato. Anticipazioni lavori consiglio Ue non all’altezza’

“È il momento di mostrare più ambizione, più unità e più coraggio“. Mentre si conclude la prima settimana di trattative in vista del prossimo Consiglio europeo e a una settimana esatta dalla spaccatura tra gli Stati membri sulle misure economiche per superare lo choc, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto una lettera aperta alla presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen. Il testo, pubblicato su Repubblica, è una risposta alla missiva della stessa presidente che sullo stesso quotidiano si era rivolta all’Italia. “Di fronte a una tempesta come il Covid-19 che riguarda tutti, non serve un salvagente per l’Italia”, è il messaggio del premier, “serve una scialuppa di salvataggio solida, europea, che conduca i nostri Paesi uniti al riparo”. Insomma, la linea del governo italiano non è cambiata: di fronte a un’emergenza straordinaria, si chiedono risposte “straordinarie”. E, come già detto una settimana fa, non intende accettare soluzioni del passato, nonostante il fronte dei falchi non sembri intenzionato a cedere. Dopo l’ultimo Consiglio europeo, si legge ancora nella lettera di Conte, “alcune anticipazioni dei lavori tecnici che ho potuto visionare non sembrano affatto all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato. Si continua a insistere nel ricorso a strumenti come il Mes che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi da perseguire”.

Conte ha quindi rilanciato la proposta di un European Recovery and Reinvestment Plan, necessario anche per “non perdere la sfida della competizione globale”. “Si tratta”, scrive, “di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Europa dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico”. Questo tenendo presente il concetto, già espresso in una intervista a inizio settimana alla tv pubblica tedesca, che gli eurobond “non sono volti a condividere il debito che ognuno dei nostri Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni Paesi abbiano a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri”.

In gioco, secondo il premier, c’è il futuro stesso dell’Unione europea. “Si tratta, piuttosto, di sfruttare a pieno la vera ‘potenza di fuoco’ della famiglia europea, di cui tutti noi siamo parte, per dare vita a un grande programma comune e condiviso di sostegno e di rilancio della nostra economia, e per assicurare un futuro degno alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, e a tutti i nostri figli”.

E, come già detto più volte dall’inizio della crisi, ha ribadito: “Siamo chiamati a compiere un salto di qualità che ci qualifichi come ‘unione’ da un punto di vista politico e sociale, prima ancora che economico”. Per questo, è il suo ragionamento: “Deve essere la solidarietà l’inchiostro con cui scrivere questa pagina di storia: la storia di Paesi che stanno contraendo debiti per difendersi da un male di cui non hanno colpa, pur di proteggere le proprie comunità, salvaguardando le vite dei loro membri, soprattutto dei più fragili, e pur di preservare il proprio tessuto economico-sociale”.

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