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Green pass, il tribunale Ue sospende l’obbligo per 5 eurodeputati che avevano fatto ricorso: “Ma per entrare in Parlamento serve un test”

Il tribunale Ue ha sospeso temporaneamente l’obbligo di Green pass per cinque eurodeputati che hanno fatto ricorso. Il portavoce del Parlamento Ue Jaume Duch ha fatto sapere che “la decisione di presentare il certificato resta in vigore per tutti, con eccezione delle persone che hanno presentato ricorso”, che devono presentare un autotest negativo (fatto in presenza) o un test Pcr e “fino a ulteriore decisione del Tribunale”. “Siamo sodisfatti del fatto che il tribunale esige da queste persone un test negativo e conferma dunque che senza prova di non contaminazione l’ingresso al Parlamento rimane vietato“, ha detto ancora. La sospensione provvisoria e l’accesso ai locali del Parlamento europeo è concesso ai soggetti richiedenti: 5 eurodeputati e a diversi membri del personale, si apprende a Bruxelles.

Quattro dei cinque ricorrenti sono: l’olandese Robert Roos, vicepresidente del gruppo Conservatori e riformisti europei; la francese Anne-Sophie Pelletier, membro del gruppo della Sinistra unitaria; l’ex leghista Francesca Donato; la francese Virginie Joron del gruppo Identità e democrazia ed esponente del partito di Marine Le Pen. Donato, che a fine settembre scorso ha lasciato il Carroccio ed è stata espulsa anche al gruppo Identità e democrazia, è nota per le sue posizioni no vax. “Faremo una lettera formale al presidente David Sassoli nella quale gli chiederemo”, ha detto, “per rispetto dell’autorevolezza della decisione della Corte, di applicare la sospensione dell’obbligo del Covid certificate per tutti i deputati e i lavoratori del Parlamento, in attesa della decisione definitiva del tribunale”.

Nella decisione del presidente del tribunale Marc van Der Woude si legge che “è sospesa l’esecuzione della decisione dell’Ufficio di presidenza del Parlamento europeo del 27 ottobre 2021, sulle norme eccezionali in materia di salute e sicurezza che disciplinano l’accesso agli edifici del Parlamento Ue nei suoi tre luoghi di lavoro, fino alla data dell’ordinanza che metta fine alla presente procedura sommaria”. Inoltre il presidente del Tribunale scrive che “Robert Roos, Anne-Sophie Pelletier, Francesca Donato, Virginie Joron e IC possono accedere ai locali del Parlamento europeo sulla base di un autotest negativo. In caso di risultato positivo, questo dovrebbe essere seguito da un test Pcr. In caso di esito positivo di quest’ultimo test, il Parlamento europeo può negare ai richiedenti l’accesso ai suoi locali”.

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Elezioni Germania, chiunque vinca non abbandonerà l’eredità politica di Angela Merkel

Chiunque vincerà le elezioni in Germania e qualsiasi coalizione governerà il paese lo farà senza abbandonare l’eredità politica di Angela Merkel. L’impronta della cancelliera, che per 16 anni ha guidato la nazione più popolosa e più ricca d’Europa, sulla Germania e sull’Unione Europea, se non è permanente, è sicuramente profonda. Tre sono i solchi che ha scavato e che la prossima leadership continuerà a percorrere: l’indipendenza della Germania e dell’Unione dai capricci di Washington; l’apertura di Berlino ad est, alla Russia e alla Cina; la politica monetaria “accomodante” della Banca centrale europea. Nel 2005, quando la relativamente sconosciuta Angela Merkel ascese al potere, nessuno di questi tracciati esisteva.

La Merkel è stata criticata per la mancanza di visione, di lei si è detto che ha navigato a vista al timone di una nazione e di un continente che si è trovato costantemente in acque tumultuose: crisi finanziarie, crisi politiche ed umanitarie, terrorismo islamico, la Brexit, la cancelliera ne ha viste di tutti i colori e ciononostante ha mantenuto la calma evitando più volte il naufragio. Ma non ha mai indicato la meta, non ci ha mai detto dove voleva portare la nave. La verità è che ciò di cui l’Unione e la Germania avevano bisogno non era una meta finale, ma un metodo di navigazione. Entrambe sono espressioni politiche ancora in fasce, hanno bisogno di crescere, di formarsi. La cancelliera lo ha capito.

Il suo è stato un modo di far politica pragmatico e moderno, che ben si adatta ai bisogni del presente. Negli ultimi 16 anni l’Unione europea e anche la Germania sono cambiate, sono cresciute, si sono incamminate verso un’indipendenza politica ed economica che nel 2005 sembrava impossibile. È stata una fortuna che in questo percorso al timone ci fosse una donna intelligentissima, scaltra, pragmatica e anche visionaria, che però ha lavorato sempre in sordina, senza sfarzo e pubblicità.

A differenza della signora Thatcher, prima donna a capo di un governo di peso europeo, che ha governato sotto i riflettori della stampa mondiale, la Merkel è riuscita a fare il suo lavoro come un dirigente della pubblica amministrazione, lontano dai riflettori ed esclusivamente al servizio dello stato. E questo le ha permesso di mantenere la fiducia dell’elettorato e il rispetto dei colleghi per 16 anni. Se ne va di sua propria volontà, senza una sconfitta elettorale dopo aver tracciato con costanza e determinazione i nuovi sentieri politici europei.

Ascesa al potere con una visione positiva dell’alleanza atlantica e dello stretto rapporto che correva tra Germania, Europa da una parte e Stati Uniti dall’altra, la Merkel ha cambiato progressivamente idea. Ha capito prima degli altri che Washington guardava sempre più al Pacifico e sempre meno all’Atlantico, è rimasta delusa da tutti gli uomini politici alla guida del paese, secondo i suoi assistenti considerava Obama verboso e poco solido, ha apertamente detestato Trump e ha duramente criticato Biden per il modo in cui ha ritirato le truppe dall’Afghanistan. Ha resistito alle ingerenze americane nelle questioni politiche tedesche ed europee, dall’isolamento della Russia alla politica apertamente antagonista con Pechino.

A differenza degli altri leader europei, la Merkel ha capito subito che contrastare la Cina serviva a ben poco, meglio perseguire un atteggiamento conciliatorio. In realtà la cancelliera nutre ammirazione per Pechino, anche se il sistema è progressivamente sempre più totalitario a suo parere funziona, mentre nel mondo libero ascendono al potere individui sempre meno brillanti e sempre più mediocri. Non dimentichiamo che la Merkel è nata oltre cortina ed è cresciuta in un regime comunista.

Negli ultimi anni, di fronte alla minaccia della pandemia e alla necessità dei lockdown, la cancelliera ha abbandonato la politica di austerità fiscale tanto cara ai tedeschi e ha lasciato che la Banca centrale stampasse euro per sostenere l’economia dell’Unione. Questa è stato un cambiamento stoico, l’ultima, preziosa sua eredità.

Ci sono stati anche errori: la cancelliera non è riuscita a tenere a bada Orban, l’apertura delle frontiere ai profughi siriani ha portato il caos lungo i confini dell’Unione, e che dire dell’umiliazione della Grecia? Ma sulla bilancia della politica degli ultimi 16 anni pesano molto di più i successi in sordina di questa politica che ha incarnato il ruolo vero del leader, quello di essere un pubblico ufficiale al servizio della propria nazione. Auguriamoci che chi la rimpiazzerà non solo continui a percorrere i tracciati politici da lei creati, ma faccia suo questo principio comportamentale.

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UE, Von der Leyen: “Oggi la posta in gioco è la stessa del 1950. Il cambiamento climatico ha stessa forza distruttrice della guerra”

“La pandemia è stata traumatica e come per ogni trauma dovremo trovare il modo di parlarne per andare oltre. E non c’è modo migliore di farlo se non offrire una speranza di cambiamento in meglio. Credo che questo sia un momento importante per i giovani per far sentire la loro voce. La pandemia gli ha rubato oltre anno di vita e per la prima volta in una generazione molti si preoccupano che i loro figli non avranno un futuro migliore del loro. Questo dimostra che è necessaria una nuova forma di solidarietà e di giustizia sociale tra le generazioni. Credo che la Conferenza debba essere l’occasione di un dialogo tra le generazioni. La posta in gioco è la stessa del 1950, allora avendo presente la distruzione del conflitto, ma non illudiamoci, la posta in gioco è la stessa perché il cambiamento climatico può avere la stessa forza distruttrice di una guerra. Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen all’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa.

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Commissione Ue, la presidente Ursula von der Leyen vaccinata con Pfizer in Belgio

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, 62 anni, ha ricevuto oggi la prima dose del vaccino prodotto dalla Pfizer-BioNTech. Lo si è appreso da fonti della stessa Commissione secondo le quali la somministrazione è avvenuta in base al piano vaccinale in atto in Belgio che da qualche giorno ha dato il via alla vaccinazione anche per gli over 60 dopo aver cominciato nei mesi scorsi dai più anziani. Secondo i media locali, anche tutti gli altri componenti dell’esecutivo europeo sarebbero già stati vaccinati. Domani, invece, sarà Angela Merkel a ricevere la prima dose del vaccino, e nel suo caso sarà AstraZeneca. La cancelliera ha più di 60 anni e quindi rientra nella platea che può essere vaccinata col siero della società anglo-svedese in Germania.

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Scontro Ue Astrazeneca, l’ad Pascal Soriot si siede al tavolo virtuale con Bruxelles. “Ma soluzioni proposte sono ancora vaghe”

Alla fine con la richiesta a muso duro dell’eliminazione del segreto dei contratti e la minaccia di un registro doganale per l’export dei vaccini Pascal Soriot, l’amministratore di Astrazeneca che ha fatto infuriare la Commissione europea, si è seduto al tavolo dell’incontro virtuale convocato d’urgenza dalla Commissione europea per discutere dell’escalation di tagli annunciati dal colosso anglo svedese del numero di dosi opzionate dall’Europa. Uno scontro durissimo che si è acceso sul liminare dell’approvazione da parte dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) del composto sviluppato dall’Università di Oxford con il contributo della Irbm di Pomezia.

Ebbene il top manager avrebbe cominciato a parlare di possibili soluzioni come riferisce Giuseppe Ruocco, segretario generale del ministero della Salute, che siede per l’Italia nel comitato direttivo sui vaccini composto da Commissione europea e Stati membri, in un colloquio con il Corriere della Sera. AstraZeneca “ha cominciato a parlare di possibili soluzioni per aumentare la disponibilità di dosi dopo la metà di marzo, ma sono ancora troppo vaghe; si proseguirà a lavorare congiuntamente”. Secondo Bruxelles è falso, a differenza di quanto dichiarato da Soriot ad alcuni quotidiani, che ci siano problemi in alcuni stabilimenti europei. Piuttosto c’è il sospetto che – complice la Brexit – si stia favorendo il Regno Unito, travolto dai contagi causati dalla variante inglese.

“Bisogna avere certezze per poter stabilizzare la nostra pianificazione delle vaccinazioni – dice Ruocco – tenendo anche conto che tra la prima dose e il richiamo possono passare, secondo l’azienda, in attesa dello schema ufficiale che sarà fornito solo con l’autorizzazione, fino a 12 settimane“. In merito al numero di dosi che sarebbero a disposizione dell’Italia, Ruocco ritiene che “i dati che l’azienda ha fornito sono fino a metà marzo, mentre non ha confermato l’ultimo scaglione di marzo, lasciando intravvedere però una prospettiva di aumento. Non sappiamo ancora se la fornitura delle dosi tagliate sarà completata nel secondo trimestre oppure oltre“. Come nel caso di Pfizer il contratto è stata firmato sulla base di consegne trimestrali.

Per l’Italia quindi la prospettiva sarebbe quella di ricevere 2,3 milioni di dosi per il mese di febbraio e 1,85 milioni per le prime due settimane di marzo, che potrebbero arrivare a 3 milioni a fine mese. Il Regno Unito invece sta ricevendo le dosi in modo regolare e secondo Soriot è dovuto al fatto che Londra abbia firmato tre mesi prima il contratto con la multinazionale. In realtà una prelazione era stata firmata il 21 maggio dell’anno scorso per 30 milioni e solo il 23 novembre era stato firmato un accordo per altre 70 milioni di dosi, mentre il contratto con l’Unione europea è stato finalizzato tra il 14 e il 28 agosto. Astrazeneca come del resto Biontech, è stata finanziata con 336 milioni (non tutti ancora erogati) per aiutare il gruppo farmaceutico.

Il via libera dell’Ema è atteso a breve, al massimo domani. Il contratto prevede quattro siti produttivi: uno in Belgio, uno in Germania e due in Gran Bretagna, anche se a novembre Soriot e il suo vice che, attraverso una rete di 20 centri di produzione sparsi nel mondo, sarebbe stato possibile sfornare nel 2021 da 100 a 200 milioni di dosi al mese per il mercato internazionale. Il taglio annunciato non sembra giustificabile con problema in un singolo impianto. L’Ue si sta dunque organizzando con le autorità belghe – come riporta La Repubblica – per fare un’ispezione. Intanto il 4 gennaio l’India ha annunciato il blocca per tre mesi l’esportazione delle dosi prodotte con Astrazeneca – prima che il vaccino fosse approvato – per destinarle tutte al mercato interno. Ma il Sudafrica che, dopo Argentina e altri paesi, ha approvato il vaccino attende proprio dall’India il primo milione di dosi come riferito dal ministro della Sanità Zweli Mkhize, lunedì 1 febbraio.

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Ursula von der Leyen riprende Boris Johnson: “Manteniamo le distanze e indossiamo la mascherina”

Durante la foto di rito a Bruxelles dopo l’incontro tra Ursula von der Leyen e Boris Johnson sulla Brexit, la presidente della Commissione europea non ha perso occasione per riprendere il leader britannico. Von der Leyen ha ricordato al premier di mantenere il distanziamento sociale e di abbassare la mascherina solo per i pochi secondi degli scatti. “Dobbiamo indossarla di nuovo”, ha detto la politica tedesca al termine delle foto, di fronte allo sguardo scettico di Johonson, che ha replicato: “Dobbiamo indossarla di nuovo immediatamente? Ok”. Il primo ministro inglese ha già contratto il coronavirus, trascorrendo alcuni giorni in terapia intensiva, ed è poi guarito.

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Recovery fund, difficile che Ungheria e Polonia si oppongano fino in fondo

di Luigi Manfra*

Dopo numerosi tentativi negoziali, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno finalmente trovato un accordo sul prossimo bilancio pluriennale da 1.074 miliardi, e sul pacchetto per la ripresa da 750 miliardi di euro concordato a luglio dai leader europei. Ursula Von der Leyen aveva proposto di aumentare la capacità di bilancio Ue, che è stato incrementato di 16 miliardi, per poi usarlo come garanzia per raccogliere fondi sul mercato, attraverso bond comuni. L’alternativa, cioè aumentare i contributi degli Stati, sarebbe stata respinta sia dai paesi del nord, ma anche dai paesi del sud in difficoltà già prima del Covid-19.

L’accordo raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 era indispensabile per consentire al Consiglio di approvare la decisione sull’utilizzo delle risorse proprie, e superare l’opposizione di alcuni Stati. Nell’accordo, però, è stata inserita anche una nota che prevede il rispetto dello stato di diritto, su cui non si è ancora trovata un’intesa con i paesi dell’est europeo.

Il Recovery fund, com’è noto, prevede una quota di prestiti garantiti dall’Unione europea per 360 miliardi di euro, e una seconda quota di 390 miliardi di erogazioni a titolo gratuito. Per quanto riguarda i prestiti, è noto che non verranno richiesti da molti paesi. Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Finlandia hanno, infatti, rendimenti negativi sui bond che emettono. Inoltre la politica monetaria espansiva della Bce ha portato ad una riduzione generalizzata dei tassi, e forse anche la Spagna ed altri paesi non utilizzeranno i prestiti almeno nell’immediato.

Ad esempio, a fronte del tasso sul bond decennale tedesco che attualmente propone agli investitori un rendimento negativo dello 0,54%, anche quello dei paesi mediterranei si è ridotto. Il bond spagnolo paga lo 0,12%, quello italiano lo 0,64%. Quindi la Spagna ed altri Paesi mediterranei, mentre richiederanno subito i trasferimenti, sono propensi a richiedere i prestiti soltanto se le condizioni monetarie peggioreranno. Di conseguenza, dei 360 miliardi di prestiti previsti dal piano europeo, ne verranno richiesti dagli Stati soltanto 176, oppure 239 se anche la Spagna dovesse richiederli.

I grants, pari a 390 miliardi, saranno, invece, richiesti da tutti gli Stati beneficiari perché l’onere del debito sarà coperto da fondi europei, anche se quest’ultimo aspetto non è ancora stato definito nei dettagli. La restituzione dovrebbe essere coperta con l’introduzione di nuove tasse emesse dall’Europa, ispirate a criteri di protezione ambientale sulla plastica non riciclata, sulle emissioni del trasporto aereo e marittimo, e di equità finanziaria sulle imprese digitali. Com’è noto, la ripartizione dei contributi e dei prestiti non è stata fatta in base alle quote dei singoli stati sul Pil della Ue, ma sugli effetti economici provocati dalla pandemia, seguendo fondamentalmente tre criteri: popolazione, reddito pro-capite, tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni.

In base a questi criteri all’Italia sono stati attribuiti 209 miliardi di euro, molti di più del suo peso demografico. Il resto della somma si deve dunque agli altri due criteri, ed è stato attribuito perché l’Italia presenta valori inferiori alla media europea, soprattutto nel Mezzogiorno che con un reddito pro-capite medio di 19 mila euro rispetto ai 36mila del Centro-Nord, e un tasso di disoccupazione del 17% rispetto al 7,6% del resto del paese, si trova in una crisi economica sempre più grave. Equità vorrebbe che la maggior parte di questi fondi fossero investiti in questa parte del paese. Ci sarà tempo fino al 31 dicembre 2058 per il rimborso dei prestiti. Stessa scadenza anche per la parte delle risorse a fondo perduto.

Come tutti, anche l’Italia dovrà presentare un piano coerente con le raccomandazioni specifiche che la Commissione dà a ogni singolo Paese. Tra gli elementi che incidono sulla valutazione positiva ci sono la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, la transizione verde e digitale, condizione basilare quest’ultima per ottenere l’approvazione dell’Europa. Dopo aver vinto le resistenze dei cosiddetti paesi “frugali”, soprattutto alla mutualizzazione del debito, l’opposizione più forte arriva ora dal blocco dell’Est, già in conflitto con Bruxelles per violazioni allo stato di diritto.

L’Ungheria ha minacciato di mettere il veto sull’intero pacchetto del Recovery fund. Stessa posizione ha assunto la Polonia, minacciando un voto contrario all’accordo da parte del parlamento di Varsavia. Dalle minacce ai fatti: gli ambasciatori dei due paesi, secondo notizie recenti, hanno posto il veto sull’approvazione del Bilancio Ue. Ma Ungheria e Polonia sono fra i paesi che più beneficiano dei fondi Ue.

Nel 2019 Budapest ha ricevuto 6,2 miliardi di euro a fronte di appena 1,2 miliardi di euro versati, mentre per la Polonia le cifre sono rispettivamente di 16,3 e 5 miliardi. Con questi numeri, e ancor di più con le risorse che arriveranno dal Recovery fund, è presumibile che i due paesi non avranno nessun interesse a portare la loro opposizione fino alle estreme conseguenze, soprattutto in una situazione come quella che attualmente affronta l’Europa.

* Responsabile progetti economico-ambientali per Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma

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Polonia, il presidente Duda in vantaggio alle presidenziali: verso il ballottaggio con l’europeista Rafal Trzaskowski

Il presidente conservatore uscente Andrej Duda è in vantaggio al primo turno delle elezioni presidenziali polacche: con l’87% delle schede scrutinate, il presidente sostenuto dal partito populista conservatore Legge e Giustizia (Pis), che è al governo in Polonia, ha ottenuto il 45,24%. Si profila il ballottaggio, il 12 luglio, con il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski, che si attesta sul 28,92%. Al terzo posto c’è il candidato indipendente Rafal Holownial, con il 13,69%. Soltanto fra due settimane si conoscerà quindi l’esito della sfida fra due figure che rappresentano due strade molto diverse per l’avvenire del paese e per il suo ruolo in Europa. Per far fronte al presidente uscente, al ballottaggio l’europeista Trzaskowski dovrà raccogliere i voti degli altri candidati democratici che fino ad oggi, per motivi strategici, non avevano dichiarato le proprie intenzioni.

Stando ai primi exit poll pubblicati dall’Ipsos dopo la chiusura dei seggi, Szymon Holownia, giornalista cattolico che si è presentato come candidato indipendente, ha ricevuto il 13,3% delle preferenze, mentre il nazionalista Krzysztof Boska avrebbe ottenuto il 7,4%. Seguono il candidato della sinistra Robert Biedron con il 2,9% e il leader del Partito dei contadini Wladyslaw Kosiniak Kamysz con il 2,6%. Fra questi, Holownia e Kosiniak Kamysz potrebbero spingere i propri elettori a votare per il primo cittadino di Varsavia. Tutti i sondaggi sul secondo turno delle presidenziali hanno però finora dato Duda per vincente.

Sorprendente, per ora, il dato dell’affluenza, più alta del solito nonostante la pandemia. In totale, ha votato il 53,3% dell’elettorato. Già a mezzogiorno aveva votato il 24,08% dei quasi 30 milioni di elettori polacchi; alle 17 erano il 47,89% e si stima che alla chiusura dei seggi l’affluenza sia stata del 62,9% (nel 2015 fu del 48,96%). Numeri che fanno capire quanto sia profondo il conflitto in corso in Polonia fra chi teme la fine della democrazia e vorrebbe il cambiamento, e chi invece si fa seguace della linea sovranista dell’attuale governo del partito di Diritto e giustizia del leader Jaroslaw Kaczynski che sostiene il presidente Duda.

Con le presidenziali la Polonia è a un bivio anche secondo l’ex presidente del consiglio europeo Donald Tusk che oggi ha votato a Danzica e si è espresso subito dopo su Twitter. La scelta da affrontare è semplice, secondo Tusk: “La verità versus la menzogna, il rispetto o il disprezzo, l’orgoglio oppure la vergogna. Nessuno può più fare finta di non capire che cosa c’è in ballo” ha scritto. Intanto, per il capo dello Stato uscente, l’esecutivo ha messo tutte le sue forze in campo: per far aumentare l’affluenza ai seggi dell’elettorato più tradizionalista, ad esempio, il governo ha promesso pochi giorni prima del voto nuovi camion dei pompieri per i comuni con meno di 20mila abitanti: e questo proprio nelle regioni in cui l’affluenza sarà più alta. In questi comuni abitano circa 20 milioni di polacchi. Nei comizi a favore di Duda hanno partecipato inoltre diversi membri del governo, mentre la radio e la televisione pubblica sostenevano esclusivamente lui. Un svolta in Polonia non è esclusa, ma la strada per Trzaskowski è in salita.

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Coronavirus, la Bce: “Nel primo trimestre Pil dell’Eurozona -3,8%. Ma impatto della pandemia sarà peggiore nel secondo”

La peggiore crisi, una ripresa incerta. Questo lo scenario che la Banca centrale europea vede per l’eurozona nel corso del 2020. La crisi dovuta alla pandemia – si legge nel bollettino mensile dell’Eurotower – ha arrestato gran parte dell’attività economica e provocherà una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra -5 e -12%. E “con la graduale rimozione delle misure di contenimento, si verificherà una ripresa dell’attività economica, la cui rapidità e portata restano tuttavia fortemente incerte”. “Al di là dei disagi derivanti nell’immediato dalla pandemia di coronavirus – scrive la Bce – con la graduale sospensione delle misure di contenimento la crescita dell’area dell’euro dovrebbe riprendere, sostenuta da condizioni di finanziamento favorevoli, dalle politiche di bilancio nell’area e dalla ripresa dell’attività mondiale. Tuttavia, l’incertezza è estremamente elevata e rimarrà tale, rendendo molto difficile prevedere la probabile portata e durata dell’imminente recessione e della conseguente ripresa”.

Tradotto: se il primo trimestre 2020 è stato segnato dal crollo delle attività economiche, lo scenario peggiore potrebbe verificarsi nel secondo trimestre: “Il deterioramento degli indicatori dei consumi è senza precedenti”, scrive la Bce a proposito dell’effetto dei lockdown sull’attività economica dell’Eurozona. “Lo shock provocato dal COVID-19 – si legge – ha prodotto un effetto diretto attraverso il razionamento di diverse componenti di spesa. Gli effetti indiretti dovrebbero concretizzarsi attraverso l’impatto sul reddito, sulla ricchezza e sull’accesso al credito. Inoltre, la domanda repressa può avere un impatto positivo una volta revocate le misure di contenimento. L’impatto nel medio periodo sui consumi privati dipende dalla durata dei lockdown, dal ritmo di allentamento delle misure, dai cambiamenti del comportamento delle famiglie e dall’efficacia delle politiche pubbliche”. Nello specifico, “la pandemia e le relative misure di contenimento hanno colpito duramente il settore manifatturiero e dei servizi, con ripercussioni sulla capacità produttiva dell’economia dell’area e sulla domanda interna. Nel primo trimestre del 2020, interessato solo in parte dalla diffusione del virus, il Pil in termini reali dell’area dell’euro è diminuito del 3,8 per cento sul periodo precedente, per effetto delle misure di chiusura messe in atto nelle ultime settimane del trimestre. Il brusco ripiegamento dell’attività economica ad aprile – si legge ancora – suggerisce che tale effetto sarà probabilmente persino più grave nel secondo trimestre. Tenuto conto dell’elevata incertezza riguardo alla durata della pandemia, è difficile prevedere la probabile entità e durata dell’imminente recessione e della successiva ripresa”.

Per parte sua, l’istituzione diretta da Christine Lagarde si dice pronta a fare tutto il necessario: “Il consiglio direttivo della Bce è determinato a continuare a sostenere l’economia dell’area dell’euro di fronte alle attuali disfunzioni economiche e all’accresciuta incertezza e ha pertanto deciso di rendere ancor meno vincolanti le condizioni relative alle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine e di avviare una nuova serie di operazioni, non mirate, di rifinanziamento a più lungo termine per l’emergenza pandemica”. Gli acquisti di debito con il programma per l’emergenza pandemica (Pepp) “continueranno ad essere effettuati in maniera flessibile nel corso del tempo” e “finché il Consiglio direttivo non avrà ritenuto conclusa la fase critica legata al coronavirus”. Il Consiglio “ribadisce il massimo impegno a fare tutto ciò che sarà necessario nell’ambito del proprio mandato per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà”.

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9 maggio, Festa dell’Europa: l’Ue spiegata ai più piccoli in sei domande. Che cos’è, come funziona e perché ha fermato le guerre

Oggi 9 maggio è la festa dell’Europa. In questo momento di emergenza sanitaria, le istituzioni europee presenti a Bruxelles e a Strasburgo (ma anche a Milano e Roma) non potranno aprire le loro porte ai cittadini come ogni anno. Ilfattoquotidiano.it ha deciso di celebrare la ricorrenza “spiegando l’Europa” ai lettori più giovani e di farlo rispondendo a sei domande. La bandiera blu con le stelle gialle infatti campeggia davanti alle scuole di tutta Italia, ma non sempre gli alunni sanno com’è nata e a cosa serve davvero l’Unione Europea.

Perché la festa dell’Europa è il 9 maggio?
La Seconda guerra mondiale finì nel 1945. Le distruzioni e i massacri terribili di quegli anni si erano scatenati proprio in Europa. In che modo i leader dei Paesi europei avrebbero potuto impedire che quelle orribili cose si ripetessero? C’era bisogno di un buon piano che non fosse stato mai sperimentato in precedenza. Un francese di nome Jean Monnet rifletté intensamente sulla questione. Si rese conto che vi erano due cose di cui un Paese aveva bisogno per poter iniziare una guerra: il ferro per produrre l’acciaio (necessario a costruire carri armati, cannoni, bombe ecc.) e il carbone per fornire energia alle industrie e alle ferrovie. L’Europa aveva grandi quantità di carbone e acciaio: ecco perché per i paesi europei era stato facile costruire armi e intraprendere guerre.

Così Jean Monnet ebbe un’idea nuova e molto audace. I governi di Francia e Germania — e forse anche quelli di altri paesi europei — non avrebbero più dovuto gestire le loro fabbriche di carbone e acciaio. L’organizzazione di queste ultime sarebbe invece stata affidata a persone appartenenti a tutti i paesi coinvolti, che si sarebbero sedute a un tavolo per discutere e decidere insieme. In questo modo, la guerra tra loro sarebbe stata impossibile! Jean Monnet intuiva che questo piano avrebbe veramente funzionato solo se i leader europei avessero avuto la volontà di sperimentarlo. Ne parlò al suo amico Robert Schuman, all’epoca ministro del governo francese. Quest’ultimo la ritenne un’idea brillante e la annunciò in un importante discorso, il 9 maggio 1950.

Quali sono i Paesi fondatori dell’Europa?
Il discorso di Schuman convinse non solo i leader francesi e tedeschi, ma anche quelli di Belgio, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Tutti decisero di riunire le loro industrie di carbone e acciaio e di formare un’associazione chiamata Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Essa avrebbe operato per scopi pacifici e contribuito a far risorgere l’Europa dalle macerie della guerra. La Ceca fu istituita nel 1951.

Come si arriva all’Unione Europea?
I sei paesi andavano talmente d’accordo che ben presto decisero di dar vita a un’altra associazione, chiamata Comunità economica europea (CEE), che prese avvio nel 1957. Il mercato comune non tardò ad agevolare la vita degli abitanti della Cee.

Essi ebbero più denaro da spendere, più cibo da mangiare e una maggiore varietà di prodotti nei negozi. I paesi limitrofi se ne accorsero e negli anni Sessanta alcuni cominciarono a chiedere l’ingresso nella Comunità. Dopo anni di discussioni, Danimarca, Irlanda e Regno Unito vi aderirono nel 1973. Col 1981 venne il turno della Grecia, cui seguirono Portogallo e Spagna nel 1986, quindi Austria, Finlandia e Svezia nel 1995. A quel punto la Comunità contava 15 membri. In breve, la Comunità riuscì a raggiungere un tale livello di diversificazione e integrazione che nel 1992 si decise di cambiarne il nome in “Unione europea” (UE).

Quali sono i simboli dell’Unione Europea?
L’Europa ha la sua bandiera e il suo inno: “Inno alla gioia”, tratto dalla nona sinfonia di Beethoven. Il testo originale è in tedesco, ma quando viene usato come inno europeo è privo di parole: viene cioè eseguita solo la versione strumentale.

Com’è organizzata l’Unione Europea?
Il Parlamento europeo
Il Parlamento europeo rappresenta tutti i cittadini dell’Ue. Ogni mese si riunisce in sessione plenaria, a Strasburgo (Francia), per discutere e decidere le nuove leggi. È costituito da deputati provenienti da tutti i paesi dell’Ue. I Paesi di maggiori dimensioni hanno un numero di deputati maggiore rispetto a quelli più piccoli.

I membri del Parlamento europeo (i deputati europei) sono scelti ogni cinque anni tramite elezioni alle quali tutti i cittadini adulti dell’Ue hanno la possibilità di partecipare.

Il Consiglio europeo
È qui che tutti i capi di Stato e di governo si riuniscono regolarmente in “riunioni al vertice”, per discutere come procedono le cose in Europa e definire la strategia per l’Unione. Non si soffermano sui dettagli delle questioni, come ad esempio la formulazione delle nuove leggi.

Il Consiglio dell’Unione europea
Le nuove leggi per l’Europa devono essere discusse dai ministri dei governi di tutti i paesi dell’Ue, non soltanto dai deputati del Parlamento europeo. Quando i ministri si riuniscono tutti insieme formano il “Consiglio”.

Dopo aver discusso una proposta, il Consiglio la mette ai voti. Esistono norme relative al numero di voti attribuito a ciascun paese e al volume totale di voti necessario per approvare una legge. In alcuni casi la norma stabilisce che il Consiglio deve pronunciarsi all’unanimità (ovvero ogni Paese deve dare il proprio assenso). Una volta che il Consiglio e il Parlamento hanno varato una nuova legge i paesi dell’Ue devono rispettarla.

La Commissione europea
A Bruxelles un gruppo di donne e uomini (uno per ogni paese membro) si riunisce ogni mercoledì per discutere sulle attività da intraprendere. Queste persone vengono proposte dal governo del loro paese, e tale scelta deve poi essere approvata dal Parlamento europeo.

Sono chiamati “commissari”, e insieme formano la Commissione europea. Il loro compito consiste nell’elaborare le strategie più efficaci per l’intera Unione e nel proporre la nuova legislazione per l’Ue. Nel loro lavoro i membri della Commissione sono aiutati da esperti, giuristi, segretari, traduttori e così via. Sono loro a svolgere le attività quotidiane dell’Unione europea.

Che cosa fa l’Unione Europea?
L’Ue si impegna per migliorare la qualità della vita in molti modi diversi. Eccone alcuni.

L’ambiente appartiene a tutti, perciò i paesi devono impegnarsi assieme per salvaguardarlo. L’Ue prevede norme per il controllo dell’inquinamento e la protezione, per esempio, degli uccelli selvatici. Queste norme si applicano in tutti i paesi UE e i loro governi devono accertarsi che siano rispettate.

In passato ogni Paese aveva la propria moneta, o “valuta”. Ora ne esiste una sola, l’euro, che tutti i paesi dell’Unione possono adottare, se sono pronti. Avere una moneta unica rende più semplice commerciare, viaggiare e fare acquisti in tutta l’Ue, senza dover cambiare una valuta in un’altra. L’euro rende inoltre l’economia più stabile in tempi di crisi. Oggi sono 19 gli Stati che usano l’euro come valuta.

All’interno dell’Ue i cittadini sono liberi di vivere, lavorare o studiare in qualunque paese desiderino, e l’Unione sta facendo il possibile per agevolare il trasferimento da un paese all’altro. Attraversare le frontiere tra la maggior parte dei paesi Ue, non richiede più il passaporto. L’Unione incoraggia gli studenti e i giovani a trascorrere un periodo di studio o di tirocinio in un altro paese europeo.

L’Ue fronteggia i problemi riscuotendo fondi da tutti gli Stati membri e adoperandoli per aiutare le regioni in difficoltà. Per esempio, fornisce assistenza finanziaria per la costruzione di nuove strade e collegamenti ferroviari e aiuta le imprese a offrire nuovi posti di lavoro.

L’articolo 9 maggio, Festa dell’Europa: l’Ue spiegata ai più piccoli in sei domande. Che cos’è, come funziona e perché ha fermato le guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.

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