“Oggi la politica climatica è sovrapposta e conflittuale: così non funziona”

Una gestione integrata del rischio ambientale, che punti sulla prevenzione; un’integrazione e armonizzazione delle politiche climatiche; una fiscalità energetica faccia sia che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti di produzione di energia rinnovabile e che questo sia chiaro al consumatore; l’assegnazione di un valore economico alla biodiversità e, infine, una visione finalmente sistemica dei servizi idrici, troppo frammentati: sono cinque le riforme proposte, in occasione della Giornata dell’Ambiente oggi 5 giugno, dalla professoressa Valeria Costantini – Ordinaria di Politica Economica, Direttrice del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre, già presidente dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente (IAERE) e attuale vicepresidente della Società Italiana di Economia (SIE) – e contenute anche nel libro da lei curato “L’economia italiana e la transizione ecologica”, edito da Carocci e reso possibile grazie alle due associazioni (IAERE e SIE).

Partiamo dalle catastrofi ambientali e dal rischio ambientale.
La gestione integrata del rischio ha che fare con il fatto che ci sia una capacità da parte di tutte le istituzioni preposte alla salvaguardia del territorio, su scala nazionale, regionale, locale, di mettere a sistema un insieme di tecniche e tecnologie, oltre che di politiche, che in qualche modo riescano a convergere verso l’obiettivo della prevenzione. Rispetto al disastro ambientale, infatti, non serve solo una macchina organizzativa e amministrativa che, come nel caso dell’Emilia Romagna, sia in grado di arrivare immediatamente a portare soccorso; ma occorre anche mettere in piedi un sistema di “early warning”, allarme preventivo, anche grazie alla tecnologie e alla gestione integrata dei dati. Mettere a sistema informazioni che arrivano dai satelliti e farne dei modelli matematici o dei modelli di simulazione che possano anticipare il rischio ed effettuare interventi, come ad esempio l’evacuazione preventiva.

Venendo alle politiche climatiche. Tra Green Deal, PNIEC, PNACC, PNRR, Fondo Clima le leggi non mancano. Eppure siamo indietro su emissioni e rinnovabili.
Questa frammentazione del policy mix all’interno della strategia climatica ed energetica rappresenta un elemento critico non solo per l’Italia. Oggi c’è una stratificazione di leggi e decreti attuativi che riguardano diversi ambiti e che rendono complicato capire qual è l’efficacia delle politiche, sia sul fronte rinnovabili, che sull’efficienza energetica. Il tema è quello della cosiddetta “regolazione sovrapposta”: ci sono diverse leggi che toccano lo stesso ambito e vanno a confliggere negli obiettivi o nelle modalità di ottenimento degli obiettivi. Un esempio: lo stato dà dei sussidi per il consumo e la produzione di fonti fossili però al tempo stesso abbiamo le aziende che pagano il prezzo delle emissioni di carbonio (ETS), quindi ci sono due politiche chiaramente confliggenti.

E sul fronte fondamentale della finanza verde?
Il problema principale è che, nell’attuale sistema di gestione, abbiamo un sistema di contabilità nazionale che registra le entrate e le uscite che sono associate alle questioni ambientali, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo una fiscalità dedicata. Bisognerebbe pensare a una specifica funzione delle entrate che derivano dalla tassazione energetica; ad esempio, imporre un’accisa sull’acquisto di benzina alla pompa e dirottare questa entrata per aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano. La fiscalità energetica deve essere percepita anche dal consumatore come una fiscalità pro ambiente, in modo che sia consapevole che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti. In Italia invece gran parte della fiscalità ambientale confluisce nel bilancio dello stato senza una finalità specifica di protezione ambientale.

Nel libro raccontate anche il declino della biodiversità. E lanciate una proposta che vada oltre la conservazione.
A mio avviso la biodiversità dovrebbe essere riconosciuta dal punto di vista economico, e andrebbero riconosciuti i benefici che la collettività ottiene. Si può mettere in campo un sistema di prezzi che faccia pagare agli agenti economici il costo che stanno imponendo alla collettività, riducendo il valore della biodiversità, conteggiando appunto i benefici e i danni della mancata protezione. È quello che nel mondo anglosassone viene definito come Payment for Environmental Services, concetto che oggi sempre più viene richiesto come elemento da integrare nelle valutazioni di impatto ambientale dei grandi progetti infrastrutturali.

Infine, un punto importante del libro riguarda la gestione frammentata delle risorse idriche.
Ritengo che la gestione delle risorse idriche andrebbe completamente riformulata. Pensiamo alla gestione dei bacini: per ciascun fiume abbiamo un ente bacino che si occupa della gestione della risorsa specifica e questo va a confliggere con il sistema amministrativo che noi abbiamo della gestione del sistema Italia, perché, appunto, la gestione del singolo bacino si deve confrontare con decisioni su scala nazionale e regionale. Ci vorrebbe a mio avviso un tavolo di lavoro aperto, ad esempio a livello regionale, per arrivare a una visione sistemica dei servizi idrici, anche per la prevenzione dei disastri naturali causati da una mancata gestione appropriata dei bacini idrici. Anche per l’acqua potabile alcune cose sono state fatte col Pnrr, ma ci vorrebbe maggiore integrazione dei diversi livelli di competenza.

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