Il libro mastro delle tangenti su Excel, la casa di lusso a Madrid e il lavoro “fantasma” per la fidanzata: la sentenza che ha travolto l’ex ministro di Sánchez
Dall’altare frequentato dagli uomini più potenti del socialismo iberico, alla polvere. Nel mezzo il “caso mascherine”, lo scandalo delle forniture di materiale sanitario durante la pandemia di Covid-19. E’ stata questa la parabola di José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti, tra i principali artefici del ritorno di Pedro Sánchez alla guida del Psoe nel 2017 e uno dei volti della mozione di sfiducia che nel 2018 rovesciò il governo conservatore di Mariano Rajoy. Ieri la Corte Suprema spagnola lo ha condannato a 24 anni e 3 mesi di carcere per associazione a delinquere, corruzione, malversazione e traffico di influenze.
Condannato anche il suo storico collaboratore Koldo García, a 19 anni e 8 mesi di carcere. Più lieve la pena per Víctor de Aldama, considerato il faccendiere del gruppo: “soli” 4 anni e mezzo, perché l’imprenditore ha deciso di parlare e ha svelato ai magistrati come funzionava il meccanismo delle tangenti. Nelle 224 pagine della sentenza, però, ciò che emerge non è soltanto il racconto di presunte mazzette e favori, ma la ricostruzione dettagliata di quello che i giudici definiscono una “organizzazione criminale“.
Il documento che più di ogni altro ha convinto il Tribunale è un file Excel denominato “mascarillas” trovato nel computer di Aldama e creato il 26 marzo 2020, nel pieno dell’emergenza Covid e delle operazioni per l’acquisto di milioni di mascherine. Nel foglio di lavoro, che per i giudici è il libro mastro della corruzione, compaiono costi logistici, stime di profitto, spese di trasporto e soprattutto le quote da distribuire ai partecipanti dell’operazione. Due le voci che hanno attirato l’attenzione degli investigatori: “EL GRAN 2.000.000” e “GOBLINS 500.000 – CASA“. In aula, durante il processo, Aldama ha spiegato che “El Gran” stava per “el Gran Jefe”, ovvero “il Grande capo” ed era Ábalos e che “Goblins” era García. La Corte gli ha creduto perché tutti gli altri nomi in codice presenti nel file – tra cui “Israel”, “Juan Carlos” e “Íñigo” – sono stati identificati e corrispondono effettivamente a imprenditori coinvolti nelle operazioni.
Aldama ha dichiarato in aula di aver consegnato ad Ábalos e García oltre 2 milioni di euro in contanti nel corso del 2020, ma il Tribunale riconosce che non esistono prove patrimoniali o documentali sufficienti per certificare il trasferimento della somma. La rilevanza del documento è un’altra. Nelle motivazioni, la Corte afferma che il file costituisce la prova dell’esistenza dell’accordo corruttivo e dimostra “la sua richiesta da parte degli altri due coimputati (o, più correttamente, dell’inclusione accettata di tali cifre nell’accordo esistente tra i tre), attraverso il foglio Excel denominato ‘mascarillas’”. Per i magistrati il file non fotografa quindi l’avvenuto pagamento, ma il patto ed è la prova regina che fin dall’inizio dell’operazione, nelle primissime settimane dell’emergenza, esisteva un’intesa sulla spartizione dei profitti.
I giudici dedicano diverse pagine per spiegare perché il documento non possa essere considerato un appunto casuale o un’invenzione di Aldama. I metadati dimostrano che fu creato il 26 marzo 2020, nelle primissime fasi dell’affare, e aggiornato fino a pochi giorni dopo la conclusione dell’ultimo contratto pubblico. Le cifre relative ai costi logistici, ai voli cargo, alle dogane e ai margini di profitto coincidono con la documentazione contabile acquisita dagli investigatori e con gli accertamenti fiscali. Perfino il volume d’affari stimato, circa 60 milioni di euro, corrisponde ai dati ricostruiti dagli inquirenti. I giudici ritengono provata anche l’esistenza di un flusso costante di denaro destinato alle “spese fisse” di Ábalos: secondo la sentenza, Aldama versava 10.000 euro al mese per sostenere il gruppo e garantire benefici all’ex ministro.
Uno degli episodi più sofisticati ricostruiti dalla Corte Suprema riguarda un appartamento di lusso situato al numero 164 del Paseo de la Castellana, uno dei viali più esclusivi di Madrid. Il 24 aprile 2019 Ábalos e Aldama sottoscrivono un contratto di affitto con opzione di acquisto, valido fino al 14 febbraio 2024. L’accordo prevedeva un canone annuo di 30.000 euro e la possibilità per l’ex ministro di comprare l’immobile per 750.000 euro, detraendo dal prezzo le somme già versate come affitto. I giudici hanno accertato che Ábalos non occupò mai l’appartamento e non pagò neanche una rata del canone. Non solo: una perizia ha stimato che nel 2019 l’immobile valeva 1.442.914,68 euro, il doppio del prezzo concordato. Per la Corte, quindi, era un meccanismo studiato per garantire all’ex ministro futuri pagamenti illeciti, una sorta di credito occulto riconosciuto ad Ábalos per le commissioni che avrebbe dovuto percepire in cambio dei favori elargiti dal ministero dei Trasporti.
Un altro capitolo riguarda Jessica Rodríguez, compagna di Ábalos all’epoca dei fatti. La Corte descrive quella che considera un’assunzione di favore all’interno di società pubbliche dipendenti dal ministero dei Trasporti. La ricostruzione dei giudici è minuziosa: il 26 febbraio 2019 Rodríguez si presenta a un colloquio, riceve un computer aziendale e viene formalmente assunta. Da quel momento non torna più in ufficio, ma continua a percepire lo stipendio. Per il Tribunale non esiste alcuna prova che abbia svolto attività lavorativa. Al contrario, testimoni e documenti interni indicano che la sua presenza fosse puramente formale e finalizzata a garantire un beneficio economico all’entourage del ministro.
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