La tragedia di Senago e la scelta dei ragazzi in nove in auto: “Non è semplice valutare il rischio dall’interno del gruppo. In adolescenza la dimensione collettiva è centrale”. Parla la psicologa Balbi
Le “bravate” adolescenziali – come entrare in nove in una macchina omologata per cinque come nel caso dell’incidente di Senago costato la vita a tre 17enni – non sono un fenomeno nuovo, ma oggi cambiano contesto, percezione e risposta degli adulti: “Non si tratta di un fenomeno che emerge ora, ma cambiano le modalità, cambia il grado di libertà che hanno i ragazzi, cambia il modo di reagire dei genitori di fronte a questi atti ‘goliardici’” spiega Elisa Balbi, psicologa e psicoterapeuta, al FattoQuotidiano.it. In questa dinamica il gruppo diventa centrale, fino a sostituire l’identità individuale: “Quando si è in tanti, in una fase non ancora strutturata di sviluppo della personalità, la propria identità coincide con quella del gruppo”. In questo contesto, il rischio viene spesso minimizzato o rimosso: “Nell’adolescenza è tipico vivere l’istante e molto più mossi dal piacere del momento godibile piuttosto che chiedersi se quello che si sta facendo possa portare a delle conseguenze nefaste”. Ne deriva una costante sottovalutazione del pericolo, spesso riassunta in una risposta ricorrente: “Non ci abbiamo pensato” la spiega docente internazionale, coautrice di varie pubblicazioni e saggi sugli adolescenti.
Nove ragazzi in un’auto omologata per cinque: siamo di fronte a un fenomeno generazionale o a una dinamica che ha sempre caratterizzato l’adolescenza?
Le bravate sono sempre esistite. Cambiano però il contesto e le modalità con cui si manifestano. Oggi cambia anche il grado di libertà dei ragazzi e il modo in cui gli adulti reagiscono a questi comportamenti, spesso liquidati come “goliardate”. In passato episodi simili potevano avere conseguenze più nette e immediate sul piano educativo e anche istituzionale. Oggi, invece, è più frequente che vengano minimizzati, con il rischio che venga meno la percezione di ciò che è pericoloso e di ciò che non lo è.
Che cosa spinge un gruppo di adolescenti ad accettare un rischio che, dall’esterno, appare evidente?
Non è semplice valutare il rischio dall’interno del gruppo. In adolescenza la dimensione collettiva è centrale: l’identità individuale tende a coincidere con quella del gruppo. Se il gruppo legittima un comportamento, il singolo è portato ad aderirvi. Le decisioni sono spesso impulsive e poco mediate dalla riflessione sulle conseguenze, soprattutto in contesti alterati da alcol o altre condizioni di disinibizione.
Perché un ragazzo può non reagire con prudenza davanti a segnali evidenti di pericolo?
In adolescenza è tipico vivere il presente, privilegiando la gratificazione immediata rispetto alla valutazione delle conseguenze. In un contesto di gruppo, inoltre, opporsi agli altri può essere difficile per il timore di essere esclusi o giudicati negativamente. Questo porta spesso a minimizzare il rischio e a convincersi che “non succederà nulla”.
Quanto pesa il desiderio di appartenenza rispetto alla valutazione razionale del rischio?
Il bisogno di appartenenza è un elemento centrale dell’adolescenza. È ancora più forte in un contesto in cui le relazioni sono spesso mediate dalla tecnologia e meno legate alla socialità quotidiana spontanea. A questo si aggiunge una tendenza all’iperprotezione da parte degli adulti, che può ridurre l’esposizione graduale al rischio e quindi la capacità di riconoscerlo.
Esiste una convinzione del tipo “a noi non succederà”? È tipica dell’adolescenza?
Sì, spesso è presente una sottovalutazione delle conseguenze. Molti comportamenti vengono vissuti come privi di reale rischio, soprattutto quando non c’è stata un’educazione coerente alla relazione tra azione e conseguenza. Non è raro che, alla domanda sul perché di certe scelte, i ragazzi rispondano semplicemente: “Non ci abbiamo pensato”.
Quando nessuno si oppone, si può parlare di responsabilità diffusa nel gruppo?
La responsabilità implica consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. In assenza di questa consapevolezza, si parla più propriamente di dinamiche di gruppo basate sull’impulsività e sull’adesione reciproca, piuttosto che di responsabilità condivisa in senso pieno.
Social network e cultura della condivisione possono normalizzare comportamenti rischiosi?
Lo strumento in sé non è né positivo né negativo: tutto dipende dall’uso. I social possono amplificare la tendenza all’emulazione, soprattutto tra i più giovani. In alcuni casi contribuiscono a rendere visibili e quindi replicabili comportamenti rischiosi. La differenza rispetto al passato è la rapidità e l’ampiezza della diffusione.
Dopo tragedie come questa, è più utile insistere sulle responsabilità individuali o comprendere le dinamiche psicologiche?
È fondamentale partire dalla comprensione delle dinamiche, ma anche rafforzare il ruolo educativo degli adulti. Le responsabilità non sono solo individuali: riguardano anche il contesto familiare e sociale, che deve fornire riferimenti chiari e coerenti.
Perché nessuno ha chiamato un genitore?
Le motivazioni possono essere diverse: il timore di essere giudicati, la volontà di non creare preoccupazione o la sottovalutazione del rischio. In molti casi emerge anche una difficoltà a riconoscere negli adulti un riferimento immediato e accessibile in situazioni di difficoltà.
Cosa possono fare concretamente famiglie e scuole per aiutare i ragazzi a dire “no”?
È necessario che gli adulti recuperino la funzione educativa del limite. Dire “no” in modo coerente e mantenerlo nel tempo aiuta i ragazzi a riconoscere confini chiari. Questo non significa irrigidimento, ma costruzione di un riferimento stabile. Solo così i giovani possono sviluppare autonomia senza essere esposti a rischi non gestiti.
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