Altre sette case editrici non parteciperanno a Più libri più liberi: ragioniamo sulle motivazioni

Riassunto delle puntate precedenti: dal 4 all’8 dicembre si terrà all’Eur la fiera della piccola media editoria Più libri più liberi. Seif, la società editoriale del Fatto quotidiano, ha comunicato che PaperFIRST non parteciperà perché contraria al “patentino antifascista” richiesto quest’anno dall’Associazione Italiana Editori. Ho spiegato tutti i motivi per cui PaperFIRST avrebbe potuto firmare la clausola antifascista e partecipare senza problemi.

Di ieri la notizia che 7 piccole e medie case editrici hanno presentato la domanda di partecipazione senza firmare la clausola: la fiera valuterà caso per caso se ammetterle. Non si sa chi siano poiché gli organizzatori della fiera vogliono “tutelare chi non ha firmato e verrà comunque accolto, per evitare che poi qualcuno venga messo all’indice”; sappiamo però che fra queste c’è Edizioni Settecolori, che pubblica autori come Robert Brasillach, Pierre Drieu La Rochelle, Alain de Benoist, Lucien Rebatet, Arturo Pérez-Reverte e Martin Mosebach. L’ad Manuel Grillo ha spiegato sul Foglio perché non ha firmato la clausola antifascista. Le sue motivazioni reggono? Vediamo.

A differenza di Seif, Grillo evita il paragone improprio tra patentino e fascismo, ma sostiene che “il rispetto della Costituzione e delle leggi costituisce il presupposto necessario e sufficiente per partecipare”. Che il rispetto della legge sia necessario è ovvio; che sia anche sufficiente, invece, è ciò che dovrebbe essere dimostrato: un’associazione può infatti richiedere ai soci di rispettare un codice etico, aderire a uno statuto, condividere le finalità associative.

Grillo non vuole sottoscrivere “patenti morali o ideologiche”. Ma riconoscersi nei principi costituzionali antifascisti non equivale ad aderire a un partito o a un’ideologia: significa accettare il quadro democratico entro cui si svolge la vita pubblica; e chiedere l’adesione a determinati principi istituzionali non significa valutare le convinzioni intime dei firmatari.

L’argomento secondo cui “la Costituzione non richiede queste dichiarazioni” non implica che un’associazione privata non possa richiederle: Grillo confonde l’ordinamento pubblico e l’autonomia privata. Grillo osserva che “la parola antifascismo non compare nella Costituzione”. È vero, ma molti principi costituzionali non sono nominati espressamente. L’antifascismo costituzionale (lo spiega spesso il prof. Azzariti) deriva dalla XII disposizione transitoria e finale, che vieta espressamente la riorganizzazione del disciolto partito fascista; dalla struttura complessiva della Costituzione (art. 2: riconoscimento dei diritti inviolabili; art. 3: principio di eguaglianza sostanziale); e dalla sua storia (è il risultato della Resistenza e del patto tra le forze politiche che hanno redatto la Costituzione nel 1948).

L’assenza del termine non implica l’assenza del principio. Grillo ricorre quindi al sofisma del pendio scivoloso: “Oggi chiedono l’antifascismo, domani potrebbero chiedere qualsiasi altra cosa”. Ma non spiega perché dovrebbe accadere, ovvero cosa renderebbe inevitabile il passaggio. Grillo osserva: “Prima non era richiesto, quindi non dovrebbe esserlo oggi”. Ma non spiega perché la novità sia sbagliata; e fa lo gnorri sul precedente che ha motivato la novità: le proteste dello scorso anno per la partecipazione della casa editrice Passaggio al Bosco, che pubblica testi di ispirazione neofascista.

Grillo scrive: “Presidente della Repubblica e ministri non giurano sull’antifascismo”. Ma le cariche pubbliche giurano fedeltà alla Repubblica e osservanza della Costituzione. Una fiera del libro non è un organo costituzionale. I due contesti hanno funzioni del tutto diverse. Grillo identifica il pluralismo con la neutralità assoluta; ma una comunità pluralista può fissare le condizioni per garantire che il pluralismo non venga utilizzato contro se stesso.

Anche Grillo, come Seif, perde insomma l’occasione di formulare la critica più persuasiva: la dichiarazione chiede di “condividere valori” introducendo un criterio soggettivo, difficile da verificare. Sarebbe stata più solida una clausola oggettiva: “L’editore si impegna a rispettare i principi costituzionali e a non promuovere attività o contenuti contrari alla legge, quali l’apologia del fascismo o l’incitamento all’odio”. L’editore che la firmasse potrebbe poi presentarsi alla fiera coi testi di Brasillach, un famigerato fascista filonazista antisemita alla cui tomba ogni 6 febbraio rendono omaggio teste rasate e militanti del Front National intonando inni nazisti?

Conosciamo il contro-argomento di Luciano Canfora: “Garzanti pubblica il Mein Kampf, Adelphi pubblica Céline, Laterza pubblica Gentile”. Ma la protesta non riguardava la pubblicazione di opere storiche o di studio. Pubblicare criticamente Hitler, Céline e Gentile non equivale a svolgere attività editoriale di propaganda neofascista. Conta la finalità editoriale: uno storico può pubblicare il Mein Kampf per studiare il nazismo, un editore può pubblicarlo come testo identitario. Le due situazioni non sono equivalenti. Maurizio De Giovanni, intervistato dal Fatto, centra l’argomento decisivo: “Il fascismo non è un’opinione”.

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