In Israele, il governo Netanyahu sta gettando le basi per rifiutare l’esito delle prossime elezioni
In Israele, il governo Netanyahu sta cercando di gettare le basi per poter rifiutare, in pieno stile Trump, l’esito delle prossime elezioni. Si tratta di una strategia semplice ma efficace: nei giorni scorsi, l’esecutivo ha annunciato l’intenzione di ignorare una sentenza della Corte Suprema riguardante i canali televisivi.
Lo scorso 17 giugno, l’Alta Corte di Giustizia dello Stato d’Israele aveva ordinato al governo di ripristinare il Consiglio della Seconda Autorità per la Radio e la Televisione, l’Autorità di controllo delle trasmissioni televisive. Era stato il ministro delle Comunicazioni Karhi a sciogliere il precedente Consiglio e, secondo l’Alta Corte, lo ha fatto in modo illegittimo e non conforme alla legge. Domenica il ministro Karhi e il governo israeliano, incluso lo stesso premier Netanyahu, hanno annunciato che non rispetteranno questa decisione della Corte, aprendo nei fatti una crisi istituzionale senza precedenti storici.
Il pretesto è evidente: l’obiettivo non è soltanto il controllo dei media, ma qualcosa di molto più profondo. Questo rifiuto, un atto senza precedenti nella storia del Paese, serve a preparare il terreno per contestare il voto di ottobre; il governo potrà così sostenere che le elezioni sono state truccate, disconoscendo tanto il risultato quanto l’autorità stessa della Corte Suprema. Questo attacco alle istituzioni prosegue ormai da anni, sin dall’inizio dei processi a carico di Netanyahu. Esponenti di primo piano, come il Presidente della Knesset e il ministro della Giustizia, si spingono fino a non riconoscere la legittimità del capo della Corte Suprema, il giudice Amit. Senza più contrappesi legali, l’esecutivo agisce senza freni, alimentando un’anarchia istituzionale che ha un unico scopo: non accettare una sconfitta elettorale che oggi appare, nei fatti, inevitabile.
Un altro fenomeno che sta segnando questi ultimi mesi riguarda il Canale 14. Si tratta di un’emittente privata e totalmente filogovernativa, uno dei rari spazi in cui Netanyahu concede una parvenza di conferenza stampa, permettendo ai giornalisti del canale di fargli domande: quesiti ovviamente concordati in precedenza, che riducono l’emittente a un mero organo di propaganda per l’esecutivo. Nei sondaggi condotti da tutti gli altri media israeliani – sia della carta stampata che televisivi – la sconfitta della coalizione di Netanyahu è un dato costante da mesi, se non da un anno. Eppure, guarda caso, nei sondaggi del Canale 14 il Premier e la sua coalizione ne escono sempre vittoriosi, talvolta con scarti schiaccianti. Perché questa anomalia? Perché su quel canale la narrazione è diametralmente opposta a quella di tutti gli altri istituti demoscopici. A mio avviso, Netanyahu e i suoi consiglieri stanno preparando il terreno per un preciso schema retorico: poiché i sondaggi del Canale 14 prevedevano la vittoria, la sconfitta reale diventerà la “prova” che le elezioni sono state truccate.
A confermare questa deriva, proprio in questi giorni la stampa israeliana ha diffuso delle registrazioni che coinvolgono il colonnello Zinni, il nuovo capo dello Shabak voluto da Netanyahu. Zinni è stato inserito ai vertici dell’organizzazione senza alcun passato all’interno dell’intelligence e senza alcuna esperienza in questo tipo di lavoro; proveniente dalle fila dei militari, ha alle spalle una carriera senza picchi di alto livello. Ciononostante, gli è bastato un colloquio di cinque o dieci minuti in auto con Netanyahu per ottenere il ruolo. In queste intercettazioni Zinni – che vive in un insediamento in Cisgiordania – dichiara apertamente che una delle ragioni per cui è stato scelto è la sua fedeltà a chi lo ha nominato: è fedele al “re”, insomma, e non al “reame”. Storicamente, i capi del Mossad e dello Shabak hanno sempre risposto allo Stato di Israele, mai al leader politico di turno.
Con la nomina di Zinni le cose cambiano radicalmente. Poiché lo Shabak ha tra i suoi compiti istituzionali proprio la salvaguardia della democrazia israeliana, sorge un enorme punto interrogativo: se le prossime elezioni dovessero prendere una piega anomala, come potrà l’agenzia guidata da Zinni indagare in modo indipendente e bloccare un eventuale tentativo di sovvertire il voto? Tra il controllo dei media, la militarizzazione dei servizi di sicurezza e il totale rifiuto di riconoscere le sentenze della Corte Suprema – in un Paese, ricordiamolo, privo di una Costituzione scritta – il quadro appare ormai chiaro: i preparativi per non accettare l’esito delle urne sono già in pieno svolgimento.
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