Mi chiedo quali regole rispettino i guru social delle diete: una zona franca in cui vale tutto

di Rosetta Doronzio

Gli algoritmi sono diventati i registi invisibili delle nostre scelte e, di conseguenza, orientano le nostre vite. Con l’arrivo dell’estate, basta un tentativo di ricerca per superare la sempre temuta “prova costume”, affinché il feed si trasformi in una sequenza infinita di consigli, diete e promesse di risultati rapidi. L’attenzione, spesso eccessiva, verso la forma fisica, non è certamente un’invenzione dei social. Ad essere cambiato è il modo in cui se ne parla e, soprattutto, chi detta le regole. I social network e, più in generale, il web non garantiscono un filtro sulla qualità dei contenuti e questo favorisce la diffusione di messaggi fuorvianti. In assenza di controlli e regole, il successo di un prodotto molto spesso non dipende dalla sua correttezza scientifica ma dalla capacità di catturare l’attenzione.

In questa sorta di “zona franca”, è facile trovare spazio per figure prive di competenze specifiche, che ricorrono a promesse irrealistiche, semplificazioni estreme e affermazioni eclatanti pur di aumentare visualizzazioni, follower e quindi introiti economici, spesso custoditi nei paradisi fiscali. Il pericolo è che si possano equiparare, se non addirittura sostituire, la meticolosità della competenza, acquisita con anni di studio e gavetta, a modelli di successo rapidi e superficiali.

Nel regno dell’approssimazione e del dilettantismo, vale tutto. Video urlati, fantomatici riconoscimenti europei, riprese all’aria aperta o meglio ancora in casa perché così si crea più empatia, soprattutto se in coppia. L’importante è essere svestiti/e per mostrare il fisico e, tramite esso, l’efficacia del prodotto proposto. I più sfrontati non si limitano solo a consigliare le diete, all’occorrenza diventano specialisti di qualsiasi branca della medicina, luminari capaci di guarire ogni malattia del corpo o dello spirito, con un feed. Parlano di “awereness del brand”, “attività capex intensive” e “management lean”. Paventano centinaia di collaboratori e fatturati milionari. Peccato però che (generalmente) i primi vengano assunti a partita Iva che tradotto significa scarse tutele per i lavoratori e abbattimento dei costi per l’azienda e i proventi (solitamente) rimangono nei paradisi fiscali dove l’azienda magari stabilisce la propria sede.

Se da un lato, parliamo di decisioni legittime, frutto di una strategia orientata alla semplificazione amministrativa e alla competitività internazionale, dall’altro si apre un interrogativo sul rapporto con il contesto italiano e su quanto sia leale la concorrenza verso chi decide di restare e versare qui.

Nel mondo dorato dei guru social, la vita si misura in follower e recensioni… solo quelle positive però. Guai a far notare l’esistenza di qualche valutazione negativa, che probabilmente non è stata da loro eliminata proprio per dare credibilità al contenuto. Peggio ancora se ti azzardi a riportarli nel mondo reale, dove esistono le associazioni dei consumatori, quindi persone “vere” che ricevono denunce sull’operato dei mentori social, da parte di altre persone “vere”. Immediatamente perdono l’aspetto beato che solitamente li contraddistingue e cominciano ad alterarsi.

Uno strumento molto usato per suscitare interesse, è quello delle classifiche dei cibi industriali. Che ci porta ad una domanda: ci sono accordi commerciali con le aziende produttrici degli alimenti proposti? A guidare il consiglio è l’etica o il profitto? La finalità delle mie considerazioni non è dare consigli perché, citando De Andrè, “si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio” ma invitare alla riflessione. Il suggerimento, soprattutto quando c’è di mezzo la salute, è dubitare e verificare. Il “Cogito, ergo sum” cartesiano rimane l’unica bussola per orientarsi nel presente e soprattutto nel caos della rete perché il solo antidoto alla confusione, è il pensiero. E il pensiero, quello autentico, nasce dal dubbio e richiede tempo, non futili certezze e velocità.

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