Caldo estremo: perché parlare solo di adattamento non basta

Se c’è un merito di questa estate drammatica oltre misura è quello di aver “sdoganato” definitivamente l’emergenza caldo. Dico definitivamente sempre con le pinze, perché col finire dell’estate il tema potrebbe comunque essere rimesse nel cassetto dai giornali che ora gridano ai sei gradi in più di temperatura del mare o all’ondata di calore più lunga della storia.

Comunque, per la prima volta forse, la questione caldo ha raggiunto stabilmente le prima pagine dei giornali. Non solo: c’è stato un passaggio importantissimo, mi pare, dall’ossessione verso le misure individuali, tutte concentrate su cosa possiamo fare noi di fronte al caldo – pochissimo – alle responsabilità delle amministrazioni nella costruzione di città più vivibili. Di qui, finalmente, l’attenzione quanto meno degli amministratori locali al tema, anche se spesso con comportamenti incoerenti e dettati appunto dalla cronaca, come nel caso di Roma, con la proposta di un albero Bioclimatico non naturale e costosissimo, ritirata dalla giunta romana dopo proteste massicce delle persone e pure su questo giornale.

Si è capito, tuttavia, che del caldo si devono occupare le istituzioni e che la messa a dimora di alberi e la riforestazione urbana, ad esempio, è una misura necessaria. Proprio un recente studio ha dimostrato che depavimentando e riforestando le città possono perdere fino a quattro gradi. Sarà difficile che ciò avvenga rapidamente, si trattava di misure che si sarebbero dovute mettere in atto vent’anni fa, ma comunque siamo nella direzione giusta: perché piantare alberi è una misura insieme di adattamento ma anche di mitigazione delle temperature.

Al di là degli alberi, però, tutte le altre proposte in campo, compreso il tanto contestato albero bioclimatico, sono soprattutto misure di adattamento. I sistemi di raffrescamento su strada, le vele a coprire le piazze d’estate, i rifugi climatici, la diffusione dell’aria condizionata non agiscono per nulla sul fronte della mitigazione della crisi (anzi, l’aria condizionata purtroppo in senso inverso, visto il massiccio consumo di energia). Ma nessun adattamento è possibile se nel frattempo non si agisce per mitigare e ridurre le emissioni, decarbonizzando la nostra economia. Ho letto, ad esempio, che Eurostar ha ordinato nuovi treni resistenti a temperature fino a 55 gradi. Benissimo, ma se le temperature dovessero aumentare ancora di più, se cioè non sappiamo in quale scenario climatico esattamente ci troviamo, come possiamo adattarci e adattare il sistema produttivo? Potrebbe essere una rincorsa disperata, con la situazione che ci sfugge dalle mani nonostante massicci interventi.

Si parla soprattutto di adattamento perché è più facile e più intuitivo. C’è un’emergenza caldo, discutiamo di come proteggerci, proteggere i bambini e gli anziani. I Piani Caldo dei Comuni sono pensati solo così, come sempre ad esempio nella città in cui vivo: nel senso della protezione dal caldo, ma mai, ad esempio, su come rendere le città, in questo caso sempre Roma, una città con meno emissioni. Nessuno lega il caldo ai due milioni di macchine in strada, alle emissioni prodotte dalle continue grandi opere, alle emissioni prodotte da un turismo di massa incontrollato e che nessuno ha intenzione di ridurre. Ma che senso ha, allora, presentarsi come un’amministrazione che ha cura dei propri cittadini nelle emergenze, se poi non si mettono in campo misure strutturali che agiscono sulla causa del caldo stesso? Certo, non è che una città come Roma riduce il caldo agendo solo sulle proprie emissioni, essendo la crisi globale, ma almeno si dà un messaggio coerente. Da un lato cerchiamo di adattarci, dall’altro proviamo a mitigare, riducendo le nostre emissioni. Invece nessuno dei sindaci, che a turismo e grandi opere non rinuncerebbero mai, fa un discorso simile.

E lo stesso su scala nazionale (e mondiale): adattare non basta, mitigare è fondamentale. Perché è tanto difficile parlarne? In fondo basterebbe poco, un’informazione chiara e capillare su quale energia usiamo e come e su come cambiare noi, ma anche su come dovrebbero cambiare le scelte della politica rispetto a fossili e rinnovabili; sui nostri modi di spostarci e viaggiare e su come potremmo cambiare noi ma anche sulle misure strutturali che andrebbero prese per elettrificare i trasporti; su come mangiamo e su come potremmo cambiare e al tempo stesso su come il nostro sistema produttivo dovrebbe trasformarsi, in modo da produrre cibo in maniera più sostenibile e meno inquinante. Ecco, questi temi non sono entrati sulle prime pagine. E non ci sono né rispetto alla questione dei cambiamenti individuali – molto temuti perché potrebbero portare a una riduzione dei consumi, oltre a una loro diversificazione – né tantomeno, e questo è il lato peggiore, rispetto ai cambiamenti che la politica dovrebbe mettere in campo.

Ma soprattutto di questo bisognerebbe parlare: di come possiamo cambiare noi individui per mitigare la crisi del clima e, ancora più importante, di come dovrebbe cambiare l’intero sistema produttivo. Non c’è cosa più urgente da fare ora, mentre cerchiamo di sopravvivere a questa caldissima estate.

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